mercoledì 30 aprile 2014

Progetto di attentato contro Claudio Fava

di Giorgio Bongiovanni


Claudio Fava
C'è un piano di morte nei confronti del vicepresidene della commissione anitmafia Claudio Fava e per questo motivo il comitato per l’ordine e la sicurezza, in seguito a una segnalazione giunta dalle forze dell’ordine di Catania, ha assegnato la scorta al deputato siciliano di Sel. A progettarlo sono gli uomini dello storico clan catanese degli Ercolano. Da sempre impegnato sul fronte antimafia, prima come redattore del giornale diretto dal padre, I Siciliani, poi come politico, Claudio Fava era intervenuto nelle ultime settimane contestando duramente l'abolizione del regime del 41 bis per il boss Aldo Ercolano. “Chi ha deciso di revocare il 41 bis?
Quali uffici, e con quali motivazioni, hanno proposto al Ministro della Giustizia la suddetta revoca? - chiedeva con forza in un'interrogazione urgente al ministro della Giustizia Orlando - Aldo Ercolano, già condannato all’ergastolo, è il nipote del boss Nitto Santapaola e lo ha sostituito come reggente di Cosa Nostra dopo il suo arresto. La DNA nella sua relazione semestrale sostiene che la revoca del 41 bis metterà Aldo Ercolano in condizione di riprendere dall’interno delle carceri il reclutamento mafioso e il controllo operativo della sua cosca. A pochi giorni dall’ultima pesante confisca di beni ai danni della famiglia Ercolano, conclude Claudio Fava, questa revoca appare una scelta grave e totalmente incomprensibile”. 
Ma non è soltanto per questo che la revoca del 41 bis sarebbe stata scandalosa. Aldo Ercolano è anche il mafioso che assieme a Maurizio Avola ha ucciso Giuseppe Fava la sera del 5 gennaio 1984, proprio su ordine di Nitto Santapaola.
Anche a seguito della lettera del deputato di Sel il regime duro carcerario nei confronti del capomafia era poi stato ripristinato.
Questa non è la prima volta che Fava subisce pesanti minacce con tanto di progetto d'attentati. Era già accaduto negli anni novanta ed anche allora gli venne assegnato il servizio di scorta.
Informato dei fatti lo stesso Fava ha commentato: “Ho appreso di questa decisione, ma non conosco i dettagli. Per me non cambia nulla. Si va avanti con l'impegno e la serenità di sempre”.

lunedì 28 aprile 2014

Le mie scuse a Vincenzo e Augusta Agostino, per le parole di Paolilli.

