mercoledì 24 settembre 2014

Biennio ‘92-’93. Cosa c’è di nuovo

di Nicola Tranfaglia

Qualcuno ha scritto che proprio il passare del tempo, a volte, fa giustizia di quello che, in un primo tempo, non era apparso chiaro né comprensibile. E ora, forse, nel processo di Palermo sulla trattativa, come in quello di Appello contro gli ufficiali del Ros, Mario Mori e  Raffaele Obinu, assolti in precedenza  dai giudici di primo grado.  E’ possibile che oggi – a distanza di oltre vent’anni dal biennio fatale delle stragi di Palermo – il biennio ’92-93, che portò all’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte, si incominci a intravvedere qualcosa di più su un punto importante della nostra storia cioè i rapporti da sempre esistenti e mai confessati apertamente, tra i confidenti e le forze dell’ordine (come la magistratura) e, ancora di converso, quelli che segnano la zona grigia che si determina tra le associazioni mafiose e quelli che, a un certo punto, cercano di uscirne e – come si dice in gergo – si pentono. E’ quello che sembra emergere non soltanto dalle confessioni di un nuovo pentito nelle indagini che il procuratore generale della Corte di Appello di Palermo, Roberto Scarpinato, ha aperto sui rapporti tra i mafiosi di Bagheria, come appunto Flamia, uomo a quanto pare dell’ex capomafia Provenzano, e vari agenti dei servizi segreti italiani (Flamia ha raccontato di essere stato regolarmente stipendiato dai servizi e di aver ricevuto una somma equivalente a centocinquantamila euro).  Ma anche da altri elementi che si aggiungono al quadro complesso, e in divenire, del processo davanti ai giudici di Palermo che vede un team di pubblici ministeri tra i quali il pm Di Matteo, il quale continua a ricevere minacce da Cosa Nostra. Non è un caso, peraltro, che, il 3 settembre scorso, c’è stata una irruzione nella stanza del procuratore generale e, sulla sua scrivania, è stata trovata una lettera anonima: “Lei sta esorbitando dai suoi compiti e dal suo ruolo. Noi non facciamo eroi. ”

Ma quali sono, nella realtà, gli altri elementi che si aggiungono giorno dopo giorno a quel che già si conosceva sulla trattativa e che ancora oggi inquietano alcuni politici (tra i quali l’attuale segretario del Partito democratico e presidente del Consiglio Matteo Renzi, tanto da spingerlo a criticare generalmente i magistrati in una maniera insolita e non motivata, almeno da parte della coalizione di centro-sinistra)?

Il primo elemento è, a mio avviso, la versione che l’ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, ha definito, ieri in un suo articolo, rispetto alla mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 dopo la cattura del boss. Caselli ha detto oggi con chiarezza che fu il ROS a chiedergli che “la perquisizione già decisa dalla procura non si svolgesse immediatamente, in modo da poter realizzare operazioni di vasta portata già programmate. Così venne deciso, nella certezza che il “covo” sarebbe stato tenuto sotto costante osservazione. Invece, senza mai avvertirci, non fu disposta alcuna sorveglianza. Il risultato si sa: il “covo” fu impunemente svuotato dai mafiosi. Una vicenda grave e oscura. Per noi un’autentica mazzata.” Una spiegazione, come sempre, onesta ma – ancora oggi – è difficile capire come tutto sia successo. Perché il Ros si comportò così stranamente? A  giudicare dai tempi attuali dei nostri processi, c’è il rischio che passino ancora molti anni prima che si possa rispondere a un simile interrogativo anche se, prima o poi, una risposta da parte dei due ufficiali o da altre circostanze finalmente chiarite potrà venire.

E il secondo elemento, non del tutto chiaro, riguarda - come è ovvio – il rapporto e le conseguenze di esso tra alcuni capimafia e uomini vicini alla mafia (come sarebbe stato, sempre – secondo Flamia -  che rimetterebbe in discussione l’attuale impianto accusatorio della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 1995:”  Luigi Ilardo – ha detto – lo tenevamo lontano perché era un confidente.” Anche questa è una novità rispetto alla ricostruzione che si incominciò a mettere insieme alla metà degli anni novanta per venire a capo della mancata cattura di Provenzano e che aveva dipinto il militare Ilardo come un combattente della lotta contro Cosa Nostra piuttosto che come un confidente delle forze dell’ordine.  Insomma, il quadro dei rapporti  tra i diversi interlocutori dello scenario principale sui rapporti tra mafia e politica sembra farsi per certi aspetti ancora più complesso e difficile da decifrare anche perché, con ogni probabilità, ci mancano notizie su altre forze presenti nella partita ma ancora, poco o per nulla, note a chi studia e osserva. Una constatazione, quest’ultima, che ora è il caso di fare, senza esitazioni ulteriori.  Peraltro, proprio la mia lunga esperienza di ricercatore mi fa dire che la certezza (o almeno la vicinanza ad essa) su un episodio storico-soprattutto, se importante e significati vo come quello di cui parliamo-si può raggiungere a poco a poco e di frequente con il concorso non di un solo studioso ma di molti che collaborano a un obbiettivo comune: tramandare a chi verrà dopo di noi la memoria di quelle vicende. In questi anni è stato fatto un primo passo avanti ed ora speriamo che ce ne siano presto altri.

