giovedì 30 gennaio 2014

Il pentito Di Carlo chiama in causa Subranni

La deposizione al processo Stato-mafia: "I cugini Salvo si sono rivolti a Subranni", allora ufficiale dei carabinieri, "per fare chiudere l'indagine sulla morte di Peppino Impastato"


Antonio Subranni

"Ho saputo che i cugini Salvo si sono rivolti ad Antonio Subranni per fare chiudere l'indagine sulla morte di Peppino Impastato". Lo ha detto il pentito Francesco Di Carlo, deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia. Il collaboratore ha ricordato di aver più volte visto il generale Subranni, ex capo del Ros e tra gli imputati, negli uffici dei cugini Nino e Ignazio Salvo, potenti esattori siciliani vicini alla mafia, e una volta anche con Salvo Lima. Sulla morte di Impastato, assassinato dalla mafia nel 1978, Di Carlo ha aggiunto che "Badalamenti aveva interessato Nino e Ignazio Salvo per parlare col colonnello. Dopo poco tempo Nino Badalamenti mi ha detto: 'no, la cosa si è chiusa'".

"Con l'onorevole Salvo Lima ci sono stati molti incontri a Palermo e Roma. Spesso c'era Nino Salvo presente. Io non ero tipo che chiedeva cortesie e posti di lavoro. Anzi, fu lui, una volta a raccomandarmi un nipote, che per un anno ha lavorato ad Altofonte. Lima l'ho conosciuto quando era sindaco di Palermo, presentato da uno dei fratelli Salvo, negli anni Sessanta", ha sostenuto Di Carlo rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo.

Secondo la versione di Di Carlo, il nome di Subranni fu fatto anche da Vito Ciancimino: "Tra gli anni 1976 e 1977 mi parlò del colonnello Subranni", ha dichiarato il pentito in aula, e sull'ex sindaco mafioso di Palermo riferisce ancora: "Vito Ciancimino l'ho incontrato, a fine anni Sessanta, mille volte. Vito Ciancimino era un dio per Binnu Provenzano mentre Totuccio Riina ce l'aveva sullo stomaco".

mercoledì 29 gennaio 2014

"Così il capo della mobile e lo 007 mi chiesero aiuto per fermare Falcone"

Intervista al pentito Franco Di Carlo: altro che trattativa, mafia e politica erano soci. Su Riina: cerca qualcuno che continui la sua linea suicida

di Enrico Bellavia


Il pentito Di Carlo
ROMA - "Conosco Riina, era certo di essere ascoltato, voleva far sapere che lui è il capo di Cosa nostra e che lo stragismo non è finito: è alla ricerca di chi continui la sua linea suicida". Franco Di Carlo è uno dei pochi collaboratori di giustizia dell'esercito corleonese, per Riina è stato l'ambasciatore nel mondo delle professioni e della politica, è stato corteggiato da servizi e apparati, ha mediato, portando in dote al gruppo egemone di Cosa nostra il capitale umano delle relazioni a tutti i livelli...

Riina ha parlato con un non affiliato a Cosa nostra, ha violato così una regola dell'organizzazione?
"Non è certo la prima volta che parla, ma non mi aspettavo che facesse tanta chiarezza con un estraneo a Cosa nostra".

Riina imputa a Provenzano di averlo fatto con i carabinieri...
"Lo ha accusato di avere dei suggeritori e ha rivelato che la moglie ha soldi a palate. Questo non me lo aspettavo, ma è nel personaggio: sparla sempre tutti e ora lo fa sul conto di chi ha condiviso una vita con lui. Lo ha fatto anche con Messina Denaro, accusandolo di interessarsi solo ai soldi dell'eolico. È lui che si è fatto "sbirro": ha accusato me di rapporti con i servizi, ha detto allo Stato di cercarsi nelle tasche per le stragi. Ma ha anche detto che se c'è qualcuno disposto a proseguire la sua linea, lui lo appoggerà, sente di essere il dominatore di Cosa nostra".

E sconfessa la cosiddetta linea moderata...
"Fin quando suo cognato Bagarella è rimasto libero, le stragi sono continuate, una volta arrestato, Provenzano le ha fatte cessare, quindi Riina ha sperato in Messina Denaro ma anche lui lo ha deluso. E ora fa sapere che non riconosce nessun altro. Non ha un cervello sopraffino ma è pericoloso: può esserci in giro qualche pazzo disposto a dargli credito".

Qualche pazzo? Cosa nostra non lo segue più?
"Il popolo di Cosa nostra è stanco, decine di uomini d'onore sono stati sacrificati per la sua megalomania".