di Pippo Giordano


Pippo Giordano
27 aprile 2014 - Non posso rimanere  insensibile alle gravi affermazioni fatti da Guido Paolilli, nei confronti di Antonino "Nino" Agostino poliziotto palermitano trucidato insieme alla moglie Ida Castellucci e per il mancato attentato dell'Addaura del  magistrato Giovanni Falcone. Confesso che dopo aver ascoltato le parole di Paolilli, nella puntata di "Bye Bye Marcello" Servizio Pubblico, sono rimasto basito dalla sue parole.
Intanto, Guido Paolilli dovrebbe spiegare pubblicamente i motivi degli incontri  con frequenza settimanale col capo Centro Sisde di Palermo, Bruno Contrada; incontri che sarebbero avvenuti nella  piazza Ungheria a Palermo, in maniera riservata. Cosa aveva da  riferire o prendere "ordini"  un poliziotto della Sezione rapine da Bruno Contrada? Ho conosciuto i due, all'epoca  Paolilli era nella stessa mia Sezione, mentre  Contrada era alla Criminalpol, per poi transitare al Sisde. Il Paolilli  ha affermato che il movente dell'uccisione dell'agente Agostino e della moglie è stato originato da una  questione di "pelo", ovvero di donne. Il ragionamento del Paolilli è  simile  a quello  usato dai mafiosi  per depistare  gli omicidi, come  per esempio quello di un altro poliziotto Lillo Zucchetto. Appare evidente che nell'esporre le risultanze delle sue "indagini"" il Paolilli offenda la memoria di Nino Agostino e che le parole usate, in riferimento a "questione di pelo" appaino inopportune, meschine e offensive della memoria di un collega ammazzato insieme alla moglie incinta.
Guido Paolilli
Di contro, dica invece a quale conclusioni sono giunte le sue "indagini" .  Le farneticazioni di Paolilli sono parimenti  gravi quando afferma che non fu la mafia a mettere la bomba all'Addaura e che Nino Agostino e Emanuele Piazza, altro agente del Sisde ammazzato e sciolto nell'acido, non erano implicati nel  mancato attentato al giudice Falcone.  Il Paolilli dal suo silenzio, dalla sua gestualità e  dal modo di esprimersi, lascia intendere qualcosa di diverso. E, quindi dovrebbe essere chiaro ed  esauriente, e non esprimersi in siffatto modo, che è tipico degli appartenenti ai "servizi", che dicono tutto per non dire nulla. E, dovrebbe smetterla di dire che alla Mobile sapevano dell'Addaura, ma per "campare" tranquilli nessuno parlava. No! La Squadra Mobile di Palermo, non era quella dipinta da Paolilli, forse lui insieme ad altri erano abituati a pescare nel torbido: la Squadra mobile palermitana  era ed è quella che ha visto 10 morti ammazzati dalla mafia. Era, questo è vero, che il  suo "interlocutore"  Contrada  e il dirigente D'Antoni, sono stati  condannati a 10 anni di reclusione per mafia.  Ma per il resto la Mobile era composta  da uomini e donne che, a differenza di Paolilli, lavoravano   soltanto per la Polizia di Stato. E' stato chiamato da La Barbera per concorrere alle indagini sull'omicidio di Nino Agostino? Afferma anche d'essere stato amico di Nino Agostino e che addirittura ne aveva raccolto le confidenze, eppoi, invero non ricorda quello che aveva sequestrato o letto?  Ma per favore! Anche a me Arnaldo La Barbera m'invitò di far parte del suo team investigativo. Rifiutai,  anche se all'epoca non sapevo che La Barbera  faceva parte dei "servizi". Strano periodo a Palermo: poliziotti con in tasca la tessera dei "servizi", alcuni arruolati proprio da Contrada. Alla conclusione della puntata di Servizio Pubblico, rimane l'amarezza che ancora oggi non conosciamo la verità sulla morte di Nino Agostino, la moglie e  Emanuele Piazza. Ed appunto per la mancata verità che il Paolilli avrebbe dovuto usare il necessario rispetto verso due colleghi  uccisi verosimilmente per la  resa di conti all'interno di apparati deviati e per la quale cadde sotto la gragnola di colpi Ida Castellucci, vittima innocente. Come ex appartenente alla Mobile palermitana, sento il dovere di chiedere scusa ai genitori di Nino Agostino, Vincenzo e Augusta, per le parole dette da Paolilli, augurandomi che giustizia venga fatta.

venerdì 18 aprile 2014

Processo stato-mafia resta a Palermo

Rigettata la richiesta di trasferire il processo a Caltanissetta dei legali degli ex ufficiali dell'Arma, Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno

Va avanti, quasi a riflettori spenti, il processo sulla trattativa Stato-mafia e oggi, 18 aprile, la Cassazione ha deciso che questo processo resterà a Palermo, respingendo l'istanza di rimessione dei legali degli ex ufficiali dell'Arma, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni che avevano chiesto di trasferirlo a Caltanissetta. Gli imputati che hanno presentato la richiesta sono stati anche condannati al pagamenti delle spese processuali. Il collegio era presieduto da Stefano Agrò. ll rischio di un eventuale spostamento in un'altra Procura è che tutto avrebbe dovuto iniziare praticamente da capo: nuovi magistrati che avrebbero dovuto prendere in mano una materia delicata e soprattutto studiare un'indagine complessa che va avanti da anni e non si è ancora conclusa. Quello sulla trattativa, non è un procedimento qualsiasi: nella cerchia degli imputati, oltre ai boss Riina, Provenzano, Bagarella e Cinà, ci sono ex esponenti delle forze dell’ordine, politici come Marcello Dell'Utri e Nicola Mancino e come testimone d'eccezione il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


mercoledì 16 aprile 2014

NOTA DI LIBERA SU APPROVAZIONE 416TER

L'approvazione al Senato della modifica del 416ter contiene una buona notizia e un errore da correggere: la buona notizia è l'inserimento, dopo un iter tormentato, delle due parole "altra utilità", che colpiscono al cuore il voto di scambio politico mafioso, finora limitato  all'erogazione di denaro. Una riforma sostenuta da oltre 475mila cittadini che hanno firmato la petizione della campagna Riparte il futuro, promossa da Libera e Gruppo Abele. Grazie a queste due parole si potrà contrastare in maniera più efficace il "mercato dei voti", venduti e comprati in cambio di favori, a partire dalle prossime elezioni di maggio, europee e soprattutto amministrative.

