martedì 29 ottobre 2013

La morte del boss Gioè non fu un suicidio

di Aaron Pettinari 

Antonio Gioè
27 ottobre 2013 - Era la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993 quando il boss di Altofonte Antonino Gioè (foto) venne ritrovato impiccato con i lacci delle scarpe nella cella in cui trascorreva la detenzione nel carcere di Rebibbia. Erano trascorse appena poche ore dalle bombe delle stragi di via Palestro a Milano e delle due basiliche di Roma. Le indagini ufficiali bollano il fatto come un suicidio. Secondo gli inquirenti di allora con quel gesto il capomafia, che si trovava a Punta Raisi il giorno della strage di Capaci, si sarebbe tolto la vita prima che fosse la stessa Cosa nostra ad intervenire. C'erano intercettazioni in cui il boss aveva parlato dell' “Attentatuni” ed anche altri riferimenti su possibili attentati al Palazzo di Giustizia di Palermo o contro gli agenti di polizia penitenziaria in servizio a Pianosa. E nella conversazione intercettata dalla Dia c'è anche un riferimento al suo “padrino”, Leoluca Bagarella. “Ma ' stu Bagarella cu cazzu si senti? Oh, lo dico per scherzare, ah” disse al telefono. Ma queste non sono prove schiaccianti sulla morte, e quei fatti non hanno mai convinto troppo. Vi fu anche un'indagine giudiziaria a carico di tre agenti penitenziari che furono indagati per istigazione al suicidio di Gioè, ma vennero prosciolti senza chiarire i dubbi. E proprio partendo dal faldone di quest'ultima indagine che i due giornalisti Maurizio Torrealta ed Emanuele Lentini sono partiti per pubblicare un'inchiesta sull’ultimo numero del settimanale Left.

La conclusione a cui arrivano è semplice: è impossibile che Gioé si sia impiccato. Nel faldone i giornalisti hanno rinvenuto le foto scattate in quella notte nella cella. I segni della corda sul collo non vanno verso l'alto, come sarebbe lecito aspettarsi se si fosse appeso alla grata, ma verso il basso il che fa pensare più ad una corda tirata da qualcuno.
Anche l'autopsia fornisce diversi elementi che andrebbero chiariti. Gioè aveva la sesta e la settima costole di destra fratturate “a causa del massaggio cardiaco praticato su di esso”. Singolare che queste siano leultime due costole della gabbia toracica mentre il massaggio cardiaco si esegue ben più in altro ad altezza del plesso solare. 
I due giornalisti pongono anche l'attenzione su una escoriazione in fronte a destra e una ecchimosi bluastra al sopracciglio sinistro, come se in quei punti fosse stato colpito. Senza considerare che il rachide cervicale era intatto, e ciò significa che il boss di Altofonte non è morto per la classica strattonata dell'impiccagione. 
Sotto accusa di Torrealta e Lentini anche la ricostruzione dei fatti messa a verbale dagli agenti per cui Gioé si sarebbe ucciso con un rudimentale cappio fatto con i lacci delle scarpe da ginnastica, quindi si sarebbe appeso alla grata della finestra. I giornalisti sottolineano, osservando le foto, “che è impossibile che un uomo possa suicidarsi appendendosi a una grata della finestra sotto la quale è collocato un tavolo che rende impossibile che il corpo rimanga sospeso”. 
Ed è su quel tavolo che erano stati rinvenuti anche tre fogli scritti a mano da Gioè. “Stasera ho ritrovato la pace e la serenità che avevo perduto 17 anni fa” aveva scritto il boss. Per gli inquirenti un semplice ultimo addio. Per gli autori dell'inchiesta di Left la possibilità di una futura collaborazione con la giustizia. 
Del resto Gioè è anche uno degli uomini chiave della trattativa Stato-mafia, non solo perché a lui si era rivolto il cugino Francesco Di Carlo dopo un incontro “con agenti segreti che parlavano inglese e italiano”, ma anche per quegli incontri con Paolo Bellini, estremista di destra, depistatore, nonché esperto d'arte. Torrealta e Lentini ricordano anche come il magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sospettava che Gioè fosse stato ucciso. A Nicola Mancino, in una delle intercettazioni con l'ex Ministro, diceva: “Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso... non è mica chiaro a me questa cosa”. Ai magistrati di Palermo ha poi spiegato: “A me quel suicidio non mi è mai suonato... Insomma che cosa in realtà è accaduto nelle carceri in quel periodo, questa è la vera domanda che mi pongo io al di là del 41 bis... insomma questo suicidio così strano... ecco mi... ha turbato, mi turbò nel ’93 e mi turba ancora”. Un turbamento interiore che aveva manifestato anche al Presidente della Repubblica Napolitano nella sua lettera di dimissioni (poi respinte) in cui scriveva “vivo timore di essere stato considerato un umile scriba usato come scudo ad indicibili accordi”. Vent'anni dopo dubbi e misteri su quel suicidio tornano a galla. Ed è forse ora di fare veramente luce su questi fatti.

martedì 22 ottobre 2013

Salvatore Borsellino: "Inaccettabili le parole di Teresi nei confronti di Antimafia Duemila"


di SALVATORE BORSELLINO

Salvatore Borsellino
22 ottobre 2013 - Dire che sono rimasto sconcertato o allibito significa non esprimere compiutamente quello che ho provato nel leggere la 'ritrattazione' di Vittorio Teresi a fronte del voto (4-) che aveva attribuito ai magistrati ed alle motivazioni della sentenza di assoluzione del processo Mori-Obinu per la mancata cattura di Provenzano. 
Una simile marcia indietro, a fronte delle critiche ricevute dalla Giunta dell'ANM, tale da arrivare a definire "infelici e improvvide" le proprie stesse parole e "legittime tutte le reazioni, anche le più dure", lascia perlomeno perplessi sulle reali motivazioni che lo possano avere spinto a questo vero e proprio 'auto da fè', ma quello che ritengo in alcun modo non accettabile sono le parole e il tono usato nei confronti dell'articolo di Antimafia Duemila sullo stesso argomento a firma di Giorgio Bongiovanni. 
L'articolo viene definito "violento e delirante" e la sua pubblicazione "un delirante atto criminale mosso da intenti diffamatori e provocatori" dal quale "differenziarsi con orrore".
Sono parole inaccettabili per un articolo (che abbiamo pubblicato anche su questa pagina) di cui mi sento di condividere il contenuto a costo di essere accusato a mia volta di delirio. 
Non sarà ne la prima ne l'ultima volta. 
A Giorgio Bongiovanni e a tutta la redazione di Antimafia Duemila va tutta la mia solidarietà e la mia riconoscenza per l'impareggiabile lavoro che hanno svolto in questi anni.

lunedì 21 ottobre 2013

Il figlio del boss Cattafi difensore del Centro Pio La Torre!!!

Il cortocircuito va in scena il 18 ottobre 2013 durante un'udienza del processo Gotha 3 sulla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Alla fine il giudice ha rilevato l'incompatibilità del legale già difensore di un imputato.

di DAVIDE MILOSA

21 Ottobre 2013 - Il presunto boss alla sbarra per associazione mafiosa. Rosario Pio Cattafi, avvocato di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), uomo di estrema destra, già vicino a Ordine Nuovo, legato ai servizi segreti, fiduciario del padrino catanese Nitto Santapaola e dei tanti affari di Cosa nostra a Milano. Proseguiamo: al tribunale di Messina c’è dunque Cattafi accusato di essere uno dei capi della mafia barcellonese. Si tratta dell’inchiesta Gotha 3. E’ il 18 ottobre 2013. Molte le parti civili. Tra queste anche il Centro Pio La Torre (segretario regionale del Partito comunista italiano ucciso dalla mafia nel 1982). Ed ecco l’antipatico cortocircuito: il legale del Centro Pio La Torre, Ettore Barcellona, non è in aula. Si fa avanti allora un altro legale. Non uno qualunque, ma Alessandro Cattafi, figlio del boss imputato. L’avvocato si presenta come difensore del Centro Pio La Torre, dopo aver ricevuto una delega in bianco da un assistente dell’avvocato Barcellona.

Tanto per capire lo spessore di Cattafi. Scrivono i pm nella loro richiesta d’arresto: “Cattafi (…) soggetto quanto mai sfuggente ed enigmatico (…) manteneva i contatti fra i vertici dell’organizzazione barcellonese e altri sodalizi mafiosi riconducibili a Cosa Nostra siciliana, fra cui la famiglia Sanatapaola e quelle palermitane”. Il pentito Carmelo Bisognano “ha affermato che Cattafi riveste in seno alla famiglia Barcellonese un ruolo di assoluto rilievo, essendo il contatto diretto con le Istituzioni deviate, con ciò intendendo Politica, Pubblica Amministrazione, Magistratura e Forze dell’Ordine”. Sempre Bisognano mette a fuoco i rapporti con le famiglie di Catania. “Saro Cattafi ha avuto rapporti con Santapaola e con il nipote Aldo Eercolano. Negli anni ’92 – ’93, per intervento di Cattafi, Santapaola ha passato un periodo di latitanza a Barcellona, custodito dal nostro gruppo”. Buona parte degli anni Settanta e Ottanta, Cattafi li passa a Milano. Qui viene coinvolto nel sequestro dell’imprenditore Giuseppe Agrati. Inchiesta dalla quale uscirà indenne, ma che segnerà alcuni passaggi essenziali della sua esperienza meneghina. Qui, infatti, incontra e conosce il commercialista Gianfranco Ginocchi ucciso a Milano il 15 dicembre 1978. La sera del sequestro, Ginocchi si trova proprio in compagnia di Agrati. I due stavano giocando in una bisca clandestina. Di Cattafi parla anche il collaboratore di giustizia e uomo vicino ai servizi segreti Federico Corniglia. Dell’avvocato barcellonese e dei suoi rapporti anche con Stefano Bontate. Corniglia conferma i contatti con Ginocchi. “Si installò a casa di questo Ginocchi perché Ginocchi doveva una cifra a questo Bontate”. E ancora: “Questo Ginocchi conviveva con la redattrice italiana di Play boy, la Armani, questa era una donna che aveva molte conoscenze, venivano molte persone, nel corso di questi anni, io ho incontrato anche i siciliani lì”. Nel 1998, Cattafi viene indagato (e poi archiviato) dalla Dda di Palermo “per avere promosso, costituito ed organizzato un’associazione avente a oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo di determinare le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia, nonchè con il fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate”. Cattafi è in compagnia di Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie, Giuseppe Graviano e Bendetto Santapaola. L’indagine, basata sull’intero periodo delle stragi e degli omicidi eccellenti, finirà in nulla. Tra lgi indagati c’è anche Filippo Battaglia, avvocato, sospettato di trafficare in armi, da sempre vicino a Cattafi, recentemente coinvolto in un’inchiesta dei carabinieri di Corsico.

Ecco, dunque e solo in piccola parte, il curriculum con il quale Cattafi, venerdì 18 ottobre 2013 si è presentato in aula a Messina, quando suo figlio ha rischiato di difendere la il Centro Pio la Torre. E meno male che in aula era presente Sonia Alfano, presidente della Commissione antimafia europea e parte civile nel processo perché Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia. “Si è trattato di un gravissimo oltraggio alla memoria di Pio La Torre – ha spiegato l’Alfano – e di un fatto davvero sconcertante: il figlio del boss recluso al 41bis ha potuto rappresentare per delega il difensore del Centro Pio La Torre, parte civile contro il padre. A Messina può succedere anche questo. Tutto ciò avveniva mentre il vertice della mafia barcellonese, Rosario Pio Cattafi, calunniava me, mio padre, il mio legale e altri”. Alla fine la vicenda si è risolto, visto che il giudice ha rilevato l’incompatibilità, perché Alessandro Cattafi difende un altro imputato.

Antimafia, la commissione che non c’è. Dopo otto mesi veti incrociati tra i partiti

Continua lo stallo per la presidenza di palazzo San Macuto. Esponenti Pd e Pdl disertano le sedute per evitare lo scontro aperto. Epifani vuole la Bindi, i berlusconiani non ne vogliono sapere e puntano su un loro uomo. Il candidato di Scelta civica Dellai impallinato da un collega, Andrea Vecchio, che dice: "Qui ci vuole competenza, Dellai non lo voto". Stessa impasse nei 5 Stelle: il siciliano Giarrusso non ha gradito la nomina del collega Gaetti. I renziani lanciano la convergenza sulla Pdl Rosanna Scopelliti

di GIUSEPPE PIPITONE

21 ottobre 2013 - Ci hanno impiegato sette mesi prima di nominarne i componenti. Ma appena deputati e senatori hanno messo piede a Palazzo San Macuto, lo stallo è tornato a regnare sovrano: Pd e Pdl non riescono a mettersi d’accordo per nominare il nuovo presidente della Commissione parlamentare Antimafia. Un bel problema, dato che tra veti incrociati, nomi bruciati e candidati impallinati dagli stessi colleghi di partito, i tempi per dare il via ai lavori della nuova commissione si stanno protraendo all’infinito. E pur di non andare allo scontro aperto, che potrebbe essere micidiale per le sorti del governo Letta, democratici e pidiellini preferiscono disertare la commissione, lasciando vacante la poltrona più alta dell’antimafia parlamentare. In un primo momento il Pd aveva proposto Rosi Bindi, ma il niet del Pdl è stato categorico: i berlusconiani dell’ex ministro della Sanità non si fidano. Aver lasciato che un uomo a loro estraneo come Dario Stefàno venisse eletto alla presidenza della giunta per le elezioni è costato carissimo ai fedelissimi di B, che adesso hanno imparato la lezione: al vertice dell’antimafia deve finire un fidatissimo. Non si sa mai.

Una soluzione sembrava essere stata trovata a metà strada, con Pd e Pdl che si erano accordati per cedere la presidenza a Scelta Civica. Era tutto pronto per eleggere il capogruppo alla Camera Lorenzo Dellai, ma il banco è saltato di nuovo, questa volta a causa di un altro montiano, che ha “impallinato” il collega di Scelta Civica. “Mettano chi vogliono ma io Dellai non lo voto: per presiedere questa commissione ci vuole competenza” spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Vecchio, senatore catanese del movimento di Monti, che ha storto il naso proprio sulla designazione del suo collega di partito. “Io pensavo che ci potesse essere una convergenza sul mio nome, che sulle questioni di mafia ho le mie cicatrici, non mi sarei anteposto a Dellai, ma non mi hanno detto nulla, hanno presentato la candidatura senza dirmi niente” sbotta Vecchio, che ha presieduto temporaneamente Palazzo San Macuto, essendo il componente più anziano della commissione. “Non so se Pd e Pdl potranno mai accordarsi, ma da quello che posso vedere non credo che i partiti utilizzeranno questa commissione per affrontare certe delicate questioni, anzi faranno completamente l’opposto” attacca il vulcanico senatore, recentemente accostato effettivamente alla presidenza dell’antimafia, ma da deputati del Pd di area renziana.

La presidenza della commissione antimafia però non ha scatenato mal di pancia interni soltanto a Scelta Civica. Anche all’interno del Movimento Cinque Stelle c’è chi rivendica competenze specifiche per quella presidenza, guardando con diffidenza i colleghi. “Avremmo voluto fare una battaglia con il nostro candidato, ma devo dire che qui è venuto meno uno dei valori principali del nostro Movimento che è la competenza” dice Mario Michele Giarrusso, senatore etneo che milita nel Movimento di Beppe Grillo. Giarrusso non ha gradito la designazione del collega Luigi Gaetti, medico mantovano anche lui senatore M5S. “Alla presidenza dell’antimafia – spiega Giarrusso – bisogna proporre chi conosce bene il fenomeno, altrimenti si ragiona come gli altri partiti che nominano i loro appartenenti senza tenere minimamente conto della competenza. Indicando un nome che non ha nessuna competenza di antimafia, che figura ci facciamo?”.

E mentre Monti ha lasciato tra le polemiche Scelta Civica e i Cinque Stelle si sono spaccati sulle indicazioni interne al Movimento, Pd e Pdl continuano a studiarsi, bloccando in questo modo i lavori di Palazzo San Macuto. Finora la commissione non si è insediata perché a tutte le votazioni mancava il numero legale. Dalle seconda votazione, però, il presidente può essere eletto a maggioranza relativa: da quel momento i democratici, che possono contare su venti voti, potrebbero issare un proprio uomo sulla poltrona più alta di Palazzo San Macuto. Ipotesi che chiaramente farebbe esplodere l’intesa col Pdl. Tra l’altro, come insegna l’elezione del presidente della Repubblica, è particolarmente difficile trovare un nome condiviso all’interno del Pd, senza che venga immediatamente impallinato dai democratici stessi.

Un esempio è il caso di Pina Picierno, trentenne deputata campana del Pd, accostata nelle scorse ore alla presidenza della commissione. Sulla sua candidatura stavano in effetti lavorando in silenzio alcuni deputati vicini al ministro Dario Franceschini, prima che qualcuno facesse però finire il suo nome sui giornali: segnale che anche quest’opzione è già pronta per essere bruciata. “Ognuno rivendica quel posto per sé, non so quando si scioglierà questo nodo” commenta l’altro democratico Davide Faraone, vicino a Matteo Renzi. L’area renziana potrebbe proporre di lasciare la presidenza al Pdl, focalizzando le attenzioni su Rosanna Scopelliti, figlia del magistrato assassinato. Per cercare di trovare un nome comune, da eleggere alla seconda votazione senza che venga impallinato prima, i democratici si riuniranno stasera. Il segretario Guglielmo Epifani vorrebbe spingere di nuovo per il primo nome fatto dal Pd: quello di Rosi Bindi, che pare tenga molto alla presidenza. Nei giorni scorsi era stata ventilata la candidatura di Beppe Lumia, già presidente della commissione nel 2000, da sempre presente a Palazzo San Macuto.

“Non scherziamo – replica Claudio Fava – Lumia è stato alleato di Raffaele Lombardo, in pratica il peggior governo siciliano di tutti i tempi. Il presidente della commissione antimafia deve avere competenza e credibilità, i partiti non possono pensare che si tratti semplicemente di una casella da riempire. Pd e Pdl non riescono ad accordarsi? Facciano un passo indietro, restituiscano quel ruolo all’opposizione, come accadeva fino a qualche legislatura fa, e diano a questo parlamento la dignità di una commissione antimafia che funzioni”. Una bocciatura senza appello arriva invece da un altro ex componente della commissione antimafia, Fabio Granata. “Quando ho visto i nomi dei componenti della commissione pensavo di essere su scherzi a parte – racconta l’ex esponente di Fli, oggi fondatore di Green Italia – questa commissione parte già delegittimata da chi ne fa parte: i presidenti di Camera e Senato dovrebbero scioglierla e chiedere ai partiti di indicare persone più credibili”. Da Pietro Grasso e Laura Boldrini però non è arrivato nessuno segnale in questo senso, e nel frattempo i giorni passano: dopo otto mesi dalle elezioni non esiste ancora una commissione parlamentare antimafia. Record negativo assoluto, fatta eccezione per la settima legislatura, quando durante il governo Andreotti la commissione non venne istituita fino al 1982: ci volle l’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa per ricordare al Parlamento l’esistenza di un fenomeno criminale chiamato mafia.

giovedì 17 ottobre 2013

Stato-mafia, Napolitano sarà testimone La Corte accoglie la richiesta della Procura

I giudici del processo per la trattativa autorizzano la citazione del presidente della Repubblica, sulla lettera ricevuta dal suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio, ma "nei limiti" fissati dalla Corte Costituzionale. Entrano nel processo i dialoghi intercettati fra D'Ambrosio e l'ex ministro Mancino

di SALVO PALAZZOLO

D'Ambrosio e Napolitano
17 Ottobre 2013 - II presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sarà testimone nel processo per la trattativa Stato-mafia. Così ha deciso la corte d'assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto, accogliendo la richiesta presentata dalla Procura. I pm Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia  vogliono sentire il presidente Napolitano su un episodio in particolare: "Le preoccupazioni espresse dal suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio nella lettera del 18 giugno 2012", questo hanno scritto i magistrati nella lista dei 177 testimoni da citare in corte d'assise. In quella lettera - resa nota dal Quirinale nel volume "La Giustizia. Interventi del Capo dello Stato e Presidente del Csm. 2006 -2012" - D'Ambrosio esprimeva il "timore" di "essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi, e ciò nel periodo fra il 1989 e il 1993". In quegli anni, D'Ambrosio era stato in servizio all'Alto commissariaro per la lotta alla mafia e poi al ministero della Giustizia. Nella lista testi, la Procura spiega di voler chiedere a Napolitano ulteriori notizie su quella lettera e su quello sfogo. E la Corte fissa con la sua ordinanza proprio questo limite: la lettera di D'Ambrosio. Napolitano non potrà essere sentito su altre circostanze inerenti il suo ufficio, così come ribadito dalla Corte Costituzionale all'esito del conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale nei confronti della Procura di Palermo. 

Ecco il testo dell'ordinanza della Corte d'assise nel capitolo su Giorgio Napolitano: "La testimonianza del Presidente della Repubblica è espressamente prevista dal Codice di procedura penale che disciplina infatti le modalità della sua assunzione, tuttavia deve tenersi conto dei limiti contenutistici che si ricavano dalla sentenza della Corte costituzionale del 4 dicembre 2012 e pertanto la testimonianza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano richiesta dal pubblico ministero può essere amessa nei soli limiti delle conoscenze del detto teste che potrebbero esulare dalle funzioni presidenziali, pur comprendendo in esse le attività informali". 

I giudici hanno anche ammesso un'altra richiesta della Procura: la trascrizione delle conversazioni telefoniche fra Loris D'Ambrosio e l'ex ministro degli Interni Nicola Mancino, che era intercettato dalla Procura di Palermo nell'ambito dell'indagine sulla trattativa Stato-mafia. 

Fra i testimoni della Procura ci sarà pure il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani: "In ordine alle richieste provenienti dall'imputato Nicola Mancino - ha scritto il pm nella lista testi - aventi ad oggetto l'andamento delle indagini sulla cosiddetta trattativa,  l'eventuale  avocazione delle stesse e/o il coordinamento investigativo delle Procure interessate". I pm vogliono ricostruire il contesto in cui maturarono le telefonate fra Mancino e D'Ambrosio, che ora sono agli atti del processo. Mancino si lamentava per "il mancato coordinamento" delle indagini sulla trattativa. Dopo una lettera del segretario generale della Presidenza della Repubblica, il procuratore generale della Cassazione convocò il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che poi respinse qualsiasi ipotesi di avocazione dell'indagine.

I pm hanno ottenuto anche la citazione di Grasso, oggi presidente del Senato. Così spiegano i magistrati nella lista testi depositata in cancelleria: "Il dottor Grasso dovrà riferire in ordine alle richieste provenienti dall'odierno imputato Nicola Mancino aventi ad oggetto l'andamento delle indagini sulla trattativa,  l'eventuale  avocazione delle stesse e/o il coordinamento investigativo delle Procure interessate". 

LA LETTERA DI D'AMBROSIO
Il consigliere D'Ambrosio aveva scritto una lettera al capo dello Stato dopo le polemiche seguite alla pubblicazione delle intercettazioni con Mancino. Il 18 giugno dell'anno scorso spiegava: "I fatti di questi giorni mi hanno profondamente amareggiato personalmente". E ribadiva: "Come il procuratore di Palermo ha già dichiarato e come sanno anche tutte le autorità giudiziarie a qualsiasi titolo coinvolte nella gestione e nel coordinamento dei vari procedimenti sulle stragi di mafia del 1992 e 1993, non ho mai esercitato pressioni o ingerenze che, anche minimamente potessero tendere a favorire il senatore Mancino o qualsiasi altro rappresentante dello Stato comunque implicato nei processi di Palermo, Caltanissetta e Firenze".

La lettera a Napolitano si concludeva con un riferimento a un testo scritto da D'Ambrosio su richiesta di Maria Falcone, la sorella del giudice ucciso nella strage di Capaci: "Lei sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi  -  solo ipotesi  -  di cui ho detto anche ad altri, quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi".

Loris D'Ambrosio concludeva: "Non Le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all'Antimafia di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche io a fare indagini, come mi accadde oltre 30 anni fa dopo la morte di Mario Amato, ucciso dai terroristi".

Dunque, anche il consigliere D'Ambrosio avrebbe avuto dubbi su quella terribile stagione del 1992-1993. La Procura vuole chiedere al presidente Napolitano se abbia mai ricevuto altre confidenze dal suo consigliere giuridico. 

L'AVVIO DEL PROCESSO
La prossima udienza è stata fissata per il 24 ottobre. Si inizia con i testi del pubblico ministero. Verranno ascoltati Susanna Lima, la figlia dell'eurodeputato Dc ucciso nel marzo 1992, e Rino Germanà, ex capo della squadra mobile di Trapani. Il pm Nino Di Matteo ha annunciato di voler citare per le prossime udienze i pentiti Giovanni Brusca, Leonardo Messina e Nino Giuffrè. Brusca è stato il primo collaboratore di giustizia a parlare di una trattativa mafia-Stato, nel 1997. 

martedì 15 ottobre 2013

“Boss, mollate i politici: siete all’ergastolo e loro la fanno franca”

Appello "al contrario" del procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi sui rapporti mafia-politica: "Mi voglio rivolgere a Riina, Provenzano, Messina Denaro. Pagate solo voi, loro sono a piede libero". Attacco ai colleghi sulla sentenza Mori: "Gli darei quattro meno".


Vittorio Teresi
Bisogna spezzare il legami tra mafia e politica. Un appello sentito mille volte, ma questa volta il pm palermitano Vittorio Teresi lo rovescia. Non si rivolge ai politici, ma ai mafiosi. Perché mollino i loro referenti nel Palazzo, dato che “la fanno sempre franca”, mentre i boss restano “sommersi di ergastoli”. “Voglio fare un appello diverso, questa volta non mi rivolgo ai rappresentanti delle istituzioni per chiedere loro di recidere i legami con la mafia, ma mi voglio rivolgere ai vertici di Cosa nostra, ai vari Riina e Provenzano, ma anche al latitante Messina Denaro: recidete i legami con i vostri politici di riferimento. Voi siete sommersi da ergastoli e loro la fanno sempre franca e si arricchiscono e sono tutti a piede libero”. E’ questo l’inedito appello del Procuratore aggiunto di Palermo, lanciato a margine di una conferenza stampa sull’arresto a Montelepre di sette presunti estorsori legati a Cosa nostra . “Come fanno ad avere ancora rapporti con elementi dello Stato – ha aggiunto Teresi rivolgendosi a capimafia detenuti – quando a pagare sono soltanto loro? Mentre i boss sono in carcere i politici di riferimento restano liberi. Perché non spezzano queste catene?”. Dovrebbero farlo, anche perché tanto “i legami dei boss con i politici sono risultati operazioni perdenti“. 

Il magistrato antimafia è entrato anche nelle polemiche giudiziarie seguite alle motivazioni della sentenza di assoluzione del generale Mori e del colonnello Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Motivazioni che si sono riverberate in considerazioni trancianti su fatti oggetto di altri procedimenti penali , in particolare la trattativa Stato-mafia e la strage di via D’Amelio. “Se fossi un insegnante metterei alla sentenza Mori un quattro meno perché chi l’ha scritta è andato fuori tema”, ha detto Teresi. Dedicare le prime ottocento pagine a un tema che è stato trattato dall’accusa solo come ipotesi di movente e occuparsi solo in minima parte del tema principale del processo, cioè la mancata cattura di Provenzano, – aggiunge – è un modo curioso che ha scelto l’estensore di scrivere le decisioni”. 

I giudici del processo Mori mettono in dubbio sia l’esistenza della trattativa, sia che questa abbia avuto un ruolo nel muovere gli assassini di Paolo Borsellino nel 1992. “Per quanto mi riguarda la trattativa tra Stato e mafia c’è stata”, conclude Teresi. “Anche se io preferisco definirla un’estorsione di un pezzo dello Stato nei confronti dello Stato”. 

ilfattoquotidiano.it

Mafia, la procura di Caltanissetta: “Su strage via D’Amelio nostra competenza”

In una nota, "per respingere parziali interpretazioni della stampa" i pm nisseni rivendicano la loro competenza sulla morte di Borsellino e degli agenti della scorta dopo le motivazioni della sentenza del processo Mori in cui si escludeva che il giudice fosse stato ucciso perché si opponeva alla trattativa Stato-mafia: "Il Tribunale palermitano, ha potuto esaminare solo indirettamente questa vicenda".



15 Ottobre 2013 - Dopo le motivazioni della sentenza per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, che ha mandato assolti il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, in cui i giudici di Palermo hanno scritto che la strage di via D’Amelio era stata programmata da tempo e che non fu l’opposizione del magistrato alla trattativa la causa della sua morte la Procura di Caltanissetta fa sapere i titolari dell’inchiesta sul massacro di Paolo Borsellino e gli agenti di scorta sono i pm nisseni: ”In corrispondenza con il deposito da parte del tribunale di Palermo della sentenza nei confronti del generale Mario Mori, che merita rispetto e richiede attenta lettura come tutte le sentenze, non possiamo non respingere alcune parziali interpretazioni effettuate dalla stampa da cui parrebbe che il principale argomento su cui il tribunale palermitano ha deciso è la strage di via d’Amelio”.

Secondo i magistrati “in realtà, una lettura del capo di imputazione, – prosegue la nota – nonché il richiamo alle regole ordinarie di funzionamento del processo, rende evidente che solo la competente magistratura di Caltanissetta potrà direttamente intervenire sugli aspetti che riguardano il barbaro eccidio di Paolo Borsellino. Il Tribunale palermitano, dunque, ha potuto esaminare solo indirettamente (e probabilmente con un diverso compendio probatorio) questa vicenda di competenza nissena, – conclude – e solo al fine di rispondere a quello che era il vero tema del processo: la mancata cattura dell’allora latitante Bernardo Provenzano”. Una critica al verdetto arriva anche dal procuratore aggiunto di Palermo Vittori Teresi che parla di una sentenza da 4 meno. 

“Dedicare le prime ottocento pagine a un tema che è stato trattato dall’accusa solo come ipotesi di movente e occuparsi solo in minima parte del tema principale del processo, cioè la mancata cattura di Provenzano, – aggiunge – è un modo curioso che ha scelto l’estensore di scrivere le decisioni”.

Sulle stragi mafiose del ’92 che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino oggi parla anche il neo procuratore della Direzionale nazionale Antimafia Franco Roberti: “Ci sono indagini in corso, quindi io ho fiducia che facciano luce come si sta dimostrando anche su aspetti non ancora messi a fuoco nei primi procedimenti. Aspettiamo l’esito…”. A margine del primo incontro del progetto educativo antimafia promosso dal al centro Pio la Torre a Palermo Roberti dice: “Lo Stato come apparato giudiziario e investigativo ha fatto tantissimo ma non ha ancora vinto le mafie. Lo Stato vince la mafia se solo lo vuole veramente, recidendo connivenze e complicità in modo netto e definitivo. Quando la nostra classe dirigente avrà fatto questa scelta, allora potremo dire ‘c’era una volta la mafia”.


giovedì 10 ottobre 2013

Provenzano, la Dna apre alla revoca del 41 bis

ROMA - 10 Ottobre 2013 - La Direzione Nazionale Antimafia ha aperto alla possibilità di revocare il 41 bis al capomafia Bernardo Provenzano. Davanti al tribunale di sorveglianza di Roma, che deve decidere sull'istanza di revoca presentata dai legali del boss, il pm Gianfranco Donadio ha sollecitato una nuova perizia medica sulle condizioni di salute di Provenzano e, in subordine, ha chiesto l'accoglimento della richiesta dei legali del padrino di Corleone.

I legali di Provenzano, gli avvocati Rosalba di Gregorio e Maria Brucale, a sostegno della loro richiesta avevano depositato l'ultima perizia sulle condizioni del boss, fatta su input del gip di Palermo nel procedimento sulla trattativa Stato-mafia. Nella relazione i periti diagnosticavano "disabilità motoria e cognitiva tali da non consentire a Provenzano alcuna partecipazione al processo in termini coscienti". Donadio ha chiesto nuovi accertamenti per capire se l'incapacità di cui i periti parlano è relativa e riguarda solo la partecipazione al processo o è assoluta e ''quindi inficia tutta la sfera cognitiva del boss": poi in subordine il magistrato si è associato all'istanza dei legali: una novità per la Dna che si è sempre detta contraria alla revoca del carcere duro. Nei mesi scorsi, infatti, mentre i pm di Firenze, Palermo e Caltanissetta si erano detti favorevoli a fare cessare il 41 bis per il capomafia, la Direzione nazionale aveva espresso parere negativo sostenendo che Provenzano è ancora capace di mandare messaggi all'esterno e quindi resta un soggetto pericoloso, requisito che la legge richiede per il mantenimento del regime detentivo speciale. Il tribunale di sorveglianza si è riservato la decisione e si pronuncerà nei prossimi giorni.



mercoledì 9 ottobre 2013

"Attentati e affari: Riina comanda dal carcere" Inchiesta choc sul capo dei capi

Il padrino corleonese, nonostante il 41 bis, continuerebbe a reggere le fila di Cosa nostra. Dal carcere, tramite i suoi parenti, avrebbe mantenuto i contatti con l'esterno. Le indagini della Procura di Caltanissetta si spingono fino in Salento. E dai colloqui con i parenti emerge una frase inquietante: "La Juve è una bomba".

PALERMO - 9 Ottobre 2013 - "La Juve è una bomba", diceva il capo dei capi. E aggiungeva che bisognava "difendersi". Strano che Totò Riina iniziasse improvvisamente a parlare di calcio durante uno colloquio in carcere, come sempre registrato, con i parenti. Forse parlava di bombe vere e di attentati da organizzare. Perché il padrino corleonese, nonostante il 41 bis, continuerebbe a reggere le fila di Cosa nostra. E dal carcere, tramite i suoi parenti, avrebbe mantenuto i contatti con l'esterno. È questo l'ultimo, e inquietante, fronte investigativo aperto dai pubblici ministeri di Caltanissetta. C'è già stato pure il passaggio formale dell'iscrizione di Totò Riina nel registro degli indagati. È finito ancora una volta sotto inchiesta. Sembrerebbe in compagnia di alcuni parenti. Sui loro nomi vige il massimo riserbo. Come su tutto il resto dell'indagine che sta cercando di trovare i riscontri al puzzle che si è via via composto.

L'indagine, coordinata dal procuratore Sergio Lari e dall'aggiunto Domenico Gozzo, si incrocia con altre indagini in corso a Palermo. Prende le mosse dalle minacce ai danni di un pubblico ministero in servizio nel capoluogo siciliano, da qui la competenza della Procura nissena, e si sposta fino nel Salento, dove negli ultimi periodi la famiglia Riina avrebbe concentrato anche alcuni interessi economici. A San Pancrazio Salentino si è trasferita a vivere Maria Concetta, una delle figlie del capomafia, che si occupa di un grande vigneto assieme al marito Toni Ciavarello. Un personaggio che alcune inchieste del passato hanno accostato ad affari pochi chiari. E sono saltati fuori dei contatti con alcuni personaggi della malavita salentina a loro volta considerati legati a qualcuno che avrebbe avuto la possibilità di stare spalla a spalla con Totò Riina. Salentina sarebbe, infatti, la persona con cui il boss ha trascorso la cosiddetta socialità nel carcere di Milano Opera. E cioè quella manciata di minuti giornalieri in cui anche il capo di Cosa nostra ha diritto a scambiare quattro chiacchiere con un altro detenuto. O meglio, ne ha avuto diritto fino al dicembre scorso quando è scattato un nuovo ordine di isolamento per via di un'altra condanna divenuta definitiva. E addio alla possibilità per il padrino di socializzare con un pugliese legato alla Sacra corona unita. Riina c'è rimasto male e ha protestato con veemenza.

Ad aprile scorso in Procura a Palermo è stata recapitata una lettera anonima in cui si parlava di un attentato deciso "dagli amici romani di Matteo” (Messina Denaro, ndr). Per eliminare il pubblico ministero Nino Di Matteo il latitante di Castelvetrano avrebbe "coinvolto altri uomini d'onore, anche detenuti". Persino "Riina, tramite il figlio è d'accordo". Lo stesso anonimo scriveva dei pericoli che correrebbe un pm che si sposta in macchina da Palermo a Caltanissetta e indicava pure le strade da cui transita. Su questo fronte la competenza delle indagini spetta alla Dda palermitana. Qualche mese dopo, a inizio luglio, un confidente ha parlato di "quindici chili di tritolo" arrivati in città per uccidere uno dei pm della trattativa Stato-mafia. Per Di Matteo sono così state predisposte misure straordinarie di sicurezza. E l'avallo di Riina? Potrebbe essere arrivato, ipotizzano gli investigatori palermitani, tramite il figlio. Totò Riina avrebbe goduto di un permesso per incontrare probabilmente Giuseppe Salvatore, che vive dal 2012 in regime di sorveglianza speciale a Padova, visto che Giovanni sta scontando una condanna definitiva all'ergastolo. In questo contesto i pm non sottovalutano un altro episodio. Nel marzo dell'anno scorso sulla spiaggia di Torre Rinalda, in provincia di Lecce, ancora una volta nel Salento, sono stati ritrovati 47 chili di tritolo, diviso a panetti e conservati in un sacco di plastica seppellito sotto la sabbia.

Gli investigatori non escludono, anzi lo suppongono, che la recente loquacità dei Riina, che negli ultimi mesi hanno rilasciato alcune interviste, potrebbe essere servita per veicolare messaggi da parte del padre. Ecco perché l'inchiesta della procura di Caltanissetta è iscritta con il cosiddetto modello 21 e cioè nel registro delle notizie di reato a carico delle persone note. Si guarda con attenzione ai contatti salentini, agli affari in terra pugliese e a quelli in Svizzera (la tivù svizzera Rts è quella che ha trasmesso a luglio l'intervista alla figlia Lucia) e a quella parola "bomba" riferita alla Juventus. Strano, ancora di più se a pronunciarla è un tifoso del Milan come Totò Riina.

di Riccardo Lo Verso


martedì 8 ottobre 2013

La cimice al palazzo di giustizia - Vertice Scarpinato-Viola












TRAPANI - Il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, assieme ad alcuni sostituti della Dda ha incontrato oggi a Trapani il procuratore capo Marcello Viola ed i pm. Al centro della riunione i messaggi intimidatori rivolti ai magistrati trapanesi e la cimice scoperta recentemente in un'area del Palazzo di giustizia riservata ai pm. Sull'incontro il procuratore Viola non ha rilasciato alcuna dichiarazione.


Indagato Antonio Ingroia per fuga di notizie su Provenzano


8 Ottobre 2013 - La Procura di Caltanissetta ha iscritto nel registro degli indagati, per l'ipotesi di violazione del segreto istruttorio, l'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: l'inchiesta si riferisce a un esposto presentato dai figli di Bernardo Provenzano, Angelo e Francesco Paolo, per le notizie pubblicate dal "Fatto Quotidiano" sull'interrogatorio del boss, seguito al presunto tentativo di suicidio di cui "Binnu" sarebbe stato protagonista, nel maggio dell'anno scorso. 
I pm presenti all'audizione erano due, Ingroia e Ignazio De Francisci, ma secondo i pm nisseni la fuga di notizie sarebbe da addebitare al solo ex magistrato. Ingroia replica parlando di "fantasia totale".


repubblica.it

Saverio Masi condannato a 6 mesi

(AGI) - Palermo, 8 ottobre 2013 - Il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi, che figura nella lista dei testimoni del processo per la trattativa Stato-mafia, e' stato condannato a 6 mesi, con pena sospesa, per falso con l'accusa di avere alterato la firma di un suo superiore in un foglio di autorizzazione allo svolgimento di un servizio di osservazione. La sentenza e' della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo, che ha leggermente ridotto la pena rispetto agli 8 mesi inflitti al militare dal Gup col rito abbreviato. Masi, che e' stato teste nel processo Mori e la cui audizione e' stata sollecitata anche nel processo Stato-mafia, era sostenuto oggi in aula da alcuni appartenenti ad associazioni antimafia e dalle "Agende rosse", il movimento presieduto da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Secondo l'accusa il carabiniere, oggi caposcorta del Pm Nino Di Matteo, titolare delle indagini sui processi Mori e trattativa, per giustificare il proprio comportamento e un eccesso di velocita' realizzato con l'automobile di un familiare avrebbe fatto risultare di essere in servizio nella ricerca di un latitante di mafia. L'imputato ha sostenuto di utilizzare un'auto non di servizio, nemmeno 'civetta', per il timore che gli uomini vicini a Bernardo Provenzano potessero individuarlo. Il maresciallo di recente e' stato protagonista di denunce contro i suoi superiori, accusati di non avere voluto catturare Provenzano e Messina Denaro, che lui ha sostenuto di avere visto mentre erano latitanti. La sua vicenda e' stata ricostruita anche da importanti quotidiani nazionali e da Servizio pubblico, la trasmissione di La7 condotta da Michele Santoro. (AGI) .

agi.it

Strage di Capaci

8 Ottobre 2013 - Oltre Cosa Nostra, l'estremismo nero. Per la prima volta riguardo alle responsabilità della strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, si aprono nuove piste. Come riporta in un articolo il Fatto Quotidiano


Lui è un dirigente di polizia in pensione con il volto deturpato da un colpo d'arma da fuoco, e per questo soprannominato "il bruciato" o "faccia di mostro". Lei è una donna addestrata, forse nei campi paramilitari sardi utilizzati da Gladio. Entrambi sarebbero vicini ad ambienti dell'eversione nera. Il primo, Giovanni Aiello, è formalmente indagato per strage; la seconda, "la segretaria Antonella", è in corso di identificazione da parte della procura di Caltanisetta che ha riaperto il fascicolo della strage di Capaci, puntando per la prima volta verso responsabilità oltre Cosa Nostra.