Per Riina le stragi sono opera sua, ma lascia intravedere rapporti ad alto livello. Lei ne ha parlato in parte, perché?
"Non sempre ho visto la volontà di volere approfondire. Cosa nostra non prende ordini da nessuno, ma le stragi hanno messo d'accordo più soggetti. Falcone e Borsellino erano un pericolo anche per chi nello Stato temeva la propria fine. L'idea di costituire Dia e Dna, di abbattere il segreto bancario, rappresentavano una minaccia per chi, politici compresi, aveva condotto una lotta di facciata, accordandosi sempre con noi".

Lei ha avuto parte in questi disegni?
"Non ho preso parte alle stragi e non le avrei condivise, ma ero in carcere e ho ricevuto visite da esponenti di servizi che mi hanno proposto un accordo per fermare Falcone".

Quando?
"Accadde prima dell'attentato all'Addaura dell'89, venne a trovarmi un emissario di un ufficiale dei servizi che era stato il mio tramite con il generale Santovito per tanti anni. Con lui c'era il capo della Mobile Arnaldo La Barbera, quest'ultimo non si presentò, ma assistette. Non lo conoscevo, lo riconobbi in fotografia in seguito. Vennero a chiedermi di trovare un modo per costringere Falcone ad andar via da Palermo, a cambiare mestiere. Mi spiego così l'attentato dell'Addaura".

Creò questo collegamento?
"Cercai un contatto, credo che abbiano trovato un'intesa".

Di questo non aveva parlato prima?
"Sono tante le cose che non ho detto perché nessuno me le ha chieste. Credo non fosse il caso visto come vanno le cose".

 È stato citato al processo sulla trattativa, andrà?
"Risponderò come sempre, ma è riduttivo chiamarla trattativa: non c'è stato un accordo soltanto sul 41 bis. Cosa nostra e politica hanno avuto un dialogo continuo, erano soci".

giovedì 23 gennaio 2014

Le domande che restano sulla testimonianza della Boccassini

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari 


Tutti i giornali, nei giorni scorsi, hanno scritto riguardo alle dichiarazioni rese dal procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, innanzi alla corte d'Assise di Caltanissetta in cui si celebra il processo Borsellino quater. Una deposizione durata poco più di tre ore che si è incentrata in particolare sulla lettera che la stessa ha inviato, insieme al collega Sajeva, all'allora procuratore di Caltanissetta Tinebra, in cui mostrava le proprie perplessità sulla collaborazione del “falso pentito” Vincenzo Scarantino.

