mercoledì 18 giugno 2014

Se parlasse Dell'Utri, l'archivio segreto dell'asse Milano-Roma-Palermo

Marcello Dell'Utri in carcere fa pensare ad un sistema di potere che sta venendo meno ma che ancora resiste, perché il co-fondatore di Forza Italia è un archivio vivente, custode di segreti che attraversano 40 anni di storia italiana. Non torniamo su quello che è stato processualmente accertato, il suo ruolo di mediatore fra Cosa nostra e Silvio Berlusconi, un patto che ha resistito per un ventennio (almeno) e che racconta una storia criminale (leggi).

di  Claudio Forleo



Concentriamoci invece su una frase di Dell'Utri, che risale al 2010. "Non so se io, trovandomi al suo posto in carcere, riuscirei a resistere senza fare nomi". Dell'Utri lo disse riferendosi al suo eroe, Vittorio Mangano, rimasto 'muto' fino alla morte, nel 2000. Prendiamo queste parole e colleghiamole ad altre, sempre di Dell'Utri, pronunciate dopo la prima condanna in Appello: "E' una sentenza pilatesca, incoerente: i giudici mi fanno passare per mafioso fino al 1992 ma cadono in contraddizione: se fosse vero la mafia non mi avrebbe mollato proprio nel 1992, quando poteva sperare nei vantaggi del potere e della politica". E ancora, quando non venne ricandidato alle Politiche 2013: "Io non sono un amico acquisito nella stagione politica, sono un amico di vecchia data... la mia storia è la stessa di Berlusconi. Se Berlusconi mi vuole escludere l'unico modo è di rinnegare il mio passato".
L'ex senatore è stato condannato in tutti i gradi di giudizio per l'accusa di concorso esterno, ma la sentenza di primo grado si spingeva ben oltre rispetto alle successive motivazioni della Corte d'Appello di Palermo. Nel 2004 il Tribunale lo condannò a nove anni, allargando il concorso esterno agli anni della nascita di Forza Italia. "Vi è la prova che Dell'Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l'imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento europeo nelle file dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perchè era in corso il dibattimento di questo processo penale" scrivevano i giudici di primo grado.
Le due sentenze d'Appello si sono invece 'fermate' al 1992. Ecco perché è molto difficile non condividere quell'affermazione di Dell'Utri di 4 anni fa. Possibile che un rapporto ventennale si sia interrotto proprio quando Dell'Utri e Berlusconi si affacciavano sulla scena politica? Perché 'mollarlo sul più bello'?
Marcello Dell'Utri è uno degli imputati a Palermo nel processo trattativa stato-mafia. Secondo l'ipotesi degli inquirenti è il referente della seconda parte della trattativa. Dal decreto di rinvio a giudizio del GUP Morosini: "La tesi sostenuta nel capo di imputazione è la prosecuzione del "piano di  trattativa", portato avanti dai vertici di Cosa Nostra, in particolare con riferimento agli odierni imputati Provenzano Bernardo, Bagarella Leoluca, Brusca Giovanni. Detto piano intimidatorio, secondo la tesi accusatoria, dopo avere coinvolto, a partire dalla prima metà del 1992, esponenti politici della prima Repubblica e un "uomo cerniera" tra ambienti mafiosi ed ambienti politici quale Ciancimino Vito, ora tenta di agganciare i nuovi protagonisti della politica italiana, sul punto di assumere importanti incarichi, in una linea di continuità negli obiettivi e nei metodi per raggiungerli. In questa prospettiva, gli obiettivi coltivati dai capi di Cosa Nostra restano il  ridimensionamento degli effetti della normativa di cui all'art 41 bis dell'ordinamento penitenziario e della legislazione antimafia con particolare riferimento alle disposizioni sui collaboratori di giustizia. La figura di Dell'Utri Marcello assumerebbe, in base alle tesi del pubblico ministero, particolare rilievo nel piano di prosecuzione della "trattativa" dato il suo collegamento personale con l'onorevole Silvio Berlusconi, che dopo le elezioni politiche del 27-28 marzo 1994 ricoprirà il mandato di presidente del Consiglio dei ministri, come tale destinatario finale delle "richieste mafiose".
"Richieste che continuano ad essere veicolate attraverso la minaccia di proseguire nelle iniziative stragiste in caso di mancato ascolto. Con riguardo alla genesi dell'impegno politico di Dell'Utri, va indicato il contributo  conoscitivo del teste Ezio Cartotto nell'esame reso al pubblico ministero in data 10 gennaio  2012. Cartotto, analista politico e con alle spalle un impegno nel partito della Democrazia cristiana, riferisce sull'incarico ricevuto da Dell'Utri nella primavera di interessarsi riservatamente delle prospettive politiche del gruppo Fininvest e di organizzare un ciclo di conferenze per i quadri del menzionato gruppo finanziario per l'analisi della situazione politica".

