lunedì 24 febbraio 2014

Mafia, il ritorno della sigla "Falange armata". Lettera a Riina in carcere: "Chiudi quella maledetta bocca"

L'anonimo è stato sequestrato dagli agenti della polizia penitenziaria di Opera ed inviato ai magistrati siciliani che indagano sulle ultime minacce del capo di Cosa nostra ai pm del processo trattativa

di Salvo Palazzolo


Qualche giorno fa, è arrivata una strana lettera al carcere milanese di Opera, era indirizzata al capomafia Salvatore Riina. Aveva toni minacciosi e una firma che rievoca un passato oscuro: "Falange armata", la sigla che fra il 1992 e il 1993 rivendicava gli attentati ai centralini delle agenzie di stampa e lanciava messaggi di terrore. "Chiudi quella maledetta bocca  -  scrive l'anonimo a Riina, in questi mesi parecchio loquace durante l'ora d'aria, tanto da essere intercettato per decine di ore  -  ricorda che i tuoi familiari sono liberi". Il finale della lettera lancia un altro messaggio inquietante: "Per il resto stai tranquillo, ci pensiamo noi". 

La lettera non è mai arrivata nella cella di Riina, è stata sequestrata prima dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che ha poi provveduto a inviare il testo alle procure di Palermo e Caltanissetta, in questo momento impegnate a decifrare le dichiarazioni del capomafia, e soprattutto le sue minacce nei confronti del pm Nino Di Matteo. 

Ma quanto è attendibile il riferimento alla Falange Armata? Da vent'anni, ormai, quella sigla è scomparsa, portandosi dietro i suoi misteri, ripercorsi adesso da un bel libro di Massimiliano Giannantoni e Paolo Volterra (L'operazione criminale che ha terrorizzato l'Italia, la storia segreta della Falange Armata  -  Newton Compton editori). Ma della Falange Armata si stanno occupando in questi mesi i pm di Palermo che indagano sui misteri del dialogo fra Stato e mafia. E questo non è un mistero. Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi hanno già fatto confluire una parte dei vecchi atti dell'inchiesta romana sulla Falange nel processo trattativa. Altri accertamenti delegati alla Dia sono invece in corso, e coperti da un rigido segreto istruttorio: costituiscono l'ossatura del fasciolo bis dei magistrati di Palermo. Chi indaga ritiene che il dialogo segreto con i mafiosi non fu condotto solo dai politici e dai carabinieri del Ros rinviati a giudizio (Mancino, Dell'Utri, Mori, Subranni, De Donno), ma anche da alcuni agenti dei servizi segreti. Per il pool di Palermo, è più di un sospetto. C'è già una pista concreta, che vedrebbe indagato un ex dirigente dell'intelligence in rapporti con l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino attraverso un intermediario.

Ecco perché è inquietante quel riferimento alla Falange Armata nella lettera inviata a Riina. Viene letto come un messaggio per il boss di Corleone, diventato fin troppo loquace con il suo compagno d'ora d'aria tanto da accusarsi delle stragi, ma anche come un'ulteriore minaccia ai pm di Palermo, impegnati in un nuovo versante delicatissimo di indagini.

giovedì 6 febbraio 2014

Lo spot di Panorama alla famiglia Riina

di Adriana Stazio





Sul settimanale Panorama, noto settimanale della Mondadori casa editrice della famiglia Berlusconi e abilmente diretto seguendo sempre le direttive di famiglia dal fedele Giorgio Mulé, nell’ultimo numero di quello che fu un importante settimanale avete potuto leggere una sconcertante (non) intervista a Lucia Riina, ultima figlia del più noto Salvatore Riina, capo indiscusso di Cosa Nostra. Si tratta dello stesso settimanale che da anni attacca in tutti i modi i magistrati di Palermo che si occupano delle indagini e del processo sulla trattativa Stato-mafia e il loro testimone Massimo Ciancimino. Lo stesso settimanale, il cui direttore, ospite in studio a Servizio Pubblico, ha cercato vergognosamente di addossare il depistaggio di Scarantino a Nino Di Matteo, per poi dare del pataccaro a Massimo Ciancimino suscitando l'ottima risposta di Sandro Ruotolo: "Il pataccaro, intanto Riina non vede l'ora che muoia". Ruotolo ha poi proseguito dando la notizia dei 12 milioni riferibili al padre messi spontaneamente a disposizione della magistratura dallo stesso Massimo Ciancimino affinché se ne accerti la provenienza. 

Questa a Lucia Riina possiamo definirla in mille modi tranne che un’intervista. Su Panorama troviamo un formidabile spot pubblicitario della famiglia del capo della cupola mafiosa. Un servizio patinato con tanto di foto della figlia del padrino, la bella ragazza con gli occhioni azzurri, ritratta mentre fa danza, mentre cucina, mentre accudisce le galline, con le foto di mamma e papà e con i suoi quadri. Il ritratto della normalità e dei buoni sentimenti, una famiglia da invidiare. Le domande poste dovrebbero far vergognare un giornalista degno di questo nome, tutte compiacenti, non una domanda scomoda. MAI una volta viene pronunciata la parola mafia o la parola Cosa Nostra, mai si parla dei delitti efferati compiuti dal padre della brava Lucia a cui viene permesso, su sollecitazione delle domande stesse, di presentare un quadretto vergognoso di armonia, bontà, buoni sentimenti e perfino cultura. Con un padre amorevole che però nella realtà ha fatto finire giovanissimo all'ergastolo suo figlio Giovanni: lui e quel brav’uomo dedito all’arte dello zio Leoluca Bagarella gli hanno fatto compiere a 19 anni un efferato omicidio per farlo "diventare uomo", per “insegnargli il mestiere”. Ma nessuno chiede questo a Lucia. Nessuno le chiede come può dipingere un così bel quadretto sull’educazione a loro impartita dal padre ma anche da una madre complice, quando al figlio maggiore il padre ha insegnato ad ammazzare segnandogli un destino da ergastolano: il ragazzo, poco più che adolescente, aiutato dallo zio e da un altro “uomo d’onore”, dovette strangolare la vittima che poi fu sciolta nell’acido. Questo non è giornalismo. In gergo si chiamano "marchette". Ma fare la "marchetta" alla famiglia Riina è una cosa scandalosa senza precedenti.


