martedì 5 agosto 2014

La giustizia, la mafia, lo Stato

di Rita Bartoli Costa


Rita Bartoli Costa con il Procuratore Piero Grasso il 6 agosto 2000 
Caro giudice, non si è ancora spenta, a Palermo, l'eco  dell'ultimo convegno, indetto dall'Associazione nazionale magistrati, quando da Trapani rimbalza in tutta la sua agghiacciante crudezza, la notizia che un altro magistrato impegnato, coraggioso, dichiaratamente di sinistra, è caduto riverso nel suo sangue, sotto i colpi spietati di feroci assassini della mafia.
A Palermo, appresa la notizia, a Palazzo di giustizia si sospendono le udienze; poi voi magistrati vi riunite in assemblea e ha inizio il solito rituale, ormai scontato, delle parole che ogni volta fanno da coro al macabro esito di "un grande delitto".
Si ritorna a parlare di sdegno, di riprovazione; si rinnova il solito impegno per una lotta ferma che porti alla sconfitta di questa mostruosa piovra, che continua a dissanguare la Sicilia con un ritmo sempre più incalzante. Si lamenta mancanza di mezzi e strumenti, ma nessuno si accorge che il sangue di Gian Giacomo Ciaccio Montalto e quello di coloro che lo hanno preceduto, merita una più approfondita riflessione.
A Palermo, in Sicilia, oggi è evidente che se si è 'diversi' (particolarmente impegnati, democratici) si resta soli, e, prima o poi, si finisce con l'esser «cancellati come corpi estranei» dalla mafia.
È bene che tu, mio caro giudice, prenda coscienza che per una efficace lotta alla mafia e per la tutela di quelli di voi che sono onestamente e concretamente impegnati in questa difficile lotta, hai bisogno più che di macchine blindate o della creazione di altri, se pur indispensabili, strumenti richiesti e non dati, della crescita, di una forte tensione ideale tra tutti i magistrati: una forte tensione che di voi tutti faccia un blocco, un argine sicuro, tale che vi renda omogenei dinanzi alla società e dinanzi alla mafia: così che a nessuno si possa guardare da altre angolazioni come un giudice 'solo'; come un giudice «diverso».
È indispensabile avere tutti uguale impegno sulla stessa linea; procedere a righe serrate e che sia smessa da qualcuno l'abitudine di celare con eleganti argomentazioni giuridiche e suggestive ipotesi di garantismo,un certo, sostanziale disimpegno.
Un magistrato, in Sicilia più che altrove, non può non avere consapevolezza del proprio ruolo e deve pur sapere che la dignità di esercitarlo può e deve essere portata fino alle estreme conseguenze.
Ecco perché non serve più il rituale delle solite parole di sdegno: serve anche onorare i propri morti; serve non farli dimenticare; serve non tentare di sminuire l'opera con elementari, maldestri mezzucci; serve non dimenticare che a Palazzo di giustizia i morti devono essere presentì quanto i vivi: e deve essere valorizzato il patrimonio di giustizia e democrazia che hanno lasciato.
È necessario far quadrato attorno ai propri morti, leggendo con attenzione tra le loro carte, operando tenacemente, concretamente, con entusiasmo direi, senza timori "riverenziali", nell'intento nobile e indispensabile di dar loro giustizia.
Io, caro, giudice, ti seguo, sempre, con rispetto, con ansia qualche volta, altre con ammirazione: ma queste cose non potevo tacerle per il tuo stesso destino, per il destino di altri tuoi colleghi. Non potevo tacertele perché è tutta una giornata che mi sento vicina ai figli adolescenti di Gian Giacomo Ciaccio Montalto e so quanto e come e per tutta una vita brucerà sulla loro pelle il sangue del loro papà, morto assassinato per aver servito la giustizia.
Se tu, caro giudice, rifletterai sulle cose che non sono state fatte, su quelle che sono state fatte con tanta approssimazione; se rifletterai sul danno prodotto da chi i rami secchi non sa tagliare e si rifiuta di leggere con passione e intelligenza i fatti, così che finisce con l'essere l'operatore del non fare o del fare appena, allora questa nostra bella e tormentata terra avrà speranza di sopravvivenza. E tu o il tuo collega non lascerete soli i giovani figli a piangere lacrime che col passare degli anni diventano sempre più amare.
Scusa la crudezza, a volte, delle mie parole: ma questa è l'ora della verità e, quindi, delle scelte. Io come donna, le mie le ho già fatte. Continuerò a chiedere ai paese che il sangue di Giacomo Ciaccio Montalto e di chi lo ha preceduto lungo questo triste sentiero di morte, non sia stato inutilmente versato, ma serva a proteggere anche te, caro "giudice solo".
Ma chiederò pure che pulizia ovunque sia fatta: bene, in ogni angolo; anche negli angoli oscuri e mai spolverati dei palazzi di giustizia.

(Dopo l'ultimo delitto in Sicilia scrive la vedova del magistrato Costa)
Articolo da L'Unità del 29 Gennaio 1983

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