Cosa dice Cartotto? "Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell'Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell'Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso 'entrasse in politica' per evitare che un'affermazione delle sinistre potesse portare prima a un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi".
Cartotto, già consulente della Dc negli anni Settanta e Ottanta, racconta questo passaggio per la prima volta all'allora pm di Palermo Nico Gozzo, nel 1997. Cartotto disse anche altro: "Berlusconi temeva che entrando in politica potessero essergli rivolte accuse di contiguità con l'associazione mafiosa. Del problema in questione si riparlò nel marzo 1994, successivamente all'attacco giornalistico a Dell'Utri...Ricordo che il Berlusconi mise sotto accusa Dell'Utri specificando che nei sondaggi Forza Italia stava scendendo proprio per questo problema dei suoi rapporti con la mafia. Ricordo la reazione di Dell'Utri...mi disse testualmente: 'Silvio non capisce che deve ringraziarmi perché se dovessi aprire bocca io...".

Altro fatto accertato, confermato dalle agende di Dell'Utri: nel novembre 1993 incontra due volte a Milano Vittorio Mangano, reduce da 11 anni di galera e nel frattempo 'promosso' alla guida del mandamento di Porta Nuova. Due mesi dopo Silvio Berlusconi annuncia la propria discesa in campo. Nel 1999 e nel 2001 due intercettazioni ambientali captano le voci di Carmelo Amato (vicino a Bernardo Provenzano) e di Giuseppe Guttadauro (boss del Brancaccio dopo l'arresto dei fratelli Graviano). Entrambi parlano di Dell'Utri. Il primo in riferimento alle Europee di quell'anno ("ora a questo si deve portare in Europa"), il secondo sugli "impegni presi" e mancati ("non si è fatto più vedere").

Cosa potrebbe rivelare Marcello Dell'Utri?

L'origine di quei 113 miliardi di vecchie lire giunti nelle holding Fininvest nella seconda metà degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, per cui Berlusconi si avvalse della facoltà di non rispondere? Gettare nuova luce sui legami tra criminalità organizzata e imprenditoria del nord, tutt'altro che 'recenti' come molti si ostinano a far credere, delineando intrecci, relazioni di Prima e Seconda Repubblica sull'asse Milano-Palermo e tra il polmone finanziario del paese e Reggio Calabria, dati i suoi contatti con Aldo Miccichè, consigliere della potente cosca Piromalli? Spiegare se la famigerata bomba nella villa di Berlusconi del 1986 fosse davvero un tentativo (riuscito) di agganciare il PSI per le elezioni del 1987, data anche l'impennata di voti registrata dal partito di Craxi "nei feudi della mafia" (leggi l'articolo di Repubblica dell'epoca)? Motivare il doppio appuntamento con Vittorio Mangano proprio nelle settimane in cui Berlusconi rilasciava le prime dichiarazioni da 'politico' appoggiando la corsa di Gianfranco Fini a sindaco di Roma? Questo e tanto, tantissimo altro potrebbe raccontare Dell'Utri.
Ma soprattutto,  l'archivio segreto del braccio destro di Berlusconi può spaventare altri e alti schieramenti politici sull'asse Roma-Palermo: la trattativa non è 'di destra', ma coinvolge l'intero arco costituzionale, con molti protagonisti (alcuni imputati, altri solo sfiorati) che durante la Seconda Repubblica hanno ricoperto ruoli di primissimo piano nelle istituzioni. Ed è il motivo per cui provoca un 'fastidio' assolutamente bipartisan. E' solo un caso che una parte dei desideri contenuti nel papello di Riina siano stati esauditi, o abbiano tentato di esaudirli tanto governi di centrodestra che di centrosinistra? La speranza che Dell'Utri sconti la pena da semplice e inoffensivo 'bibliotecario' è più condivisa di ogni riforma. 




giovedì 12 giugno 2014

Dell'Utri, Beirut: "Domani consegnato ad autorità italiane"

L'ex senatore di Forza Italia, arrestato ad aprile, rientrerà in patria. Il suo legale: "Rinuncia ad assistenza per facilitare rientro"


Marcello Dell'Utri
BEIRUT - L'ex senatore Marcello Dell'Utri domani sarà in Italia. Lo riferiscono i media locali citando fonti giudiziarie libanesi, secondo le quali "le procedure dell'estradizione sia in termini legali che logistici sono state completate". Secondo i media libanesi, le autorità italiane hanno confermato l'arrivo domani a Beirut di una delegazione per prelevare il cofondatore di Forza Italia e riportarlo in patria su un volo privato. Secondo il sito di notizie As Sabil, Dell'Utri dovrebbe essere consegnato questa sera ad agenti dell'Interpol giunti dall'Italia e arrivare a Roma domani mattina. 

"Se la notizia è fondata, sarà accolta con favore dal dottore Dell'Utri che da oltre due mesi formula continue richieste sia all'autorità giudiziaria libanese sia a quella italiana di un tempestivo suo rientro in Italia", ha commentato l'avvocato di Dell'Utri, Pino Di Peri, appresa la notizia. L'ex senatore è stato arrestato nell'aprile scorso a Beirut. "Peraltro proprio per consentire un immediato rientro nel proprio Paese, Del'Utri ha altresì rinunciato a ogni forma di assistenza medica durante il trasferimento aereo", ha concludso l'avvocato Di Peri.

repubblica.it

martedì 10 giugno 2014

"Io, scampato a Capaci, ora vivo col senso di colpa"

di Nando dalla Chiesa


Angelo Corbo
L’uomo parla e spinge indietro la memoria di tutti. Che è un macigno, ma scivola veloce. Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova. L’aula magna dedicata a Cesare Musatti resta sospesa tra le parole di questo relatore anomalo e le immagini di un passato che non passa mai. Angelo Corbo (in foto) non è un nome noto, eppure bastano due parole per associarlo a momenti indimenticabili e terribili della storia della Repubblica.
È uno degli agenti di scorta di Giovanni Falcone usciti vivi dall’inferno di Capaci. 23 maggio del 1992. Ore 18.58, un cratere immenso che si apre d’improvviso sull’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Un boato di guerra e le tre auto in fila. Quella di Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo davanti. Quella del giudice e di sua moglie Francesca Morvillo, in mezzo, con l’autista giudiziario Giuseppe Costanza seduto dietro. E poi la sua: lui con Paolo Capuzza e Gaspare Cervello. Che, con Costanza, si salveranno. È praticamente impossibile guardare Angelo e non immaginare, dietro di lui, quei momenti sullo schermo dell’aula magna. Parla a fatica, in certi momenti la voce si incrina, soprattutto quando a distanza di 22 anni vuole ricordare i nomi dei colleghi.