''Il mio dovere - ha detto riferendosi alla missiva - era mettere per iscritto che si stavano imbarcando in una strada pericolosa”. Nel corso della deposizione il magistrato ha più volte ribadito che “è il pubblico ministero il dominus delle indagini” di fatto togliendo ogni responsabilità al gruppo “Falcone Borsellino” (il pool di investigatori che indagò fin dall'inizio sulle stragi) e al coordinatore dello stesso Arnaldo La Barbera. “Quindi se si è andati avanti per quella strada - ha concluso - gli altri colleghi avranno ritenuto di farlo. Sono i pm che a fronte di quelle cose hanno deciso di andare avanti”. E poi ancora “Il primo interrogatorio di Scarantino a Pianosa lo facemmo io e il collega Carmelo Petralia, poi la maggior parte degli altri furono fatti dalla dottoressa Palma e dal dottor Di Matteo”, ha precisato la Boccassini.
Peccato che il pm Ilda Boccassini, a cui va comunque riconosciuto il merito di aver messo nero su bianco assieme a Sajeva i dubbi sullo Scarantino, non tenga conto di numerosi dati. 
In primo luogo non tiene conto di quella che è stata la reale attività del dottor Di Matteo in quel processo.
Di Matteo al tempo era all’inizio della propria carriera di magistrato ed è entrato nelle indagini che hanno poi portato al processo cosiddetto “Borsellino bis” affiancando i pm Annamaria Palma e Carmelo Petralia nelle fasi conclusive.
Come poteva, il giovane pm, mettere in discussione l’impostazione data dai suoi colleghi più esperti e dal fior fiore degli investigatori antimafia come Arnaldo La Barbera. Quest'ultimo, a detta della stessa Boccassini, era rispettato e tenuto in forte considerazione dall'intera Procura nissena, a cominciare dallo stesso procuratore Tinebra.
Il processo “Borsellino quater” sta portando alla luce diversi aspetti, fino a questo momento tenuti nell'ombra, proprio sul lavoro portato avanti da alcuni soggetti appartenenti al gruppo Falcone-Borsellino. Possono essere definiti quantomeno “anomali” i numerosi colloqui investigativi che si sono tenuti proprio con lo Scarantino (un esempio può essere la “maratona” tra il 4 ed il 13 luglio ndr), spesso nei giorni antecedenti le verbalizzazioni con i magistrati, una volta avviata la sua falsa collaborazione con la giustizia. Verbalizzazioni che in quattro occasioni si sono tenute con la partecipazione della stessa dottoressa Boccassini (la quale in aula ha detto di ricordarne solo due ndr) di cui una, il 15 luglio, alla sola presenza della stessa e di Arnaldo La Barbera. 
Arnaldo La Barbera oggi non c'è più (deceduto per un male incurabile nel 2002), ma, secondo la Procura nissena che tiene aperto un fascicolo, sarebbe stato lui, coadiuvato dai funzionari di Polizia Vincenzo Ricciardi, Salvatore La Barbera e Mario Bo, a confezionare ad arte la falsa pista su via d'Amelio, capace di reggere tre processi e nove gradi di giudizio centrandola sul falso pentimento di Vincenzo Scarantino. Un'accusa che viene basata anche sulle testimonianze di Salvatore Candura e Francesco Andriotta, ovvero gli stessi teste per cui la “pista Scarantino” venne ritenuta credibile. Ed oggi sono proprio Andriotta e Candura che confessano di avere subito minacce e pressioni da parte dei poliziotti indagati, affinché si autoaccusassero di aver ricoperto un ruolo nel furto della Fiat 126, utilizzata poi come autobomba nella strage di via D'Amelio. 
Non si può non considerare poi la fotocopia di un fascicolo dei servizi segreti da cui risulta come nel 1986 e nel 1987, quindi nei due anni precedenti al suo arrivo a Palermo, Arnaldo La Barbera fosse un agente sotto copertura con il nome in codice “Catullo”.
Sia Ilda Boccassini che Sajeva, in aula hanno ribadito come, per quanto concerne il furto dell'auto 126, la versione fornita da Scarantino risultava comunque “verosimile” proprio per la parentela di quest'ultimo con Profeta.
Inoltre, il pm milanese, ha anche riferito che lo stesso La Barbera nutriva dei dubbi sulla collaborazione del boss della Guadagna. Tuttavia è un dato di fatto che il gruppo “Falcone-Borsellino” concentra particolarmente le indagini, e fa di tutto per raccogliere elementi che potessero corroborare la versione “inventata”, che in alcuni tratti ha anche intersecato la verità dei fatti. Perché riguardo a Scarantino, se da una parte ci sono alcuni da lui accusati che sono innocenti, altri sono invece colpevoli e dovrà essere la Procura di Caltanissetta a dover chiarire come questo sia stato possibile.
Anche in riferimento all'acquisizione dei tabulati telefonici dell'utenza di Gaspare Spatuzza in aula è stato riferito come, tramite l’analisi dei cellulari, già nel giugno del 1994 uscì fuori l’utenza del boss di Brancaccio. “Nello specifico – ha detto Ilda Boccassini - scoprimmo che il 19 luglio del ’92, ma anche il 17, c’erano telefonate tra Gian Battista Ferrante e Fifetto Cannella e da lì si risaliva a Spatuzza. Fino ad allora insomma c’erano collegamenti che potevano portare allo spunto investigativo che ora si persegue”. Tuttavia nell'interrogatorio ai pm del giugno 2009 il pm Boccassini aveva anche detto, riferendosi proprio all'acquisizione di quei tabulati riportati in una nota a firma di Francesco Gratteri (Dia), “escludo che la nota in questione potesse avere connessione con la vicenda di via d'Amelio”.