Tutto ciò avviene in un momento particolare, in cui proprio Riina è il protagonista di quelli che da seri investigatori sono ritenuti non semplici minacce ma ordini di morte intercettati in carcere per bocca di Salvatore Riina, diretti proprio a Nino Di Matteo, oggetto del suo odio profondo. Ciò accade dopo gli strani segnali lanciati attraverso le guardie penitenziarie. Riina dimostra grande interesse proprio verso il processo della trattativa, attacca i magistrati, attacca Nino Di Matteo, attacca Massimo Ciancimino e tutti coloro che possono fare luce su quel passato. Stesso interesse e stesse paure che le verità indicibili vengano fuori albergano in importanti settori dello Stato.

Purtroppo sulla questione figli dei mafiosi c'è molta confusione, una confusione in cui trovano spazio operazioni mediatiche di questo tipo. Da parte di certa stampa non si perde occasione per rinfacciare e usare a scopo di delegittimazione la provenienza di chi ha fatto scelte di rottura con quelle paterne come Massimo Ciancimino che si è schierato apertamente contro la mafia non solo a parole ma anche nei fatti, mentre verso i figli silenziosi dei capimafia prevale il buonismo e solo con loro ci si ricorda che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma il problema, credo, non sono i padri, ma proprio le scelte dei figli. Lucia Riina non è responsabile delle scelte di suo padre, che rimane suo padre, però è una persona adulta che ha deciso sì di vivere la sua vita senza entrare in associazioni mafiose ma ha scelto di fare una propaganda di questo tipo. Una propaganda alla mafia. Oggi su Panorama come mesi fa alla televisione svizzera o attraverso il suo stesso sito di arte. Un’operazione di marketing di cui lei è la testimonial per presentare un volto attraente, familiare e spendibile mediaticamente della sua famiglia. Nelle regole di Cosa Nostra non è una rottura non entrare nell'organizzazione, cosa ben consentita ai figli, la rottura è mettersi contro Cosa Nostra e le sue regole. 
Chi di noi può rimanere neutrale nei confronti della mafia? Nessuno. Ecco perché a maggior ragione non può farlo la figlia di un mafioso di quel calibro specie se vuole rilasciare interviste non solo su di sé ma anche sulla sua famiglia piena di stragisti efferati che hanno insanguinato l’Italia.

Nessuno si chiede dov'è il tesoro di Riina. O quello di Provenzano. Nessuno chiede ai figli di restituire quei soldi alla comunità. Soldi quelli sì davvero macchiati di sangue, perché qui non parliamo di un politico colluso e organico a Cosa Nostra, ma di assassini. Come mai? E nessuno chiede a questi figli perché non raccontano ai magistrati quello che sanno sulle latitanze dei padri che pure potrebbe essere tanto di aiuto alla magistratura. Tutto ciò dimostra che la trattativa del ’92-’93 non è un qualcosa che appartiene al passato, ma un qualcosa che appartiene al nostro presente.



Ecco alcuni passaggi dell'intervista, che va davvero oltre ogni immaginazione.

Che ricordo ha della sua infanzia? "Ho un ricordo di gioia e serenità. Si respirava amore puro in casa, sembrava di vivere dentro una fiaba". E descrive l’allegra e affettuosa famiglia, da pubblicità del Mulino Bianco. E poi: "Mamma ha conseguito il diploma magistrale, quindi ci parlava spesso di storia dell'arte e di letteratura, papà era un appassionato di libri, e trascorreva le sue serate a leggere volumi sulla storia della Sicilia. Credo di avere, comunque, ereditato l'amore per la pittura dallo zio Leoluca (Bagarella, ndr), il fratello di mia madre. In casa custodisco gelosamente alcuni suoi dipinti, regali delle zie per il mio matrimonio: sapevano che anche dal carcere lo zio avrebbe apprezzato il gesto." E’ qui che il racconto diventa davvero surreale: facciamo alquanto fatica a immaginare Salvatore Riina appassionato di libri e intento alle sue letture. Lo stesso zu Totò interrogato dalla procura di Caltanissetta afferma: “Io sugnu inalfabeto. Lei sta parlando con un alfabeto.” Da vero analfabeta. 

