giovedì 6 febbraio 2014

Lo spot di Panorama alla famiglia Riina

di Adriana Stazio





Sul settimanale Panorama, noto settimanale della Mondadori casa editrice della famiglia Berlusconi e abilmente diretto seguendo sempre le direttive di famiglia dal fedele Giorgio Mulé, nell’ultimo numero di quello che fu un importante settimanale avete potuto leggere una sconcertante (non) intervista a Lucia Riina, ultima figlia del più noto Salvatore Riina, capo indiscusso di Cosa Nostra. Si tratta dello stesso settimanale che da anni attacca in tutti i modi i magistrati di Palermo che si occupano delle indagini e del processo sulla trattativa Stato-mafia e il loro testimone Massimo Ciancimino. Lo stesso settimanale, il cui direttore, ospite in studio a Servizio Pubblico, ha cercato vergognosamente di addossare il depistaggio di Scarantino a Nino Di Matteo, per poi dare del pataccaro a Massimo Ciancimino suscitando l'ottima risposta di Sandro Ruotolo: "Il pataccaro, intanto Riina non vede l'ora che muoia". Ruotolo ha poi proseguito dando la notizia dei 12 milioni riferibili al padre messi spontaneamente a disposizione della magistratura dallo stesso Massimo Ciancimino affinché se ne accerti la provenienza. 

Questa a Lucia Riina possiamo definirla in mille modi tranne che un’intervista. Su Panorama troviamo un formidabile spot pubblicitario della famiglia del capo della cupola mafiosa. Un servizio patinato con tanto di foto della figlia del padrino, la bella ragazza con gli occhioni azzurri, ritratta mentre fa danza, mentre cucina, mentre accudisce le galline, con le foto di mamma e papà e con i suoi quadri. Il ritratto della normalità e dei buoni sentimenti, una famiglia da invidiare. Le domande poste dovrebbero far vergognare un giornalista degno di questo nome, tutte compiacenti, non una domanda scomoda. MAI una volta viene pronunciata la parola mafia o la parola Cosa Nostra, mai si parla dei delitti efferati compiuti dal padre della brava Lucia a cui viene permesso, su sollecitazione delle domande stesse, di presentare un quadretto vergognoso di armonia, bontà, buoni sentimenti e perfino cultura. Con un padre amorevole che però nella realtà ha fatto finire giovanissimo all'ergastolo suo figlio Giovanni: lui e quel brav’uomo dedito all’arte dello zio Leoluca Bagarella gli hanno fatto compiere a 19 anni un efferato omicidio per farlo "diventare uomo", per “insegnargli il mestiere”. Ma nessuno chiede questo a Lucia. Nessuno le chiede come può dipingere un così bel quadretto sull’educazione a loro impartita dal padre ma anche da una madre complice, quando al figlio maggiore il padre ha insegnato ad ammazzare segnandogli un destino da ergastolano: il ragazzo, poco più che adolescente, aiutato dallo zio e da un altro “uomo d’onore”, dovette strangolare la vittima che poi fu sciolta nell’acido. Questo non è giornalismo. In gergo si chiamano "marchette". Ma fare la "marchetta" alla famiglia Riina è una cosa scandalosa senza precedenti.


Tutto ciò avviene in un momento particolare, in cui proprio Riina è il protagonista di quelli che da seri investigatori sono ritenuti non semplici minacce ma ordini di morte intercettati in carcere per bocca di Salvatore Riina, diretti proprio a Nino Di Matteo, oggetto del suo odio profondo. Ciò accade dopo gli strani segnali lanciati attraverso le guardie penitenziarie. Riina dimostra grande interesse proprio verso il processo della trattativa, attacca i magistrati, attacca Nino Di Matteo, attacca Massimo Ciancimino e tutti coloro che possono fare luce su quel passato. Stesso interesse e stesse paure che le verità indicibili vengano fuori albergano in importanti settori dello Stato.

Purtroppo sulla questione figli dei mafiosi c'è molta confusione, una confusione in cui trovano spazio operazioni mediatiche di questo tipo. Da parte di certa stampa non si perde occasione per rinfacciare e usare a scopo di delegittimazione la provenienza di chi ha fatto scelte di rottura con quelle paterne come Massimo Ciancimino che si è schierato apertamente contro la mafia non solo a parole ma anche nei fatti, mentre verso i figli silenziosi dei capimafia prevale il buonismo e solo con loro ci si ricorda che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma il problema, credo, non sono i padri, ma proprio le scelte dei figli. Lucia Riina non è responsabile delle scelte di suo padre, che rimane suo padre, però è una persona adulta che ha deciso sì di vivere la sua vita senza entrare in associazioni mafiose ma ha scelto di fare una propaganda di questo tipo. Una propaganda alla mafia. Oggi su Panorama come mesi fa alla televisione svizzera o attraverso il suo stesso sito di arte. Un’operazione di marketing di cui lei è la testimonial per presentare un volto attraente, familiare e spendibile mediaticamente della sua famiglia. Nelle regole di Cosa Nostra non è una rottura non entrare nell'organizzazione, cosa ben consentita ai figli, la rottura è mettersi contro Cosa Nostra e le sue regole. 
Chi di noi può rimanere neutrale nei confronti della mafia? Nessuno. Ecco perché a maggior ragione non può farlo la figlia di un mafioso di quel calibro specie se vuole rilasciare interviste non solo su di sé ma anche sulla sua famiglia piena di stragisti efferati che hanno insanguinato l’Italia.