Interrogata sul punto dall'avvocato di parte civile, Fabio Repici, ha poi specificato: “escludo che sia stata depositata per la strage di Capaci”. Poi ha aggiunto: “Le indicazioni che venivano dalle forze investigative venivano portate a conoscenza di tutti i sostituti” senza però ricordare se delle stesse si fosse parlato in qualche riunione specifica. E ciò fa pensare che la pista Spatuzza era tutt'altro che chiara nel 1994. 
Tornando ad Antonino Di Matteo, se il suo ruolo all'interno del processo “Borsellino bis” è stato marginale, lo stesso non è stato per il “Borsellino ter”, il troncone dedicato all’accertamento delle responsabilità interne ed esterne a Cosa Nostra, in cui vengono accusati, processati, chiesti e ottenuti gli ergastoli per gli uomini di Brancaccio (Lorenzo Tinnirello, Francesco Tagliavia e Cristoforo Cannella) che oggi anche la nuova indagine della Procura di Caltanissetta ritiene responsabili della fase preparatoria e della fase esecutiva. 
Inoltre è sempre nel “Borsellino ter” che si parla di mandanti esterni, anche grazie alle dichiarazioni di pentiti di calibro come Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi.
Ma sono anche altri gli aspetti che la dottoressa Boccassini non ha chiarito durante la propria deposizione tanto che l'avvocato di parte civile, Fabio Repici, ha chiesto un confronto tra la stessa e l'ex funzionario di polizia Gioacchino Genchi.
In aula llda Boccassini ha raccontato di aver avuto un ruolo nella misteriosa fuoriuscita di scena di Genchi dal gruppo Falcone-Borsellino. “Probabilmente è anche a causa mia che vi fu quella sorta di allontanamento. Io dissi al procuratore capo Gianni Tinebra che, considerato che avevamo la Dia e il gruppo Falcone-Borsellino, avrei avuto difficoltà a continuare con la polizia di Stato se fosse rimasto Genchi. Io sono rimasta, lui se ne è andato”. E poi ha aggiunto: “Aveva un atteggiamento non istituzionale. Avevo notato in lui un certo gusto che andava oltre lo spunto investigativo. Voleva acquisire troppo e ci propose di indagare su Giovanni Falcone, sui suoi viaggi e sulle carte di credito. Non accettavo un atteggiamento di questo tipo. Poi se le motivazioni del suo allontanamento siano state solo queste o se ce ne fossero anche altre non lo so. Secondo me Arnaldo La Barbera subì la decisione di allontanare Genchi in quanto perdeva un consulente esperto del proprio gruppo, anche se per me ce ne erano di migliori”. 
Fatto sta che Gioacchino Genchi non è stato allontanato ma si è dimesso spontaneamente. E' lei stessa a scriverlo in un documento del 25 maggio 1993, in cui, assieme al pm Fausto Cardella, mise per iscritto che sorprese, non poco, “il fatto che il dottor Genchi abbia improvvisamente deciso di non collaborare più alle indagini, secondo quanto riferisce La Barbera, adducendo giustificazioni generiche e non del tutto convincenti”. Anche perché Genchi si stava interessando di delicate indagini sui contatti telefonici dell'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada. E ancora nella lettera è scritto: “La parte più complessa e delicata di tale attività investigativa era stata affidata al dottor Gioacchino Genchi, che appariva idoneo per le sue specifiche conoscenze tecniche e per la sua competenza nel settore della telefonia”. Non emergono quindi contrasti o malumori da parte della stessa Boccassini con Genchi che invece ha già raccontato in aula come il motivo delle sue dimissioni spontanee fosse da ricondurre sul diverbio avuto con lo stesso La Barbera in merito all’arresto di Gaetano Scotto che avrebbe fatto saltare la pista del coinvolgimento dei servizi segreti.
Se davvero vi erano così forti contrasti per quale motivo non ve ne sarebbe traccia nel documento presentato a Tinebra se poi era stato espresso un “aut-aut”? Come era possibile che dalla nota inviata in precedenza da La Barbera risulta soltanto che il 6 maggio 1993 “Genchi non svolgeva più alcuna attività investigativa nell'ambito dei Gruppi di indagine diretti dallo scrivente” e nella missiva successiva si fa riferimento alla decisione di Genchi “di non collaborare più con le indagini”? Significa che in qualche modo si era già parlato dei motivi delle dimissioni? 
Toccherà ora alla corte decidere se ammettere il confronto tra la Boccassini e Genchi dopo la richiesta delle parti civili e l'opposizione della Procura e degli avvocati Scozzola e Crescimanno.
Ma a prescindere da quella che sarà la decisione le domande restano.