Agli atti è finita una nuova rivelazione del pentito Gioacchino La Barbera, "il picciotto" di Altofante che partecipò alle fasi operative della strage: durante un colloquio investigativo con il sostituto della Dna Gianfranco Donadio, ha detto che nelle riunioni preparatorie c'era "un uomo sconosciuto", che "parlava a bassa voce". Per la prima volta, dunque, sulla scia dell'indagine "parallela" svolta nei mesi passati da Donadio, la procura di Caltanisetta alza il livello delle indagini su Capaci dalla semplice manovalanza mafiosa e ipotizza un ruolo dei servizi segreti nell'attentato contro il giudice Falcone e la sua scorta, seguendo (con le cautele del caso, ma anche con l'avvio delle deleghe di indagine) quel filo che legherebbe mafia, servizi ed eversione nera, e che Donadio nei mesi passati ha messo al centro del suo lavoro investigativo volto a confermare - come lui stesso ha riferito al capo della Dna Franco Roberti - "la presenza di elementi appartenenti ai servizi segreti, in particolare legati all'eversione di destra, in molte parti degli accertamenti" sullo stragismo.

L'ex poliziotto in pensione non è una nuova conoscenza per la procura di Caltanisetta che lo aveva iscritto nel registro degli indagati già una prima volta nel 2010 per concorso esterno in associazione mafiosa, per poi chiedere la sua archiviazione, giunta nel dicembre 2012. L'ombra di un personaggio col volto sfigurato si allunga, infatti, da molti anni sui misteri di Palermo. Di "faccia di mostro", aveva già parlato anche il pentito Luigi Ilardo, definendolo un "killer di Stato", poco prima di essere ucciso nel '96. Lo stesso Ilardo che, senza essere creduto, aveva collegato le stragi siciliane del '92 alla strategia della tensione, facendo riferimento ad ambienti para-istituzionali che avrebbero utilizzato Cosa Nostra per attuare il piano stragista. Ma nelle nuove indagini non ci sono solo le indicazioni dei pentiti: i pm attendono l'esito delle analisi sui tre reperti - guanti, mastice e torcia - trovati subito dopo l'esplosione sopra un sacchetto di carta, a 63 metri dal cratere, ma a poca distanza dal tunnel di Capaci.

Stragi: per i pm ha un nome “Faccia da mostro”, cerniera tra Stato e mafia

Secondo la Procura di Caltanissetta sarebbe Giovanni Aiello, un ex agente ora in pensione, l'uomo dal volto deformato che sarebbe stato presente a Capaci e avrebbe avuto un ruolo in altri delitti rimasti irrisolti. Con in tasca la tessera dei servizi segreti


Giovanni Falcone
8 Ottobre 2013 - Ha percorso come un’ombra tutta la Palermo delle stragi, per poi scomparire definitivamente, lasciando traccia di sé soltanto dentro ai verbali di collaboratori e testimoni. È stato indicato come un fantasma, un uomo taciturno con la faccia butterata, orribile, mostruosa, sempre presente quando c’era una strage da fare, un eccidio in cui si dovevano coprire le tracce per sottrarre dalla scena ogni possibile indizio rivelatore. Adesso “Faccia da Mostro“, il killer con tesserino dei servizi in tasca, che sullo sfondo di ogni strage agiva da uomo cerniera tra Cosa Nostra e Stato, sembra aver recuperato un nome, dopo essere quasi svanito dalle inchieste. Faccia da Mostro invece esiste, non è un’invenzione, e la sua identità sarebbe quella di un ex dirigente di polizia in pensione, con il volto sfigurato a causa dell’accidentale esplosione di un’arma da fuoco: il suo nome, secondo la Procura di Caltanissetta, è Giovanni Aiello.
Identità già nota alla Procura, quella di Aiello, che lo aveva iscritto nel registro degli indagati, per poi chiederne ed ottenerne l’archiviazione nel dicembre del 2012.  Adesso però sono arrivati nuovi elementi e la procura nissena ha nuovamente stretto il cerchio sul nome di Aiello, che è ritornato al centro delle indagini dei pm guidati da Sergio Lari. Pochi mesi fa, a fare il nome di Aiello davanti ai colleghi di via Giulia, era stato il procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia Gianfranco Donadio, incaricato dall’ex procuratore nazionale Piero Grasso di seguire le indagini sulle stragi. Donadio ha dunque recuperato alcune testimonianze di collaboratori di giustizia, che indicavano in Aiello l’uomo con la faccia butterata operativo a cavallo delle stragi che insanguinarono l’Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90.
Il primo a fare il nome di Aiello era stato il pentito Vito Lo Forte, la cui testimonianza però è ancora oggi tutta da riscontrare. A parlare di Faccia da Mostro era stato anche Luigi Ilardo, il boss nisseno infiltrato dai Carabinieri al seguito di Bernardo Provenzano e poi misteriosamente ucciso nel 1996. “Noi – disse Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio – sapevamo che c’era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino”. Ed è proprio a Villagrazia di Carini che Faccia da Mostro fa per la prima volta il suo ingresso sulla scena: pochi giorni prima dell’omicidio del poliziotto Nino Agostino, il il 5 agosto del 1990, un uomo con il volto deturpato andò a bussare a casa sua: “Era un uomo con i capelli biondi, dal viso orribilmente butterato” ha raccontato Vincenzo Agostino, padre del poliziotto ucciso, di cui oggi non si conoscono ancora gli assassini. 
Tracce di Faccia da Mostro però si trovano anche oltre lo Stretto: l’ultimo collaboratore a fare il nome del misterioso killer di Stato è infatti un calabrese affiliato alla ‘Ndrangheta, si chiama Nino Lo Giudice, è soprannominato il Nano, e fino a pochi mesi fa era un collaboratore di giustizia. Prima di ritrattare quanto raccontato, accusando i magistrati che lo avevano interrogato di “drogare” le sue dichiarazioni, il Nano aveva fatto cenno a Faccia da Mostro, individuandolo in Aiello, e aggiungendo che “agiva sempre con una donna, una tale Antonella:  tutti e due facevano parte a servizi deviati dello Stato e la donna era stata ad Alghero in una base militare dove la fecero addestrare per commettere attentati e omicidi”. Nel giugno scorso però Lo Giudice ha ritrattato le sue dichiarazioni, rendendosi latitante.
C’è un altro uomo che però indica in una donna la partner dell’orrore di Faccia da Mostro: è Giuseppe Maria Di Giacomo, esperto killer del clan catanese dei Laudani. Piste, ipotesi, spifferi, testimonianze ancora oggi tutte al vaglio degli inquirenti, che in queste ore, oltre ad indagare su Aiello, lavorano per capire chi sarebbe la tale Antonella citata da Lo Giudice, addestrata dai servizi per diventare una sorta di killer di Stato.
Agli atti della procura di Caltanissetta però adesso c’è anche un altro verbale che allarga il quadro delle indagini: quello del collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera. L’uomo che il 23 maggio del 1992 avvisò i killer di Giovanni Falcone dell’arrivo delle auto blindate dall’aeroporto, ha fatto per la prima volta cenno ad una presenza estranea a Cosa Nostra nelle fasi preparatorie del botto di Capaci: quando i boss si erano riuniti per collegare le singole cariche d’esplosivo che avrebbero ucciso Falcone, tra loro c’era anche un uomo estraneo all’organizzazione, sconosciuto al livello operativo di Cosa Nostra che parlava “soltanto a bassa voce”.
Dichiarazioni che per la prima volta suggeriscono una compartecipazione estranea a Cosa Nostra per l’assassinio di Falcone, ma operativa nelle fasi finali dell’attentato, e che somigliano molto a quelle rese da Gaspare Spatuzza sull’eliminazione di Paolo Borsellino, avvenuta 57 giorni dopo la strage di Capaci. “Mentre veniva imbottita di esplosivo la Fiat 126 nel garage tra noi c’era uno elegante, biondino, mai visto prima, parlava con Gaetano Scotto” ha raccontato il collaboratore ricostruendo la fase preparatoria della strage di via d’Amelio. L’interrogativo è inevitabile: l’uomo che partecipa con i boss alla preparazione della strage di via d’Amelio è lo stesso notato da La Barbera nei giorni precedenti al botto di Capaci ? E a che titolo partecipa alla strage? È quell’uomo è sempre Faccia da Mostro?
C’è un piccolo sacchetto di carta, di quelli utilizzati dalle farmacie, che viene ritrovato subito dopo la strage  di Capaci ad appena 63 metri di distanza dall’enorme cratere che squarcia l’autostrada. Sopra il sacchetto, come se fossero stati spostati dall’esplosione, vengono ritrovati un guanto di lattice, del mastice adesivo e una torcia: tutta roba probabilmente utilizzata nelle fasi preparatorie della strage, quando gli attentatori riempiono il ventre dell’autostrada con fusti pieni d’esplosivo trascinati sotto l’asfalto grazie ad alcuni skateboard.
All’epoca della strage era impossibile rilevare le impronte digitali dal guanto di lattice: oggi, però, la tecnologia permette di ricostruirle anche da una particella di impronta papillare. È a questo che stanno lavorando i consulenti nominati dalla Caltanissetta: sul guanto di lattice è infatti stata riscontrata la presenza di frammenti di Dna, che già dopo le prime analisi sembra avere una struttura abbastanza rara, non troppo diffusa.  L’uomo che usò quel guanto più di vent’anni fa ha, quindi, lasciato una firma indelebile sul luogo della strage: per capire se si tratta di un killer ancora sconosciuto bisognerà solo aspettare la fine degli accertamenti, quando quel frammento di Dna sarà paragonato a quello dei boss che facevano parte del commando che uccise Falcone. E tra loro potrebbe esserci stato sempre lui: l’uomo delle stragi impunite, con un tesserino dei servizi in tasca e una faccia orribile, da mostro.
di Giuseppe Pipitone


lunedì 7 ottobre 2013

Le ‘indagini pericolose’ di Saverio Masi

7 ottobre 2013 - Martedì 8 ottobre è prevista a Palermo la sentenza d’appello di un processo che sta passando nel più completo silenzio. Riteniamo importante raccontarvi la storia di questo processo e dell’uomo che lo sta subendo: nel 2008 un maresciallo dei carabinieri prende la sua macchina e, in un’operazione di polizia giudiziaria antimafia, va a parlare con un confidente. Ha fretta e durante il tragitto prende una multa. Mesi dopo arriva la contravvenzione e il carabiniere in questione, dopo aver controllato le date, scrive una relazione che attesta che la macchina privata era stata usata per motivi di servizio, vi allega una lettera di accompagno di un suo superiore, e manda il tutto alla prefettura. Poco dopo giunge al comando dei Carabinieri una richiesta di conferma che accerti che il carabiniere in questione fosse veramente in servizio quel giorno ma il suo superiore, invece di confermare, manda un avviso di notizia di reato alla Procura competente e il carabiniere del nostro racconto viene rinviato a giudizio e processato per i reati di falso materiale, falso ideologico e truffa.
La Procura della Repubblica di Palermo accusa il maresciallo di aver compilato una relazione falsa (si contesta la sua effettiva presenza in servizio quel giorno), di aver falsificato materialmente la relazione (la lettera di accompagno, invece di essere firmata dal superiore del maresciallo, era stata siglata dal maresciallo stesso con l’aggiunta della dicitura “APS”, assente per servizio, riferita al superiore) e di aver voluto truffare lo Stato per farsi togliere una multa ottenuta non nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ufficiale. 
Durante il processo i superiori del maresciallo, dichiarano di non averlo mai autorizzato ad usare vetture private, che l’uso di queste è di regola escluso dalle indagini di polizia giudiziaria. Il maresciallo viene condannato in primo grado alla pena di otto mesi di reclusione e al pagamento delle spese processuali
Cosa c’è che non va in questo racconto?  
In attesa che la Corte di Appello di Palermo, presieduta dal giudice Daniele Marraffa, emetta la sentenza ci sentiamo in dovere di evidenziare a chi legge alcuni elementi che ci appaiono quantomeno singolari:
1) dagli accertamenti svolti (produzione di un memoriale di servizio) e dalla sentenza di primo grado risulta che il maresciallo fosse “comandato” nella data in oggetto per “indagini di polizia giudiziaria”, cioè è appurato che fosse veramente in servizio;
2) l’avvocato del maresciallo, Giorgio Carta, ha svolto indagini difensive con l’audizione di testimoni (anch’essi carabinieri) che confermano l’uso ripetuto e continuativo di autovetture private per indagini investigative – anche dagli stessi superiori del maresciallo – e l’”ufficiosità” di questa procedura, con relativa assenza di tracce di essa in documenti ufficiali. La Corte d’Appello ha respinto la richiesta di acquisizione di queste testimonianze giudicandole, con l’appoggio della procura, intempestive e irrilevanti; 
3) l’avvocato del maresciallo ha chiesto al Comando dell’Arma dei Carabinieri l’accesso ad atti quali i fogli di viaggio e i memoriali di servizio (i cosiddetti “brogliacci”) compresi tra il 2000 e il 2008, che avrebbero confermato l’assenza di tracce scritte dell’uso di auto private nelle varie indagini. La richiesta è stata rifiutata. Al che l’avvocato ha fatto ricorso al TAR ed ha chiesto alla Corte di Appello di aspettarne la sentenza. Altra richiesta rifiutata; 
4) il maresciallo ha chiesto l’acquisizione della copia del suo passaporto e di una relazione di servizio come prova della mancata volontà di contraffare la nota di servizio con il nominativo del suo superiore, nella quale era infatti apposta la scritta A.P.S. (assente per servizio), seppur molto piccola, accanto alla sua sigla. Ennesima richiesta rifiutata;
5) il procuratore generale Salvatore Messina, nella sua requisitoria conclusiva, afferma: “…documenti e testimonianze ci dicono che nessun ufficiale aveva mai chiesto al maresciallo o lo aveva mai autorizzato ad usare il mezzo proprio per indagini di polizia giudiziaria…”. Però contestualmente ritiene “intempestive” e “irrilevanti” le acquisizioni di documenti che potrebbero mettere in dubbio quelle certezze. E ancora sostiene che, relativamente alle possibili false testimonianze dei superiori del maresciallo riguardo l’uso di mezzi privati, “se indagini in questo senso si dovranno fare, si potranno fare in quei processi per falsa testimonianza ai quali ha accennato la difesa”.
Questi sono i fatti. 
Poi ci sono delle considerazioni che non possiamo esimerci dal fare, che riguardano l‘uomo dietro alla divisa da maresciallo capo, che ha un nome e un cognome: Saverio Masi. Quest’uomo ha investigato per anni la criminalità organizzata, prima la camorra a Napoli e poi la mafia a Palermo, molto spesso utilizzando auto private, pagando la benzina e le riparazioni necessarie di tasca sua; deve ancora compilare decine e decine di richieste di rimborso che spettano ai carabinieri che rimangono oltre un certo limite di ore lontano dalla città dove prestano servizio, per un ammontare complessivo che supera di gran lunga i centosei euro della multa da cui è scaturito questo processo penale. Rimborsi che Masi non ha mai avuto intenzione di chiedere. Possiamo credere che sia diventato tutto ad un tratto così attaccato ai soldi da commettere dei reati che gli avrebbero fatto rischiare la destituzione da un lavoro che, per sua stessa ammissione, ama? 
La seconda considerazione è relativa alla figura di testimone di Saverio Masi che, depose il 21 dicembre 2010 nel processo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano e che deporrà nel da poco aperto processo per latrattativa Stato-mafia per riferire, come si legge nella lista testimoniale della procura, sugli “ostacoli incontrati nell’ambito della sua attività investigativa finalizzata alla cattura di Bernardo Provenzano”.
Ma la considerazione più importante che ci sentiamo di fare riguarda l’ipocrisia di uno Stato che costringe i suoi servitori ad uscire fuori dalle “regole” (utilizzando, per esempio, autovetture private per assenza di disponibilità o per ragioni di “sicurezza”) per continuare ad arrestare latitanti e che poi li lascia al loro destino quando, per una ragione o per un’altra, queste procedure ufficiose diventano oggetto di azioni disciplinari o, peggio, penali. 
C’è un articolo nel codice di procedura penale italiano, il 603, che regola le modalità di istruzione dibattimentale e nel suo comma 3 spiega come il giudice abbia il diritto e, soprattutto, il dovere, di “rinnovare l’istruzione dibattimentale se egli la ritiene assolutamente necessaria” e non ha limiti di tempo per fare ciò se non la sentenza finale. Forse, visti gli elementi, le circostanze e la persona in esame, sarebbe il caso di riflettere sull’applicazione di questo articolo, per far sì che la legge si sovrapponga ancora una volta alla giustizia.
Salvatore Borsellino e Federica Fabbretti 
Movimento delle Agende Rosse