Arriva la descrizione del padre affettuoso, altro che il sanguinario capo della mafia, lo stragista spietato, la bestia di cui leggiamo le intercettazioni che ce lo mostrano in tutta la sua mostruosità e la sua bassezza! Invece no, ci siamo sbagliati: proprio come in una di quelle canzoni della mafia che evocano le sue gesta, zu Totò è qui descritto in modo da suscitare le simpatie del lettore, ma anche da far ben comprendere come sia ancora lui a comandare in casa sua: "Da papà, sicuramente, [ho ereditato] la gioia di vivere. Il fatto di andare sempre avanti senza arrendersi. Con lui c'è sempre stato un feeling speciale, complice anche il fatto di essere la più piccola in famiglia. Nelle lettere che mi spedisce mi chiama ancora «Lucietta di papà» nonostante i miei 33 anni suonati. Anche dal carcere, in questi anni, ha cercato spesso di ammorbidire la mamma per le classiche richieste che una figlia adolescente fa ai propri genitori. Mi riferisco all'orario di rientro il sabato sera o al permesso per andare al mare. Quando conobbi Vincenzo, mio fratello Salvo inizialmente era un po' geloso così ne parlai durante un colloquio a papà, che rispose: «Se la mia Lucietta è contenta, fatele fare le sue scelte».”
Panorama non ci risparmia la descrizione drammatica dell'arresto di zu Totò, le crudeltà dello Stato che l’ha rinchiuso al 41 bis, l'epopea di mamma Ninetta Bagarella che ha dovuto crescere i figli senza l'adorato marito. "Il loro è stato un amore da romanzo" racconta la figlia a una compiacente intervistatrice. 

L'intervista esce nello stesso numero in cui inizia la collaborazione con il generale Mori: da questa settimana Panorama distribuisce in allegato la rivista mensile “LookOut News” edita dalla G-Risk di Giuseppe De Donno, direttore scientifico, ultima ma non sicuramente ultima delle infinite cariche riservate ad allietare la dolce pensino del generale Mario Mori. Lo stesso che ha catturato Totò Riina quel 15 gennaio 1993. Lo stesso che viene presentato dalla stampa amica come Panorama quale nemico giurato del capo dei capi. Un paladino dell'antimafia. Della saga di Ultimo interpretato da Raoul Bova. Lo stesso che però nei tribunali si avvale sempre della facoltà di non rispondere rifiutandosi di aiutare la magistratura a fare chiarezza sulla trattativa condotta con Cosa Nostra per il tramite di Vito Ciancimino, nonostante che gli alti ruoli istituzionali ricoperti richiederebbero un ben altro atteggiamento.
A questo punto dall'uomo che ha catturato il capo dei capi ci aspetteremmo che dopo questa (non) intervista a Lucia Riina, dopo questo spot propagandistico alla mafia, prenda le distanze e interrompa la collaborazione della sua rivista con Panorama. Voi che dite? Il prossimo mese troveremo ancora “LookOut News” in allegato?

19luglio1992.com

Riina comanda ancora, torna l'incubo stragi

Per i magistrati siciliani la crisi ha cambiato la mafia, cresce il malumore nel popolo di Cosa Nostra, ma Totò Riina è ancora al comando. E nell'instabilità politica, il timore è la ripresa della strategia stragista

di Andrea Purgatori








Le ombre della Prima Repubblica allungano le braccia sulla Seconda, e ora c’è il rischio che magari qualcuno venga ammazzato perché all’improvviso uno scheletro potrebbe uscire dall’armadio. Con un po’ di enfasi, la sintesi estrema di ciò che pensano e temono i magistrati siciliani (il frutto di una serie di colloqui) è questa. Partendo dalle minacce e dagli sfoghi di Totò Riina, che hanno segnalato l’allarme. Ma senza perdere di vista il quadro generale delle inchieste e dei processi in corso, da Caltanissetta a Palermo, da Trapani a Catania. Dove si continua a scavare per rendere trasparente il passato e chiudere una storia mai chiusa. Quella della mafia che incrocia lo Stato e viceversa. Persino oggi, al tempo della crisi. Vediamo.

La crisi economica - La cosidetta mafia della Seconda Repubblica, quella del dopo Riina, ne sta avvertendo i morsi perché ha sempre avuto come principale introito la partecipazione predatoria alla spesa pubblica (appalti, commesse, eccetera) e in parte minore - qui sta la grande differenza rispetto alla ‘Ndrangheta - il traffico di droga. Ma ora che la spesa pubblica è crollata e diminuisce il numero degli imprenditori da estorcere, si è creato uno stato di sofferenza economica per l’organizzazione che non ha più soldi per mantenere le famiglie dei boss in carcere né per pagare gli avvocati. Non solo. Le confische e i sequestri dei beni mordono molto di più, perché quando gli affari giravano, il boss a cui sequestravano un immobile era in condizione di comprarne rapidamente un altro. Invece adesso non ha più una seconda possibilità.

Quindi, comincia ad emergere un forte malumore nel popolo di Cosa Nostra che si manifesta con minacce nei confronti di magistrati e amministratori dei beni sequestrati. Ma, ecco la novità, anche nei confronti della classe dirigente mafiosa. Un esempio clamoroso è quello di un personaggio un tempo carismatico come Matteo Messina Denaro, accusato anche da Riina di farsi soltanto i fatti propri perché inserito in un circuito di relazioni privilegiate che gli consente di rimanere comunque finanziarimente a galla. C’è infine anche una critica nei confronti di quella parte di Cosa Nostra che vorrebbe continuare nella strategia della sommersione voluta da Provenzano, che funzionava quando gli affari giravano per tutti ma ora non più.

L’uomo forte – La conseguenza di questa insofferenza è doppia. Da una parte la richiesta che proviene dal basso dell’organizzazione di un uomo forte, di un leader che sappia battere i pugni sul tavolo. Dall’altra, il pericolo di un rischioso rompete le righe che permetterebbe a ciascuno di decidere per proprio conto quale linea seguire e quali obiettivi prendere di mira. Ed è proprio davanti a questo bivio che la mafia della Seconda Repubblica torna ad incrociare quella della Prima, incarnata dalla figura di Totò Riina, che con i suoi sfoghi cerca di legittimare la componente che auspica un ritorno alle maniere forti. Un bluff, secondo qualcuno. Ma non è così.

