giovedì 7 agosto 2014

Il Presidente Grasso...

di Dario Campolo

E' da molto che sono combattuto sull'intervenire oppure no, francamente non mi ha mai convinto già dai primi anni 90 quando ho cominciato a seguire i primi passi del famoso pool antimafia guidato da Chinnici.
Passando il tempo mi ha sempre suscitato perplessità, a pelle ovviamente, non ho motivi provati ma sensazioni. Certo, Pietro Grasso mi ha sempre suggerito sensazioni di falsità, ma andando avanti il tempo mi sta dando ragione, così come Antonio Ingroia, ahimè, ad oggi non mi convince qualcosa, non so spiegarlo ma essendo sensazioni mi fermo qui, su Ingroia.
Riprendendo su Grasso, oggi voglio pubblicare un vecchio articolo del Giornale della famiglia di Berlusconi notoriamente contrario alle mie idee e sopratutto di Berlusconi.
Detto ciò, il seguente articolo fa capire come negli anni non ci siamo sbagliati su molte, moltissime cose, ma ahimè in Italia il tempo fa dimenticare tutto, adesso che quelle stesse cose le scrivono i giornali di destra fa capire come in Italia funzioni il sistema.

Buona lettura.
Paolo Borsellino, Pietro Grasso e Giovanni Falcone

Grasso, il damerino che vince senza combattere le battaglie


di Giancarlo Perna 

Fatti i suoi conti, Pietro Grasso ha preferito lasciare la magistratura per la politica. Spera così di cavarsi ancora qualche soddisfazione che non aveva più ragione di aspettarsi nel mondo giudiziario bazzicato per quarantatrè anni.

È probabile che prima del salto della quaglia nel Pd sia stato nelle ambasce e abbia così ragionato.
A ottobre 2013 mi scade il secondo e ultimo mandato di procuratore nazionale antimafia, carica che ricopro dal 2005. Ho sessantotto anni e potrei ancora indossare la toga per un po'. Ma dove lo trovo un posto di eguale prestigio? Per mantenere il livello dovrei diventare procuratore generale della Cassazione. Però è impossibile perché, in Cassazione, devo per forza cominciare da sostituto procuratore -che è come tornare capitano dopo essere stato ammiraglio - per poi sperare in una promozione lampo. Ma con tanti già in fila, vattelappesca. D'altronde, se pure volessi un ripiego attraente, tipo una grande procura - a parte che ho già guidato quella di Palermo dal 1999 al 2004 -, non c'è un dannato posto libero nei grossi centri, Roma, Milano o simili.

«Drinn... drinn...». Fu proprio il suono del cellulare, festoso come uno scampanio natalizio, ad annunciargli lo scorso dicembre che i suoi rovelli esistenziali stavano finendo. Era Pier Luigi Bersani che gli offriva la candidatura di capolista per il Lazio. Detto fatto e il dottor Grasso è passato, sempre a nostre spese, dallo stipendio all'indennità. A seggio assicurato, sospirò commosso: «Decisione sofferta». Come fosse stato un sacrificio.

Resta da capire perché abbia scelto il Pd. La domanda è d'uopo poiché Grasso era superprocuratore grazie al Pdl che fece carte false per dargli il posto. In lizza, nel 2005, - col Cav a Palazzo Chigi - c'erano Grasso e Gian Carlo Caselli, già suo predecessore alla Procura di Palermo (1993-1999). Caselli era favorito ma, essendo notoriamente comunista, dava l'orticaria a destra. Fu così che Luigi Bobbio, magistrato e deputato di An, si inventò una leggina che escludeva Gian Carlo per ragioni di età e consegnava la superprocura al più giovane Pietro. A cose fatte, la Consulta dichiarò incostituzionale l'inghippo di Bobbio. Sapete come accolse la notizia l'ormai superprocuratore Grasso? «Sono contento. Era una legge che non ho condiviso». Non la condivideva ma ne aveva approfittato, zitto finché poteva costargli il posto, ciarliero quando non rischiava nulla. Questo è Pietro: dire e non dire, dire tutto e il suo contrario, predicare bene e razzolare male.