venerdì 19 settembre 2014

Tanti corvi a volto coperto

di Francesco Bertelli

Conoscono, ascoltano, sono in contatto diretto con i loro bersagli scelti, non si fanno notare, si muovono nell’ombra, sanno tutto. E’ la storia misteriosa e nascosta del nostro Paese che va avanti da decenni. Loro chi sono? I corvi. Un nome nefasto, tristemente famoso.

Si comincia nei primi anni 90, quando Il Corvo, così si firmava, inizia a inviare lettere dal contenuto preciso e dettagliato sull’operato di Giovanni Falcone. E’ lui il destinatario. Il Corvo si fa vivo anche quando Falcone giunge a Roma all’ufficio degli Affari Panali sotto il governo Craxi, voluto dal Ministro della Giustizia Martelli. Come se un’ombra lo seguisse nelle sue mosse.

E siamo nel 1992. Un fascicolo di otto cartelle  nel giugno di quell’anno manda nel caos i palazzi della politica. Pochi ne parlano e pochi ne giungono a conoscenza. Ma il materiale scotta.
In quelle pagine si dice che tra il febbraio e il marzo 1992, un esponente Dc, ex sindaco di Palermo, abbia incontrato in gran segreto Totò Riina presso una sacrestia di San Giuseppe Jato a Palermo. Secondo il Corvo 2 (questo è il nome), quando l’esponente politico incontra Riina, l’omicidio Lima non è ancora avvenuto. E inoltre Giovanni Falcone è ancora al suo posto a Roma.
Si tratta del prologo della trattativa. Qualcuno, molto informato, forse lo stesso autore delle lettere rivolte a Falcone,  racconta un fatto che all’epoca era sconosciuto a tutti (eccetto agli addetti ai lavori).

Grazie ai lavori della Procura di Palermo e al lavoro di Nino Di Matteo e dei suoi colleghi, si è scoperto che quelle otto cartellette finirono nelle mani di Paolo Borsellino, pochi giorni prima di saltare in aria. Borsellino stava indagando formalmente su quell’anonimo. Dopo la sua morte con un’indagine del Ros Antonio Subranni chiese ufficialmente di archiviare la cosa perché non meritava l’attivazione della giustizia.
Le date sono agghiaccianti.
Il documento anonimo viene assegnato a Borsellino e a Vittorio Aliquò l’ 8 luglio 1992.
Nelle recenti deposizione, Carmelo Canale ha dichiarato che il 25 giugno 1992 Borsellino era molto interessato a quell’anonimo e volle incontrare il capitano del Ros De Donno, in un colloquio presso la caserma Carini, proprio per sapere qualcosa di più su quel misterioso Corvo 2. Che cosa si dissero De Donno e Borsellino quel giorno resta un mistero. Per Nino Di Matteo la versione che gli ufficiali del Ros oggi continuano a raccontare, secondo cui in quell’incontro Borsellino e De Donno discussero solo della pista mafia-appalti, è una pura menzogna: si cerca di negare l’esistenza della trattativa.

Il 28 giugno Liliana Ferraro parla con Borsellino e gli comunica l’iniziativa del Ros avviata con Vito Ciancimino. Borsellino le risponde con poche parole ma sufficienti per intuire che della cosa lui sapeva tutto: “Ci penso io”, le dice.
Il 1°luglio il procuratore di Palermo Pietro Giammanco firma una delega al dirigente dello Sco di Roma e al comandante del Ros dei Carabinieri per individuare l’anonimo.
Il 2 luglio Subranni risponde a Giammanco: “Caro Piero, ho il piacere di darti copia del comunicato dell’ANSA sull’anonimo. La valutazione collima con quella espressa da altri organi qualificati. Buon lavoro, affettuosi saluti”.

Nel comunicato dell’ANSA le soffiate del Corvo vengono definite come delle “illazioni ed insinuazioni che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti”. Come mai il comandante del Ros il giorno stesso in cui avrebbe dovuto cominciare ad indagare, è d’accordo con le tesi del comunicato ANSA? Lo sottolinea lo stesso Di Matteo, affermando che pare strano proprio che Subranni il primo giorno in cui avrebbe dovuto cominciare ad indagare dica a Giammanco: guardate che stanno infangando Mannino. Come mai Subranni ci tiene a comunicare a Giammanco che l’indagine sul Corvo 2 va fermata?