Nessuno si chiede dov'è il tesoro di Riina. O quello di Provenzano. Nessuno chiede ai figli di restituire quei soldi alla comunità. Soldi quelli sì davvero macchiati di sangue, perché qui non parliamo di un politico colluso e organico a Cosa Nostra, ma di assassini. Come mai? E nessuno chiede a questi figli perché non raccontano ai magistrati quello che sanno sulle latitanze dei padri che pure potrebbe essere tanto di aiuto alla magistratura. Tutto ciò dimostra che la trattativa del ’92-’93 non è un qualcosa che appartiene al passato, ma un qualcosa che appartiene al nostro presente.



Ecco alcuni passaggi dell'intervista, che va davvero oltre ogni immaginazione.

Che ricordo ha della sua infanzia? "Ho un ricordo di gioia e serenità. Si respirava amore puro in casa, sembrava di vivere dentro una fiaba". E descrive l’allegra e affettuosa famiglia, da pubblicità del Mulino Bianco. E poi: "Mamma ha conseguito il diploma magistrale, quindi ci parlava spesso di storia dell'arte e di letteratura, papà era un appassionato di libri, e trascorreva le sue serate a leggere volumi sulla storia della Sicilia. Credo di avere, comunque, ereditato l'amore per la pittura dallo zio Leoluca (Bagarella, ndr), il fratello di mia madre. In casa custodisco gelosamente alcuni suoi dipinti, regali delle zie per il mio matrimonio: sapevano che anche dal carcere lo zio avrebbe apprezzato il gesto." E’ qui che il racconto diventa davvero surreale: facciamo alquanto fatica a immaginare Salvatore Riina appassionato di libri e intento alle sue letture. Lo stesso zu Totò interrogato dalla procura di Caltanissetta afferma: “Io sugnu inalfabeto. Lei sta parlando con un alfabeto.” Da vero analfabeta. 

Arriva la descrizione del padre affettuoso, altro che il sanguinario capo della mafia, lo stragista spietato, la bestia di cui leggiamo le intercettazioni che ce lo mostrano in tutta la sua mostruosità e la sua bassezza! Invece no, ci siamo sbagliati: proprio come in una di quelle canzoni della mafia che evocano le sue gesta, zu Totò è qui descritto in modo da suscitare le simpatie del lettore, ma anche da far ben comprendere come sia ancora lui a comandare in casa sua: "Da papà, sicuramente, [ho ereditato] la gioia di vivere. Il fatto di andare sempre avanti senza arrendersi. Con lui c'è sempre stato un feeling speciale, complice anche il fatto di essere la più piccola in famiglia. Nelle lettere che mi spedisce mi chiama ancora «Lucietta di papà» nonostante i miei 33 anni suonati. Anche dal carcere, in questi anni, ha cercato spesso di ammorbidire la mamma per le classiche richieste che una figlia adolescente fa ai propri genitori. Mi riferisco all'orario di rientro il sabato sera o al permesso per andare al mare. Quando conobbi Vincenzo, mio fratello Salvo inizialmente era un po' geloso così ne parlai durante un colloquio a papà, che rispose: «Se la mia Lucietta è contenta, fatele fare le sue scelte».”
Panorama non ci risparmia la descrizione drammatica dell'arresto di zu Totò, le crudeltà dello Stato che l’ha rinchiuso al 41 bis, l'epopea di mamma Ninetta Bagarella che ha dovuto crescere i figli senza l'adorato marito. "Il loro è stato un amore da romanzo" racconta la figlia a una compiacente intervistatrice. 

L'intervista esce nello stesso numero in cui inizia la collaborazione con il generale Mori: da questa settimana Panorama distribuisce in allegato la rivista mensile “LookOut News” edita dalla G-Risk di Giuseppe De Donno, direttore scientifico, ultima ma non sicuramente ultima delle infinite cariche riservate ad allietare la dolce pensino del generale Mario Mori. Lo stesso che ha catturato Totò Riina quel 15 gennaio 1993. Lo stesso che viene presentato dalla stampa amica come Panorama quale nemico giurato del capo dei capi. Un paladino dell'antimafia. Della saga di Ultimo interpretato da Raoul Bova. Lo stesso che però nei tribunali si avvale sempre della facoltà di non rispondere rifiutandosi di aiutare la magistratura a fare chiarezza sulla trattativa condotta con Cosa Nostra per il tramite di Vito Ciancimino, nonostante che gli alti ruoli istituzionali ricoperti richiederebbero un ben altro atteggiamento.
A questo punto dall'uomo che ha catturato il capo dei capi ci aspetteremmo che dopo questa (non) intervista a Lucia Riina, dopo questo spot propagandistico alla mafia, prenda le distanze e interrompa la collaborazione della sua rivista con Panorama. Voi che dite? Il prossimo mese troveremo ancora “LookOut News” in allegato?

19luglio1992.com

Nessun commento: