venerdì 27 settembre 2013

La verità sulla morte di Rostagno è a Trapani

Mauro Rostagno
26 settembre 2013 - Che cosa sta accadendo a Trapani? Niente. Che cosa si dice? Non si dice niente. Tutto a posto allora? Si, tutto è a posto. Eppure…c’è un senatore, Antonio D’Alì sotto processo per mafia, i pm della Procura antimafia di Palermo ne hanno chiesto la condanna a quasi 8 anni, intanto da 20 anni siede a Palazzo Madama,  è in corso un processo per un delitto antico di 25 anni, quello di Mauro Rostagno e in questo dibattimento si sta raccontando da due anni la Trapani segreta di ieri e di…oggi, si sequestrano e si confiscano le casseforti della mafia, quelle ultramilionarie controllate dal latitante Matteo Messina Denaro, che si fa sberleffo di Governi e ministri che nel tempo annunciano la sua imminente cattura e ricambiano però il boss tagliando uomini e risorse per la sua ricerca, grazie al lavoro di investigatori e magistrati caparbi vengono colpiti i complici del super ricercato , i suoi sodali, i suoi soci, si scoprono i politici che comprano i voti dalla criminalità, c’è un prefetto, Fulvio Sodano, rimosso perché si occupava di beni confiscati e c’è chi pensa solo a gettargli addosso del fango, c’è per fortuna  la magistratura che cerca di fare qualcosa a difesa dei più deboli, delle vittime, ma invece di incontrare solidarietà e sostegno viene intimidita da strani episodi, cimici lasciate qua e la e a Trapani però, nonostante questa veloce carrellata di fatti ti senti ripetere sempre che… è tutto a posto! E perché? Perché, per esempio, si ritiene cosa giusta che settori della sanità debbano restare in mano a arroganti colletti bianchi o a politici spregiudicati come Pino Giammarinaro e di chi come questi se ne fregano dei cittadini che sono costretti a fare interminabili file per fare anche un semplice esame, o cittadini anziani e pensionati che ancora debbono pagare di tasca loro ciò che la sanità pubblica continua a non essere in grado di garantire, addirittura il diritto a nascere viene messo in pericolo, perchè ci sono sindaci assediati e immobili e sindaci che hanno detto che la mafia esiste perché c’è l’antimafia e che l’antimafia è peggio della mafia, ed ancora primi cittadini che dicono che non è cosa buona parlare di mafia a scuola, continuano ad avere la meglio sindaci che restano  incapaci davanti agli indigenti che restano tali e semmai si mostrano ben disposti con i ricchi che anche grazie a loro lo diventano sempre di più, ci sono stati prefetti che con troppa leggerezza hanno fatto firmare protocolli di legalità a persone condannate per favoreggiamento a imprenditori mafiosi. Politici e professionisti, per dirle con le parole del pm Andrea Tarondo, che anche dinanzi all’evidenza dei fatti preferiscono rinunziare “alla distanza di sicurezza dalla mafia”.

Dopo anni di silenzi e reticenze c’è in questa città chi ha deciso di non restare più testimone silenzioso a differenza di quei nemmeno molto numerosi  imprenditori che hanno deciso di collaborare con la giustizia solo dopo avere conosciuto il carcere. Un passo in avanti rimasto però in ombra, mentre ci sono imprenditori che continuano a negare di aver pagato e pagare mazzette alla mafia e ai burocrati, imprenditori che nel tempo hanno lasciato Confindustria solo perché il nuovo corso ha previsto che si può restare soci solo se si hanno le carte a posto, e i primi a dimettersi sono stati però proprio alcuni di quelli che le carte a posto le avevano ma non hanno gradito i nuovi modelli di partecipazione e lo hanno fatto pure sapere a chi di dovere. Oggi c’è un presidente di Confindustria, Gregory Bongiorno, che hai denunciato il capo mafia del suo paese, Castellammare del Golfo,  ma la novità viene coperta da voci di chi vuole raccontare storie diverse, inventate. Oggi c’è una persona che senza essere incolpata di delitti mafiosi ha deciso di raccontare la mafia che frequentava i salotti buoni della città, che ha raccontato come un senatore della Repubblica si è nel tempo rapportato con i mafiosi, come questi  voleva fare trasferire investigatori scomodi o indirizzare le testimonianze di chi poteva accusarlo, di come è riuscito a fare eleggere un deputato anzicchè un altro, di come ha gestito la città togliendosi di mezzo avversari politici dentro e fuori dal suo partito, oggi Trapani non appare più Gommopoli per certi versi, il muro di gomma che la circondava si è spezzato in un punto, e in città dicono che …non c’è niente da dire! Anzi per la verità qualcosa si sente dire: tutte banalità, tutte chiacchere.