È ancora un uomo giovane, Angelo Corbo. Vestito di chiaro, ha il fare educato e gentile e un’espressione solare. In apparenza. Perché il fondo dello sguardo ti consegna una malinconia acuta, incredibilmente simile (chissà per quale misterioso motivo) a quella che in certe foto si vede nei neri assiepati intorno a Martin Luther King. Ricorda, ai giovani e agli adulti riuniti dalla professoressa Ines Testoni a parlare di mafia e corruzione, il servizio prestato con slancio accanto al magistrato più a rischio d’Italia. Una squadra di amici, affiatata. Racconta a chi non la sappia o se la fosse dimenticata la storia di un uomo lasciato solo in Sicilia e costretto ad andare a Roma; e di loro, poliziotti semplici, che lo capivano e cercavano di farlo capire ai loro superiori. E che pativano per l’ingiusta solitudine. “Era ‘un morto che cammina’, gli dicevano continuamente, e noi lo eravamo con lui, non ci voleva molto a rendersene conto”. “Poi gli altri sono morti davvero e io invece sono qui. E mi sento in colpa”. Il silenzio in platea si fa più fitto. Incredulo. Commosso. Puoi anche avere già letto di lui su un quotidiano, puoi averlo ascoltato in un’intervista in tivù, ma sentirglielo dire mentre lo hai accanto e ne puoi quasi distillare il fiato, mette i brividi. “Ci hanno anche rimproverato, lo ha fatto un ex collega, perché non ci siamo accorti che su una strada parallela si muoveva un’auto dei mafiosi, con Gioacchino La Barbera. Così almeno si è saputo poi. E io, trasformato in colpevole, ho dovuto spiegare che il compito della scorta non è quello di perlustrare le strade vicine ma di proteggere davanti e dietro la persona che può essere colpita, di non fare avvicinare nessuno”. Spiega le tecniche di protezione, descrive le manovre “a fisarmonica”, racconta che ora si viene formati a fare le scorte, i più fortunati anche a sparare, ma che a lui non l’aveva insegnato nessuno, che Angelo Corbo aveva dovuto imparare presto e da solo, con qualche insegnamento pratico dei più “anziani”, come difendere il giudice più odiato da Cosa Nostra. “Non è a noi che devono chiedere perché fu possibile uccidere Falcone”, dice. Uno scatto del pensiero lo porta oltre i risultati delle indagini. “Lo devono chiedere a chi avvisò Cosa nostra che lui stava arrivando a Palermo a quell’ora. Perché neanche noi lo sapevamo. Non avevamo alcuna notizia certa sull’orario. Certe informazioni non si davano in anticipo. Bisognerebbe sapere chi c’era a Ciampino (e qui la voce si fa dura), non dimentichiamo che il giudice partì da lì, non aveva preso un volo di linea ma per sicurezza aveva preso un volo di Stato. E invece loro si fecero trovare all’ora giusta, con precisione. Chi li aveva avvertiti?”. Torna lacerante l’interrogativo che non ha fatto dormire tanti italiani. Una soffiata complice e impunita perché si compisse la grande tragedia collettiva. Il “chi?” che rimane senza risposta. Con lui, Cervello e Capuzza che non riescono ad aprire la portiera della Croma di Falcone e allora restano armi in pugno, sanguinanti, a difenderlo dal possibile colpo di grazia dei killer mafiosi.
Angelo Corbo, medaglia d’oro al valor civile, è ancora in servizio. Ispettore presso la sezione di polizia giudiziaria al tribunale di Firenze. Non è dunque solo un pezzo di memoria. Anche se la memoria, questo è certo, lo ha inchiodato al boato; e gli ha regalato un compagno di vita che non lo molla mai, il rovello di aver visto un giorno i suoi amici saltare in aria e poterlo raccontare. Nel paese in cui masse di corrotti impuniti, anche a pochi chilometri da qui, pretendono applausi, tappeti rossi e onorificenze, tetragoni a ogni vergogna, un uomo onesto e dallo sguardo malinconico, un uomo dello Stato, sente la colpa di essere uscito vivo dalla guerra mafiosa che ha fatto a pezzi i suoi colleghi. Che abisso di umanità, amici...

ilfattoquotidiano.it