Spiego meglio tornando alla domanda: perché nel Pd? Avvisaglie del suo ingresso in politica e dell'inclinazione a sinistra c'erano state già nel corso dell'anno. Sullo sfondo il sostituto palermitano, Tonino Ingroia, un arruffapopolo in toga. I due mal si sopportano dai tempi in cui Grasso era procuratore a Palermo. Ingroia, infatti, - sfegatato caselliano, ossia fan del precedente capo - lo contestava. Da allora, si pizzicano. A maggio 2012, fu Pietro a prendere di mira l'altro in un'intervista radio. «Ingroia - disse, criticando la sua partecipazione a un congresso di Pdci - fa politica utilizzando la sua funzione, è sbagliato. Scelga. Per me, è tagliatissimo per la politica». Pareva il predicozzo di un cavalier bianco della magistratura specchiata al discolo che la stava inquinando. Aggiunse, additandosi ad esempio: «Un magistrato non deve far conoscere le sue preferenze politiche. Quando mia moglie mi ha chiesto per chi avessi votato, le ho risposto: non te lo dico. Si è pure arrabbiata». Dopo il rabbuffo al collega, l'inappuntabile Grasso trascorse però l'estate a fare le stesse cose che gli rimproverava: feste del Pd su e giù per l'Italia, tra salsicce e Bella ciao. Morale: se a farlo è Ingroia, sbaglia; se lo fa lui, non è peccato.

Sentite quest'altra. Nel 2010, era a Firenze tra i parenti delle vittime per l'anniversario della strage di Via Georgofili del 1994. Prese la parola e, a freddo, disse che con le bombe «la mafia intese agevolare l'avvento di nuove realtà politiche che potessero esaudire le loro richieste». Non fece nomi, preferendo alludere, ma tutti pensarono a Berlusconi e Forza Italia («le nuove realtà politiche» del '94). L'uno e l'altra pedine delle coppole. Esattamente quanto afferma fuori dai denti quel brutalone di Ingroia e che gli è costata la class action del Giornale. Grasso - ormai lo conosciamo - giurò di essere stato frainteso e al sottoscritto spiegò che, avendo di fronte congiunti addolorati, doveva un po' drammatizzare. «Non era una riunione della Crusca» - ossia non era il caso di andare per il sottile- si giustificò testuale. Come dire che aveva parlato a vanvera. Tanto che, due anni dopo (2012), il Cav da mafioso diventa eroe antimafia. «Gli darei un premio speciale per la lotta alla mafia. Ha introdotto leggi che ci hanno consentito di sequestrare beni per quaranta miliardi», proclamò. Un colpo al cerchio, uno alla botte. È il modo che ha di attraversare la vita.

Nato a Licata ma palermitano di adozione, Grasso stava per diventare calciatore. Era centrocampista nel Bacigalupo. «Bravo. Giocava tecnicamente bene», ha detto Marcello Dell'Utri, futuro allenatore della squadra, aggiungendo: «Non gli piaceva sporcarsi di fango. Era sempre pulito e pettinato». Un signorino, dunque. Come tale, rinunciò presto a calciare il pallone per prendere a pedate il prossimo come magistrato. Lo fece, però, con parsimonia ed equilibrio. Debuttò a 24 anni, nel 1969, come pretore a Barrafranca. Poi andò in procura a Palermo ed ebbe una brutta esperienza. Poiché tutti i sostituti, Pietro compreso, non vollero sottoscrivere decine di ordini di cattura contro un clan, sostenendo che ne mancavano i presupposti, il procuratore capo, Gaetano Costa, li firmò da solo. Tre mesi dopo, la mafia lo uccise. A incoraggiarla, osservò Leonardo Sciascia, fu la solitudine in cui Costa era stato lasciato dai suoi. Grasso ha riconosciuto che il rifiuto fu un errore.