Ed eccoci all’8 luglio, giorno in cui a Borsellino viene consegnato il fascicolo del Corvo 2.
Il 10 luglio Borsellino incontra Subranni a Roma. Secondo il pm Di Matteo quell’incontro è decisivo. Borsellino che incontra l’interlocutore diretto di Mannino. Ci pare implicito che i due abbiano parlato della trattativa. Borsellino evidentemente voleva conoscere i dettagli della cosa e chiedeva conto e ragione di quella trattativa avviata con i capi mafiosi.
Ed è il 17 luglio che Borsellino rivela a sua moglie Agnese la frase famosa: “Subranni è punciuto”.

Il 19 luglio sappiamo cosa succede. Borsellino viene fermato definitivamente.

Questa è la parentesi storica per capire il collegamento con i giorni nostri. Si, perché il Corvo (o i Corvi, o il Corvo 3), è tornato a farsi sentire.
Aprile 2013. Una busta indirizzata a Nino Di Matteo. E’ la famosa lettera degli “amici romani” di Matteo Messina Denaro. Un chiaro avvertimento rivolto al magistrato: ditegli di evitare “i passaggi stretti”. Una minaccia che arriva “da lontano”.
Sono minacce e consigli: si minaccia un attentato che stavolta verrebbe da lontano e sarebbe diverso da quelli del 1992. Si consiglia al magistrato e a chi provvede alla sua sicurezza di evitare i soliti percorsi.
Insomma, una bomba psicologica che ha di fatto portato al rafforzamento della scorta e della protezione verso il magistrato.
 
Ed oggi, settembre 2014. Rieccoci a parlare del Corvo. Il 3 settembre, dal rientro delle ferie, il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, torna in ufficio e trova sulla scrivania una busta insolita con dentro una lettera scritta al pc. “Possiamo raggiungerti ovunque”, questo è il messaggio. Sotto, un avvertimento: “Noi non facciamo eroi…”
Un invito a interrompere le indagini. Indagini che adesso hanno preso un nuovo filone ancora più scottante del precedente.
Scarpinato e gli altri magistrati, stanno indagando sul passato del generale Mario Mori. UN’indagine che va ad indagare all’interno dei servizi segreti con probabilissimi legame (appena scoperti) tra il giovane (all’epoca) Mori, Licio Gelli e la P2. Una “pista-nera”. La P2 che entra nel processo trattativa Stato-mafia.  E ogni giorno che passa, il fascicolo d’indagine si arricchisce di elementi nuovi che fanno tremare i piani alti.
Ed ecco che in momenti così turbolenti dentro la Procura di Palermo, il Corvo ritorna.
Un soggetto informatissimo non solo sulle indagini condotte da Scarpinato (compresi in primis gli ultimi sviluppi sulla pista nera), ma anche sui commenti privati (testualmente riportati) che Scarpinato rivolge ai colleghi. Informazioni dettagliate anche sulle due case in cui abita il procuratore.
 
Chi ha portato la lettera nell’ufficio del procuratore? Come mai nessuno lo ha fermato? E’ evidente che nel periodo di agosto, la vigilanza dentro alla Procura è molto allentata ed ecco spiegata la fulminea tempestività del misterioso soggetto, riuscito ad entrare nell’ufficio, senza essere visto dalle telecamere, è entrato nelle stanze blindate senza lasciare segni di effrazione. E ci sarebbe anche il posto per non passare osservati da telecamere: utilizzando l’ascensore che collega l’ufficio del pg al pianterreno non si becca alcuna telecamera. Questo può essere il percorso fatto da Mister X.
Si vuole quindi portare ai massimi livelli il clima del tutti contro tutti all’interno della Procura di Palermo. Un luogo sempre caldo, sempre osteggiato dal mondo politico, oggi più che mai scomodo per aver portato avanti l’indagine sulla trattativa Stato-mafia, in questo momento pronta ad affrontare un ulteriore passo in avanti
Noi siamo vicini a Scarpinato e a tutti i magistrati che vengono minacciati e avvertiti da corvi misteriosi che si aggirano per gli uffici. Ci piacerebbe anche  qualcuno a livello istituzionale prendesse una posizione netta in merito.
A questo punto nasce una domanda spontanea: quando il Presidente della Repubblica riterrà opportuno designare un capo per la Procura di Palermo? La Procura oggi è senza Capo. Messineo ha terminato il suo mandato il 31 luglio scorso. Il Csm avrebbe dovuto concentrarsi sulla nomina dei capi delle Procure, ma grazie ad una circolare made in Napolitano, bisogna dare via prioritaria all’elezione dei membri laici del Csm, la cui nomina spetta al Parlamento.
E il risultato lo stiamo vedendo in queste ore con un Parlamento bloccato per i giochini di potere di Pd e Forza Italia, i quali si concentrano su due nomi: Bruno e Violante. Il primo un grande amico di Cesare Previti (al quale deve la sua carriera) e uomo berlusconiano; il secondo è colui che per diciotto anni si è scordato dell’esistenza di una trattativa in corso tra i Ros e Vito Ciancimino nel 1992, poi all’improvviso nel 2010 la memoria è tornata.
Se il buongiorno si vede dal mattino…