L'errore, su cui Libera ha espresso fin da subito le sue perplessità, è quello della riduzione delle pene, che vanno inserite, invece, in un più generale inasprimento di tutti i reati di mafia, a partire dal 416 bis, oggi sanzionato con condanne inferiori a quelle previste per l'associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. L'auspicio, già sotttolineato prima del voto di oggi a Palazzo Madama, è che il governo intervenga quanto prima, come suggerito dalla commissione Garofoli, perché siano previste per i reati di mafia sanzioni più severe ed efficaci, nel rispetto del principio della proporzionalità della pena.

Si tratta comunqe solo di un primo passo, anche se importante, e di un doveroso atto politico di trasparenza e bonifica delle istituzioni democratiche. Reati diffusi al punto da diventare costume, chiedono non solo leggi all'altezza ma l'impegno di tutti noi a volerle e sostenerle attraverso le scelte e i comportamenti quotidiani. E' necessario a questo punto, fare un ulteriore scatto e arrivare prima possibile, a una più generale legge sulla corruzione dotata di quelle misure (confisca dei beni ai corrotti; pene adeguate per "reati civetta" come il falso in bilancio, la disciplina sulla prescrizione, l'autoriciclaggio, l'evasione fiscale) per rendere il nostro Paese una comunità dove l'interesse economico coincida finalmente con l'interesse sociale, con la dignità e la libertà di tutti. 

Ufficio di Presidenza Libera

lunedì 14 aprile 2014

Dell'Utri è Cosa Nostra


di Dario Campolo

Incazzato è un eufemismo, non è possibile, prima ci scappa sotto gli occhi e poi ce la fa sotto il naso.
Secondo voi, il latitante Dell'Utri è a Beirut così per caso? Secondo me no, il Libano confinante con la Siria è molto amico al conoscente Putin, se fate 1 + 1 capirete che il risultato è uguale a 2. SEMPRE.!!

Alfano ha poco da festeggiare che hanno catturato Dell'Utri, perché Dell'utri non lo vedremo molto facilmente, il tutto è stato disegnato a tavolino, strategicamente perfetto.
La fuga, pianificata, l'attesa di non poter essere interrogato dal giudice fino a quando non avrà ricevuto il dossier che i giudici Italiani dovranno inviare per l'estradizione e probabilmente fino al verdetto finale della corte costituzionale, è stata tutta studiata nel minimo dettaglio.

Sono sempre stato ottimista, ma penso che Dell'Utri non lo vedremmo mai più in Italia se non da morto, anche perché il giorno che Dell'Utri dovesse mai mettere un piede in carcere sarà la fine totale per l'Ex cavaliere. D'altronde, se non ricordo male, fu lo stesso Dell'Utri a dare dell'eroe a Mangano anche per il suo comportamento da vero MAFIOSO, "IL SILENZIO", esclamando: "io al posto di Mangano non so se ci riuscirei". A buon intenditor poche parole.
Peccato perché Dell'Utri è nostro, qui deve tornare, anzi è COSA NOSTRA.

Su una cosa però sono contento, sperando nell'esito della cassazione, Dell'Utri, è SCAPPATO da codardo e non vale una lira. Dovrà marcire all'estero x sempre.
Ricorda caro Marcello, tu non sei un uomo, i veri uomini sono li, che ti guardano dall'alto dei cieli:
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Carlo Alberto Dalla Chiesa.......

ma ormai è tardi per poter diventarlo.

sabato 12 aprile 2014

Arrestato Dell'Utri in Libano

E' stato fermato stanotte in un lussuoso albergo della capitale libanese. Il ministro dell'Interno: il governo si attiverà subito per l'estradizione dell'ex senatore latitante. Una carta di credito e l'accensione del telefonino hanno consentito agli uomini della Dia di localizzarlo


di FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI

ROMA - E' finita la fuga di Marcello Dell'Utri, arrestato stanotte in un lussuoso albergo di Beirut. "Dell'Utri si trova in questo momento negli uffici della polizia libanese, a Beirut". Lo annuncia il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, a margine dell'assemblea del Nuovo centrodestra. "Dell'Utri - spiega ancora Alfano - è stato rintracciato a Beirut dalla polizia libanese che ora è in contatto con la polizia italiana in ottemperanza con il mandato di cattura internazionale. E' ora in corso una procedura che diventerà estradizionale". 

