giovedì 19 dicembre 2013

Intervista su trattativa Stato-mafia prosciolto il pm Di Matteo

Il magistrato era finito sotto inchiesta disciplinare per un'intervista, rilasciata a "Repubblica", in cui ammetteva l'intercettazione di telefonate tra l'ex ministro Mancino e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

il PM Nino Di Matteo
Proscioglimento per il pm di Palermo, Nino Di Matteo, finito sotto inchiesta disciplinare per un'intervista, rilasciata a "Repubblica" nel giugno 2012, in cui ammetteva l'esistenza di telefonate tra l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino, e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intercettate nell'ambito dell'indagine sulla presunta trattativa Stato-mafia. A chiederlo è stato il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, al termine dell'indagine disciplinare che aveva avviato nei mesi scorsi nei confronti del magistrato siciliano.

La richiesta di non luogo a procedere per Di Matteo, avanzata dal pg della Suprema Corte dovrà ora essere vagliata dalla sezione disciplinare del Csm. Richiesta di proscioglimento c'è stata anche per il capo della Procura di Palermo, Francesco Messineo, finito sotto inchiesta disciplinare per non aver segnalato ai titolari dell'azione disciplinare la condotta di Di Matteo. La richiesta di non luogo a procedere è stata firmata stamattina dal pg di Cassazione: stando a quanto si è appreso, gli accertamenti svolti, con l'audizione di alcuni testimoni, hanno portato alla conclusione che Di Matteo non può essere accusato di un illecito disciplinare poiché la notizia di intercettazioni riguardanti il capo dello Stato era già stata diffusa da alcuni organi di stampa il giorno prima dell'intervista rilasciata dal pm.

martedì 17 dicembre 2013

Alberto Lorusso, il "confessore" di Totò Riina pilotato dai Servizi

di Andrea Purgatori 

L’avevano fatto passare per un boss della Sacra Corona Unita. L’unico tra i criminali detenuti nel supercarcere di Opera che, ora d’aria dopo ora d’aria, si era conquistato la fiducia del Capo dei capi al punto da raccoglierne le ultime feroci esternazioni (e confessioni). Quelle che hanno spinto il ministro dell’Interno a rendere pubblica la minaccia di una nuova deriva stragista di Cosa Nostra e addirittura ad immaginare per Nino Di Matteo, Pm nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, spostamenti per le vie di Palermo all’interno di un blindato Lince preceduto da un bomb-jammer.
Invece, gratta gratta, si scopre che questo Alberto Lorusso che da settimane (mesi?) passeggiava insieme a Totò Riina tra i muri di un piccolo cortile imbottito di “cimici” piazzate dalla Dia, non solo non ha mai avuto la statura di un boss ma nemmeno una affiliazione certa alla quarta mafia. Infatti, tranne che per qualche vaga parentela riconducibile a spezzoni marginali della SCU, le sue tracce nelle procure pugliesi sono labili quanto i si dice. Ad esempio, si dice che prima di guadagnarsi il ruolo di ”spalla” di Riina avesse cercato invano di entrare nell’organizzazione per poi offrirsi altrettanto invano come collaboratore di giustizia a carabinieri e magistrati. Insomma, una mezza figura di delinquente dal posizionamento incerto. Che per le guardie del supercarcere di Opera era niente più e niente meno che il “badante” del Padrino.
Chi ha ascoltato la registrazione della sua sconcertante conversazione con Riina, lo descrive come un uomo dalla curiosità ben pilotata. Che lo incalza, lo stuzzica, sapendo perfettamente cosa chiedere e con quale progressione. E sorprendentemente affonda come fosse burro nelle difese di un Capo dei capi che in quasi vent’anni di carcere duro mai si era lasciato sfuggire una virgola. Consapevole di essere marcato ventiquattrore al giorno da occhi e orecchie invisibili, dentro e fuori dalla sua cella da 41bis. E allora perché all’improvviso il Padrino perde il controllo con un presunto mafiosetto pugliese privo di pedigree e affidabilità, che sembra messo al suo fianco per fargli aprire bocca? Possibile che non se ne sia accorto? O lo ha consapevolmente utilizzato come “spalla”, sapendo che in quel modo i messaggi di morte ai magistrati del processo sulla trattativa sarebbero giunti più rapidamente a destinazione?
Nessuno sa con certezza quante siano state le conversazioni intercettate tra Riina e Lorusso, e nemmeno se quella finita sui giornali sia integrale. Nessuno sa, tranne i magistrati, se oltre a Di Matteo e ai suoi due colleghi Pm nel processo sulla trattativa la mente sanguinaria di Riina abbia partorito altri obiettivi. Ma è un fatto che le procure di Palermo e Caltanissetta abbiano preso molto seriamente le parole del Capo dei capi. E a questo punto gli interrogativi si moltiplicano. Il “badante” è stato attivato perché nelle mani dei magistrati era arrivata voce che si stava preparando qualcosa? O si è trattato di una casualità, della fine di un percorso preparato con pazienza (la conquista della fiducia del Padrino) per sondarne umori e aspettative? Ancora: perché Riina si agita tanto per un processo che potrebbe aggiungere giusto qualche anno alla somma degli ergastoli che deve scontare? Cosa lo fa “impazzire”: la possibilità che da quel dibattimento emerga qualche verità inconfessabile che lo farebbe cadere dal piedistallo dal quale è ancora convinto di avere voce in capitolo sulle strategie di Cosa Nostra? Oppure solo e soltanto una gran sete di vendetta?
Secondo l’intelligence, l’organizzazione criminale Cosa Nostra sta attraversando un momento di estrema difficoltà. Primo. Perché la sua leadership storica è stata annientata dagli arresti, e la cupola regionale non è mai stata ricostituita. Secondo. Perché la qualità dei boss ancora in circolazione non sembra in grado di rimpiazzare adeguatamente i capi storici della mafia siciliana. Terzo. Perché il braccio di ferro tra l’ala che punta a una gestione tranquilla dei capitali accumulati e quella che vorrebbe riprendere “militarmente” il controllo dei traffici si sta risolvendo a favore della prima. Quarto. Perché la crisi economica del paese si ripercuote anche sulle entrate dell’organizzazione, e la inevitabile “spending review” che pure Cosa Nostra é stata costretta a mettere in campo ha già ridotto drasticamente la rete di chi sulla criminalità mafiosa campava e faceva campare le proprie famiglie. Ma in crisi è anche il sistema parassitario di clientela su cui la Sicilia ha galleggiato per questi decenni. E nella prospettiva di un futuro di tagli, secondo l’intelligence si potrebbe aprire una pericolosa fase di tensioni sociali dentro cui la mafia avrebbe buon gioco.
In questa situazione, la possibilità che si verifichi un “colpo di coda” stragista non è affatto da scartare. Anzi. Ma non è detto che tocchi a Matteo Messina Denaro, ultimo dei grandi latitanti di Cosa Nostra, di raccogliere il messaggio che Totò Riina ha affidato alle orecchie del “badante” Lorusso. La vera paura é che una azione eclatante, come l’ha definita lo stesso Capo dei capi, possa essere realizzata da schegge non controllabili da una struttura gerarchica di fatto saltata. Messina Denaro, la “testa dell’acqua”, ha il fiato dello Stato sul collo e viene considerato ormai più un’icona della vecchia mafia che l’erede di quel potere finito in carcere insieme al clan dei corleonesi. Anche se i segreti di cui é depositario (l’archivio di Riina, la strategia delle stragi del ’92 e ’93) lo rendono ancora oggi l’obiettivo numero uno delle forze di polizia che stanno dando la caccia a ciò che resta del vertice di Cosa Nostra.