Stato-mafia, Di Matteo: "Quelle di Riina non sono semplici minacce

Il pm parla per la prima volta dopo la pubblicazione delle intercettazioni in carcere- "E' possibile che il boss tenti di esercitare un ruolo di comando"


Le minacce di Totò Riina al pm Nino Di Matteo, magistrato del pool che sostiene l'accusa nel processo Stato-Mafia, non sono semplici intimidazioni. Ne è convinto lo stesso Di Matteo, che al Giornale Radio parla per la prima volta dopo la pubblicazione delle intercettazioni in carcere.

"Io cerco di concentrarmi sul lavoro, ma certamente saremmo degli stupidi se non avvertissimo una, credo normale, preoccupazione", dice il magistrato che poi così valuta le parole intercettate: "Non credo si possano definire delle semplici minacce ma sono delle intenzioni omicidiarie prospettate a un altro detenuto probabilmente perché in qualche modo vengano portate all'esterno per essere eseguite".

E sull'eventuale potere che il boss di Cosa Nostra abbia di portare a termine i suoi propositi, il pm di Palermo osserva: "Fino a qualche anno fa risultanze precise investigative facevano emergere che i capi in libertà di Cosa Nostra non volevano prendere o non potevano prendere determinate decisioni se non acquisendo l'avallo e il consenso di colui che ritenevano il vero capo, cioè Salvatore Riina. Questa è la situazione che quanto meno fa sospettare che ancora oggi certamente Riina possa tentare di esercitare un ruolo di comando".

Di Matteo parla anche del clima in cui si trova a vivere negli ultimi mesi: "Credo che registrare la vicinanza di tanti semplici cittadini sia un motivo ulteriore di conforto e che questa solidarietà possa anche sopperire rispetto a qualche silenzio e perplessità di fondo e a qualche malignità di chi ha perfino messo in dubbio quello che è stato oggetto delle intercettazioni". E spiega: "C'è sempre chi parla di minacce inventate. Sono storie che fanno parte purtroppo di quella mentalità mafiosa che tende a delegittimare i magistrati". Conclude il pm: "Quello che io ritengo, quello che penso, quello che sospetto in questo momento ovviamente non ha alcun valore se non verrà dimostrato eventualmente, e quindi me lo tengo per me".

martedì 21 gennaio 2014

Riina in carcere ordina l'attentato a Di Matteo "Deve succedere un manicomio..."

I colloqui del "Capo dei capi" con il boss della Sacra corona unita Alberto Lorusso: "Perché questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile ucciderlo, un'esecuzione come a quel tempo a Palermo, con i militari". "Berlusconi perché si è andato a prendere lo stalliere?" Ecco le intercettazioni


PALERMO  -  Parla il boss: "Io, il mio dovere l'ho fatto. Ma continuate, continuate... qualcuno, non dico magari tutti, ma qualcuno, divertitevi...". Divertirsi per Totò Riina significa fare stragi. E uccidere i magistrati che indagano su di lui nell'inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia. Divertirsi per lui significa anche far fuori "tutte le paperelle " che stanno intorno ai giudici, gli agenti delle scorte. "Qua qua qua", ripete il capo dei capi di Cosa nostra mentre passeggia all'ora d'aria in un camminatoio del carcere milanese di Opera con un compagno detenuto, Alberto Lorusso, ufficialmente solo un affiliato alla Sacra Corona Unita, in realtà un personaggio forse legato agli apparati polizieschi. Gli dice Riina: "Deve succedere un manicomio, deve succedere per forza, se io restavo sempre fuori, io continuavo a fare un macello, continuavo al massimo livello". Gli ribatte Lorusso: "Noi abbiamo un arsenale". Noi chi? È quello che stanno cercando di scoprire in Sicilia. Queste sono le prime intercettazioni del boss sulle minacce ai pm di Palermo, depositate agli atti del processo sulla trattativa.

SERVE UN'ESECUZIONE
Il 16 novembre 2013, alle ore 9.30, Totò Riina ordina l'eliminazione del pubblico ministero Nino Di Matteo "che deve fare la fine dei tonni". Intima: "E allora organizziamola questa cosa... Facciamola grossa e non ne parliamo più". Una telecamera nascosta riprende il boss mentre esce la mano sinistra dal cappotto e mima il gesto di fare in fretta. Aggiunge: "Perché questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile ucciderlo,
un'esecuzione come a quel tempo a Palermo, con i militari". Riina ha un odio viscerale contro questo pubblico ministero, che con i suoi colleghi (Del Bene, Tartaglia e Teresi), sta scavando dentro i misteri della trattativa: "Vedi, vedi... si mette là davanti, mi guarda con gli occhi puntati ma a me non mi intimorisce, mi sta facendo uscire pazzo... come ti verrei ad ammazzare a te, come a prendere tonni. Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono. Ancora ci insisti? Minchia.... perché me lo sono tolto il vizio? Me lo toglierei il vizio? Inizierei domani mattina".