martedì 1 ottobre 2013

La mafia, Schifani e il verbale del 1993

 le firme di Schifani e Lo Sicco 
1 Ottobre 2013 - Nell’anno delle stragi, il 1993, l’ex presidente del Senato, Renato Schifani, e il costruttore di fiducia dei terroristi di Cosa nostra stavano dalla stessa parte.
Lo rivela un verbale del Genio civile di Palermo. Il documento ci ricorda oggi che il 4 novembre di vent’anni fa, appena cinquanta giorni dopo l’omicidio di don Pino Puglisi e pochi mesi dopo gli attentati a Roma, Firenze e Milano, Schifani curava gli affari spericolati di un imprenditore: lo stesso costruttore che Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, allora imprendibili boss della mafia siciliana, consideravano così vicino da sceglierlo per l’acquisto di un appartamento-bunker dove trascorrere la latitanza. Un passato che ovviamente non appare nel curriculum ufficiale dell’attuale presidente dei senatori Pdl e stretto alleato di Silvio Berlusconi nel ricatto in corso contro il Parlamento.
Il 4 novembre 1993, il giorno in cui Renato Schifani e il costruttore Pietro Lo Sicco rivelano nero su bianco la loro collaborazione, non è un giorno come tutti gli altri. È anche il primo compleanno che la piccola Nadia Nencioni, morta con la sorellina di 50 giorni, i genitori e uno studente nella strage di via dei Georgofili a Firenze, non ha potuto festeggiare. Proprio quel giovedì Nadia avrebbe compiuto 9 anni.
Una coincidenza che rende ancor più stridente il ruolo della futura seconda carica della Repubblica, allora semplice avvocato d’affari. Perché quel giovedì, mentre l’Italia ancora piange le sue vittime e altri italiani rischiano la vita nelle indagini sui carnefici, Schifani e il palazzinaro di fiducia dei terroristi della mafia sono schierati dalla stessa parte. La loro collaborazione non è un incontro casuale. Ma prosegue almeno fino all’autunno 1996, come dimostra un ricorso in favore del costruttore Lo Sicco presentato al Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia da Schifani con i colleghi Nunzio Pinelli e Francesco Mormino. In quel periodo l’avvocato d’affari è già senatore. Viene eletto per la prima volta in Parlamento proprio nel ‘96, nel collegio siciliano di Corleone.
Negli anni successivi Pietro Lo Sicco, un ex benzinaio di Palermo che in poco tempo grazie alle sue conoscenze ai vertici della mafia si ritrova a gestire un impero immobiliare, verrà condannato per concorso esterno a Cosa nostra. E anche per corruzione di un assessore e concorso in truffa ai danni del Comune, per la costruzione di un gigantesco condominio di lusso a Palermo, in via del Bersagliere, vicino allo stadio della Favorita. Lo stesso palazzo dove tra le stragi del 1992 e del ‘93, proprio per la fiducia nei confronti di Lo Sicco, va a nascondersi per alcune settimane Giovanni Brusca, il boss che ha premuto il telecomando dell’attentato a Capaci. Anche Leoluca Bagarella, il capo dei capi dopo l’arresto di Totò Riina, si rivolge al cliente di Schifani per cercare casa. Bagarella, allora super ricercato, visita i nuovi appartamenti e rinuncia all’acquisto solo quando viene a sapere che lì ha già trovato rifugio Brusca. Ma i contatti del costruttore con i vertici di Cosa nostra non si fermano a Brusca e Bagarella.
Il verbale, da allora custodito nell’archivio del Genio civile siciliano, racconta che il 4 novembre ‘93 Lo Sicco, indicato come legale rappresentante della Lopedil costruzioni, la sua impresa, e Schifani, a sua volta indicato come legale della Lopedil, alle 11 del mattino in via del Bersagliere a Palermo incontrano i tecnici del Genio e del Comune per verificare le distanze perimetrali del palazzo da poco costruito. Lo Sicco in quel periodo è accusato di avere ottenuto la licenza edilizia dichiarandosi proprietario di particelle catastali che invece non sono mai state sue. E anche di avere cominciato la demolizione di un caseggiato non suo per far posto al condominio.
Questa volta non è la testimonianza di un pentito ma un documento a rivelare la collaborazione tra il futuro presidente del Senato e un personaggio strettamente in contatto e in affari con la mafia siciliana. Una collaborazione confermata sia da Schifani, sia da Lo Sicco. Al termine del sopralluogo, infatti, i due firmano il verbale. E la loro firma ben leggibile è oggi la prova di quel legame.
Del ruolo dell’attuale capogruppo dei senatori di Berlusconi nella spericolata storia del condominio, che ha ospitato Brusca proprio mentre l’Italia onesta sfregiata dalle stragi gli dava la caccia, parla anche il nipote del costruttore. “L’avvocato Schifani”, dice il collaboratore di giustizia Innocenzo Lo Sicco, testimone al processo per corruzione contro lo zio, davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Palermo, “ebbe a dire a me, io suo cliente, che aveva fatto tantissimo… ed era riuscito a salvare il palazzo facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi”. E sempre riferendosi al futuro presidente del Senato, aggiunge: “Io ogni mattina lo andavo a prendere, quasi tutte le mattine lo andavo a prendere e lo accompagnavo all’Edilizia privata, dove lui metteva in atto il suo meraviglioso rapporto con l’assessore per cercare di tamponare la vicenda”.
Un meraviglioso rapporto che ha evitato la demolizione del palazzo ordinata dal Comune. La Corte di cassazione ritiene le dichiarazioni di Innocenzo Lo Sicco “intrinsecamente attendibili e confortate con idonei riscontri”. Mentre nel procedimento contro lo zio per concorso esterno in associazione mafiosa, ancora nel 2006 i giudici d’Appello sottolineano le precedenti frequentazioni del nipote-testimone “con esponenti mafiosi, in particolare i fratelli Graviano”. Cioè l’uomo che quasi ogni mattina accompagnava Schifani all’ufficio Edilizia privata del Comune di Palermo frequentava o aveva frequentato i mandanti delle stragi di Cosa nostra e dell’omicidio di don Pino Puglisi.
In qualunque Paese sinceramente democratico, è inimmaginabile pensare che un professionista che ha fatto così tanto per gli affari di un’organizzazione mafiosa e terroristica possa ricoprire per cinque anni la seconda carica dello Stato. E possa continuare a condizionare la politica nazionale, senza dare spiegazioni ai cittadini. Non escludendo però che tutto questo sia accaduto a sua insaputa, visto che la distrazione pare essere molto diffusa negli ultimi tempi tra alcuni parlamentari, lo scorso inverno quando era ancora presidente del Senato ho rivolto a Renato Schifani cinque domande. Eccole:
1. Come ha conosciuto il signor Lo Sicco?
2. Era al corrente dei contatti del signor Lo Sicco con esponenti di Cosa nostra?
3. Come valuta ora, come uomo e come politico, quella Sua esperienza professionale e il Suo apporto di conoscenza al signor Lo Sicco? Soprattutto nei confronti di quegli italiani che nel 1993 rischiavano la vita o hanno pagato con la vita il loro impegno contro la mafia.
4. Il collaboratore di giustizia, Innocenzo Lo Sicco, testimone al processo per corruzione contro lo zio (Cassazione registro generale 3309/2004 sentenza numero 1266 del 27 settembre 2004), La chiama in causa in merito alla Sua attività in favore di Pietro Lo Sicco all’interno del Comune di Palermo, affinché non venisse annullata la concessione ediliza numero 120 rilasciata all’imprenditore per la costruzione del condominio in via del Bersagliere. Che tipo di attività si trattava e come ha valutato le dichiarazioni del signor Innocenzo Lo Sicco?
5. Non ha mai pensato che la Sua assistenza al signor Pietro Lo Sicco abbia indirettamente favorito gli interessi della mafia?

Da allora non sono mai arrivate risposte. Se volete riproporre le domande, questo è l’indirizzo email istituzionale: renato.schifani@senato.it

di Fabrizio Gatti