venerdì 13 dicembre 2013

Blitz nel fortino di Messina Denaro

Maxioperazione di Ros, Dia, Sco e Gico coordinata dalla Procura distrettuale di Palermo. Migliaia di ore di intercettazione svelano la cerchia di fiancheggiatori che proteggono la latitanza dell'imprendibile capomafia condannato all'ergastolo per le stragi del 1993

di Salvo Palazzolo
Patrizia Messina Denaro (sorella del Boss)
CASTELVETRANO (TRAPANI) - Gli uomini col mephisto sembrano delle ombre nella notte. Alle tre in punto, escono allo scoperto e corrono verso le roccaforti dell'ultimo grande latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro:  la casa del nipote prediletto, Francesco Guttadauro; la casa della sorella Anna Patrizia; la bella villa del fedele imprenditore Giovanni Filardo; l'appartamento del fidato autista Pietro Luca Polizzi. Sembra un fortino dentro la città di Castelvetrano, dove il padrino resta solo un'ombra, ormai da vent'anni. I suoi lo chiamano: "La testa dell'acqua", questo hanno captato le microspie. Alle tre in punto, gli uomini col mephisto sono entrati nel fortino e hanno arrestato i principali favoreggiatori del boss condannato all'ergastolo per aver piazzato nel 1993 le bombe di Roma, Milano e Firenze. A Castelvetrano, questa notte, c'erano i carabinieri del Ros, i colleghi del reparto operativo di Trapani, gli investigatori della Dia, i poliziotti dello Sco, delle squadre mobili di Palermo e Trapani, i finanzieri del Gico: da un anno, il procuratore aggiunto Teresa Principato e i sostituti Marzia Sabella e Paolo Guido preparavano il blitz, mettendo insieme tutti i tasselli raccolti durante le indagini sul latitante e sulla sua rete di protezione. 
Alle tre in punto, gli uomini col mephisto sono entrati in azione anche in altre parti della Sicilia e persino in provincia di Milano per stringere il cerchio attorno alla potente mafia della provincia di Trapani. A Palermo sono stati arrestati due ingegneri del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, Giuseppe Marino e Salvatore Torcivia: due veri insospettabili, il primo è figlio di un giudice. Sono accusati di aver intascato mazzette per favorire una ditta di mafia, la "Spe.fra.", nei lavori di manutenzione e ristrutturazione all'interno del carcere palermitano dell'Ucciardone.

Insospettabili in manette
Fino a qualche ora fa, un'insospettabile era anche la vigilessa Antonella Montagnini, in servizio al Comune di Paderno Dugnano, provincia di Milano: di tanto in tanto, un mafioso di Campobello di Mazara, Nicolò Polizzi, suo ex cognato, le chiedeva di controllare qualche targa sospetta. Polizzi aveva l'incubo di essere pedinato dalla polizia. Suo figlio Nicolò, anche lui arrestato questa notte dal Ros, aveva invece una passione smodata per la politica: in cambio di una cifra non precisata avrebbe procurato un consistente pacchetto di voti a Doriana Licata, candidata (non eletta) nella lista dell'Mpa di Raffaele Lombardo alle Regionali 2012. I carabinieri hanno arrestato per voto di scambio anche il fratello di Doriana, Aldo Roberto.

Mezz'ora dopo il blitz di questa notte, il bilancio è di trenta arresti. "Abbiamo inferto un colpo determinante", sussurra uno degli investigatori che da anni segue giorno e notte le tracce del superlatitante. "Adesso sarà costretto a uscire allo scoperto", dice. Perché non può contare più sul suo portavoce ufficiale, il nipote Francesco Guttadauro, classe 1984, che i Ros hanno visto muoversi con grande disinvoltura fra una rete ristretta di 17 persone fidatissime, tutte oggi arrestate: nel tempo libero, il rampollo di mafia se ne andava a passeggio con l'ex capitano del Palermo Fabrizio Miccoli.
Da questa notte, Messina Denaro non può più contare sulla sua ambasciatrice, la sorella Anna Patrizia, che ha 43 anni, e un piglio da vero capomafia: le intercettazioni della Dia l'hanno sorpresa a estorcere 70 mila euro agli eredi di una nobildonna ("Io qua sono, mi chiamo Messina Denaro e a me non mi rompe niente nessuno  -  così diceva  -  Ora io qua voglio le cose, ora voi uscite i soldi, perché a me i soldi mi servono"). Altre intercettazioni, della polizia, hanno ascoltato Anna Patrizia mentre riferisce al marito in carcere i desiderata del fratello latitante a proposito di Giuseppe Grigoli, l'ex patron dei supermercati Despar prestanome del superlatitante che aveva iniziato a fare delle dichiarazioni ai processi. "Che nessuno lo tocchi, lasciatelo... dice... più danno può fare. Di più, per dieci volte". Questo fu il messaggio portato da Anna Patrizia in carcere.

Cassa di famiglia
Da questa notte, Matteo Messina Denaro non può contare più sul suo cassiere di fiducia, l'imprenditore Giovanni Filardo, che nonostante l'arresto aveva continuato a fare lavorare le sue aziende nel campo del movimento terra e dell'edilizia, intestadole alla moglie Maria Barresi e poi girando alcuni introiti alle figlie Floriana e Valentina. Le indagini della Guardia di finanza di Palermo hanno portato tutta la famiglia in carcere. A nulla sono serviti gli appelli alla prudenza lanciati dal padre: "Leva e scava", diceva Filardo alle donne di casa, invitandole a mettere sottoterra i soldi. Quei soldi dovevano per forza girare nelle rete di Messina Denaro, per il sostentamento del latitante e dei familiari. A Patrizia, ad esempio, spettava uno stipendio di 1.500 al mese. I soldi non mancavano. A Filardo, con la sua "BF", si affiancavano Lorenzo Cimarosa e Antonino Lo Sciuto, che gestivano la "Mg costruzioni", impegnata in tanti lavori in provincia di Trapani, i più importanti quello per il parco eolico di Mazara e quello per realizzare il Mc Donald's di Castelvetrano. 
Il provvedimento di arresto, firmato dal gip Maria Pino, dispone anche il sequestro di tre società, che hanno un valore di cinque milioni di euro. 

giovedì 12 dicembre 2013

Minacce a Di Matteo: mafia parla, Stato tace

Da oltre un anno il pm antimafia Nino Di Matteo, che sostiene l’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia, è minacciato di morte proprio per quel processo e per le indagini collegate tuttora in corso.

di Marco Travaglio

Il PM Nino Di Matteo
Nel settembre 2012 gli giunse un dossier anonimo di 12 cartelle con lo stemma della Repubblica italiana, di chiara fonte investigativo-istituzionale: lo avvertiva che insieme ai colleghi impegnati sul caso trattativa era spiato da “uomini delle istituzioni” che poi riversano le informazioni a una “centrale romana”, che si stava inoltrando su terreni pericolosi, che doveva fidarsi solo di Ingroia, che una serie di politici della Prima Repubblica coinvolti nella trattativa non erano stati ancora toccati dalle indagini e che l’agenda rossa di Borsellino era stata trafugata da un carabiniere.
Seguirono alcune lettere anonime con minacce mafiose e annunci di un imminente attentato avallato da Totò Riina dal carcere.
Il 26 marzo, un mese dopo le elezioni, giunse la famosa doppia lettera scritta al computer da un anonimo sedicente “uomo d’onore della famiglia trapanese” che annunciava l’eliminazione di Di Matteo “in alternativa a quella di Massimo Ciancimino”, “chiesta dagli amici romani di Matteo” (il boss Messina Denaro) con l’ “assenso di Matteo” (sempre il capomafia di Trapani), “perché questo paese non può finire governato da comici e froci”. Anche quell’anonimo era uomo di apparati istituzionali, conoscendo a menadito gli spostamenti di Di Matteo e di un altro pm palermitano in servizio a Caltanissetta (forse Nico Gozzo) e i punti deboli dell’apparato di sorveglianza.

Per tutta l’estate vari confidenti delle forze dell’ordine hanno confermato progetti di attentato contro Di Matteo con 15 kg di tritolo già arrivati a Palermo, mentre un superesperto di esplosivi illustrava anonimamente i sistemi per neutralizzare il “bomb jammer”, il robot che da mesi si pensa di assegnare alla scorta del pm per il disinnesco preventivo di eventuali ordigni. A fine giugno Riina confidava a un agente penitenziario, che lo scortava in una trasferta processuale, che per la trattativa “io non cercavo nessuno, erano loro (lo Stato, ndr) che cercavano me” e “mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri”.
A quel punto Di Matteo decide di intercettare Riina in un luogo aperto del carcere di Opera dove il boss è solito appartarsi nell’ora d’aria con un boss della Sacra Corona Unita pugliese, Alberto Lorusso. Dal 2 agosto in poi è un’escalation di minacce di morte: Riina è ossessionato da Di Matteo e da quel che potrebbe emergere dal processo e dalle nuove indagini sulla trattativa (“questi cornuti portano pure Napolitano”, cioè i magistrati citano il presidente come teste). E ripete continuamente che bisogna “fargli fare la fine del tonno”.

L’ultima volta, il 16 novembre, prima delle fughe di notizie che inducono i pm a levare le cimici, il capo dei capi ordina: “Tanto deve venire al processo, è tutto pronto. Organizziamola questa cosa, facciamola grossa, in maniera eclatante, e non ne parliamo più, dobbiamo fare un’esecuzione come quando c’erano i militari a Palermo”. Chissà perché un boss al 41-bis può chiacchierare con un collega di un’altra organizzazione. Chissà perché – come suggerisce Lirio Abbate – il ministero della Giustizia e il Dap non gli applicano il 14-bis dell’ordinamento penitenziario, che consente ulteriori limitazioni al carcere duro fino a sei mesi.

Ieri Di Matteo – fatto mai accaduto a un magistrato antimafia, neppure nel ‘92 – non ha potuto presenziare per motivi di sicurezza all’udienza milanese del processo sulla trattativa, proprio quella dedicata all’audizione di Giovanni Brusca, che nel ‘ 96 svelò i negoziati fra il Ros e Riina tramite Ciancimino. Avrebbe dovuto muoversi su un carrarmato Lince tipo Afghanistan, e comprensibilmente ha rifiutato.

C’era da attendersi almeno in questi giorni, dopo l’allarme lanciato dal ministro dell’Interno Alfano e la visita eccezionale di domenica al Viminale dei procuratori di Palermo e Caltanissetta, Messineo e Lari, una parola di solidarietà a Di Matteo dall’Anm, dal Csm, dal premier Letta e dal presidente Napolitano.

Invece dalle cosiddette istituzioni tutto tace. Letta jr. difende lodevolmente i giornalisti “messi alla gogna” da Grillo (non quelli minacciati dal suo viceministro De Luca), ma il caso Di Matteo non gli risulta. E che dire del Colle? Ha oggettivamente contribuito a isolare i pm della trattativa trascinandoli dinanzi alla Consulta, presiedendo il Csm che da un anno processa disciplinarmente Di Matteo (per un’intervista sulle sue telefonate con Mancino) e accampando scuse puerili per non testimoniare al processo. Ora dovrebbe precipitarsi a Palermo per rispondere alle domande dei pm e dimostrare anche plasticamente che lo Stato è con loro, anche rinunciando al privilegio di essere ascoltato nel suo ufficio al Quirinale. Invece niente, silenzio di tomba anche di lì.

A questo punto tocca ai cittadini far sentire la loro vicinanza a Di Matteo, ai suoi colleghi e agli agenti delle scorte. La migliore scorta siamo tutti noi.

martedì 10 dicembre 2013

Riina insiste: “Per Di Matteo è tutto pronto e lo faremo in modo eclatante”

Appena pochi giorni fa gli inquirenti della Dia di Palermo, che continuano il monitoraggio sul boss corleonese, hanno ascoltato un nuovo intervento. “E' tutto pronto – ha detto Riina – e lo faremo in modo eclatante”. 

