venerdì 29 novembre 2013

I servitori dello stato che si avvalgono della facoltà di non rispondere sono più omertosi dei mafiosi

Lettera aperta al capo della polizia, dott. Alessandro Pansa

di Salvatore Borsellino

Egregio Dott. Pansa,
mi rivolgo a Lei prima di tutto come cittadino italiano e poi come fratello del magistrato Paolo Borsellino, un servitore dello Stato che il suo giuramento di fedeltà allo Stato Italiano ha mantenuto fino all’estrema conseguenza, il sacrificio della vita. Sacrificio causato forse anche da pezzi deviati di quello stesso Stato a cui aveva prestato giuramento e che invece con l’antistato, la criminalità organizzata, aveva avviato un scellerata trattativa.

Fino ad ieri, quando mi capitava di incontrare un poliziotto in divisa, non potevo non provare dentro di me un sentimento di profondo rispetto e di gratitudine, non potevo non ricordare il gesto di mia madre che, il giorno dopo quella tremenda esplosione che in via D’Amelio gli aveva portato via il figlio, aveva voluto baciare, una per una, le mani delle madri dei poliziotti che erano stati uccisi insieme a lui: disse a quelle mamme che avevano sacrificato le vite dei loro figli per suo figlio. Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Cosina, avevano protetto con il loro corpo il corpo di Paolo ed erano stati fatti a pezzi. Anche loro fino all’ultimo avevano rispettato il loro giuramento allo Stato. 
Quei ragazzi rappresentavano fino a ieri per me la Polizia di Stato. Fino ad ieri e continueranno a rappresentarla sempre.

Ma da ieri, vedendo un poliziotto in divisa, non riuscirò più a far dissolvere dalla mia mente l’immagine e la voce di altri due uomini, anche loro appartenenti alla Polizia di Stato, quello Stato a cui anche loro hanno prestato giuramento, che, nell’aula bunker del tribunale di Caltanissetta, dove si svolge il processo cosiddetto Borsellino Quater, dove sono comparsi in veste di testimoni, hanno taciuto, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
Vincenzo Ricciardi, già questore di Bergamo e attualmente in pensione, e Mario Bo’, dirigente della Divisione Anticrimine della questura di Gorizia, insieme ad un terzo poliziotto, Salvatore La Barbera, dirigente della Criminalpol di Roma, che non si è presentato, sono indagati dalla Procura di Caltanissetta perché sospettati di avere depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio.
Degli uomini che vestono la stessa divisa di quelli uccisi insieme al magistrato Paolo Borsellino sono indagati per il reato di calunnia aggravata perché in concorso con altri, ancora da individuare, avrebbero indotto, mediante minacce e percosse, Salvatore Candura, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino, a mentire in merito alle stragi del ’92. 
Secondo l’accusa, obbedendo agli ordini del loro capo Arnaldo La Barbera, avrebbero confezionato ad arte una falsa pista capace di reggere tre processi e nove gradi di giudizio centrandola sul falso pentimento di Scarantino. 
E’ grazie a questo depistaggio se oggi, a venti anni di distanza, si è arrivati a celebrare un “Borsellino Quater” per individuare i veri responsabili materiali della strage. 
Per quanto riguarda quelli morali alcuni sono già morti, altri su quella scellerata trattativa che causò l’accelerazione della condanna a morte di Paolo Borsellino, continuano a mantenere una scellerata congiura del silenzio che solo ora comincia a mostrare qualche incrinatura. 
Ed è grazie a questo depistaggio, che ha retto per venti lunghi anni prima che si arrivasse a questo nuovo processo, che una lunga sequenza di testimoni, come quelli presenti in via D’Amelio subito dopo la strage mentre dalla borsa di Paolo veniva sottratta la sua agenda rossa, possono trincerarsi, a causa del tanto tempo trascorso, dietro una avvilente sequenza di “non ricordo”, “non posso ricordare”.
Ma avvalersi della facoltà di non rispondere è molto peggio che non ricordare, avvalere, come testimoni, della facoltà concessa agli imputati di reato connesso, e si tratta di poliziotti, significa, per quelli che dovrebbero essere dei servitori dello Stato, mettere deliberatamente degli ostacoli sulla strada della Verità e della Giustiza. Significa continuare ad essere corresponsabili di uno dei peggiori depistaggi della storia d’Italia, che pure di stragi di Stato e di successivi depistaggi, letteralmente trasuda. 
Significa, ed è davvero intollerabile proprio perché di servitori dello Stato si tratta, mostrarsi più omertosi dei mafiosi. 
E purtroppo, in questo, l’esempio che arriva dalla massima carica dello Stato non è dei più edificanti, se, piuttosto che mostrarsi disponibile a fornire tutti gli elementi necessari per l’accertamento della verità, si cerca invece di sollevare dubbi sull’utilità di testimoniare in un processo che ha ad oggetto proprio le deviazioni dello Stato in quegli anni delle stragi in cui, per gli incarichi ricoperti, proprio l’attuale Capo dello Stato è stato un testimone privilegiato.
Un altro poliziotto, un altro servitore dello Stato, Gioacchino Genchi, è stato destituito dalla Polizia, dopo 25 anni di onorato servizio, “per avere offeso l’onore e il prestigio del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”. E di quale onore e prestigio si trattasse lo ha dimostrato l’ignominiosa espulsione dal Senato della Repubblica per una condanna per reati fiscali.
Un Suo predecessore, il capo della Polizia Antonio Manganelli, nel 2009 sospese Gioacchino Genchi dal servizio per avere risposto, su Facebook, ad un cronista che gli dava del bugiardo. Una seconda sospensione gli venne comminata per avere rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente. 
Entrambe le condotte erano state ritenute “lesive per il prestigio delle Istituzioni e per l’immagine della Polizia”. L’ultima e definitiva, nel 2010, sollecitata da Maurizio Gasparri, gli arrivò per avere ancora offeso “l’onore e il prestigio del presidente del Consiglio” osando criticare la peraltro scandalosa strumentazione del presunto attentato di Tartaglia.
A fronte di quanto esposto Le chiedo se non ritenga doverosa la destituzione di Mario Bo’ dalla Polizia di Stato per avere leso, lui si, il prestigio dell’Istituzione di appartenenza.
Sarà una maniera per rendere onore e giustizia a quei servitori dello Stato che non possiamo più chiamare “eroi” perché questa parola è stata infangata da chi, continuando a definire pervicacemente un eroe l’assassino Vittorio Mangano ha elevato ad eroismo quella stessa omertà di cui si sono macchiati, con il loro rifiuto di testimoniare, questi uomini, appartenenti alla Polizia di Stato, che non hanno saputo degnamente indossare la divisa che portano.

lunedì 25 novembre 2013

Il pm Gozzo replica a Berlusconi: "Mangano eroe? Macché, disse tutto"

Il magistrato che sostenne la pubblica accusa al processo Dell'Utri scrive su Facebook che lo stalliere di Arcore "ha riferito quello che ci è stato utile per riscontrare altre dichiarazioni, e lo ha fatto con assoluta libertà"


Domenico Gozzo, procuratore aggiunto a Caltanissetta
"Ora basta con questa pappardella dell'eroe che resiste indomito alle pressioni della magistratura". Così il procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo replica alle parole di Silvio Berlusconi che ieri aveva definito Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, "un eroe", riprendendo quanto detto anni fa da Marcello Dell'Utri, perché "non ha parlato di me".
"Sono stanco di sentirmi dire che i magistrati (cioè io) tentarono di far parlare Mangano - scrive Gozzo su Facebook - Mangano ha parlato! Ha riferito tutto quello che ci è stato utile per riscontrare altre dichiarazioni, e lo ha fatto con assoluta libertà, alla presenza del suo avvocato, nel corso dell'interrogatorio di garanzia dopo il suo arresto. Tanto che fu teste dell'accusa al dibattimento. Non abbiamo, ripeto, non abbiamo mai cercato la collaborazione di Mangano".