Una carta di credito che Dell'Utri ha utilizzato e l'accensione del telefono cellulare hanno consentito agli uomini della Dia (Direzione investigativa antimafia) di localizzare l'ex senatore che dal 3 aprile scorso si sarebbe trasferito a Beirut con un volo aereo decollato da Parigi. "Dell'Utri - ha aggiunto il titolare del Viminale - è stato rintracciato dalla polizia libanese che ha aveva avuto indicazioni dalla polizia italiana in ottemperanza a un mandato di cattura internazionale". Nella capitale del Libano si trovano funzionari della Dia di Palermo e dell'Interpol, che erano sul posto già da alcuni giorni. Ora, in virtù di un patto bilaterale di estradizione tra Libano e Italia, Dell'Utri potrà essere estradato non appena formalizzate le procedure burocratiche: forse già domani. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, sta rientrando a Roma per apporre il suo via libera alla richiesta.
Da ieri mattina, infatti, l'ex senatore (di Forza Italia prima e del Pdl poi) era ufficialmente latitante. Dopo due giorni di vane ricerche, la Corte d'appello di Palermo ha firmato il decreto di latitanza alla vigilia dell'udienza di Cassazione che martedì deciderà sulla condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel pomeriggio di ieri, Dell'Utri si era fatto vivo con una nota diffusa dal suo avvocato Giuseppe Di Peri: "Tengo a precisare che non intendo sottrarmi al risultato processuale della prossima sentenza della Corte di Cassazione - aveva detto - e che trovandomi in condizioni di salute precaria, per cui tra l'altro ho subìto qualche settimana fa un intervento di angioplastica, sto effettuando ulteriori esami e controlli"."Apprendo della aberrante richiesta di preventiva custodia cautelare mentre mi trovo già all'estero per il periodo di cura e riposo - aveva sottolineato ancora -. Rimango tuttavia in attesa fiduciosa del risultato che esprimerà la Massima Corte che ha già rilevato incongruenze e fumus nella prima sentenza di appello, annullandola conseguentemente. Mi auguro quindi che un processo ventennale, per il quale ritengo di avere già scontato una grave pena, si possa concludere definitivamente e positivamente".

Stamani a caldo, l'avvocato Di Peri si è limitato a commentare così: "Ho appreso la notizia dalla stampa e non ho conferme che Dell'Utri sia stato fermato a Beirut. Se così è, ora inizieranno le procedure per l'estradizione che seguiranno il loro corso. Non so se ci siano trattati di estradizione tra il Libano e l'Italia e se esista in quel Paese una normativa che consente l'estradizione relativamente alla fattispecie di reato, il concorso esterno in associazione mafiosa, contestata al mio cliente".

Ma il consigliere dell'ambasciata italiana in Libano, Riccardo Smimmo, sottolinea: "Ci siamo attivati sul caso. Forniremo assistenza consolare a Marcello Dell'Utri come a qualsiasi altro connazionale italiano. Stiamo verificando quali sono i passi da fare. Agiremo comunque all'interno del trattato di collaborazione giudiziaria che abbiamo con il Paese".

venerdì 11 aprile 2014

Dell'Utri latitante in Libano


È latitante in Libano l'ex senatore Marcello Dell'Utri ricercato dopo che la Corte d'appello di Palermo ha emesso a suo carico un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. In vista dell'udienza della Cassazione che potrebbe confermare la condanna per concorso in associazione mafiosa Dell'Utri ha lasciato l'Italia.

Secondo gli investigatori, che hanno cercato invano di eseguire la misura e da settimane monitorano le sue mosse, l'ex senatore avrebbe due passaporti diplomatici e dal Libano sarebbe pronto a spostarsi. 