di Aaron Pettinari

10 dicembre 2013 - Dal carcere come in libertà. Salvatore Riina continua a minacciare, con le proprie affermazioni, la vita del sostituto procuratore di Palermo Antonino Di Matteo. Appena pochi giorni fa gli inquirenti della Dia di Palermo, che continuano il monitoraggio sul boss corleonese, hanno ascoltato un nuovo intervento. “E' tutto pronto – ha detto Riina – e lo faremo in modo eclatante”. A riportare le dichiarazioni del “Capo dei capi” è Il Fatto Quotidiano che racconta come, nei giorni scorsi, il procuratore di Palermo Messineo e quello di Caltanissetta Sergio Lari siano volati a Roma per avvertire il ministro dell'Interno Angelino Alfano. Quest'ultimo, proprio la scorsa settimana in occasione della riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza, aveva detto pubblicamente che non era possibile escludere “la tentazione di riprendere una strategia stragista”. Ma a certificare lo stato d'allerto in merito alla sicurezza di Di Matteo sono intervenuti sia Lari che il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Il primo nel fine settimana, intervistato da Lucia Annunziata al programma Rai “Mezz'ora”, ha dichiarato apertamente: “Le minacce di Riina non sono da prendere sottogamba. Il boss è molto lucido malgrado l'età. Il suo tentativo nasce da una voglia di vendetta e di rivalsa”. Il secondo, ieri a Reggio Calabria, nella prima delle audizioni programmate dalla commissione antimafia ha detto: “Il detenuto Riina manifesta odio e vendetta contro i magistrati siciliani”. E quando i commissari gli hanno chiesto da quale fonte si ricavano le minacce ai pm, l’audizione del procuratore è stata secretata.

In base alle indiscrezioni emerse ieri il ministro Alfano ha convocato il capo della Polizia Alessandro Pansa e si sarebbe valutata anche l’eventualità di suggerire a Di Matteo di rinunciare alla trasferta milanese del processo trattativa Stato-mafia, prevista per domani, dove verrà interrogato il pentito Giovanni Brusca nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi.
Secondo gli inquirenti della Dia il rischio di attentato sarebbe ancora più alto proprio a Milano. Per gli analisti infatti, Riina si sarebbe riferito proprio a queste udienze milanesi quando, parlando con un mafioso della Sacra Corona Unita, ha replicato alla notizia del possibile trasferimento del giudice in una località protetta dicendo: “Sempre al processo deve venire”. 
Attorno a Di Matteo si stringe l'intera Procura e l'allerta nei suoi riguardi è massima e alla richiesta, che è in fase di valutazione, per l'applicazione di un bomb-jammer nell'auto di Di Matteo si sta pensando di aggiungere anche quella per la dotazione di vetri oscuranti anche nelle auto di scorta al magistrato. Un modo aggiuntivo per non permettere l'identificazione della vettura su cui viaggia lo stesso.


Nuovi rischi per il pm Di Matteo potrebbe saltare trasferta a Milano

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha convocato ieri d'urgenza i capi delle Direzioni distrettuali antimafia di Palermo e Caltanissetta, Francesco Messineo e Sergio Lari, per rappresentare la nuova situazione: in bilico la trasferta milanese per il processo Trattativa

E' a rischio la trasferta a Milano del pm Nino Di Matteo, impegnato nel processo sulla trattativa Stato-mafia: il magistrato potrebbe non andare alle udienze che, per ragioni di sicurezza del collaborante Giovanni Brusca, da mercoledì a venerdì si terranno nell'aula bunker di via Ucelli di Nemi, nel capoluogo lombardo. Nuovi motivi di sicurezza, collegati alle minacce espresse da Totò Riina nel carcere di Opera e a ulteriori segnali ancora misteriosi, renderebbero adesso estremamente pericoloso lo spostamento del sostituto procuratore. Al punto che il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha convocato ieri d'urgenza i capi delle Direzioni distrettuali antimafia di Palermo e Caltanissetta, Francesco Messineo e Sergio Lari, per rappresentare la nuova situazione di alto rischio. 

Di Matteo è stato oggetto, in alcune conversazioni intercettate dalla Dda del capoluogo siciliano, della rabbia manifestata dal capo di Cosa nostra: Riina parlava con il detenuto pugliese Alberto Lorusso, con il quale fa socialità nel carcere di Opera, trascorrendo cioè alcune ore del giorno in sua compagnia, e diceva che Di Matteo e i pm del processo trattativa gli stanno rendendo la vita impossibile. Al pm che aveva già seguito il processo Mori con Antonio Ingroia, il boss avrebbe così voluto far fare la fine del tonno nella mattanza. La nuova situazione è ora al vaglio del Viminale, che la settimana scorsa ha organizzato a Palermo una riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza: a presiederla era stato lo stesso vicepremier Alfano.

Per garantire la sicurezza di Nino Di Matteo si sta vagliando fra l'altro la possibilità di dotare la sua scorta di un bomb jammer, un apparecchio in grado di paralizzare i congegni attivabili mediante radio e telecomandi a distanza, e si era discusso anche di far spostare il pm a bordo di un Lince, un blindato utilizzato dall'Esercito anche in zone di guerra, come l'Afghanistan. Ipotesi, quest'ultima, poi scartata.


giovedì 5 dicembre 2013

Mafia, nel rifugio di Faccia da mostro: "Non sono io il killer di Stato"

Parla per la prima volta l'ex agente indagato da 4 Procure: "Con le stragi non c'entro "

di Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo

Giovanni Aiello
MONTAURO (CATANZARO) - L'uomo del mistero che chiamano "faccia da mostro" l'abbiamo trovato in un paese della Calabria in riva al mare. È sospettato di avere fatto omicidi e stragi in Sicilia, come killer di Stato. 