LA TRATTATIVA E LO STATO
Il capomafia di Corleone  -  che non ha mai perso un'udienza del processo per la trattativa  -  sembra furioso per come l'hanno trascinato nell'inchiesta sui patti fra lo Stato e Cosa nostra a cavallo delle stragi del 1992. E ancora una volta la sua ira si scatena contro il pm palermitano: "Questo Di Matteo, questo disonorato, questo prende pure il presidente della Repubblica... Questo prende un gioco sporco che gli costerà caro, perché sta facendo carriera su questo processo di trattativa... Se gli va male questo processo lui viene emarginato ". E prevede: "Io penso che lui la pagherà pure... lo sapete come gli finisce a questo la carriera? Come gliel'hanno fatta finire a quello palermitano, a quello... Scaglione (il procuratore ucciso a Palermo nel 1970 ndr), a questo gli finisce lo stesso". Poi Lorusso lo informa di quanto ha sentito in televisione: "Dicevano che il presidente della Repubblica non deve andare a testimoniare, ci sono un sacco di politici, partiti, che dicono che non deve andare a testimoniare". Gli risponde Riina: "Fanno bene, fanno bene.. ci danno una mazzata... ci vuole una mazzata nella corna a quelli di Palermo". Lorusso incalza: "Sono tutti con Napolitano, lui è il Presidente della Repubblica e non ci deve andare". Riina azzarda: "Io penso che qualcosa si è rotto...".

SILVIO E I GRAVIANO
Il 6 agosto, Riina chiede a Lorusso cosa dicono i telegiornali di quel "buffone" di Berlusconi. Il boss pugliese risponde che a Roma "stanno vedendo come fare per salvarlo ". E a questo punto Riina si lancia in un'altra delle sue invettive: "Noi su Berlusconi abbiamo un diritto: sapete quando? Quando siamo fuori lo ammazziamo". E subito dopo: "Non lo ammazziamo però perché noi stessi non abbiamo il coraggio di prenderci il diritto". Il 25 ottobre il boss di Corleone ritorna a parlare del Cavaliere. E anche dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i boss di Brancaccio sospettati di avere avuto molti contatti economici con l'imprenditoria di Milano. Di loro dice: "Avevano Berlusconi... certe volte...". Segue un'altra parola, incomprensibile. Ma, adesso, Riina lascia intendere che ha qualche riserva anche sui suoi fedelissimi di un tempo, i Graviano.

LE RISERVE SULL'EREDE
C'è grande fibrillazione al vertice di Cosa nostra. Non sono soltanto i Graviano a
preoccupare Riina. A lui non piace neanche la strategia del superlatitante Matteo Messina Denaro: "A me dispiace dirlo, questo signor Messina Denaro, questo che fa il latitante, questo si sente di comandare, ma non si interessa di noi". È davvero un giudizio duro. "Questo fa i pali della luce  -  aggiunge, riferendosi al business dell'energia eolica in cui Messina Denaro è coinvolto  -  ci farebbe più figura se se la mettesse in culo la luce". E lo accusa di interessarsi solo ai suoi affari. "Fa pali per prendere soldi", dice.

CAPACI E VIA D'AMELIO
"Loro pensavano che io ero un analfabeticchio, così la cosa è stata dolorante, veramente fu tremenda, quanto non se lo immaginavano". Sono le parole con le quali Totò Riina rievoca i giorni della strage di Capaci. "Abbiamo cominciato a sorvegliare, andare e venire da lì, dall'aeroporto... siamo andati a Roma, non ci andava nessuno, non è a Palermo.... fammi sapere quando può arrivare in questi giorni qua. Andammo a tentoni, fammi sapere quando prende l'aereo ". Ma resta un discorso a metà. Da chi i mafiosi dovevano sapere dell'arrivo di Falcone a Palermo? Lo stesso mistero resta nei discorsi che Riina fa sulla strage Borsellino: "Cinquantasette giorni dopo, minchia, la notizia l'hanno trovata là dentro... l'hanno sentita dire... domenica deve andare da sua madre, deve venire da sua madre... gli ho detto... ah sì, allora preparati, aspettiamolo lì". Chi aveva comunicato ai mafiosi che Borsellino sarebbe andato da sua madre domenica pomeriggio? Riina fa riferimento a "quello della luce... anche perché ... sistemati, devono essere tutte le cose pronte, tutte, tutte, logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: "Se serve mettigli qualche cento chili in più...". E dopo la strage del 19 luglio, il mistero della scomparsa dell'agenda rossa di Paolo Borsellino. "Si fottono l'agenda, si fottono l'agenda". Ma chi? Anche questo resta un mistero.

IL PAPA E LA GRAZIA
"Non gliene capiteranno più di nemici, così, come me. Gliene è capitato uno e gli è bastato, se ne devono ricordare per sempre... gli ho fatto ballare la samba", dice Riina parlando di se stesso. Poi, scherza: "Io cerco la grazia, ma chi me la deve dare la grazia? Come me la devono dare? Minchia loro non sanno, non sanno, ma il Signore gliela paga, gliela ripaga pure a loro". E alla fine cita il Pontefice "Questo è buono, questo papa è troppo bravo ".