Il provvedimento è stato firmato martedì scorso,8 aprile,dalla terza sezione della Corte d'appello di Palermo su richiesta della Procura generale di Palermo.

ansa.it

giovedì 10 aprile 2014

Carceri, trasferiti tutti i maxi-boss: Riina, Provenzano e Bagarella cambiano carcere

ROMA - I principali capi di Cosa Nostra, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, sono stati trasferiti dalle carceri in cui erano detenuti al 41 bis da alcuni anni. Lo rivela oggi l'Agi, citando fonti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Il Dap presenta il piano come come routinario, ma che, dato il particolare momento di fibrillazione delle organizzazioni criminali, tutto appare meno che ordinario, anche per i nomi coinvolti. 

I movimenti, avvenuti quasi in contemporanea  tra il mese scorso e questi giorni, con eccezionali misure di sicurezza e di segretezza, hanno riguardato circa 200 detenuti sottoposti al cosiddetto carcere duro.

E' questo il motivo dei trasferimenti di ieri: Provenzano è stato ricoverato in ospedale a Milano, trasferito da Parma, mentre Riina, protagonista nei mesi scorsi di conversazioni in cui ha minacciato ripetutamente i magistrati di Palermo, si è "scambiato" il carcere con il suo ex vice ed è andato a Parma. Un avvicendamento generale, che ha riguardato anche i capi di altre organizzazioni criminali, come la 'ndrangheta e la camorra.

Difficile credere che i motivi siano soltanto di rotazione ordinaria, visto che la permanenza di Riina a Opera, il carcere milanese in cui ha parlato a lungo con detenuto pugliese Alberto Lorusso, aveva suscitato più di una polemica, specie dopo la diffusione delle esternazioni del capo di Cosa nostra, registrate dalla procura di Palermo. Ieri il ministro della giustizia Andrea Orlando aveva chiesto chiarimenti sui motivi del trasferimento di Provenzano.

mercoledì 9 aprile 2014

La Procura chiede al Riesame: “Divieto di espatrio per Dell’Utri”

Il sostituto procuratore Luigi Patronaggio ha nuovamente fatto richiesta, al Tribunale del Riesame, affinché venga vietato l’espatrio a Marcello Dell’Utri (in foto). Tre settimane fa, infatti, l’istanza del magistrato era stata respinta dai giudici della Corte d’Appello, presieduta da Dino Lo Forti, che l’anno scorso avevano condannato l’ex senatore a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa ma rifiutando la richiesta d’arresto, avanzata per evitare il pericolo di una fuga. Dell’Utri, stando alla Procura generale di Palermo, è in possesso del passaporto italiano e anche di quello diplomatico, di cui poteva usufruire quando ancora era parlamentare in quanto delegato di Palazzo Madama al Consiglio d’Europa.

Proprio il prossimo 15 aprile la Cassazione si pronuncerà sulla condanna per mafia di Dell’Utri, ma il pericolo che l’ex senatore tenti di uscire dal Paese sembrerebbe ancora concreto: a giorni, infatti, è atteso il verdetto del tribunale.
La sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Palermo a marzo dell’anno scorso ha stabilito che Marcello Dell’Utri ha avuto ripetuti contatti con Cosa Nostra già negli anni Sessanta e Settanta, come specificato nella sentenza di primo grado e confermato anche nel secondo. Fu in quel periodo che Dell'Utri portò negli uffici della Edilnord, a colloquio con l'amico Silvio Berlusconi, il boss Stefano Bontade, insieme ad altri soggetti appartenenti alla mafia siciliana. Da questo momento in poi diventa un “mediatore” tra l’organizzazione criminale e l'impero economico dell'amico imprenditore. Un ruolo che dopo il 1980, in seguito all'assassinio di Bontade, l'ex senatore avrebbe mantenuto anche con la scalata al potere di Totò Riina, Bernardo Provenzano e i corleonesi, fino al ’92, quando iniziarono le stragi. La condanna sulla quale dovrà pronunciarsi la Cassazione martedì della prossima settimana era arrivata diciassette anni dopo l'avvio delle indagini, aperte nel 1994 dalla Procura di Palermo e confluite nell'ottobre del 1996 nel rinvio a giudizio.

antimafiaduemila.com