È un ex poliziotto di Palermo, ha il volto sfregiato da una fucilata. Vive da eremita in un capanno, passa le giornate a pescare. Quando c'è mare buono prende il largo sulla sua barca, "Il Bucaniere". Ogni tanto scompare, dopo qualche mese torna. Nessuno sa mai dove va. Sul suo conto sono girate per anni le voci più infami e incontrollate, accusato da pentiti e testimoni "di essere sempre sul luogo di delitti eccellenti" come ufficiale di collegamento tra cosche e servizi segreti. 

È davvero lui il sicario a disposizione di mafia e apparati che avrebbe ucciso su alto mandato? È davvero lui il personaggio chiave di tanti segreti siciliani? L'uomo del mistero nega tutto e per la prima volta parla: "Sono qui, libero, mi addossano cose tanto enormi che non mi sono nemmeno preoccupato di nominare un avvocato per difendermi".

Ha 67 anni, si chiama Giovanni Aiello e l'abbiamo incontrato ieri mattina. Abita a Montauro, in provincia di Catanzaro. Da questo piccolo comune ai piedi delle Serre - il punto più stretto d'Italia dove solo trentacinque chilometri dividono il Tirreno dallo Jonio - sono ripartite le investigazioni sulle stragi del 1992.

L'ex poliziotto trascinato nel gorgo di Palermo l'abbiamo incontrato ieri mattina, davanti al suo casotto di legno e pietra sulla spiaggia di contrada Calalunga. Sotto il canneto la sua vecchia Land Rover, in un cortile le reti e le nasse. "La mia vita è tutta qui, anche mio padre e mio nonno facevano i pescatori", ricorda mentre comincia a raccontare chi è e come è scivolato nella trama. 

È alto, muscoloso, capelli lunghi e stopposi che una volta erano biondi, grandi mani, una voce roca. Dice subito: "Se avessi fatto tutto quello di cui mi accusano - lo so che ancora i miei movimenti e i miei telefoni sono sotto controllo - dovrei avere agganci con qualcuno al ministero degli Interni, ma io al ministero ci sono andato una sola volta quando dovevo chiedere la pensione d'invalidità per questa". E si tocca la lunga cicatrice sul lato destro della sua faccia, il segno di un colpo di fucile. Tira vento, si chiude il giubbotto rosso e spiega che quello sfregio è diventata la sua colpa.

Inizia dal principio, dal 1963: "In quell'anno mi sono arruolato in polizia, nel 1966 i sequestratori della banda di Graziano Mesina mi hanno ridotto così durante un conflitto a fuoco in Sardegna, trasferito a Cosenza, poi a Palermo". Commissariato Duomo, all'anti-rapine della squadra mobile, sezione catturandi. Giovanni Aiello fa qualche nome: "All'investigativa c'era Vittorio Vasquez, anche Vincenzo Speranza, un altro funzionario. Comandava Bruno Contrada (l'ex capo della Mobile che poi è diventato il numero 3 dei servizi segreti ed è stato condannato per mafia, ndr) e poi c'era quello che è morto". Di quello "che è morto", Boris Giuliano, ucciso il 21 luglio del 1979, l'ex poliziotto non pronuncia mai il nome. Giura di non avere più messo piede a Palermo dal 1976, quando ha lasciato la polizia di Stato. Dice ancora: "Tutti quegli omicidi e quelle stragi sono venuti dopo, mai più stato a Palermo neanche a trovare mio fratello". Poliziotto anche lui, congedato nel 1986 dopo che una bomba carta gli aveva fatto saltare una mano.

Giovanni Aiello passeggia sul lungomare di Montauro e spiega quale è la sua esistenza. Mare, solitudine. Pochissimi amici, sempre gli stessi. Sarino e Vito. L'ex poliziotto torna alla Sicilia e ai suoi orrori: "So soltanto che mi hanno messo sott'indagine perché me l'hanno detto amici che sono stati ascoltati dai procuratori, anche mio cognato e la mia ex moglie. E poi tutti frastornati a chiedermi: ma che hai fatto, che c'entri tu con quelle storie? A me non è mai arrivata una carta giudiziaria, nessuno mi ha interrogato una sola volta". Ha mai conosciuto Luigi Ilardo, il mafioso confidente che accusa un "uomo dello Stato con il viso deturpato" di avere partecipato a delitti eccellenti? "Ilardo? Non so chi sia". Mai conosciuto Vito Lo Forte, il pentito dell'Acquasanta che parla della presenza di "faccia da mostro" all'attentato all'Addaura del giugno 1989 contro il giudice Falcone? "Mai visto". Mai conosciuto il poliziotto Nino Agostino, assassinato nell'agosto di quello stesso 1989? "No". E suo padre Vincenzo, che dice di avere visto "un poliziotto con i capelli biondi e il volto sfigurato" che cercava il figlio qualche giorno prima che l'uccidessero? "Non so di cosa state parlando". 