Secondo le regole di Cosa Nostra, nonostante sia ormai costretto da ventitre anni al regime del 41bis, Riina continua ad avere un ruolo di comando. E che non sia affatto fuori gioco, lo confermano le inchieste. Quella denominata Gotha, ad esempio. Dove emerse chiaramente che, di fronte alla possibilità di un ritorno dagli Stati Uniti della famiglia Inzerillo esiliata durante la guerra di mafia, per prendere una decisione i capi di Cosa Nostra posero la pregiudiziale del beneplacito di Riina, già in carcere da 13 anni. In un contesto come questo, valutano i magistrati, le parole del Capo dei capi assumono il valore di pericolosissime scintille di cui qualcuno all’interno di Cosa Nostra potrebbe autonomamente e legittimamente servirsi per appiccare il fuoco.

Gli scenari – Il punto di partenza per cercare di capire dove sta andando Cosa Nostra non è il presente ma il passato, la memoria del Gioco Grande del potere a cui la mafia si è sempre applicata. L’attuale situazione economica riflette i vizi di una attuale classe dirigente che, nella sua componente legale e in quella mafiosa e illegale che fa appunto riferimento a Cosa Nostra, ha vissuto finora di rendita, cioè di spesa pubblica e si trova impreparata a fronteggiare la crisi. Al contrario della ‘Ndrangheta, che ha sempre mantenuto un profilo mercatista, occupando progressivamente tutti gli spazi lasciati liberi dalla mafia siciliana e che, nel caso del traffico di stupefacenti, hanno oggi un respiro planetario, oltre che plurimiliardario. Ebbene, posto che ciò che rimane della spesa pubblica è ormai riservato alla élite di Cosa Nostra e non è più spalmabile né condivisibile con tutta la filiera dell’organizzazione, la conseguenza è che il popolo mafioso disoccupato che non riesce più a sopravvivere comincia a reagire esattamente come la società civile: ribellandosi, in tutte le forme possibili.

Inutile spiegare che le imprese floride lo erano perché dopate dal sistema mafioso, e oggi non lo sono più perché il bacino degli investimenti pubblici a cui attingere attraverso appalti e commesse si è prosciugato. La reazione della base di Cosa Nostra non prevede alcun ragionamento sulla legalità-illegalità e si trasforma, grazie anche allo stimolo di registi occulti che manovrano per alimentare la tensione, in protesta elementare: la mafia dà lavoro, lo Stato no. Non molto diversa, per fare un esempio, da quella dei Forconi, dove la protesta spontaneista viene sapientemente indirizzata contro le responsabilità di magistratura e politica, e senza alcuna distinzione.

Il gioco grande – Qui l’analisi si fa più complessa. Con questa premessa: che in una situazione di instabilità politica c’è il rischio di una crisi di sistema e tutto diventa estremamente pericoloso. Come accadde a cavallo della fine della Prima Repubblica, quando Cosa Nostra decise di esportare la strategia stragista al Nord, per trasformarla da questione siciliana in questione nazionale. Ma fu davvero e soltanto Cosa Nostra a decidere questo spostamento? I dubbi, e in alcuni casi anche le evidenze, dicono che non fu tutta farina del sacco mafioso. Da Capaci a via D’Amelio (la moglie di Di Matteo che lo implora di non rivelare i nomi degli “infiltrati” in quella strage ne è un esempio), al Velabro, ai Georgofili, a Milano, fino all’autobomba che era destinata ai carabinieri in servizio allo stadio Olimpico di Roma (strage fallita per un difetto nel telecomando e non ripetuta), sono molte le mani o le menti esterne a Cosa Nostra che lasciano impronte e anche le ombre che vengono dal passato dello stragismo di stato e dell’eversione: pezzi deviati dei servizi italiani e stranieri, massoneria, neofascisti.

In questo senso, un capitolo centrale è quello che riguarda Totò Riina, e la partita che sta giocando dal cortile del carcere di Opera. La sua ossessione per il processo sulla trattativa Stato-Mafia è ormai pubblica come le intercettazioni durante le ore d’aria consumate a passeggiare insieme all’eccentrico mafioso pugliese Alberto Lorusso. Memorie amare di un uomo che ha fatto di tutto per passare alla storia come il Capo dei capi che costrinse lo Stato a ballare la samba, come lui stesso dice? O invece la paura di passare alla storia come il Capo dei capi che, credendo di piegare lo Stato al negoziato, non si rese conto di essere a sua volta pedina e strumento di un gioco più grande? Nel primo caso, in un altro contesto storico e politico, i suoi sfoghi non avrebbero spaventato nessuno. Nel secondo caso, il problema diventa personale e si riflette sull’intera organizzazione: Riina conosce segreti che non ha mai condiviso con la base e potrebbero affiorare tra le pieghe del processo (perché lo spostamento delle stragi al Nord? perché l’accelerazione improvvisa della strage di via d’Amelio?) danneggiandone quella immagine di stratega vincente che si era costruito nel tempo.

Ma un appendice al capitolo Riina spetta di diritto anche a Lorusso, che si dimostra loquace, puntuale nelle domande, curioso ma soprattutto informato al punto da sapere con quarantottore d’anticipo cosa succede nelle stanze della Procura di Palermo, e addirittura il contenuto di alcuni scambi di mail tra magistrati. “Dama di compagnia” o “badante” che dir si voglia, come il gergo carcerario definisce il detenuto scelto per accompagnare nella passeggiata un boss di calibro più elevato, oppure burattino al servizio dei servizi, Lorusso (che tra l’altro è un esperto di codici cifrati) è la prova provata dell’esistenza di un circuito che veicola notizie riservate all’interno di quello che dovrebbe essere un penitenziario impermeabile, e rende più che credibile il sospetto che quello stesso circuito funzioni al contrario. Veicolando all’esterno i messaggi elaborati all’interno. In questo caso, la chiamata alle armi di Totò Riina.