LA MAIL SEGRETA
Totò Riina e Alberto Lorusso sono a conoscenza di una mail girata riservatamente sui pc di tutti i procuratori di Palermo. Ne fanno cenno, ricordando che i magistrati  -  qualche mese fa  -  volevano arrivare tutti in aula al processo sulla trattativa per solidarietà con Nino Di Matteo. Notizia segretissima. Eppure Totò Riina e il suo amico Lorusso, tutti e due al 41 bis, la conoscevano.

LA MAIL SEGRETA
In una conversazione avvenuta il 20 settembre 2013, i due parlano dei "guai" dell'ex premier. Non si sa se guai giudiziari o di carattere politico. Rispondendo alle parole di Alberto Lorusso, che lo aggiorna sulle ultime notizie su Berlusconi, il capomafia di Corleone scuote la testa e dice: "Se lo merita, se lo merita. Gli direi io 'ma perchè ti sei andato a prendere lo stalliere? Perchè te lo sei messo dentro?'". Secondo gli investigatori, Riina fa riferimento a Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, condannato per mafia, morto qualche anno fa. Sempre parlando di Mangano, Riina in quella stessa conversazione, parte della quale omissata dai magistrati della Dda, aggiunge poi: "Era un bravo picciotto (uomo ndr.) mischino (poverino ndr), poi si è ammalato ed è morto".


Strage di via D’Amelio, Boccassini: “Scarantino raccontò da subito fregnacce”

Il procuratore aggiunto di Milano depone al quarto processo sull'eccidio in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti di scorta, riaperto grazie alle dichiarazioni del killer di Brancaccio. Il magistrato rivela che il coinvolgimento di Spatuzza emerse già nel '94

Il Magistrato Ilda Bocassini
Sulla strage di via D’Amelio fu subito chiaro che il pentito “Scarantino raccontava ‘fregnacce’ pericolose“. Il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini depone davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta dove si tiene il quarto processo per la strage del 19 luglio del ’92 dove vennero massacrati il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, e sul depistaggio che per vent’anni ha nascosto la verità su quella mattanza avvenuta 57 giorni dopo Capaci. La Boccassini fin da subito non credette alla ricostruzione del balordo della Guadagna. Tanto che il 12 ottobre del 1994, prima di lasciare Caltanissetta, scrisse una lettera all’allora capo della Procura Giovanni Tinebra, insieme al collega Roberto Sajeva, in cui esprimeva pesantissimi dubbi sull’attendibilità del pentito. Ma il procuratore aggiunto di Milano rivela anche un dettaglio inedito: “Tramite l’analisi dei cellulari già nel giugno del 1994 uscì fuori l’utenza di Gaspare Spatuzza nelle indagini sulla strage di via D’Amelio. Fino ad allora c’erano collegamenti che potevano portare allo spunto investigativo che ora si persegue”. Insomma, già due anni dopo la strage c’erano già elementi importanti per puntare sulla direzione giusta. Ma è solo nel 2008, 14 anni dopo, che le false verità passate in giudicato per tre volte, iniziano a sgretolarsi.

Boccassini, che tra il ’92 e il ’94 venne applicata alla Procura di Caltanissetta per indagare sulle stragi costate la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ripercorre la storia nera di quei giorni: “Scoprimmo che il 19 luglio del ’92 c’erano telefonate tra Gian Battista Ferrante e Fifetto Cannella e da lì si risaliva a Spatuzza”. U tignusu, che ha cominciato a collaborare con la giustizia nel 2008, ha riscritto la storia della strage di via D’Amelio svelando il depistaggio, che coinvolge i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta, Calogero Pulci, tra gli imputati del processo, sulla fase esecutiva dell’attentato. Le indagini dell’epoca furono condotte dalla squadra Falcone-Borsellino, un gruppo di investigatori guidata dall’ex capo della mobile di Palermo Arnaldo La Barbera che aveva l’incarico di fare luce su Capaci e via D’Amelio. Grazie alla collaborazione del pentito la Procura nissena guidata da Sergio Lari ha potuto ricostruire le fasi preparatorie dell’eccidio e scagionare i sette innocenti accusati da Scarantino, Pulci e Andriotta.