L'uomo del mistero si tira su la maglia e fa vedere un'altra cicatrice. Una coltellata al fianco destro. "Un altro regalo che mi hanno fatto a Palermo". E ancora: "Tutti parlano di me come faccia da mostro, ma non credo di essere così brutto". Continua a raccontare, del giorno che passò la visita per entrare in Polizia: "Pensavo di essere stato scartato, invece una mattina mi portarono in una caserma fuori Roma e mi accorsi che io, con il mio metro e 83 di altezza, ero il più basso". Estate 1964. "Molto tempo dopo ho saputo che tutti noi, 320 giovanissimi poliziotti ben piantati, eravamo stati selezionati come forza di supporto - non so dove - per il golpe del generale Giovanni De Lorenzo". La famosa estate del "rumore di sciabole" contro il primo governo di centrosinistra, il "Piano Solo". Il primo intrigo dove è finito Giovanni Aiello. Forse non l'ultimo. Forse. 

Di certo è che su di lui oggi indagano, su impulso della direzione nazionale antimafia, quattro procure italiane. Quelle di Palermo e Caltanissetta per le bombe e la trattativa, quelle di Reggio Calabria e Catania per i suoi presunti contatti con ambienti mafiosi. I dubbi su "faccia da mostro" sono ancora tanti. Non finiscono mai.

mercoledì 4 dicembre 2013

Allarme mafia, Alfano a Palermo sì al "bomb jammer" per Di Matteo

Messo a disposizione del pm il congegno che disattiva gli impulsi dei telecomandi per eventuali congegni esplosivi. Convocato in prefettura il comitato per l'ordine e la sicurezza: "Offriremo ogni protezione e ogni mezzo che lo Stato dispone per proteggere la vita di chi ci difende dalla mafia"


Il ministro Angelino Alfano
"E' stato reso disponibile" per il pm Nino Di Matteo, uno dei magistrati che rappresentano l'accusa nel processo per la trattativa tra Stato e mafia minacciato dal superboss Riina, il mezzo di un convoglio con il cosiddetto "bomb jammer", così some chiesto a ottobre dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. A confermarlo è il ministro dell'Interno Angelino Alfano, oggi a Palermo per presiedere il comitato per l'ordine e la sicurezza dopo le ultime minacce ai magistati impegnati nel processo per la trattativa Stato-mafia. Durante la riunione è emerso che Riina sarebbe tornato a minacciare Di Matteo in alcune intercettazioni successive.

"Siamo qui per manifestare tutta l'attenzione e la vicinanza dello Stato nei confronti dei magistrati palermitani oggetto di insidiose e pericolose minacce anche in tempi recentissimi. Ogni attentato possibile, ogni sfida possibile a ciascuno dei magistrati di Palermo è un attentato e una sfida allo Stato cui questo risponderà con tutta la forza di cui dispone. Lo Stato è forte ed è più forte di chi lo vuole combattere" ha detto Alfano Alfano ha voluto incontrare personalmente i pm oggetto delle minacce, Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, tutti impegnati nel processo per la trattativa Stato-mafia. "Non possiamo escludere che ci sia la tentazione di riprendere una strategia stragista ma possiamo affermare con certezza che lo Stato è pronto a reagire", ha detto.

Al vertice hanno preso parte il Capo della Polizia Alessandro Pansa, il comandante generale dell'Arma dei Carabinieri Leonardo Gallitelli ed il comandante generale della Guardia di Finanza Saverio Capolupo. Presenti, tra gli altri, i vertici della Procura di Palermo e Caltanissetta Francesco Messineo, Sergio Lari.

martedì 3 dicembre 2013

Rifiuti tossici. E' patto Cosa nostra-Camorra

I tumori al sangue sono quelli più in crescita: +108% nella zona delle miniere a fronte di un +42% della zona industriale. Il Procuratore Lari: "Siamo vicini alla verità"

di Giorgio Bongiovanni 

Il Procuratore Capo Sergio Lari
2 dicembre 2013 - Da quando sono state desecretate le dichiarazioni del pentito di Camorra, Carmine Schiavone, risalenti al 1997, durante un'audizione della commissione parlamentare d'inchiesta sulle ecomafie, diverse Procure d'Italia, dalla Campania alla Puglia fino alla Sicilia, hanno iniziato ad avviare alcune verifiche. “Il sistema - raccontava Schiavone - era unico, dalla Sicilia alla Campania... Non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli, a loro, se la gente moriva o non moriva? L'essenziale era il business”.
In realtà le parole dell'ex boss dei Casalesi non colgono totalmente di sorpresa. L'ultimo rapporto “Ecomafie” di Legambiente parla di affari per 16,7 miliardi di euro l'anno, basato solo sui reati accertati. Il che significa che il giro monetario è in realtà spaventosamente maggiore. 
Non bisogna poi dimenticare le rivelazioni che il pentito Leonardo Messina, che oltre ad essere mafioso lavorava come caposquadra nella miniera di sali potassici al confine fra Enna e Caltanissetta, riferì al giudice Paolo Borsellino, il 30 giugno 1992, in merito alle scorie nucleari sotterrate a Pasquasia. “Cosa Nostra usava dal 1984 le gallerie sotterranee per smaltirle”. 
Un caso, quest'ultimo, di cui ci siamo occupati in passato con un cospicuo dossier, che mette in luce inquietanti verità.