Venticinque anni dopo il delitto di Mauro Rostagno, fondatore di Lotta Continua, sociologo, animatore sociale, terapeuta a favore dei tossicodipendenti, uomo contro le droghe e le mafie, ammazzato nelle campagne trapanesi di contrada Lenzi il 26 settembre del 1988, perché “era un giornalista scomodo”, Trapani è questa qui, tanto che viene voglia di dire che niente si vuol far cambiare e che quel delitto è pienamente riuscito alla mafia che ha zittito per sempre un giornalista e ha potuto continuare a fare i suoi sporchi affari. Fino ad oggi, facendo apparire banale ciò che non lo è. Senza però farci prendere dallo scoramento ciò che non possiamo davvero scrivere è solo una cosa…nonostante tutto questo la mafia non sta vincendo! E non lo diciamo solo per apparire ottimisti a ogni costo o per onorare la memoria di chi per causa dei nostri silenzi di ieri non c’è più, un uomo, Mauro Rostagno, che in questi 25 anni è stato ucciso una seconda, una terza, una quarta volta, mascariato secondo i classici rituali di Cosa nostra, lo diciamo perché questa è la verità. Cosa nostra non controlla più ogni cosa come una volta. E’ vero, questo 2013 somiglia tantissimo a quel 1988, solo che oggi c’è un pezzetto di società civile che reagisce, si fa spazio, vuol parlare e dire la sua, non sta in silenzio e non si gira dall’altra parte. E’ solo un pezzetto ma c’è questa società…civile.

E’ attualissimo un intervento giornalistico fatto da Rostagno in quel 1988 mentre don Ciccio Messina Denaro pensava a come levarselo dai piedi perché Mauro Rostagno, il dottor Mauro Rostagno, era diventato una camurria a causa delle sue quotidiane denunce contro le mafie: parlava del lavoro che si faceva a Palazzo di Giustizia, “stanno lavorando e stanno lavorando bene, in estrema serenità, mi pare, le squadre di polizia giudiziaria e i giudici dell’ufficio istruzione (allora l’organizzazione giudiziaria era altra ndr). Esce in qualche modo confermato il lavoro della Procura …e quindi ancora una volta va il nostro plauso a come stanno lavorando”. Oggi ci sono Procure e cominciamo da quella di Trapani che lavora tanto bene che c’è chi organizza intimidazioni di vario genere, si vedono i risultati e le parole dette allora Rostagno oggi le sentiamo ripetere ad alcune associazioni attente che lavorano in città. E ci sta anche il riferimento alle sezioni di polizia giudiziaria. “Decisamente un vento nuovo e forte spira in provincia, lo Stato forte nella nostra provincia. Una presenza innegabile di Stato forte…pentole scoperchiate, persone che parlano, si rompe il muro dell’omertà”. Questo a parlare era ancora Mauro Rostagno, era il 1988, sembra oggi. A noi piace fare impersonare lo Stato a magistrati, giudici, investigatori, un po’ meno alla politica, oggi la pensiamo come la pensava Rostagno in quel 1988, “politica indubbiamente debole”. E’ la politica debole che ha deciso di chiudere gli occhi sulla testimonianza di un prete, don Ninni Treppiedi, che ha deciso di fare il testimone, di bussare alla porta di un magistrato e rendere testimonianza delle malefatte delle quali è stato, per l’appunto testimone.

