giovedì 8 agosto 2013

Intervista al giudice Antonino Scopelliti

Ricordiamo il Giudice Antonino Scopelliti con questa intervista.



"Bontà loro" di Maurizio Costanzo, 1978

”Due processi e un nulla di fatto, dopo 22 anni, per l’uccisione del giudice solo: Antonino Scopelliti. E’ ormai diffusa l’idea che Scopelliti sia stato giustiziato perche’ avrebbe dovuto rappresentare l’accusa al maxiprocesso a Cosa Nostra in Cassazione, ma nessun tribunale lo ha stabilito, ne’ sono stati puniti i responsabili di questo orrendo delitto”. E’ quanto afferma Sonia Alfano, presidente della commissione Antimafia europea e dell’Associazione nazionale familiari vittime di mafia, ricordando il giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto del 1991 in Calabria. ”Verrebbe da dire che il giudice Scopelliti sia, ancora oggi, tremendamente solo – rimarca la Alfano – eppure, tantissimi sono gli onesti cittadini che ricordano il suo impegno e il suo sacrificio. Non puo’ bastare: ritengo la verita’ e la giustizia diritti inalienabili”.

Sonia Alfano

"Ci spuntano le armi per combattere la mafia"

Il Giudice Di Matteo
8 Agosto 2013 - Sono preoccupato, si rischiano conseguenze importanti su tante inchieste”. Il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo, pubblica accusa nel processo sulla trattativa tra mafia e Stato, riassume così il suo pensiero sulla modifica all’articolo 280 del codice di procedura penale, introdotta in silenzio nel disegno di legge di conversione del decreto “svuota carceri” del governo. Un tratto di penna che cancella la custodia cautelare per una serie di reati, molti dei quali tipici delle inchieste di mafia. L’attuale 280 comma 2 prevede: “La custodia cautelare in carcere può essere disposta solo per delitti, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni”. L’articolo 1 del dl 1417, approvato lunedì alla Camera, e in queste ore in Senato, fa salire a cinque il tetto massimo della pena.
 Giudice Di Matteo, quali sono i rischi di questa norma?
Fermo restando il rispetto per la piena autonomia del Parlamento, da tecnico della materia non posso che esprimere forte preoccupazione. Se venisse approvata questa modifica, non si potrebbe disporre in nessun caso la custodia cautelare per alcuni reati contro l’amministrazione della giustizia o contro la pubblica amministrazione. Sino a quelli che toccano i rapporti tra le mafie e le istituzioni. Il lavoro degli inquirenti diventerebbe molto più difficile.

Facciamo qualche esempio.
Il primo che viene in mente è quello del reato di favoreggiamento personale, caratteristico delle inchieste di mafia (lo commette chi “aiuta a eludere investigazioni e ricerche dell’autorità” dopo un delitto che prevede almeno la reclusione, ndr). Spesso questo reato è aggravato, proprio perché l’indagato ha agito per favorire l’associazione mafiosa, e allora la pena massima sale. Ma non sempre è possibile dimostrarlo subito.

In pratica, chi copre o aiuta boss in molti casi non potrebbe essere messo agli arresti.
Esattamente, e così non si potrebbe colpire quell’ambiente contiguo alla criminalità. Ma c’è una fattispecie altrettanto preoccupante.

Ovvero?
La norma toccherebbe anche il primo comma dell’articolo 371 bis, che punisce le false informazioni al pubblico ministero. Fondamentale, per sanzionare quei membri delle istituzioni o di corpi dello Stato che, attraverso reticenza o bugie, aiutano le mafie. Persone che non solo intralciano la giustizia, ma che possono mettere in atto veri e propri depistaggi.

Lei parlava anche di reati contro la pubblica amministrazione.
Sì. Posso citare l’articolo 316 bis del codice penale, sulla malversazione ai danni dello Stato: “Chiunque, estraneo alla Pubblica amministrazione, avendo ottenuto dallo Stato o da altro ente pubblico o dalle Comunità europee contributi, sovvenzioni o finanziamenti destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere od allo svolgimento di attività di pubblico interesse, non li destina alle predette finalità, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni”. Anche in questo caso, non siamo affatto lontani dal mondo della mafia.

Perché?
La criminalità organizzata tende sempre più a infiltrarsi nell’economia e nelle istituzioni. E la malversazione è un grimaldello tipico per riuscirci, utile anche per il riciclaggio di denaro.

La mafia dei colletti bianchi.
Sì, quella che mette le mani sul denaro pubblico.

Veniamo ai delitti contro l’autorità delle decisioni giudiziarie. Quanto incide la modifica al 280?
In maniera sensibile. La custodia cautelare non sarebbe più possibile per l’articolo 391 bis, che punisce “l’agevolazione ai detenuti e internati sottoposti a particolari restrizioni”. Ovvero, chiunque (non pubblico ufficiale) consenta a chi è sottoposto all’articolo 41 bis (regime di carcere duro per i mafiosi, ndr) di comunicare con altri eludendo i divieti. Una norma essenziale per colpire chi aiuta i boss a comandare anche dal carcere, e mantiene per loro i collegamenti.   

Giudice, pensa che il Parlamento possa mutare parere?
Non lo so. Io, da tecnico, ho sollevato preoccupazioni su temi concreti. Sarei molto lieto se venissero valutate con attenzione, perché il rischio concreto è di avere armi spuntate contro la barriera della criminalità organizzata.

di Luca De Carolis
ilfattoquotidiano.it

mercoledì 7 agosto 2013

L'immortale

il pianto di Berlusconi
7 Agosto 2013 - Premetto, non sono un giornalista n'è un blogger, sono semplicemente un cittadino Italiano con l'onore e l'onere di portare avanti le informazioni necessarie e utili all'abbattimento dell'illegalità e della mafia.