E Matteo Messina Denaro? E’ un egoista che ormai pensa agli affari di famiglia infischiandosene dei compagni di strada finiti in disgrazia, come sostiene Riina? O invece, data la sua lunga militanza stragista, sta solo aspettando il momento buono per rispondere alla chiamata del Capo dei capi? Il problema, anzi il rompicapo, è capire in questo caso quale sia questo momento buono. Poteva non esserlo tre mesi fa, nei giorni delle esternazioni di Riina. Lo è stato forse, ma per fortuna senza esiti, alla vigilia delle ultime elezioni, quando il quadro politico in disfacimento avrebbe potuto consegnare il Paese come già la Sicilia nelle mani di “comici” e “froci” (un elegante riferimento a Beppe Grillo e al governatore Rosario Crocetta, contenuto nel messaggio di “un uomo d’onore della famiglia trapanese” alla Procura di Palermo).

Il sismografo – Intuire e capire quello che potrebbe accadere un minuto prima che accada è la sfida di fronte alla quale si trova ora la magistratura siciliana. Come un sismografo. E il sismografo dice che la situazione è pericolosamente in movimento, soprattutto se rapportata al quadro politico. Che potrebbe accelerare o rallentare una eventuale ripresa dello stragismo. La specificità della mafia siciliana, che l’ha resa diversa da tutte le altre mafie, è questa: vivere e svilupparsi come sottosistema di un sistema più ampio, di politica e di potere nazionale. Costruendo le proprie strategie sulle strategie degli altri, come è accaduto da Portella della Ginestra fino alle carte del processo Dell’Utri, passando attraverso la strategia della tensione, la strage del Rapido 904, i tentativi di golpe, i delitti di stato, disegnando alleanze di scopo e di affari con la massoneria, pezzi dei servizi segreti italiani e stranieri, con la Banda della Magliana piuttosto che con la gestione degli affari sporchi dello Ior ai tempi di monsignor Marcinkus. Questa, a giudizio dei magistrati, è la storia che viene da lontano e non si riesce a chiudere. Questo il pericolo imponderabile che si nasconde nel sottotesto del rozzo testo delle frasi pronunciate da Totò Riina. E che nemmeno il più sofisticato bomb jammer è in grado di neutralizzare con certezza assoluta.

huffingtonpost.it

martedì 4 febbraio 2014

Scarantino, Cisterna, Pignatone & C., proviamoci

di Dario Campolo


Devo ammettere che comincio ad essere confuso, questa trattativa stato-mafia sta diventando sempre più oscura e  chiacchierata.
Appena ho saputo dell'arresto di Scarantino, dopo Servizio Pubblico, ho immaginato che le varie allusioni alla coincidenza dell'arresto fossero state troppo pompate, poi ho cominciato a cercare nei miei libri e nel web, non ne ero convinto.
In questa vicenda le sorprese sembrano non mancare mai, ecco i vari punti di approfondimento che vorrei lanciare dal mio blog.

Io ancora non c'ho capito molto, sono sempre combattuto, ci sono varie fazioni nella politica sul giudizio di questa trattativa, così come nel giornalismo e nel web, figuriamoci nelle persone come me autodidatte.

In passato ho visto molti documentari e letto molti libri sul tema in oggetto, su una cosa però devo dirla, ho sempre pensato, pensato e ripensato...., una banalità, una sensazione, un qualcosa d'irrazionale e senza un perché, SENSAZIONE, solo sensazione, avete presente quelle cose che vi rimangono addosso? 
Il film di Giuseppe Ferrara: Giovanni Falcone interpretato di Michele Placido.
In quel film ciò che mi ha trasmesso la sensazione è stato, in ordine:
  • U Dottore, presumo Bruno Contrada
  • Il giudice Pignatone e Lo Forte per l'indagine su Gladio
  • La solitudine
Ovviamente sto facendo un appunto profondo tratto semplicemente da un film, ma da qui voglio partire, perché non proviamo tutti insieme ad indagare sull'arresto di Scarantino?

I punti che elencherò sono i nomi indispensabili per la ricerca, uniteli e mischiateli a vostro piacimento:

Giovanni Falcone (ex magistrato - EROE)
Alberto Cisterna (magistrato)
Giuseppe Pignatone (magistrato)
Guido Lo Forte (magistrato)
Renato Cortese (dirigente polizia)
Luigi Silipo (dirigente polizia)
Nino Lo Giudice (mafioso)
Salvatore di Landro (magistrato)
Renato Pennisi (magistrato)
Bernardo Provenzano (mafioso)
Vincenzo Scarantino (poveraccio delinquente)
Vittorio Teresi (magistrato)

Buona ricerca a tutti.

Caso Scarantino, molte ombre si annidano dietro questo arresto

Quando giovedì scorso la Squadra Mobile di Torino è piombata a Cinecittà, a Roma, per arrestare il falso pentito Vincenzo Scarantino, a termine della trasmissione televisiva Servizio Pubblico, la notizia è rimbalzata immediatamente da un notiziario all’altro.

di Articolotre.com

Scarantino a Servizio pubblico
L’uomo passato alla storia come il più grande depistatore della strage di via D’Amelio, è tornato in manette. Accusato di reati sessuali, di cui, però, non si è mai avuta notizia fino ad oggi. Forse per questo non sono stati pochi coloro che hanno intravisto nell'arresto il tentativo di far tacere uno dei protagonisti di quel biennio stragista, uno di coloro che potrebbero custodire la verità, tanto più che Scarantino aveva appena rivelato, in studio, nuovi elementi in merito al suo depistaggio, a suo dire pilotato da chi, lo Stato, avrebbe dovuto rappresentarlo e proteggerlo.