Gozzo rappresentò l'accusa nel processo di primo grado all'ex senatore Dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. "Avevamo tante di quelle prove da non avere alcun bisogno della sua collaborazione. Mangano non era né eroe né mostro - dice il magistrato - era un associato mafioso, che si è trovato al centro di una storia più grande di lui, e che poi tante sentenze (quattro, oppure otto se ci mettiamo anche quelle su Di Napoli e sull'omicidio per cui Mangano venne condannato in primo grado) hanno detto essere stato mandato ad Arcore per proteggere Berlusconi, su mediazione di Dell'Utri. Questo è, nulla di più nulla di meno".

repubblica.it

giovedì 21 novembre 2013

Minacce Riina, intervista a Nino Di Matteo

Il PM nel processo sulla trattativa Stato-Mafia: "La reazione della gente è confortante, arriva dal basso e dai giovani".

da skytg24

mercoledì 20 novembre 2013

Minaccia a Nico Gozzo: filmato un uomo armato vicino alla sua abitazione

Oltre al magistrato Gozzo anche nei confronti di Luigi Furitano sono arrivate pesanti intimidazioni

di AMDuemila

Il Magistrato Nico Gozzo
20 novembre 2013 - La notizia arriva all’indomani della manifestazione in difesa del pool di Palermo. Questa volta ad essere minacciato è il magistrato Nico Gozzo (foto). 
Secondo la ricostruzione di Palermo Report questa mattina alla caserma della Guardia di Finanza di via Crispi è arrivato un video amatoriale nel quale si vedrebbe un uomo armato, indicato come colui che dovrebbe uccidere il magistrato. Di fatto questa mattina la piazza davanti alla sua abitazione è stata chiusa al traffico per motivi di sicurezza. Appena è giunta la notizia si è creato un fortissimo allarme. Il pm si è limitato a dire di avere “la massima fiducia nelle forze di sicurezza”.
Come è noto in questo momento il dott Gozzo si sta occupando del processo “Borsellino quater” sulla strage di via D'Amelio. Contemporaneamente sta lavorando anche alle nuove indagini sulla strage di Capaci, così come a quelle sul fallito attentato all’Addaura. In passato si è occupato di inchieste delicatissime di mafia, politica ed eversione come quella denominata “Sistemi Criminali”, che in un certo senso ha anticipato quella sulla trattativa Stato-mafia. Ha impersonato poi l’accusa in importanti processi di mafia come quello nei confronti di Marcello Dell’Utri dove è stato affiancato da Antonio Ingroia.

L’avvenimento di oggi arriva dopo che negli ultimi mesi si sono verificati strani episodi nei pressi della casa del magistrato, intervallati da diverse telefonate anonime. In un albergo vicino all’abitazione del pm alcune persone rimaste ignote furitano-luigi-borsellinosi sarebbero rivolte al personale per sapere se la casa di Nico Gozzo fosse in affitto e se si potesse visitare. Una domanda decisamente insolita e del tutto ambigua. 
Luigi Furitano
In questo stesso periodo oltre al dottor Gozzo, anche Luigi Furitano (in foto a sinistra), presidente del Centro Paolo Giaccone, ha ricevuto ugualmente pesanti intimidazioni che sarebbero riconducibili ad informazioni da lui ricevute - in quanto consulente tecnico a servizio della giustizia - e ad uso del processo Borsellino quater attualmente in corso a Caltanissetta.
La tensione attorno ai magistrati che si stanno occupando di processi importantissimi si alza quindi di livello. Mai come in questo momento è necessaria una forte presa di posizione da parte degli organi preposti alla sicurezza di questi magistrati, così come da parte della società civile che ha il dovere morale di continuare a tenere alta l’attenzione. 
Il fascicolo su Nico Gozzo, al momento a Palermo, passerà successivamente a Catania per competenza, mentre quello su Luigi Furitano rimarrà nel capoluogo siciliano.

A Nico Gozzo e a Luigi Furitano l’abbraccio e la totale solidarietà di tutta la redazione di Antimafia Duemila e di Dario Campolo


“Scarantino disse che la Palma architettò il depistaggio di via d'Amelio”

Al processo Borsellino quater la rivelazione dell'ispettore Catuogno che coinvolge il magistrato siciliano "Anna Maria Palma"

di Aaron Pettinari 

Vincenzo Scarantino
20 novembre 2013 - “Vincenzo Scarantino, prima della ritrattazione di Como, diceva che la dottoressa Annamaria Palma aveva architettato tutto”. E' un'accusa dirompente quella emersa ieri in aula al processo Borsellino quater, in corso a Caltanissetta, ed a dichiararla è stato l’ispettore di polizia Luigi Catuogno, addetto nel ’98 alla tutela del falso pentito. Rispondendo alle domande degli avvocati Fabio Repici, Vania Giamporcaro e Flavio Sinatra, il teste ha ricordato che più volte Vincenzo Scarantino aveva affermato “che con la strage Borsellino non c’entrava nulla”.

E' la prima volta che in merito al depistaggio si ipotizza, seppur in via indiretta e riferita alla credibilità di Scarantino, il coinvolgimento di un magistrato. Anna Maria Palma, pm a Palermo, negli anni novanta venne trasferita a Caltanissetta dove sostenne l'accusa al processo in primo grado su via d'Amelio. E' anche il magistrato che in aula ha indicato Berlusconi e Dell’Utri come le “persone importanti” di cui aveva parlato il pentito Salvatore Cancemi. 
Intanto, da Roma, la stessa Palma, fino all’anno scorso a capo della segreteria del presidente del Senato Renato Schifani e oggi vice capo del dipartimento per gli affari della Giustizia presso il ministero di via Arenula, ha dichiarato di non aver nulla da dire e di non sapere chi sia il poliziotto Catuogno. 
Nel corso della deposizione, Catuogno ha anche riferito di aver saputo da Scarantino “che conosceva Spatuzza perchè avevano fatto affari assieme. “Credo – ha detto il teste – che lo chiamasse 'Asparino'”. 
Oltre all'ispettore è stato sentito anche Don Giovanni Neri, parroco di Marsaglia, nel modenese. Il sacerdote, che aveva assunto in parrocchia, Rosario Scarantino, ha riferito di averlo visto più volte parlare con il fratello Vincenzo prima della ritrattazione di quest’ultimo a Como nel novembre del 1998. “Rosario – ha sostenuto il prete – ce l’aveva con la dottoressa Boccassini che l’aveva fatto condannare per droga e sosteneva che Riina era una brava persona”.
Ma Don Neri, che ha escluso di avere avuto rapporti con apparati dei servizi segreti, ha poi ricordato come, dopo avere appreso dell’intenzione di Vincenzo Scarantino di ritrattare abbia informato la polizia: “L’ho detto all’ispettore Antonio Castaldo che informò i Pm di Caltanissetta dell’intenzione di ritrattazione di Vincenzo Scarantino. Per questo quando ci fu l’udienza a Como i pm già lo sapevano e Scarantino rimase sorpreso”. 
Infine nella giornata di ieri ha deposto anche il funzionario di polizia Luca Burriesci, che nel 1992 aveva frequentato il castello Utveggio di Palermo. Il teste ha ricordato come, “pochi giorni dopo la strage di via d’Amelio, il dottore Genchi mi chiese se avessi notato qualcosa di strano all’Utveggio e se avessi visto movimenti di apparecchiature elettroniche, ma dissi che non avevo notato mai nulla di strano fatte eccezione per un furgone della manutenzione telefonica che una volta mi aveva bloccato l’auto”.
Al termine dell’udienza, la Corte d’assise ha dovuto riprogrammare il calendario delle udienze. 
Gli avvocati nisseni hanno annunciato nuove date di astensione dal 10 al 17 dicembre (così salteranno due delle tre udienze programmate per quel periodo), inoltre è stata rivista la trasferta programmata dal 10 al 14 febbraio a Roma, dove dovevano essere ascoltati i collaboratori di giustizia, “a causa della mancanza di fondi”. I giudici hanno cosi’ deciso di riprogrammare la trasferta per la fine di maggio quando, probabilmente, saranno già state accreditate le somme per l’anno 2014. Il processo riprenderà, come da programma, giovedì prossimo.



giovedì 14 novembre 2013

Di Matteo: “Resto a Palermo, non mi nascondo, la gente vuole la verità come me”

Da vent’anni sotto scorta, parla il magistrato che sostiene l’accusa al processo Stato-mafia
Il pm nel mirino: continuo a lavorare e mi fido delle istituzioni


14 novembre 2013 - Palermo - «Io ci sono», sorride gentile Nino Di Matteo. «E continuo a fare come ogni giorno il mio lavoro», rassicura con una stretta di mano energica. Il magistrato che Totò Riina vorrebbe morto per le sue indagini vive ormai da vent’anni sotto scorta. E gli ultimi mesi sono stati i più pesanti. Prima una lettera anonima che annunciava: “I pm della trattativa sono pedinati e spiati. Tutte le informazioni confluiscono a Roma”. Poi, un’altra lettera che metteva in guardia da un attentato al tritolo, «deliberato con l’assenso di Riina e dei suoi amici romani», così scriveva l’anonimo dopo aver elencato con una precisione inquietante i luoghi più frequentati dal pm del processo trattativa.

Dottore Di Matteo, all’ultimo comitato per l’ordine e la sicurezza si è anche ventilata una soluzione estrema, un suo allontanamento da Palermo, per qualche tempo, verso una località segreta. E’ un’ipotesi che ha preso in considerazione?
«Per il momento non ho alcuna intenzione di lasciare la mia città, so che nella mia terra tanti semplici cittadini condividono un sogno di giustizia e di verità».

Ritiene che le istituzioni stiano facendo tutto il possibile per la sua protezione?
«Mi fido delle istituzioni che si stanno prendendo cura della mia sicurezza. Ringrazio soprattutto i carabinieri che curano da tempo la mia scorta».

La settimana scorsa, alcuni giovani che partecipavano a un convegno in cui lei era relatore, alla facoltà di Giurisprudenza, hanno proposto di istituire una scorta civica per proteggere i magistrati del pool trattativa. Cosa ne pensa?
«Rimango sempre colpito dalla grande voglia di partecipazione che incontro nelle scuole e nelle università: i giovani esprimono con tutta la loro passione civile la stessa voglia di verità che deve sempre animare gli sforzi della magistratura».

Quanto è difficile cercare la verità dentro i misteri del nostro Paese?
«La ricerca della verità deve riguardare tutti i cittadini e tutte le istituzioni, senza distinzioni e reticenze. Questo è il più grande sostegno che si può dare ai magistrati e alle forze dell’ordine che si trovano in prima linea. Bisogna tendere tutti alla verità senza paure e infingimenti».

Nino Di Matteo si allontana per i corridoi del palazzo di giustizia, circondato dai nove carabinieri della scorta. Lo attende l’ennesima riunione nella stanza del procuratore aggiunto Teresi, con i colleghi del pool, Del Bene e Tartaglia. La prossima udienza del processo trattativa è già alle porte: il 21, la Procura chiamerà a testimoniare l’ex padrino della Cupola Antonino Giuffrè, che fra il 1992 e il 1993 era uno dei consiglieri più fidati di Bernardo Provenzano. In questi giorni, Di Matteo è impegnato anche su un altro fronte processuale molto delicato, l’appello contro la sentenza che ha assolto l’ex comandante del Ros Mario Mario e il colonnello Mauro Obinu dall’accusa di aver favorito la latitanza di Provenzano. E, intanto, va avanti un’indagine bis della Procura sulla trattativa, che resta segretissima.
(s.p.)


mercoledì 13 novembre 2013

"PAPA FRANCESCO, ATTENTO ALLA 'NDRANGHETA"

Mafia, "Papa Francesco sta facendo innervosire i boss", il procuratore aggiunto di Reggio Calabria lancia l'allarme




“Papa Francesco sta facendo innervosire la mafia finanziaria […]. Se i boss potessero fargli uno sgambetto, non esiterebbero. E di certo ci stanno già riflettendo”. A lanciare l’allarme in un’intervista al Fatto Quotidiano è Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria. “Questo Papa – spiega al quotidiano – è sulla strada giusta. Ha da subito lanciato segnali importanti: indossa il crocifisso in ferro, rema contro il lusso. È coerente, credibile. E punta a fare pulizia totale”.

Un fatto che non piace alla mafia finanziaria, quella che investe, che ricicla denaro e che per anni – prosegue il procuratore – “si è nutrita delle connivenze con la Chiesa”. “Chi finora si è nutrito del potere e della ricchezza che derivano direttamente dalla Chiesa è nervoso, agitato. Papa Bergoglio sta spostando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto, non esiterebbero”.

Secondo il procuratore aggiunto di Reggio, il Papa può essere davvero in pericolo. “Non so se la criminalità organizzata sia nella condizione di fare qualcosa - precisa – ma di certo ci sta riflettendo. Può essere pericoloso”. Gratteri, che dal 1989 vive sotto scorta, ha scritto insieme allo storico Antonio Nicaso un libro intitolato “Acqua Santissima” in cui racconta i profondissimi legami che esistono tra mafia e Chiesa. Nella sua esperienza sa come i preti vadano “di continuo a casa dei boss a bere il caffè, regalando loro forza e legittimazione popoplare”.

Riina lancia la condanna a morte per il pm Di Matteo

Mafia, Totò Riina dal carcere: "Nino Di Matteo deve morire. E con lui tutti i pm della trattativa"

Il P.M. Di Matteo
"Di Matteo deve morire. E con lui tutti i pm della trattativa, mi stanno facendo impazzire". Totò Riina non poteva essere più chiaro di così. Il capo di Cosa Nostra, richiuso al 41 bis, lo ha urlato qualche giorno fa a un compagno di carcere. Le minacce - scrive oggi Repubblica - non sono sfuggite a un agente della polizia penitenziaria, che ha dato l'allarme.

Nel mirino di Riina ci sono il sostituto procuratore di Palermo, Nino Di Matteo, ma anche gli altri magistrati dell'inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia: il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. Per loro si è riunito d'emergenza, lunedì scorso, il comitato per l'ordine e la sicurezza presieduto dal prefetto Francesca Cannizzo. Per Di Matteo - spiega Repubblica - si è addirittura valutata una soluzione estrema: il trasferimento per qualche tempo in una località segreta, insieme alla famiglia. Proprio come era accaduto a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell'estate del 1985, quando i giudici e le loro famiglie trascorsero quasi un mese all'Asinara.

Se per Di Matteo il livello di sicurezza è già stato innalzato al "livello uno" durante l'estate, per gli altri magistrati del pool trattativa non è così. Il comitato ha dunque stabilito di chiedere al ministero dell'Interno un ulteriore impegno, magari dotando la scorta di Matteo e degli altri di un "jammer" (il dispositivo anti bomba che blocca i segnali radio telecomandati nel raggio di 200 metri).

Ma le minacce di Cosa Nostra non si fermano qui. Come riporta sempre Repubblica, il numero uno di Cosa Nostra avrebbe anche un altro bersaglio: l'attuale procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, che nei mesi scorsi, a Caltanissetta, si è occupato della revisione del processo per la strage di Via D'Amelio (scagionando otto persone e puntando il dito contro i fedelissimi di Riina). 

L’assalto alla caserma dei carabinieri di Taranto è la prova della nostra malattia


di Pippo Giordano

Ho visto delle immagini che mai avrei voluto vedere: una cinquantina di persone che assaltano una Stazione dei carabinieri, tentando di liberare quattro persone tratte in arresto in flagranza, per furto di rame. Non siamo in un Paese dell’America latina e nemmeno in un Paese ove l’anarchia regna sovrana. Siamo in Italia e segnatamente a Taranto.

L’episodio oramai considerato fisiologico è l’ultima manifestazione d’odio nei confronti della Legge; nei confronti della Legalità. E, mi viene da chiedere a quei signori – chiamarli così è un eufemismo – cosa avrebbero dovuto fare i carabinieri, premiare gli arrestati con premi e cotillon? Noto con sgomento che nel nostro Paese c’è un aumento di violenza nei confronti delle Forze dell’Ordine.

Ogni preteso è foriere di violenza, persino le manifestazione legittime e sacrosante vengono usate per scaricare nell’ultimo anello di rappresentanti dello Stato, tutta la rabbia repressa accumulata da istanze disattese. Nel Paese dove per mesi e mesi spadroneggia un individuo col problema della sua condanna: in un Paese dove l’eclatante disoccupazione attanaglia la vita dei nostri giovani e ne mortifica la dignità di uomini; in un Paese dove la dilagante corruzione di politici e amministratori locali imperversa, quella cinquantina di persone assalitori della caserma di Taranto, pretendono – a torto – di liberare manu militare dei ladri. No! Non è questa l’Italia della Legalità. No! Non sono questi i politici che possano “redimere” il paese Italia.

Il gravissimo episodio di Taranto è potuto accadere, perché un vuoto di moralità investe il nostro Paese: tutti si sentono titolati a “farla franca”. In tanti ritengono che la Giustizia dev’essere applicata ad altri e non a se stessi. Del resto, uno dei più grandi obbrobri mai avvenuto in un paese occidentale, si è verificato davanti al Tribunale di Milano, allorquando una nutrita schiera di politici ha manifestato a favore di quel che poi è divenuto il pregiudicato noto, mister B.

Il nostro Paese sembra attraversato da una concezione barbara, secondo la quale lo Stato di diritto è un optional da tenerne conto alla bisogna e per fini strettamente personali. Egregi signori di Taranto e politici in genere, la giustizia ad personam non esiste nel nostro Ordinamento e i quattro arrestati devono essere presentati innanzi al loro Giudice naturale. Se non s’accettano queste nozioni di civiltà, allora mi spiace togliete il disturbo e emigrate in altri lidi. L’invito vale anche per mister B. Il nostro Paese non può permettersi “assalti” di questo tipo.

All’Arma dei carabinieri di Taranto tutta la mia solidarietà e mi spiace tantissimo che nessuna voce di ferma condanna si sia elevata, non solo dai politici ma anche dalla cosiddetta società civile.



martedì 12 novembre 2013

Napoli, Caivano, verdure avvelenate con acqua al cloroformio: maxisequestro in 13 aziende

Area di 43 ettari: pozzi inquinati da materiale cancerogeno. Bloccati centinaia di chili di insalate, broccoli, zucchine.

di Roberto Russo

NAPOLI - Il Corpo Forestale dello Stato ha sequestrato a Caivano un’area di 43 ettari coltivata a verdure proprietà di tredici aziende agricole. Il sequestro di tonnellate di verdura già pronte per essere immesse sul mercato è stato deciso in via precauzionale dopo che nei tredici pozzi utilizzati per l’irrigazione sono stati trovati pericolosi inquinanti in concentrazioni centinaia di volte oltre il limite consentito.

FORESTALE - Tra i veleni arsenico e manganese fino a 2000 volte oltre il limite di legge, ma anche tricloroetano cloruro (cloroformio) che è fortemente cancerogeno. Gli uomini della Forestale, coordinati dal generale Sergio Costa (che ora qualcuno vorrebbe mandare via), hanno agito su mandato del procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso il quale ha disposto un decreto di sequestro a vista degli ortaggi coltivati: centinaia di chili di insalate, broccoli, zucchine, finocchi e cavoli per impedire che arrivassero sul mercato e tutelare la salute dei consumatori. Le analisi sulle verdure saranno eseguite nel giro di pochi giorni. Si tratta di uno dei più grossi sequestri in aziende ortofrutticole mai operati nella zona di Caivano.


Sarai quello che Sei, NIENTE


di Dario Campolo

Alberto Sughi Il personaggio inesistente


Siamo diventati insensibili a tutto, brutto a dirsi ma vero.

Non ci curiamo più di nulla e nulla ci distrae dal nostro quieto vivere.

Certo, i più sfigati si trovano a combattere con un tumore, si ritrovano un parente morto per rapina, ingiustizie varie, ma a parte queste categorie che sviluppano una sensibilità atipica per necessità il resto del paese è insensibile a tutto.

La camorra, tramite un pentito ci segnala di fare attenzione a ciò che stiamo mangiando, derivante da terreni radioattivi e velenosi per via degli scarichi abusivi sparsi nel territorio nazionale dalle varie MAFIE, e noi? 
Neanche una minima reazione, capisco la commissione parlamentare antimafia che non ha fatto nulla dal 1997 a oggi (siamo messi male se l'eccezione diventa regola) ma noi no?

La Juventus vince lo scudetto e Torino si riempie in ogni dove, ma per i nostri diritti calpestati neanche un minimo pensiero o una minima rimostranza di dissapore, neanche nell'anticamera del cervello ci passa.....

Siamo messi male, il ventennio Berlusconiano ci ha seppellito completamente, già nel DNA avevamo qualcosa di creativo, poi è degenerato.

Da genitore mi preoccupo più per i figli che per noi, ma ahimè:

"Costruiamo oggi quello che saremo domani", ECCO! per l'appunto.


Da quando ho cominciato a seguire Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Ninnì Cassarà, Carlo Aberto Dalla Chiesa, Pio La Torre, Peppino Impastato e tanti altri Grandi Uomini e Donne ancora, ho capito che il rispetto del prossimo, della legalità e dello STATO è tutto, ma oggi, nel 2013 comincio ad essere stanco, amareggiato, questo paese mi da l'impressione di non avere speranze.

Il vivere quotidiano lo dimostra, un esempio per tutti:

elezioni nella scuola di mio figlio per eleggere i  rappresentanti di circolo scolastico, di primo acchito può sembrare una cavolata ma questo ruolo ci porta a dover osservare la sicurezza nella scuola (dei nostri figli), il controllo del cibo che mangiano, il controllo dei servizi e così via, ci si chiede di essere cerniera, sistema di giunzione fra dirigenza scolastica e genitori, un ruolo molto importante e noi? 
Non abbiamo tempo, c'è il lavoro, la casa, il bar, la partita, la fretta, l'indifferenza....

Ma come, i nostri figli non sono tutto? 
Non ci lamentiamo quando a scuola non va qualcosa? 
Non era buono il mangiare? 
La maestra è sempre assente, ma come si fa?
Questo o quello non va? 

Ecco siamo questo noi Italiani, abbiamo la possibilità di fare qualcosa e ce ne fottiamo!!!

Così vale per tutto e tutti.
Di esempi potremmo farne a bizzeffe.

Siamo un branco di pecore, abbiamo bisogno di un PADRONE che ci comanda a bacchetta, Ahimè questa è la sola salvezza,


non valiamo niente.
questa è l'Italia, anzi gli italiani.

lunedì 11 novembre 2013

Camorra, Raffaele Cantone chiede al Csm un posto da aggiunto a Napoli

Da anni è in servizio al Massimario della Cassazione, a spulciare e analizzare sentenze passate in giudicato per consolidarne la giurisprudenza. Ora il magistrato, sotto scorta dal 2003, vorrebbe tornare a fare l'inquirente in terra di criminalità organizzata

di Vincenzo Iurillo

Raffaele Cantone con la scorta
Da anni è in servizio al Massimario della Cassazione, a spulciare e analizzare sentenze passate in giudicato per consolidarne la giurisprudenza. Incarico di prestigio, che però nel suo caso – metafora di facile comprensione per chi tifa Napoli – suona un po’ come schierare Gonzalo Higuaìn in difesa. Ma ora il magistrato anticamorra Raffaele Cantone a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 da sostituto procuratore alla Dda di Napoli ha condotto incisive indagini contro i clan dei Casalesi e ha accumulato un bagaglio di competenze trasfuso in alcuni libri di grande successo, dopo aver resistito alla sirena del Pd che voleva candidarlo a sindaco di Napoli e al Parlamento, vorrebbe tornare a fare il magistrato inquirente in terra di criminalità organizzata.

Cantone, che vive sotto scorta dal 2003 dopo la scoperta di un progetto di attentato ai suoi danni, ha presentato domanda al Csm per concorrere alla nomina di procuratore aggiunto della neonata Procura del Tribunale di Napoli Nord. L’ufficio giudiziario è stato istituito il 16 settembre, ha sede ad Aversa (Caserta) ed ha assunto la competenza di un vastissimo territorio tra le provincia di Napoli e di Caserta, comprese le città dove prosperano gli affari dei clan camorristici casertani (Casal di Principe, Casapesenna e dintorni). Serve un’utenza di un milione e 100.000 abitanti, e secondo alcuni calcoli, a pieno regime si attesterà come il quinto Tribunale d’Italia. La pianta organica prevede un procuratore capo e due aggiunti.

Al momento l’ufficio è retto da un facente funzioni, Raffaele Marino, che si divide tra l’applicazione a Napoli Nord e il Palazzo di Giustizia di Torre Annunziata, dove da procuratore aggiunto regge il pool per i reati contro la pubblica amministrazione. Per ora il Csm dovrebbe deliberare per Napoli nord il procuratore capo e un solo aggiunto. Nomine da perfezionare entro un paio di settimane. Riservandosi in un secondo momento la designazione del secondo procuratore aggiunto. Tra gli aspiranti al ruolo, oltre a Cantone, c’è Antonio Guerriero, già capo della soppressa Procura di Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino) ed ora applicato ad Aversa.

Per l’incarico di procuratore capo sono invece in corsa, tra gli altri, Armando D’Alterio, procuratore capo di Campobasso, che fu il pm delle indagini sull’omicidio del giornalista del Mattino Giancarlo Siani; Paolo Mancuso, procuratore capo di Nola, già coordinatore Dda di Napoli; Francesco Greco, procuratore aggiunto di Napoli, coordinatore di alcune tra le più delicate indagini della procura partenopea (tra cui quella che vede imputato Silvio Berlusconi per la presunta compravendita dei senatori); Luciano D’Emmanuele, già capo della soppressa Procura di Ariano Irpino (Avellino), attualmente applicato a Napoli nord.


venerdì 8 novembre 2013

Mafia, parla la figlia di Galatolo: "Mio padre comanda dal carcere"

Giovanna Galatolo, figlia del boss Vincenzo, ha deciso di collaborare per assicurare un futuro migliore alla figlia di 14 anni. "Ho ripulito covi di latitanti e lavato vestiti sporchi di sangue"

Sono a conoscenza di fatti relativi a Cosa nostra in quanto spesso ascoltavo quello che dicevano mio padre e i suoi familiari e sodali. Non facevo parte dell'associazione, ma spesso ho ripulito delle abitazioni che avevano ospitato latitanti e lavato vestiti imbrattati di sangue come quelli di Francesco Madonia e Francesco Di Trapani". Sono queste le parole messe a verbale, il 29 ottobre scorso, da Giovanna Galatolo, figlia del boss Vincenzo, ex reggente del mandamento dell'Acquasanta a Palermo, condannato all'ergastolo per l'omicidio del generale Dalla Chiesa e coinvolto nel fallito attentato dell'Addaura a Giovanni Falcone.

La donna, che non ha precedenti per mafia, sta collaborando con la giustizia, è stata già trasferita in una località segreta ed è sotto il servizio di protezione. Agli inquirenti ha detto di avere deciso di parlare per assicurare un futuro alla figlia adolescente. Il verbale riassuntivo, raccolto dai pm Piero Padova e Dario Scaletta, è stato depositato questa mattina al processo all'ex deputato regionale di Grande Sud Franco Mineo e ad Angelo Galatolo, cugino di Giovanna. Mineo è imputato di intestazione fittizia di beni aggravata, peculato, malversazione e usura, mentre a Galatolo, oltre all'intestazione fittizia, è stata contestata nella scorsa udienza anche l'associazione mafiosa, accusa per la quale i legali dell'imputato hanno chiesto il rito abbreviato condizionato all'acquisizione di alcuni documenti.

Le dichiarazioni di Giovanna Galatolo, secondo gli inquirenti, sarebbero convergenti con quelle del pentito Angelo Fontana che ha parlato degli affari della famiglia mafiosa.
"Oggi le persone più attive all'Acquasanta sono mio padre - ha detto la dichiarante - Stefano Fontana, deceduto da poco, i suoi figli Gaetano, Giovanni e Angelo che spacciano stupefacenti e si dedicano alle estorsioni anche se l'attività estortiva è prerogativa dei Galatolo". In particolare, prosegue la donna, "i figli di Gaetano Galatolo, Angelo e Giovanni, sono organici alla famiglia dell'Acquasanta e sono attivi anche nel settore immobiliare. Mio cugino Angelo, da qualche anno, è attivo anche a Carini. A impartire le direttive è mio padre dal carcere. Lo so per averlo appreso da mia figlia, la quale mi ha riferito che mio fratello Vito ha avuto con lui un colloquio di recente".

Anche il bar Esedra, sequestrato durante le indagini su Mineo e Galatolo, era gestito dai Galatolo, secondo la dichiarante. "Il bar era gestito da mio zio Giuseppe - ha spiegato - che lo aveva affittato a una sua amante soprannominata 'la napolitana': so che è rimasto nell'orbita di Cosa nostra anche dopo la sua cessione". Anche il negozio d'abbigliamento Vegard (anche questo di proprietà di Mineo come il bar Esedra), secondo Giovanna Galatolo, era "di interesse" di suo cugino. I pm chiederanno di sentire la donna al processo.

giovedì 7 novembre 2013

Disinteressati a TUTTO

Siamo ormai diventati un paese disinteressato a tutto e tutti, diciamolo apertamente, o ci diamo una scrollata oppure siamo finiti

di Dario Campolo

Non voglio fare l'esperto antimafia......
ma noi tutti non stiamo dando il giusto peso ad una questione che ci dovrebbe quantomeno spaventare e a scendere in piazza.

Carmine Schiavone, collaboratore di giustizia, è da un paio di settimane che sta martellando su SkyTG24 prima e RaiNews dopo, facendo nomi, indicando luoghi e dicendo cosa trovare  in punti precisi sparsi nel nostro paese.
Lo aveva già fatto nel 1997, alla commissione parlamentare antimafia, certificato tutto già allora......
Cosa è stato fatto? 
Nulla, nè allora, nè oggi con tutta la pressione che Carmine Schiavone sta evocando a gran voce, qualsiasi ne sia il motivo, aggiungo io: "chi se ne frega?" se è vero ciò che dice.
Nessuno se ne occupa........Bah,
saremo noi, 
forse troppo impegnati a pensare agli affari nostri?
Rispondo io per tutti, SI!
Intanto la Pomì comincia a fare la pubblicità dicendo che i loro pomodori sono raccolti solo in padania, a seguire tutte le migliori marche si stanno accodando.....
Ci vogliamo riflettere spargendo la voce?????? I nostri figli pagheranno il conto, lo sapete vero?
Questa è una delle tante sfaccettature che la "Mafia" ha e al danno che ci porta in seconda battuta, pensando, TUTTI, che a noi tanto non ci tocca.

Leggete:

“Campania, Sicilia, Calabria e Puglia regioni discariche”

di Aaron Pettinari 

Carmine Schiavone
Il verbale è del 7 ottobre 1997 ed è stato desecretato soltanto nei giorni scorsi. Si tratta del resoconto dell'audizione del pentito casalese, Carmine Schiavone (foto), davanti alla commissione d'inchiesta parlamentare sui rifiuti reso disponibile su decisione della Camera. Un documento in cui viene svelato il business miliardario del traffico di rifiuti pericolosi. Dalla Campania, alla Puglia, dal basso Lazio, alla Sicilia, passando per la Calabria ed il Molise sono queste le Regioni scelte dalle mafie per seppellire tonnellate di scarti di ogni tipo.
Il pentito racconta che, in origine, furono i boss Francesco Schiavone Sandokan e Francesco Bidognetti a gestire direttamente il traffico di rifiuti a Caserta, trattandolo come affare privato, personale. “All'epoca – si legge nel verbale – tenevo ancora il relativo registro (la cassa del clan, ndr) in cui figurava che per l'immondizia entravano 100 milioni al mese, mentre poi mi sono reso conto che in realtà il profitto era di almeno 600/700 milioni al mese”. E in quelle discariche arrivava di tutto. “Dalla Germania arrivavano camion che trasportavano fanghi nuclerari – aggiunge Schiavone - Vi erano fusti che contenevano tuolene, ovvero rifiuti provenienti da fabbriche della zona di Arezzo: si trattava di residui di pitture”. Ma i camion venivano anche dall'Italia, “da Massa Carrara, da Genova, da La Spezia, da Milano. So che da quest'ultima c'erano delle grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall'estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al Sud”.

Schiavone ha anche spiegato le tecniche utilizzate per seppellire i rifiuti. Si scavavano buche profonde minimo un metro e mezzo e massimo 30-40 metri. Un tempo l’Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali) calcolava: da fine anni Novanta a oggi i clan della camorra hanno sversato, solo nei 30 chilometri del litorale domizio “341mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, 160mila di rifiuti speciali non pericolosi e altre 305mila di immondizia solida urbana”. Inoltre fanghi sarebbero stati tombati a ridosso dei laghi di Lucrino e d’Averno.
Insomma un vero e proprio affare miliardario dietro al quale c'erano davvero in tanti, anche imprenditori apparentemente “puliti” che miravano al guadagno doppio e che si trovavano ad incassare dalle Amministrazioni comunali più di quanto pagato alla cosca. In questa maniera si allungava la vita delle discariche autorizzate che si riempivano a un ritmo assolutamente più lento rispetto al normale. E per lo smaltimento i titolari delle ditte “pagavano 500mila lire a fusto” alla camorra a fronte dei “2 milioni e mezzo” che sarebbero stati necessari secondo la procedura normale.

Schiavone racconta che “Il sistema era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli, a loro, se la gente moriva o non moriva? L'essenziale era il business. So per esperienza che, fino al 1991, per la zona del Sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall'Italia”. Un sistema che sarebbe stato adottato “nel Salento, ma sentivo anche parlare delle province di Bari e di Foggia”. Dichiarazioni che hanno portato la Procura distrettuale antimafia di Lecce a valutare l'ipotesi di ascoltare il pentito Carmine Schiavone. Per il momento il procuratore della Repubblica, Cataldo Motta, che si è trincerato dietro a un deciso "no comment" ma sta valutando attentamente gli atti al fine di capire se quelle dichiarazioni, seppur lontane nel tempo, possano essere considerate come una notizia di reato. Il collaboratore di giustizia ha fatto anche alcuni nomi, di persone che avrebbero gestito insieme a esponenti della camorra, il traffico di rifiuti verso le province di Lecce e Brindisi. Inoltre, nel verbale del 1997, parla anche delle navi dei veleni (“So che c'erano navi e che qualcuna è stata affondata nel Mediterraneo […] Ricordo che una volta si parlò di una nave che portava rifiuti speciali e tossici, scorie nucleari, che venne affondata sulle coste tra la Calabria e la Campania”) e della massoneria. Una montagna di veleni che hanno inquinato ed inquinano la nostra bella Italia uccidendo la vita, presente, passata e futura.

Trattativa, il j'accuse del pentito Onorato "Dalla Chiesa ucciso per ordine di Andreotti-Craxi"

La Procura chiama a testimoniare il collaboratore Francesco Onorato sull'omicidio dell'eurodeputato Dc Salvo Lima. Il suo atto d'accusa prima di deporre.  "Andreotti e il figlio dovevano essere uccisi a Roma dai fratelli Graviano". Non ancora arrivata alla corte d'assise la lettera del presidente della Repubblica a proposito della sua citazione al processo. Dal Quirinale si apprende che la lettera è stata spedita giovedì

di Salvo Palazzolo

il PM Nino Di Matteo
Non voleva deporre Francesco Onorato, uno dei killer di Salvo Lima oggi collaboratore di giustizia. "Mi sento solo e abbandonato dallo Stato", questo il suo sfogo: "Dal 1996 depongo nei processi e non mi sono mai lamentato, ma adesso non ce la faccio più". Nonostante le sue resistenze, il pentito ha poi iniziato a rispondere alle domande del pm Nino Di Matteo. 

"Facevo parte del gruppo di fuoco della commissione", ha spiegato Onorato. "Il gruppo di fuoco è come la nazionale, Totò Riina prendeva gli elementi più validi delle varie famiglie". 

In apertura di udienza, il presidente della Corte ha informato che la lettera annunciata dal Quirinale nei giorni scorsi non è ancora arrivata al collegio. 
Il giudice Alfredo Montalto si riserva "allorchè la lettera perverrà, di esaminarla e ove il contenuto sia rilevante per il processo metterla successivamente a disposizione delle parti per le eventuali rispettive valutazioni e determinazioni".

Nelle scorse settimane, la Corte di Palermo aveva autorizzato la citazione del presidente Napolitano al processo Trattativa, così come chiesto dai pubblici ministeri. Ma nei limiti posti dalla sentenza della Corte Costituzionale. Nella sua lettera, Napolitano ha espresso la sua disponibilità a deporre, anticipando però "i limiti delle conoscenze sull'argomento", ma anche alcune riserve sulla "costituzionalità dell'articolo 205 del codice di procedura penale", quello che prevede la deposizione del Capo dello Stato.  

Fonti del Quirinale informano che la lettera indirizzata al presidente della Corte d'assise di Palermo è partita con una raccomandata giovedì, intorno alle 18.30, contemporaneamente al comunicato del Colle. 

La deposizione di Onorato
L'ex killer di Cosa nostra racconta dell'avvio della strategia stragista disposta da Totò Riina dopo la sentenza del maxiprocesso: "Nella lista delle persone da uccidere, come seppi da Salvatore Biondino, l'ambasciatore della commissione, c'erano Lima, Andreotti e suo figlio, gli ex ministri Mannino, Vizzini, ma anche Martelli. Siamo stati noi a far eleggere Martelli come ministro della Giustizia: nel 1987 avevamo finanziato la sua campagna elettorale con 200 milioni di lire. E poi mantenne le promesse, perché fece dare gli arresti ospedalieri ad alcuni mafiosi".

Onorato è un fiume in piena: "Quando Riina accusa lo Stato nelle sue interviste ha ragione. Prima gli hanno fatto fare tanti omicidi, e adesso stanno pagando solo i mafiosi. Prenda il caso Dalla Chiesa: cosa interessava ai mafiosi ammazzarlo. Sono stati Craxi e Andreotti a chiederlo ai mafiosi, perché si sentivano il fiato sul collo. Poi, anche l'omicidio Mattarella, voluto da altri politici". Il collaboratore dice: "Non è mai esistita una trattativa fra mafia e Stato, c'è sempre stata una convivenza fra la mafia e lo Stato".

Nel 1992, nel mirino c'era anche  l'allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera: "Io stesso - dice Onorato - fui incaricato di pedinarlo all'hotel Perla del Golfo, dopo l'omicidio Lima". 

Secondo il racconto di Onorato, Andreotti e suo figlio dovevano essere uccisi a Roma: "Se ne dovevano occupare i fratelli Graviano. Riina era davvero adirato dopo la sentenza del maxiprocesso: voleva morti tutti i politici".

Rispondendo alle domande dei pm Di Matteo, Teresi e Del Bene, Onorato ricorda anche una convocazione dei politici fatta da Cosa nostra: "Dopo il maxiprocesso, Riina convocò alla Perla del Golfo Lima, Mannino, Vizzini, i Salvo. Seppi da Biondino che Lima aveva dato buca". 

martedì 5 novembre 2013

Mafialeaks.org, documenti in rete contro la criminalità

Raggiungibile da chiunque, il sito permette di fare delle segnalazioni anonime alle testate o ai reporter che si sono prestati a fare da "riceventi". L'obiettivo è quello di collegare giornalisti, forze dell'ordine e associazioni che lottano contro le mafie, sul modello del più famoso Wikileaks

di Sara Ficocelli


ROMA - "Questa è MafiaLeaks e il suo scopo è quello di raccogliere informazioni riguardanti le attività mafiose direttamente dall'interno delle stesse. Attraverso la nostra piattaforma potrai denunciare qualsiasi attività di tipo mafiosa e puoi stare certo che la tua voce resterà anonima perché neanche noi sappiamo chi sei". È la presentazione di "Mafialeaks.org", sito nato da un gruppo di anonimi volontari italiani che ha come obiettivo quello di collegare giornalisti, forze dell'ordine e associazioni che lottano contro le mafie. Online da poche ore, il sito prende a modello il più famoso Wikileaks ma l'obiettivo è colpire al cuore il mondo della criminalità organizzata. 

Un network complesso. Raggiungibile da chiunque, il sito permette infatti di fare delle segnalazioni anonime alle testate o ai reporter che si sono prestati a fare da "riceventi". Più avanti entrerà a farne parte, probabilmente, anche la divisione investigativa antimafia (Dia), o varie associazioni antiracket. Tra i media che finora hanno aderito, compare per ora solo "Telejato", l'emittente tv di Partinico, in Sicilia, il cui direttore, Pino Maniaci, racconta da anni la mafia con le sue inchieste. Grazie all'uso di "Globaleaks", la piattaforma open source per il whistleblowing, tutte le segnalazioni resteranno anonime.

Tre categorie di informazioni. Per organizzare lo smistamento delle informazioni, queste sono state suddivise in tre grandi macro categorie: "whistleblowers" (persone interne ai clan mafiosi che hanno deciso di denunciarne gli illeciti in maniera anonima), "vittime" (persone da tempo o per la prima volta vittime di attività di stampo mafioso che vogliono segnalare uno o più abusi) e "so qualcosa" (persone che sono venute a conoscenza di informazioni riguardanti attività di tipo mafioso). 

In contatto con "persone fidate". Chi ritiene, dunque, di essere in possesso di questo tipo di materiale e vuole inviarlo a "persone fidate", non deve fare altro che seguire le istruzioni che troverà nel nostro sito per mantenere l'anonimato. Le "persone fidate" sono quelle che riceveranno la segnalazione e le informazioni che la persona deciderà di invire attraverso la piattaforma di Mafialeaks non verranno inviate indiscriminatamente a tutti ma sarà quella stessa persona a scegliere a chi farle pervenire. L'elenco nel sito di "persone fidate" è in continuo aggiornamento e comprende esponenti di spicco di forze dell'ordine, giornalisti e associazioni antimafia.

Che materiale mandare. Mafialeaks ha bisogno di dati come foto, audio, dati in formato cartaceo o digitale ed è alla ricerca di informazioni relative alla localizzazione di esponenti di clan mafiosi e al ritrovamento dei conti correnti riconducibili ad attività di tipo mafioso. "Ma se queste notizie arrivano dall'interno - scrive il sito - abbiamo bisogno anche di altri dati che possano ricondurci ad altri tipi di reati come eventali trattative stato-mafia passate o presenti; è per noi di grande interesse anche tutto ciò che è relativo a traffico di droga, armi, riciclaggio di denaro, corruzione, individuazione di pubblico ufficiale al soldo della mafia, traffico di rifiuti, turbativa di gara d'appalto, omicidio, intimidazione, evasione, estorsione, usura e così via". Benvenute anche informazioni riguardanti vittime di reati come pizzo, estorsione, intimidazione, sfruttamento della prostituzione, usura, così come informazioni riguardanti reati di tipo ambientale, turbative di gare d'appalto e simili. Infine prestanome, conti correnti, rifugi di boss mafiosi, nomi e cognomi: qualsiasi informazione, insomma, purché avvallata da prove.


lunedì 4 novembre 2013

Schiavone: "I rifiuti tossici non li hanno mai cercati"

Il caso dei rifiuti tossici sepolti in Campania. Il giorno dopo la pubblicazione del verbale dell'audizione del boss pentito Carmine Schiavone, avvenuta nel '97 davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Schiavone parla al microfono di Alfredo Di Giovampaolo.

                                   

Ti racconterò tutte le storie che potrò

di Agnese Borsellino a Salvo Palazzolo

3 novembre 2013 - In quei giorni ero contesa da prefetti, generali e alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Su Paolo, sulle sue indagini, su ciò che aveva fatto dopo la morte di Giovanni Falcone, sulle persone di cui si fidava. Mi sussurravano domande dentro quei saloni bellissimi pieni di gente importante. E mentre mi chiedevano mi sembrava come se mi stessero osservando, anche se facevano altro: mangiavano una tartina, sorseggiavano un prosecco, ascoltavano il discorso dell’autorità di turno, o magari danzavano.
Ora so. Ora so perché mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapevo, se mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua morte. E allora tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime. Ho cominciato a guardare fra i suoi appunti. Ho riaperto i cassetti dello studio. Ho sfogliato i suoi libri. Ho vagato per casa, pensando a ogni angolo dove lui si rifugiava, come per ricordare una sua parola ancora.

Era il 1968. Una mattina, mentre andavo all’università, vidi Paolo che attraversava la strada e mi veniva incontro. «Ciao Agnese», mi sussurrò. «Come stai? Ti posso accompagnare? Gradisci?». Gli feci un grande sorriso. Quando parlava, il suo volto si muoveva tutto. La bocca, gli occhi, la fronte. Aveva una mimica davvero particolare.
Quella mattina in riva al mare mi innamorai di Paolo. E lui di me. Era come se ci fossimo innamorati per la prima volta, anche se avevamo già la nostra età. Lui ventott’anni, io venticinque. Io gli raccontavo dei miei sogni. Lui mi raccontava le sue storie. Mi ricordo, era vestito con degli abiti semplici, quasi umili direi. Un pantalone e una maglietta,  niente altro. Non è mai cambiato in questo. Il giorno che è morto gli hanno trovato le scarpe bucate. Una sua collega mi sussurrò: «Prendi le scarpe del matrimonio, mettiamo quelle». Lui le aveva conservate con cura in una scatola. Ma sono servite a poco, perché Paolo non aveva più le gambe, e neanche le braccia, il suo corpo era stato dilaniato dall’esplosione.
Pochi giorni dopo la passeggiata al Foro Italico decidemmo di sposarci. E pure in fretta. Quella scelta scatenò però un terremoto. Tutti ci presero per matti. "Forse ci fu cosa?".
Ovvero, forse Agnese aspetta un bambino e quello è un matrimonio riparatore? Naturalmente, allo scoccare dei nove mesi, tutti dovettero ricredersi. E in paese dissero: “Allora, vero colpo di fulmine fu”. 
* * * Amore mio, ogni giorno scendeva da casa alle 4 del mattino, si faceva un bel po’ di strada a piedi e andava fino alla stazione Lolli per prendere il treno diretto a Mazara del Vallo. Alle 8 era già nella sua aula di pretore. Qualche volta, mentre era sul treno di ritorno verso Palermo, telefonavano a casa perché c’era stata un’emergenza a Mazara. Era la prima cosa che gli dicevo al suo rientro, dopo averlo abbracciato. Lui non batteva ciglio, non si lamentava. Beveva un bicchiere d’acqua senza neanche togliersi la giacca. Mi dava un bacio e mi sussurrava rammaricato: «Ci vediamo domani». E tornava alla stazione Lolli, di corsa, per prendere l’ultimo treno del pomeriggio.
Un giorno fummo invitati a casa del senatore La Loggia. Gli amici chiacchieravano e si vantavano: «Mio padre, il senatore»; «Mio padre, il principe»; «Mio padre, il professore di università».
Vedevo che Paolo era insofferente, era chiaro che non ne poteva più. Dopo un attimo di silenzio, disse: «Mio padre era carrettiere, trasportava il fieno». E fece il verso del cavallo. Fui l’unica ad accennare a un sorriso alla battuta di Paolo. «Perché l’hai fatto?” gli chiesi. «Li conosco quei ragazzi, molti sono stati miei colleghi di università». Erano quegli stessi che l’avevano disprezzato perché magari aveva il cappotto rotto o le scarpe bucate.
Alle feste, guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo. «Agnese, ma tu perché stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata. Lo sai perché stai con me? Perché io ti racconto la lieta novella». La prima volta che me lo disse, rimasi spiazzata. Mi misi a piangere. «Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà un romanzo che non finirà mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà sempre fresco il nostro amore. Perché l’amore ha bisogno di mantenersi fresco». 
* * * Paolo era sempre il primo ad arrivare in ufficio, di buon mattino, e prendeva una delle adorate papere della collezione di Falcone. Poi aspettava che Giovanni se ne accorgesse. Magari, Paolo si divertiva pure a fargli sorgere il dubbio: «Ma ci sono proprio tutte le tue paperelle? Ne sei sicuro?». Quegli scherzi erano un modo per allentare la tensione. A un certo punto, Paolo lasciava di nascosto un biglietto nella stanza di Giovanni: “Se vuoi riavere la tua papera cinquemila lire mi devi portare”. 
* * * Ricordo le parole di Paolo: «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare». Anche questa era una buona novella che mio marito mi annunciava ogni giorno. Perché a differenza di tante altre persone lui credeva nell’uomo, anche il più terribile all’apparenza, come appunto è il mafioso. Ecco cosa diceva Paolo ai suoi imputati, persino agli uomini d’onore: «Voi siete come me, avete un’anima, come ce l’ho io. E oltre l’anima cosa avete? I sentimenti». Loro gli rispondevano: «Signor giudice, si sbaglia, noi siamo delle bestie». Un giorno, mio marito convocò Leoluca Bagarella, il cognato di Salvatore Riina, che in quell’occasione si trovava fuori dalla gabbia. Il capomafia era particolarmente nervoso, fece anche il gesto di sputare. La guardia carceraria intervenne subito, prendendo le manette. «Questo è oltraggio a pubblico ufficiale». Ma Paolo intervenne: «Aspetti». E rivolgendosi al capomafia disse: «Ma tu uomo d’onore sei?». E l’uomo d’onore si inghiottì la saliva. Paolo lo lasciò fuori dalla gabbia, senza le manette. Era un messaggio chiaro: non ho paura di te, e addirittura posso anche avere fiducia in te. Credo che in quell’occasione Bagarella, stizzito, ebbe a dire: «Il borsello è viscido». 
* * *L’ultima occasione in cui ho visto veramente sorridere Paolo è stato il Capodanno 1991, ad Andalo. Era particolarmente felice perché ci aveva raggiunto suo fratello Salvatore con la moglie e i figli. Fu una festa, l’ultima per la nostra famiglia. In quelle piacevoli serate, Paolo non si limitava a intrattenere la sua famiglia, ogni tanto si allontanava per una sigaretta. E scompariva. Poi, dopo mezz’ora, lo trovavamo in mezzo a una comitiva di giovani sciatori mentre raccontava di Palermo e delle gesta del pool antimafia.
* * * Mi ricordo come fosse oggi quando il primo luglio tornò da Roma e mi disse: «Ho respirato aria di morte». Il pomeriggio era stato al Viminale, per l’insediamento del nuovo ministro dell’Interno Nicola Mancino. Quel giorno aveva anche ascoltato il nuovo pentito Gaspare Mutolo, che gli aveva parlato dei rapporti intrattenuti da alcuni uomini  delle istituzioni con Cosa nostra. Sapeva che dopo Giovanni Falcone sarebbe toccato a lui. L’aveva capito. Al punto da non voler essere baciato né da me, né dai suoi figli. Ci stava preparando al distacco. Due giorni prima di morire, mio marito aveva un desiderio. Mi disse: «Andiamo a Villagrazia, da soli, senza scorta». Non era un marinaio esperto, ma nuotava benissimo, perché solo nel mare si sentiva libero. Incontrammo un amico, che ci offrì una birra. Poi Paolo volle fare una passeggiata in riva al mare. E non c’erano sorrisi sul volto di Paolo, solo tanta amarezza. «Per me è finita. Agnese, non facciamo programmi. Viviamo alla giornata». Mi disse che non sarebbe stata la mafia a decidere la sua uccisione, ma sarebbero stati alcuni suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere.
Amore mio, eri rassegnato. Qualche giorno prima, avevi chiamato al palazzo di giustizia padre Cesare Rattoballi, per confessarti. Poi, sabato, hai baciato uno a uno i colleghi a te più cari. Domenica, alle cinque, non c’eri più.

Tratto da: "Ti racconterò tutte le storie che potrò" 
Agnese Borsellino con Salvo Palazzolo
(Editore Feltrinelli, € 18.00, pagine 224, IN USCITA IL 6 NOVEMBRE 2013)