A Gommopoli, leggasi Trapani, è un fatto dio grande straordinarietà, e che  la cosa è tanto straordinaria lo dimostra il fatto che c’è chi si sta adoperando di farla apparire banale. Testimoniare è banale, accusare un potente, un senatore, è cosa banale, solo per chi vuole perpetuare quel sistema illegale che nel 1988 grazie alla morte di Rostagno è via via diventato legale. Treppiedi non è un pentito è un  t e s t i m o n e. E’ testimone nel processo contro il senatore D’Alì, un politico che è riuscito a superare ogni ostacolo e che con l’ombra dei Messina Denaro addosso è riuscito ad andare a sedere in una delle poltrone più importanti del Viminale, il ministero degli Interni, facendo il sottosegretario all’Interno dove pensava di come riuscire a far trasferire da Trapani poliziotti che lavoravano senza guardare in faccia a nessuno come Giuseppe Linares. Nel suo dibattimento non ci sono altri testimoni, ma solo le confessioni di collaboratori di giustizia, il lavoro degli investigatori, le intercettazioni. Ci sono poche parte civili come l’associazione Libera, le associazioni antiracket di Marsala e Alcamo, il centro studi Pio La Torre , un solo Comune, Castellammare del Golfo, i sindaci di Trapani che si sono succeduti nel periodo del dibattimento, Girolamo Fazio e Vito Damiano, che oggi litigano su tutto si sono ritrovati d’accordo sul non fare costituire parte civile il Comune nel processo. Un solo testimone non è poca cosa sia per il processo sia per questa città che oggi se vuole 25 anni dopo il delitto di Mauro Rostagno se vuole ha la possibilità di riscattare con la ribellione il lavoro di quel giornalista.

Mauro Rostagno non sarà allora morto inutilmente se finalmente ci si rende conto che va cancellata una regola non scritta che però campeggia ovunque, “tacere è bene parlare è male”. Nel corso del processo lo ha detto Maddalena Rostagno, la figlia del giornalista ucciso, “mio padre voleva fare il terapeuta di questa città”. Lo ha anche raccontato l’avvocato Salvatore Maria Cusenza come a Trapani Rostagno ” aveva bene preso di mira il blocco antidemocratico che governava la città e che nel contempo rappresentava la nuova mafia”. Il processo va avanti da due anni ma una cosa emerge perfettamente e solo chi non vuol vedere non vede: la verità sulla morte di Rostagno è a Trapani, cercarla lontano significa fare un favore alla mafia. L’ennesimo favore. Dire questo non significa negare le presenze occulte che oggi come ieri animano la vita di questa città, i poteri occulti e forti, quelli che si annidano nella massoneria e nelle banche, le presenze che agevolano i traffici di droga e di armi. Ritenere queste cose distinte dal potere antidemocratico che volle assieme alla mafia Rostagno morto pensiamo essere cosa sbagliata. Sappiano che tenere queste cose nascoste è sbagliato. E non le teniamo nascoste. La pensiamo come Baricco e non desideriamo che Pirandello abbia sempre ragione. Scrive Baricco: “perché ciò che ci salverà non sarà mai quello che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo”. Deve mutare Trapani e deve diventare una cosa diversa, qui non dobbiamo far vincere il cambiare tutto per non cambiare nulla.

di Rino Giacalone

giovedì 26 settembre 2013

"Napolitano deponga in aula", Stato-mafia, il pm insiste


Fra i 180 testimoni chiesti dalla Procura c'è anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. "È una testimonianza certamente pertinente e certamente rilevante", dice il pubblico ministero Nino Di Matteo per "approfondire i timori del dottor Loris D'Ambrosio" sul periodo 1989-1993. Questi timori sono stati espressi in una lettera inviata dal consigliere giuridico del Quirinale al Capo dello Stato, il 18 giugno 2012, pochi giorni prima di morire. D'Ambrosio ribadiva la sua correttezza dopo le polemiche seguite alla pubblicazione delle intercettazioni fra l'ex ministro Mancino e lo stesso D'Ambrosio. E poi soprattutto esprimeva la preoccupazione "di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi".

D'Ambrosio, scomparso un anno fa, era stato al centro di roventi polemiche in relazione ai ripetuti contatti avuti, al telefono, con il senatore Nicola Mancino che si lamentava per le indagini della Procura di Palermo e per una "mancata tutela nei suoi confronti".