I miei esempi sono Falcone, Borsellino, Cassarà, Chinnici, Dalla Chiesa, Costa, Scopelliti, Antiochia, Montana, Saetta, Basile.... e tanti altri ancora.

Oggi è proprio vera la frase che i giudici non si ammazzano più, si isolano, insultano, attaccano su ogni fronte, si è vero, e lo si evince quotidianamente.

L'immortale Silvio Berlusconi è impressionante, io dico sempre ad amici e parenti: "Berlusconi ci ha cresciuto come padre, e come tale ci conosce alla perfezione", con il termine  cresciuto intendo che le sue televisioni negli anni 80 e 90 ci hanno accompagnato quotidianmente con programmi e serial TV, ci conosce perfettamente e quindi, sa come comportarsi in ogni situazione.

Finalmente in cassazione è emerso che Silvio Berlusconi è colpevole, occhio, è il 3° e ultimo grado e quindi oggi possiamo dirlo con certezza, ma, e ahimè il ma è molto FORTE, considerato il fatto che il Silvio conosce i suoi figli cosa fa? Spara in piena estate il "GOSSIP", gli Italiani al mare cosa fanno? Questo! Leggono e parlano di calcio e gossip (tuttosport, gazzetta, verissimo, chi...), quindi oggi cosa emerge? Emerge che siamo qui a parlare di un'intervista del giudice Esposito, inopportuna? Forse, poi il contesto dell'intervista è in un discorso a mio dire astratto e generale che è stato rimpinguato a dovere e sparato ad arte. Basti ricordare il servizio di Canale 5 sui calzini del Giudice Mesiano (sentenza Mondadori), o le sigarette che fumava, che dire, ci siamo scandalizzati? No.

Possiamo dire quello che vogliamo e pensare a tutto il possibile immaginabile ma essere qui a discutere del Giudice Esposito e non del reato e della colpevolezza dell'Immortale è tutto dire.

L'immortale ha colpito nuovamente, e ahimè il popolo...........NO COMMENT.

Buone Vacanze ITALIA.

Dario Campolo

martedì 6 agosto 2013

Costa: un giudice solo nel “palazzo dei veleni”

Gaetano Costa quando era partigiano
6 agosto 2013
“La mafia è nella cosa pubblica”: il procuratore Gaetano Costa era stato uno dei primi a intuire questo pericoloso binomio, in una Sicilia dove ancora Cosa nostra guadagnava miliardi mentre politica, magistratura e forze dell’ordine fingevano di non vedere.
Già dagli anni Sessanta questo giudice integerrimo e di pochissime parole aveva ben chiaro come la mafia agraria era riuscita ad evolversi, approdando nell’amministrazione pubblica dove controllava appalti, assunzioni e gestioni di ogni genere.
Nel 1978 Costa, nuovo procuratore capo della Procura di Palermo, era arrivato da Caltanissetta al “palazzo dei veleni”, così chiamato per le polemiche che investivano inevitabilmente chiunque si distaccasse da quella palude di omertà e indifferenza, con una dichiarazione che contribuì a isolarlo sempre di più da chi preferiva convincersi che la mafia non fosse mai esistita: “Non accetterò spinte o oppressioni, agirò con spirito di indipendenza. Cercherò di non farmi condizionare da simpatie e risentimenti”.
L’unico con cui poteva parlare senza riserve era il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, Rocco Chinnici. Discutevano delle ultime inchieste in ascensore, il solo posto dove non rischiavano di destare sospetti. Le indagini vertevano sulle famiglie degli Spatola, dei Gambino e degli Inzerillo, sul filone investigativo che legava la mafia sicula a quella americana, sul nuovo business della droga condiviso dalle due organizzazioni.
Un’indagine che lo “sceriffo” Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, pagò con la vita il 21 luglio 1979, e che proseguì nelle mani di Emanuele Basile, capitano dei carabinieri della compagnia di Monreale, poi ucciso la sera del 4 maggio dell'anno dopo. Un unico filo legava i due omicidi, un filo che iniziò a stringersi anche attorno al procuratore Costa. A poche ore dalla morte di Basile i carabinieri erano riusciti ad arrestare 33 persone, presentando in procura il rapporto di denuncia. Quel rapporto segnò per il procuratore di Palermo la strada del non ritorno: a dispetto delle previsioni degli avvocati, certi di vedere i loro assistiti tornare in libertà nel giro di poche ore, Costa firmò gli ordini di cattura  in completa solitudine assumendosene tutte le responsabilità. Invano aveva cercato di spiegare ai sostituti l’importanza di dare un segnale forte per porre fine a quella scia di sangue che sembrava non volersi arrestare.
Gaetano Costa venne ucciso il 6 agosto 1980 in via Cavour, morì dissanguato davanti a un’edicola: il giorno dopo avrebbe ricevuto la scorta.
A distanza di 33 anni nessuno è stato condannato per la sua morte.

giovedì 1 agosto 2013

Chivasso è con Nino Di Matteo: Uccideteci tutti

Il comune di Chivasso con lo striscione per Nino Di Matteo
L’Università della Legalità della Città di Chivasso si unisce all’iniziativa promossa dell’associazione palermitana “19 luglio 1992” per sostenere il magistrato antimafia Nino Di Matteo.
Dalle ore 14 di oggi, sarà esposto sul balcone del Palazzo Municipale, lo striscione con la scritta: “Chivasso è con Nino Di Matteo: Uccideteci tutti”.
Il sito dei promotori dell’iniziativa è www.19luglio1992.com