Dopo una carriera, prudente e cadenzata, la fama è arrivata con la guida della Procura di Palermo (è stato lui a mettere i primi tasselli - ma fu davvero un merito? - per spedire in carcere Totò Cuffaro) e della superprocura (arrestò Provenzano). Negli ultimi mesi di questo incarico, ha deluso il Colle sulle intercettazioni a Napolitano. Gli era stato chiesto di intervenire sulla Procura di Palermo per stoppare lo scandalo. Ma Grasso, per quieto vivere, ha fatto orecchio da mercante. Non so se questa defezione inciderà sulla sua candidatura a Guardasigilli che il capo dello Stato dovrà vagliare. So invece che dopo la sentenza della Consulta che ha dato straragione a Napolitano, Pietro ha esultato: «È stata fatta chiarezza!». Aveva il tono di chi ha vinto una battaglia personale. Proprio quella che ha invece rifiutato di combattere.

ilGiornale.it (21 gennaio 2013)

mercoledì 6 agosto 2014

Anniversario omicidio Gaetano Costa, Ninni Cassarà e Roberto Antiochia

Gaetano Costa, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia. Quella del 6 agosto è una data di sangue in cui si ricordano tre uomini di Stato che hanno sacrificato se stessi nella lotta alla mafia. Nel 1980 l'omicidio del giudice Costa, morto alle 5 del pomeriggio sul marciapiede di via Cavour mentre stava passeggiando da solo. Cinque anni dopo, i kalashnikov della mafia si spostarono in via Croce Rossa per uccidere il vicequestore Cassarà e l'agente Antiochia, alle nove del mattino.

Gaetano Costa
6 agosto 1980 - 6 agosto 2014
Gaetano Costa
Il Procuratore Capo di Palermo Gaetano Costa fu assassinato da un killer di Cosa Nostra la mattina del 6 agosto 1980, mentre sfogliava dei libri in un'edicola, di via Cavour a Palermo, a due passi da casa sua.
Il magistrato fu lasciato solo. Rita Bartoli, moglie del procuratore, in un’ intervista rilasciata al ''Corriere della Sera'' (14 settembre 1983) affermò: "Mio marito fu lasciato solo a firmare i mandati di cattura contro la cosca Spatola-Inzerillo. Qualcuno lo additò addirittura come unico responsabile di quei mandati. Lo andarono a raccontare in giro agli avvocati dei mafiosi, ai giornalisti".


Cassarà e Antiochia
Ninni Cassarà e Roberto Antiochia
6 agosto 1985 - 6 agosto 2014
Il 6 agosto 1985 in via Croce Rossa un gruppo di uomini di Cosa Nostra uccisero sotto casa il vicequestore Ninni Cassarà e l’agente di scorta Roberto Antiochia.
Rimasero feriti nell’agguato Giovanni Salvatore Lercara e Natale Mondo.
La moglie di Cassarà affacciatasi dal balcone della propria abitazione vide morire il marito e chiese aiuto ai vicini. La risposta fu il silenzio. Sono passati 27 anni dall’omicidio e sono stati condannati gli esecutori e mandanti. Ancora però rimane un mistero. Chi informò il comando di Cosa Nostra che Ninni Cassarà stava tornando a casa? Chi fu la Talpa? Dopo la morte di Beppe Montana Cassarà aveva intuito che era sotto il mirino di Cosa Nostra ed allora si era “barricato” negli uffici della Squadra Mobile ed era quasi una settimana che non tornava a casa. Il 6 agosto decise di tornare a casa. Un commando di Cosa Nostra era pronto. Lo stava aspettando.
Ma chi li avvisò?