Non solo la “Terra dei fuochi”, quindi, è al centro di questo scandalo nazionale ed internazionale, dato che molti rifiuti provengono anche dal nord Europa. In Campania, come in Puglia, la Dda ha iniziato ad effettuare alcune verifiche proprio alla luce delle rivelazioni di Schiavone ed anche in Sicilia diverse Procure hanno iniziato ad approfondire la questione. 
Ed ancora, secondo Erasmo Palazzotto, deputato nazionale di Sel, “per anni un traffico di rifiuti speciali ha interessato la Sicilia, usata come enorme pattumiera con ingenti guadagni per i clan mafiosi, in un contesto di silenzio generale delle autorità preposte al controllo del territorio. Appare logico ipotizzare che l’area mineraria dismessa tra le province di Enna e Caltanissetta, a causa della totale mancanza di vigilanza, possa essere identificata come l’area finale dello stoccaggio illegale dei rifiuti speciali. Anche per via di una forte presenza mafiosa nel territorio”. Palazzotto, lo scorso 22 maggio, ha depositato una interrogazione parlamentare sui misteri della miniera nissena di Bosco Palo, tra Serradifalco e San Cataldo, legata a presunti traffici illeciti di rifiuti ospedalieri oltre che a una escalation di dati preoccupanti su salute e ambiente. Secondo Palazzotto altre miniere abbandonate ma anche terreni agricoli potrebbero benissimo ospitare tonnellate di scorie e veleni.
La Procura di Caltanissetta, sta provvedendo a far luce proprio sulle miniere di Serradifalco (definite come la “Chernobyl del Vallone”). A coordinare l'inchiesta, fascicolo aperto contro ignoti, è lo stesso Procuratore Capo Sergio Lari, coadiuvato dal sostituto procuratore Lia Sava, che nei giorni scorsi ha detto: “Siamo a una fase decisiva, la verità è vicina”. 
Si parla di rifiuti tossici (amianto e residui ospedalieri di certo, ma c’è anche l’ipotesi di scorie nucleari) che riguarda soprattutto l’ex miniera di sali potassici di Bosco Palo, dismessa dal 1988, ma anche altre strutture della zona. A parlare dell'indagine è il giornale La Sicilia.
Sarebbe partita nel 2012 e si muoverebbe nell'ambito di tre filoni, quello del traffico illecito di rifiuti, disastro ambientale e omissione di atti di ufficio da parte di alcune istituzioni. “Siamo a buon punto – prosegue Lari – e aspettiamo l’esito degli ultimi accertamenti tecnici del Noe dei carabinieri, oltre che i risultati di altre perizie che abbiamo chiesto a specialisti in materia. Entro Natale dovremmo avere gli elementi che ci servono”. Importanti per le indagini le denunce di Totò Alaimo, che il quotidiano definisce come “l’Erin Brockovic del Vallone”, il quale ha raccolto una enciclopedica documentazione su ciò che è accaduto nell’ultimo trentennio in questi luoghi che davano lavoro e adesso dispensano solo morte. 
Basandosi sul Registro dei Tumori di Ragusa e Caltanissetta è infatti emerso che negli 11 comuni del Vallone si muore molto di più che nella Gela del famigerato Petrolchimico, il 43% contro l’11%; i tumori al sangue sono quelli più in crescita: +108% nella zona delle miniere a fronte di un +42% della zona industriale. 
Del resto lo aveva detto anche il pentito Schiavone, riferendosi ai rifiuti tossici del Casertano: “Entro venti anni gli abitanti di numerosi comuni rischiano di morire tutti di cancro”. E se i rifiuti sono stati seppelliti in più angoli d'Italia non è che gli altri abitanti siano immuni. E' lecito quindi pensare che il sud, la Campania, la Sicilia e forse altre Regioni del Mezzogiorno, sono divenute le discariche d'Italia, in grado di causare morte e dolore. Sicuramente Cosa nostra in Sicilia si è macchiata anche di questo delitto, di questa strage. Ma la mafia non avrebbe potuto fare niente senza l'alleanza e la complicità dei politici che hanno governato l'Isola da decenni, né tanto meno di quelli appartenenti al governo nazionale che sapevano ed hanno taciuto, sinistra compresa. Una forza politica anch'essa, a parte qualche eccezione come Pio La Torre (e pochi altri ndr), debole, nella migliore delle ipotesi, o complice, nella peggiore.