Ora, la vicenda si fa ancora più misteriosa. Non bastavano i dubbi sulla tempistica con cui l’operazione di polizia è stata compiuta, né sulle modalità con cui è stata condotta. Ci sono infatti domande che non possono far altro che emergere dopo la scoperta di chi, effettivamente, abbia fatto scattare le manette attorno ai polsi del falso pentito. 

E’ importante infatti sapere a guidare la Squadra Mobile di Torino è nient'altri che Luigi Silipo. Un nome noto alla cronache: fu infatti colui che, nel 2011, in qualità di vice dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, condusse, assieme a Renato Cortese e su ordine della Procura guidata da Giuseppe Pignatone, le indagini nei confronti del viceprocuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna. 

Un vero e proprio caso che, a tutt'oggi, mantiene numerosi punti oscuri. Necessario compiere in primis qualche precisazione. Cisterna, ai tempi dell’indagine, era il braccio destro dell’allora Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso. Un posto che, fino a poco tempo prima, era stato occupato da nient’altri che Renato Cortese. A incastrare Cisterna, le dichiarazioni di un pentito di ‘ndrangheta, Nino Lo Giudice.

Questi, nei tempi della propria collaborazione, si autoaccusò degli attentati compiuti a Reggio nel 2010 e dell’intimidazione effettuata ai danni di Pignatone, ma, soprattutto, esplicò di un intervento di Cisterna in favore di suo fratello, Maurizio Lo Giudice, in cambio di soldi. “Per quanto riguarda la scarcerazione di Maurizio che si trovava in un carcere per collaboratori di giustizia a Paliano”, raccontò Nino Lo Giudice, “perché era andato definitivo, mi sembra che Luciano ne parlò con Alberto Cisterna. Che poi, dopo che ha avuto buon esito, Luciano mi disse che gli aveva fatto un regalo, e mi fece intendere soldi, molti soldi”. Non solo: il pentito sostenne anche di aver collaborato con Cisterna nell’ambito dell’arresto, avvenuto nel 2008, del boss Pasquale Condello e, in un memoriale raccontò di come il suddetto magistrato, assieme al sostituto procuratore di Reggio Francesco Mollace e l’ex sostituto Francesco Neri, fossero stati legati, “per anni, per motivi illecite e convenienze” a “Luciano Lo Giudice e Antonino Sparnò”. 

Accuse pesantissime, che costarono a Cisterna l’inserimento nel registro degli indagati. Non fosse che, tempo dopo, Lo Giudice scomparve e affidò al figlio un memoriale in cui ritrattava tutte le sue precedenti dichiarazioni. In esso, spiegava di essere stato indotto a mentire. Da chi? Una domanda a cui lui stesso rispose: nel 2011, ricordava infatti il falso pentito, a Reggio Calabria esistevano “due tronconi di magistrati, che si lottavano tra di loro, facendo scempio degli amici di una delle due parti”.

Da un lato della barricata, quelli che lo avrebbero spinto a confessare: “Salvatore Di Landro (procuratore generale reggino), Giuseppe Pignatone (ex numero 1 della procura reggina), Michele Prestipino (procuratore aggiunto), Beatrice Ronchi (pm che condusse le indagini su Cisterna) e il dirigente della mobile Renato Cortese, che si è prestato ai voleri della citata “cricca” degli inquisitori”, si leggeva nella nota del ‘ndranghetista. All’interno della fazione opposta, invece, trovava spazio, poco sorprendentemente, Alberto Cisterna. 

Lo Giudice spiegava ancora i metodi con cui Di Landro, Cortes, Prestipino, Pignatone e Ronchi lo convinsero a parlare: “Mi minacciarono che se non avessi raccontato quello che a “loro piaceva” mi avrebbero spedito indietro e al 41 bis”, rivelò. “Mi intimidirono le loro parole, dandomi l’ultimatum per il giorno seguente.” 

Vicende torbide, che in un certo senso ricordano molto da vicino quanto ha denunciato, a Servizio Pubblico, lo stesso Scarantino. E si torna al punto di partenza: che ruolo giocò l’attuale numero uno della Squadra Mobile di Torino nell’ambito del caso Cisterna? Secondo quanto dichiarò il sostituto procuratore nazionale antimafia Roberto Pennisi, uno di primo piano. 

Dopo aver distrutto la carriera del vice di Grasso, l’indagine per corruzione nata dalle prime dichiarazioni di Lo Giudice venne archiviata. Non per questo si poté mettere la parola fine alla querelle. Cisterna, infatti, denunciò Silipo, ai tempi vice dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, perché, a suo dire, omise all’interno dell’informativa consegnata a Ronchi nel 2011,un’intercettazione che avrebbe potuto scagionarlo, fondamentale nel dimostrare la sua innocenza.  E la omise perché “costretto a farlo”, stando a quanto rivelato da Pennisi in una dichiarazione autografa che venne consegnata al legale di Cisterna. 

In essa si ripercorreva un incontro avvenuto il  18 maggio del 2012, all’aeroporto di Fiumicino, tra lo stesso Pennisi e Silipo. “Non ebbi alcun piacere nel vedere il dottor Silipo”, dichiarò per iscritto il sostituto procuratore della Dna. “Ciò perché sapevo che aveva svolto le indagini relative al noto procedimento cui è stato sottoposto il mio collega, Alberto Cisterna, al quale mi legano rapporti di profonda amicizia nati da un decennio di comune, dura e perigliosa azione di contrasto al crimine in Calabria, sempre condotta con dignità, fierezza e spirito di sacrificio”.

“Il collega”, dichiarò ancora Pennisi, “mi ha sempre tenuto aggiornato sullo sviluppo di quelle indagini e sulle modalità del loro svolgimento. E non nascondo come le stesse siano state improntate dalla polizia giudiziaria che le svolgeva non alla degna tenacia investigativa, bensì, secondo il mio giudizio di magistrato ed uomo libero, ad un sistema di ricostruzione dei fatti e dei dati investigativi che mi limito a definire non corrispondente al modello da me ritenuto giusto”. 

Nonostante questo, l’uomo decise di offrire un passaggio in macchina a Silipo, “per umana comprensione” di fronte al suo stato di salute: d'altronde “si presentava afflitto”. Una volta a bordo, in breve, la conversazione cadde sulle indagini su Cisterna. “Gli dicevo”, si legge ancora nella ricostruzione offerta da Pennisi, “che avevo sempre insegnato ai miei collaboratori della polizia giudiziaria, e anche a lui, ad essere tenaci ed inflessibili nelle investigazioni, ma anche sempre onesti e corretti, come imposto dalla legge a tutti i pubblici ufficiali e, soprattutto, agli operatori della giustizia.

Aggiunsi che non mi sembrava nel caso del dottore Cisterna egli si fosse attenuto a quell'insegnamento, per quanto io avevo appreso e constatato. Gli dissi che col dottore Cisterna egli aveva fatto il contrario di quanto avevo insegnato. A tal punto, ricordo che il dottore Silipo con le lacrime agli occhi mi disse che “era stato costretto a farlo”. Sebbene tali dichiarazioni siano state immediatamente smentite dall'attuale capo della Squadra Mobile di Torino, che negò di aver ricevuto qualsivoglia pressione, le parole di Pennisi non possono che far riflettere.

Si tratteranno di null’altro che curiose triangolazioni, ma, oltre a ciò, emerge un altro collegamento interessante -ed inquietante- tra il caso Cisterna e le indagini sulla trattativa Stato-mafia. Bisogna infatti ricordare come il già citato Giuseppe Pignatone, prima di approdare a Reggio Calabria, si trovasse a Palermo a svolgere le funzioni di procuratore aggiunto, mentre Cisterna rivestiva il ruolo di viceprocuratore nazionale antimafia. In mezzo, i “tentativi di resa” di Bernardo Provenzano. 

Ed è proprio questo il nome che emerge in uno degli incontri, a Reggio, tra Cisterna e Pignatone. Nel 2011, infatti, quest’ultimo si recò negli uffici della Dna per interrogare il primo riguardo i suoi presunti legami con la cosca Lo Giudice. In breve, però, l’interrogatorio prese una brutta piega e si trasformò, di fatto, in uno scontro. Pignatone, nello specifico, chiese a Cisterna di fare chiarezza su una lettera che il magistrato aveva inviato ad un giornale online in cui, oltre a manifestare la sua estraneità alle accuse, aveva parlato del coinvolgimento dei servizi segreti nella cattura dei latitanti in Sicilia. Una domanda che nulla aveva a che vedere con il caso per il quale Cisterna si trovava indagato.

Lo scambio di battute tra i due fu brusco e, ora più che mai, porta alla luce ombre incombenti: il segreto di Stato, le indagini per la cattura di Pronvenzano, i servizi segreti. Si legge nel verbale dell’interrogatorio: 

“Cisterna: l’attività, non soltanto la cattura di Condello, ma come credo sappia la cattura, le attività inerenti la cattura di Provenzano, e le attività consequenziali, diciamo accessorie, che hanno riguardato la cattura di Pasquale Condello e la possibilità eventualmente, ma solo ipotetica, di catturare Giuseppe Morabito inteso il tiradritto. Quindi che erano i tre episodi in discussione in quel frangente e che hanno comportato una serie di contatti istituzionali a cui ho partecipato in qualità di titolare dell’ufficio di Procura nazionale, sostituto ovviamente.
Pignatone: ammesso che io non so a cosa allude questo riferimento a Provenzano.
Cisterna: vedremo!”

Di fatto, ricomponendo i diversi tasselli di un mosaico, ci si ritrova a scoprire costantemente disegni se non oscuri, quantomeno controversi.

Geometrie che si ripetono perennemente e solite figure; soprattutto, stessi nomi, che si susseguono ininterrottamente, legandosi tra loro e aggrovigliando maggiormente la matassa che, una volta sbrogliata, potrebbe finalmente portare alla verità su una delle pagine più oscure della storia italiana.

Ex potenti e decaduti

Claudio Martelli si permette di dire che Nino Di Matteo, pm di punta del processo per la trattativa Stato-mafia, è uno “stupido” (“Lui è stupido! E forse anche in malafede”) per poi tirare in ballo l’ex pm Antonio Ingroia

di Giorgio Bongiovanni


Claudio Martelli era il delfino di Craxie del Partito socialista italiano, uno dei gruppi politici più corrotti (e corruttori) della storia italiana. Claudio Martelli era l’intestatario del Conto Protezione, sul quale nel 1980-1981 il Psi ricevette sette milioni di dollari dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, finanziamento ottenuto grazie a Licio Gelli, noto capo della loggia massonica P2. Raggiunto da una condanna, Martelli riuscirà ad evitarla versando dei cospicui risarcimenti, che hanno garantito all'ex ministro socialista le “attenuanti prevalenti” indispensabili per far cadere in prescrizione il reato di concorso nella bancarotta fraudolenta dell'Ambrosiano.
Claudio Martelli viene eletto a Palermo nel 1987 come capolista del Psi grazie a centinaia di migliaia di voti di Cosa nostra: è in quell’occasione che Riina, deluso dalle garanzie disattese della Democrazia cristiana a seguito dell’apertura del maxiprocesso, dirotta i voti della mafia verso il partito di Craxi. Parlando sempre di contatti tra la mafia e il Psi solo due anni prima, il 2 aprile 1985, la mafia predisponeva un’autobomba per l’omicidio del magistrato di Trapani Carlo Palermo. Nell’attentato il giudice rimase illeso, ma l’esplosivo fece a pezzi Barbara Asta e i suoi due gemelli, Salvatore e Giuseppe di 6 anni. Era nota a tutti l’attività investigativa di Palermo sui collegamenti tra Cosa nostra, servizi segreti, traffico di armi ed esponenti del Psi. Non una coincidenza, dato che è storicamente provato che Cosa nostra pianificò l’omicidio per fare un favore al Partito socialista. Cosa ha da dire l’ex guardasigilli in merito? 

Successivamente Martelli, per rifarsi una verginità – consapevole di essere stato eletto con i voti della mafia – riuscirà ad ottenere la presenza di Giovanni Falcone alla direzione della sezione Affari penali del ministero. Grazie al nuovo incarico il giudice riesce, con la sua genialità, a raggiungere brillanti risultati ottenendo nuove e più efficaci misure antimafia tramite il guardasigilli e lo stesso governo Andreotti (emblematico il provvedimento che sancisce il criterio di rotazione e che toglie al giudice “ammazzasentenze” Carnevale la presidenza della prima sezione della Cassazione, che poi confermò le condanne per la cupola di Cosa nostra).
Ministro della giustizia nei delicati e terribili primi anni ’90 – gli anni in cui la mafia tratta con lo stato a suon di bombe – Martelli nel 1993 si dimette dal Psi e dalla carica di ministro proprio per i fatti riguardanti la tangente finita sul Conto Protezione. E sarà solo dopo quasi vent’anni che, grazie alle inedite dichiarazioni di Massimo Ciancimino, rivelerà di essere venuto a conoscenza di contatti presi tra i carabinieri del Ros e l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino.
Oggi Claudio Martelli si permette di dire che Nino Di Matteopm di punta del processo per la trattativa Stato-mafia, è uno “stupido” (“Lui è stupido! E forse anche in malafede”) per poi tirare in ballo l’ex pm Antonio Ingroia (“Già non era una cima l’altro che se ne è andato”) solo perché questi magistrati stanno togliendo e toglieranno in futuro la maschera ai vili potenti che hanno messo in ginocchio l’Italia negli anni ‘80 e ‘90. Lo stesso Martelli che si dichiarava amico di Falcone (dando effettivamente allo stesso ampio raggio d’azione sulla lotta alla mafia al ministero della giustizia) quando invece faceva parte di un sistema criminale colpevole di aver assassinato i due giudici. Ed è sempre Martelli che all’indomani della strage di Capaci non ha mai aperto un’inchiesta – interna al suo ministero o di concerto con il ministro degli interni Scotti – per scoprire i responsabili che informarono i mafiosi del ritorno a Palermo di Falcone, il quale viaggiava su un aereo dei servizi segreti. Una fuga di notizie che costò la vita del giudice, della moglie e degli agenti di scorta.
L’unico merito di cui possiamo rendere atto a Claudio Martelli è quello di aver assecondato il prezioso lavoro di Falcone agli Affari penali.
E’ a dir poco schizofrenico, oltretutto, il fatto che Martelli insulti il pm Di Matteo, al quale egli stesso aveva reso importanti testimonianze che risultarono poi determinanti per accusare l’ex ministro Nicola Mancino di falsa testimonianza al processo trattativa, in quanto sarebbe stato informato proprio da Martelli su quei contatti avviati tra il Ros e Vito Ciancimino. Parlando dell’omicidio Lima, l’ex ministro raccontò inoltre che Andreotti “rimase visibilmente impressionato e spaventato. Aveva il volto più cereo del solito. Anche Falcone restò molto impressionato, però in senso del tutto diverso. Ricordo che era eccitato e mi disse: adesso può succedere di tutto perchè si è frantumato un equilibrio consolidato”. E sul rappresentante della Dc siciliana: “Falcone mi disse di aver saputo che – Lima, ndr – si era incontrato più volte con Buscetta. Per lui era ‘colluso’”.
Chi vuole difendere oggi Martelli insultando il pm Di Matteo? Come nel caso dell’ex ministro e di altri uomini di potere oggi decaduti, e di uomini di potere ancora in auge, saranno molte le teste che cadranno dei loro complici ancora seduti sugli scranni del potere. E saranno proprio quegli “stupidi” pm “alla Di Matteo” a smascherare infine la loro faccia, e forse a liberare questo Paese dal puzzo dell'ipocrisia, del compromesso, della corruzione, del crimine che i vari Martelli hanno servito da sempre.

P.S. Al collega Sandro Provvisionato, male informato (in cattiva o buona fede, veda lui) vorrei ricordare che non è stato Antonino Di Matteo a depistare le indagini sulla strage di via D'Amelio ed il falso pentimento di Scarantino, ma ben altri personaggi dei servizi segreti, forse a lui conosciuti, e magistrati ben più in alto del sostituto procuratore Di Matteo.