Dunque, secondo Di Matteo, Napolitano potrà chiarire e ha motivato la richiesta, già nota da mesi, di citarlo come teste. Sarà la Corte d'Assise a decidere in merito.


repubblica.it

giovedì 19 settembre 2013

Amato disse ai giudici: "Dopo Capaci, la mafia non era una priorità"

Giuliano Amato
19 settembre 2013 - Palermo - Quando nacque il mio governo, la lotta alla mafia non era la priorità assoluta”. Così Giuliano Amato (foto), premier dal 28 giugno 1992 al 22 aprile 1993, e da ieri nuovo giudice della Corte costituzionale dopo il giuramento davanti a Giorgio Napolitano, spiegava ai pm di Caltanissetta la sua agenda politica all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio.
L’INTERROGATORIO è del 9 luglio 2009 e l’indagine è quella sull’uccisione di Borsellino. Amato viene sentito sul tema della sostituzione del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti con Nicola Mancino, un passaggio cruciale nella ricostruzione dei pm sulla trattativa Stato-mafia: Mancino, infatti, è considerato più malleabile per portare avanti il dialogo con Cosa Nostra. “La priorità del mio governo – ribadisce l’ex premier – era la crisi economica”.
Sorpresi dalla gravità di quelle parole, i pm nisseni non nascondono lo sgomento, così il dottor Sottile chiede di rettificare: “Nonostante fossimo vicini alla strage di Capaci, dedicammo alla lotta alla mafia meno attenzione che ad altri temi, poiché disponevamo già di norme, varate da un decreto del precedente governo (Andreotti, ndr), che contenevano l’inasprimento del 41-bis, i colloqui investigativi e altro”.
E se la correzione “diplomatica” è quella che alla fine viene verbalizzata, gli estensori di quel verbale (pur avvezzi alle reticenze di ministri e parlamentari) ricordano ancora oggi con imbarazzo la sottovalutazione dell’emergenza mafia, da parte del dottor Sottile, all’indomani della morte di Falcone e Borsellino. “Restammo esterrefatti – ricorda l’ex pm Nicolò Marino, oggi assessore del governo Crocetta – la strage di Capaci aveva sconvolto l’Italia: eravamo stupiti che Amato parlasse di quei giorni sostenendo che la priorità era la crisi economica”.
OGGI CHE Amato è stato scelto da Napolitano per la Corte costituzionale, nei palazzi di giustizia siciliani sono in pochi a sorprendersi, considerandolo un atto di riconoscenza scontato nei confronti del navigato politico che è sempre stato un fedele paladino del Colle.
Mentre impazzavano le polemiche sulle telefonate top secret di Napolitano con Mancino, che hanno provocato proprio l’intervento della Consulta, il dottor Sottile si è schierato senza tentennamenti dalla parte dell’amico Giorgio: “Il capo dello Stato – ha tuonato – è oggetto di una campagna che persegue l’esplicito scopo di destabilizzare le istituzioni”.
Il feeling con il Quirinale, del resto, è un suo antico pallino. Racconta l’ex Guardasigilli Claudio Martelli che a Palazzo Chigi Amato era fortemente condizionato dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, ritenuto dai pm di Palermo il regista occulto di alcuni passaggi della trattativa.
“Chiesi ad Amato – ricorda Martelli – perché sostituiva Scotti, mi disse che era perché glielo chiedevano il presidente della Repubblica e il capo della Dc; gli chiesi di opporsi e mi rispose: non scherziamo; il governo nemmeno nascerebbe, se facessi una cosa del genere”. Martelli, che ha ammesso di aver saputo dell’esistenza di contatti tra il Ros e Vito Ciancimino, ma non dell’avvio di una trattativa, ha precisato di non averne mai parlato con Amato, perché questi appariva più interessato, appunto, alla crisi economica. “Non mi parve – ha detto – una questione di cui investire Amato, che aveva come priorità la crisi finanziaria”.
LO STESSO Amato, del resto, ha sempre negato di aver ricevuto informazioni esplicite su un dialogo tra Stato e mafia. “Ne ho letto sui giornali – ha detto – ma nessuno me ne parlò”. Anche se il suo capo di Gabinetto, Fernanda Contri, ha riferito ai p
m di Caltanissetta che prima delle ferie del 1992, informò il premier di quanto aveva saputo dal generale Mario Mori il 22 luglio di quell’anno, e cioè tre giorni dopo la strage Borsellino: ovvero di una “attività investigativa” avviata dal Ros con Ciancimino per fermare le stragi.
Martelli, che fu sostituito al ministero della Giustizia da Giovanni Conso proprio per iniziativa di Amato, non è certo tenero con il dottor Sottile, che accusa di mentire soprattutto sulla scelta autonoma del suo successore: “È una bugia – sostiene Martelli – perché si sa che Conso è stato scelto da Scalfaro, come Amato, come Mancino e come Capriotti”. Ma l’ex premier non ci sta: “Martelli si dimise – ha sempre detto – perché ricevette un avviso di garanzia: e io, d’accordo con Scalfaro, lo sostituii con Conso”. Lo stesso che nel novembre del 1993 cancellò il carcere duro per 334 boss di Cosa Nostra.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
 

martedì 17 settembre 2013

Antimafia, protezione testimoni cercasi

Salvatore Borsellino
16 Settembre 2013 - Sono passati sei mesi da quando è trapelata sulla stampa la notizia dell’arrivo alla Procura di Palermo della lettera anonima nella quale venivano rivelati piani omicidiari contro il Pm Nino Di Matteo e il testimone Massimo Ciancimino, oltre che verso un non meglio identificato Pm di Caltanissetta (che sembra essere stato successivamente identificato in Nico Gozzo). L’anonimo descriveva con dovizia di particolari gli spostamenti del magistrato e del figlio di don Vito, mostrando una conoscenza perfetta delle abitudini dei due, e specificando il modo con cui si era pensato di farli uccidere.
Il livello di sicurezza attorno a Nino Di Matteo è finalmente stato alzato alla sua massima capacità, gli uomini della sua scorta sono aumentati, sono stati affiancati loro le teste di cuoio, gli armamenti si sono rafforzati, è stato messo – dopo non poche sollecitazioni – il divieto di sosta in luoghi sensibili come la via di sua madre. Azioni dovute a chi sceglie di mettere in pericolo la propria vita per lo Stato e, per fortuna, messe in atto.
Eppure ci dispiace osservare che, dopo quasi 180 giorni, ancora non si è mosso un dito per dare una qualsivoglia sorta di protezione a Massimo Ciancimino. La mancata protezione di un testimone fondamentale per lo svolgimento di un processo così importante, come quello che inizierà la sua fase dibattimentale il prossimo 26 settembre, non può essere considerata altro che una grave mancanza da parte dello Stato italiano.
Sarà un processo e nient’altro a giudicare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino veritiere o mendaci ma per far sì che questo sia possibile e, di conseguenza, che si arrivi alla verità su cosa successe negli anni delle stragi, è indispensabile che questo testimone arrivi *vivo* al processo.
Chiediamo che gli organi competenti si muovano nel più breve tempo possibile, anche in vista delle annunciate dichiarazioni spontanee che Massimo Ciancimino rilascerà nella prima udienza, affinché sia assicurata una protezione decente per lui e per la sua famiglia. In virtù della sua posizione di testimone e di essere umano.

di Salvatore Borsellino, Federica Fabbretti e il Movimento delle Agende Rosse

lunedì 16 settembre 2013

Lari: "Centri occulti contro chi fa antimafia"

Il procuratore Sergio Lari
PALERMO - "In Sicilia è in corso una campagna di delegittimazione della vera antimafia da parte di centri occulti che vogliono screditare chi fa antimafia con i fatti, come Confindustria, Fai e Addiopizzo”. Lo ha detto il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, intervenendo ad un convegno sulle stragi di mafia, a Chianciano Terme. Ma il magistrato, ospite dell'incontro insieme al presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, è andato oltre sostenendo che questa “campagna di delegittimazione, che è anche una strategia della tensione, potrebbe tradursi in attentati e azioni eclatanti”.

Parole dure raccolte da Montante, che ha rilanciato: “Da tempo Confindustria, Addiopizzo e Fai, la Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane, stanno conducendo una grande campagna non solo contro il racket del pizzo, ma in generale contro il malaffare che, in Sicilia, per anni, ha controllato diversi centri di potere”.

“Centri di potere – ha rimarcato il procuratore nisseno Lari – collegati con le organizzazioni mafiose che tendono a gettare sospetti e fango su chi l’antimafia la fa davvero, con i fatti. Ricordiamoci che quando si delegittima chi porta avanti riforme legalitarie, subendo anche intimidazioni e minacce, si corre il rischio di isolarlo. E questo è un errore che non ci si può più permettere”. “Cosa nostra – ha aggiunto Lari – sta rialzando la cresta. Abbiamo avuto chiari segnali in questo senso”.