E il procuratore aggiunto di Milano torna su quella falsa pista e sui dubbi che fin da subito ha nutrito sul piccolo delinquente. “Quando arrivai a Caltanissetta da parte di tutti c’erano perplessità rispetto alla caratura del personaggio Vincenzo Scarantino – dichiara Boccassini -. Ricordo perfettamente che si trattava di dubbi nutriti non solo dai magistrati ma anche dagli investigatori”. Al dibattimento, che si tiene davanti alla Corte di Assise del capoluogo siciliano, sono imputati di strage i boss Salvino Madonia e Vittorio Tutino e di calunnia i falsi pentiti Calogero Pulci, Vincenzo Scarantino e Francesco Andriotta, autori di un clamoroso depistaggio. “Scarantino – ha raccontato il procuratore – dal carcere faceva arrivare messaggi tramite la polizia penitenziaria. Accennava alla possibilità di parlare, poi si tirava indietro. Oscillava. Fino a giugno quando ci fu la ciliegina finale, decise di collaborare e andammo a Pianosa a sentirlo”.

Sembrava già tutto chiaro vent’anni fa. “Per me la prova regina che Scarantino era un mentitore si è avuta proprio quando ha cominciato a collaborare. La sua collaborazione mi ha convinto che eravamo davanti a uno che raccontava ‘fregnacce’ pericolose perché coinvolgeva anche importanti collaboratori di giustizia”. Che in ogni confronto sbugiardavano il falso pentito. Scrivendo al capo della Procura Tinebra, il magistrato fece presenti le lacune e le bugie presenti nelle parole del falso pentito che, parlando della riunione preparatoria dell’attentato a Borsellino, aveva raccontato della presenza di mafiosi poi pentiti come Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, non riuscendo però a riconoscerli in foto.

“Dissi che andava sospeso tutto – ha aggiunto – che dovevamo verificare, avvisare i colleghi di Palermo, fare i confronti e ricominciare con saggezza umiltà ed equilibrio, doti che dovrebbero avere i magistrati”. Parole cadute nel vuoto. Non venne nemmeno convocata, prima del trasferimento del magistrato a Milano, una riunione della direzione antimafia di Caltanissetta per parlare dei suoi dubbi. “Il mio dovere – ha detto riferendosi alla lettera inviata a Tinebra – era mettere per iscritto che si stavano imbarcando in una strada pericolosa“.

Nel corso della deposizione il magistrato ha più volte ribadito che “è il pubblico ministero il dominus delle indagini”, “quindi se si è andati avanti per quella strada – ha concluso – gli altri colleghi avranno ritenuto di farlo sono i pm che a fronte di quelle cose hanno deciso di andare avanti”.


lunedì 13 gennaio 2014

"Caro Paolo..." Incontro/Dibattito a Torino - 18 Gennaio 2014


Incontro/Dibattito aperto alla cittadinanza - 18 gennaio 2014 - Ore 16. Torino, Centro Congressi Santo Volto - Via Borgaro, 1 (ang. Via Nole)

Dopo la proiezione del film “Caro Paolo” (regia di Donata Gallo) interverranno in sala:

Antonino Di Matteo - Sost. Procuratore di Palermo
Roberto Scarpinato - Proc. Generale di Palermo
Sonia Alfano - Pres. Commissione Antimafia Europea
Salvatore Borsellino - Fratello del giudice Paolo
Marco Travaglio - Vicedirettore de "Il Fatto Quotidiano"

giovedì 9 gennaio 2014

Milano, furto a casa Borsellino. La denuncia: "Fatto sospetto"

Secondo Salvatore, il fratello del giudice ucciso dalla mafia che vive ad Arese, il fatto è poco chiaro: "Hanno rovistato tra i documenti e lasciato le cose di valore. Non è certo opera di balordi"


Salvatore Borsellino
Misterioso furto nella casa milanese di Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nella strage di via D'Amelio e fondatore del movimento 'Agende rosse'. Lo ha rivelato lui stesso a Palermo, dove è in corso l'udienza del processo per la trattativa Stato-mafia. Secondo quanto ha raccontato, tra il 29 dicembre e il 3 gennaio, un periodo nel quale non si trovava a casa, sconosciuti sono entrati nell'appartamento di Arese, un comune alle porte di Milano, e hanno portato via la cassaforte. 

"Un fatto strano. non certo opera di balordi. Sono stati lasciati oggetti di valore mentre hanno rovistato tra i documenti", è il primo commento di Borsellino. Il quale ha segnalato anche un'altra circostanza sospetta: l'impianto di allarme, collegato telefonicamente alla caserma dei carabinieri di Arese, non è scattato.

"Sto tornando a Milano per integrare la denuncia - ha aggiunto Borsellino - l'allarme ha sempre funzionato. Questa volta le chiamate automatiche ai carabinieri non sono partite. Si dovrà verificare se siano stati utilizzati strumenti che inibiscono gli impianti elettronici, e se, effettivamente, dietro a un furto possa celarsi altro. Devo anche controllare se il computer è stato manomesso e se sono stati portati via documenti".