martedì 5 agosto 2014

La giustizia, la mafia, lo Stato

di Rita Bartoli Costa


Rita Bartoli Costa con il Procuratore Piero Grasso il 6 agosto 2000 
Caro giudice, non si è ancora spenta, a Palermo, l'eco  dell'ultimo convegno, indetto dall'Associazione nazionale magistrati, quando da Trapani rimbalza in tutta la sua agghiacciante crudezza, la notizia che un altro magistrato impegnato, coraggioso, dichiaratamente di sinistra, è caduto riverso nel suo sangue, sotto i colpi spietati di feroci assassini della mafia.
A Palermo, appresa la notizia, a Palazzo di giustizia si sospendono le udienze; poi voi magistrati vi riunite in assemblea e ha inizio il solito rituale, ormai scontato, delle parole che ogni volta fanno da coro al macabro esito di "un grande delitto".
Si ritorna a parlare di sdegno, di riprovazione; si rinnova il solito impegno per una lotta ferma che porti alla sconfitta di questa mostruosa piovra, che continua a dissanguare la Sicilia con un ritmo sempre più incalzante. Si lamenta mancanza di mezzi e strumenti, ma nessuno si accorge che il sangue di Gian Giacomo Ciaccio Montalto e quello di coloro che lo hanno preceduto, merita una più approfondita riflessione.
A Palermo, in Sicilia, oggi è evidente che se si è 'diversi' (particolarmente impegnati, democratici) si resta soli, e, prima o poi, si finisce con l'esser «cancellati come corpi estranei» dalla mafia.
È bene che tu, mio caro giudice, prenda coscienza che per una efficace lotta alla mafia e per la tutela di quelli di voi che sono onestamente e concretamente impegnati in questa difficile lotta, hai bisogno più che di macchine blindate o della creazione di altri, se pur indispensabili, strumenti richiesti e non dati, della crescita, di una forte tensione ideale tra tutti i magistrati: una forte tensione che di voi tutti faccia un blocco, un argine sicuro, tale che vi renda omogenei dinanzi alla società e dinanzi alla mafia: così che a nessuno si possa guardare da altre angolazioni come un giudice 'solo'; come un giudice «diverso».
È indispensabile avere tutti uguale impegno sulla stessa linea; procedere a righe serrate e che sia smessa da qualcuno l'abitudine di celare con eleganti argomentazioni giuridiche e suggestive ipotesi di garantismo,un certo, sostanziale disimpegno.
Un magistrato, in Sicilia più che altrove, non può non avere consapevolezza del proprio ruolo e deve pur sapere che la dignità di esercitarlo può e deve essere portata fino alle estreme conseguenze.
Ecco perché non serve più il rituale delle solite parole di sdegno: serve anche onorare i propri morti; serve non farli dimenticare; serve non tentare di sminuire l'opera con elementari, maldestri mezzucci; serve non dimenticare che a Palazzo di giustizia i morti devono essere presentì quanto i vivi: e deve essere valorizzato il patrimonio di giustizia e democrazia che hanno lasciato.
È necessario far quadrato attorno ai propri morti, leggendo con attenzione tra le loro carte, operando tenacemente, concretamente, con entusiasmo direi, senza timori "riverenziali", nell'intento nobile e indispensabile di dar loro giustizia.
Io, caro, giudice, ti seguo, sempre, con rispetto, con ansia qualche volta, altre con ammirazione: ma queste cose non potevo tacerle per il tuo stesso destino, per il destino di altri tuoi colleghi. Non potevo tacertele perché è tutta una giornata che mi sento vicina ai figli adolescenti di Gian Giacomo Ciaccio Montalto e so quanto e come e per tutta una vita brucerà sulla loro pelle il sangue del loro papà, morto assassinato per aver servito la giustizia.
Se tu, caro giudice, rifletterai sulle cose che non sono state fatte, su quelle che sono state fatte con tanta approssimazione; se rifletterai sul danno prodotto da chi i rami secchi non sa tagliare e si rifiuta di leggere con passione e intelligenza i fatti, così che finisce con l'essere l'operatore del non fare o del fare appena, allora questa nostra bella e tormentata terra avrà speranza di sopravvivenza. E tu o il tuo collega non lascerete soli i giovani figli a piangere lacrime che col passare degli anni diventano sempre più amare.
Scusa la crudezza, a volte, delle mie parole: ma questa è l'ora della verità e, quindi, delle scelte. Io come donna, le mie le ho già fatte. Continuerò a chiedere ai paese che il sangue di Giacomo Ciaccio Montalto e di chi lo ha preceduto lungo questo triste sentiero di morte, non sia stato inutilmente versato, ma serva a proteggere anche te, caro "giudice solo".
Ma chiederò pure che pulizia ovunque sia fatta: bene, in ogni angolo; anche negli angoli oscuri e mai spolverati dei palazzi di giustizia.

(Dopo l'ultimo delitto in Sicilia scrive la vedova del magistrato Costa)
Articolo da L'Unità del 29 Gennaio 1983