martedì 30 luglio 2013

Un capitano Bellodi nella Trapani del 2013

 “promoveatur ut amoveatur”
 
Giuseppe Linares
E’ stato bravo, e c’era da aspettarselo perché non c’è cosa più scontata, è stato bravo ieri pomeriggio il prof. Nando Dalla Chiesa quando ha parlato ai tanti, ragazze e ragazzi, venuti a Marsala per il raduno nazionale dei giovani di Libera. Niente alte e altisonanti citazioni, passaggi cattedratici, ma semmai parole e consigli semplici per dire, in conclusione, che il pericolo di oggi da sconfiggere è quello che sostiene l’esistenza di “troppa legalità”. Le ultime notizie della cronaca politica e parlamentare, la storia sul 416 ter, lo confermano. Se non ci fosse stata questa voce, “la troppa legalità”, che è purtroppo un coro, da destra a sinistra, uno bravo e capace come Davide Mattiello non avrebbe dovuto sudare le classiche sette camicie per lavorare ad un testo che dapprima è stata osannato per il consenso unanime e oggi non va più bene e purtroppo a dirlo sono anche coloro i quali si sono impegnati nei compiacimenti. Non m’introduco oltre su un tema che conosco solo dai giornali, ho però ascoltato le parole di Mattiello, e quelle di Luigi Ciotti, che non sono quelle apparse su alcuni organi di stampa, trasformate, però è chiaro che la mediazione nel nostro Paese nel nostro Paese ha solo saputo dare questi risultati. In 100 giorni volevamo una legge per combattere chi compra il voto e fa accordi con le mafie? L’avevamo questa legge. Era il punto di arrivo? No era un punto di partenza!
Una legge frutto di un’assurda convivenza di Governo ma che ha avuto il consenso delle opposizioni. Certo che era una legge da aggiustare, magari si pensava più avanti, nasce l’esigenza di farlo adesso, si faccia senza cercare colpevoli. Certo sarebbe bello fare esperienza di quello che è successo nelle ultime 48 ore e magari essere capaci ad essere diretti  su questo campo come in altri, serve una legge che dica con poche parole che commette gravissimo reato chi compra il voto, chi lo compra dai mafiosi o dai delinquenti di qualsiasi calibro, è colpevole chi volendosi fare eleggere sfrutta il bisogno della  gente. Non è vero che c’è troppa legalità, ce ne è sempre poca, perché la mafia, le mafie, oggi sono cambiate, non sparano più, non hanno necessità di intimidire, sono dentro le stanze del potere.
Parlando al raduno nazionale dei giovani di Libera a Marsala, il prof. Nando Dalla Chiesa ha ricordato, facendo subito il bravo professore, che i libri non vanno letti una sola volta ma vanno riletti, perché possono essere antichi, ma nell’attualità trovano sempre precisi riferimenti, gli spunti per riflettere ci sono sempre. Lui ne ha ricordato uno di questi  libri, “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, scritto nel 1961. Ha ricordato la figura del capitano Bellodi, i nemici che quest’ultimo aveva dentro e fuori, per le strade del paese dove faceva il capitano della compagnia dei Carabinieri, all’interno degli apparati istituzionali che lui da carabiniere serviva. Bellodi i mafiosi non ebbero bisogno di ucciderlo, non si mossero neppure, anzi don Marianino lo elogiò anche definendolo uomo e tirandolo fuori dalla schiera dei ruffiani e dei quaquaraqua, ma se lo tolse di torno, Bellodi fu trasferito e al suo posto arrivò uno visibilmente accomodante, un quaquaraqua dirà don Marianino e in coro i suoi servitori si vedono ripetere questa considerazione nell’ultima immagine del film firmato dal regista Damiano Damiani.
Oggi le cose non vanno diversamente. Cominciamo da don Marianino. Quando viene rilasciato dopo essere stato arrestato dal capitano Bellodi un banditore girà per il paese annunciando la sua scarcerazione, anzi dirà a tutti “don Marianino è turnato, cristiano bono è”. E nella realtà questa scena è di poche settimane addietro quando don Marianino, al secolo Mariano Agate da Mazara del Vallo, ha lasciato il carcere per finire  i suoi giorni nella sua casa perché gravemente ammalato. A Mazara in poche ore la notizia della sua scarcerazione è diventata subito nota, accompagnata da una rispettosa commiserazione, “mischino”, dimenticando il male che lui per decenni aveva distribuito nelle case di chi non voleva accettare il suo predominio mafioso. Mariano Agate era poi specialista nei tam tam, come nel racconto Sciascia ne era capace don Marianino,  fu Mariano Agate a dire a poche ore dal delitto di Mauro Rostagno che questi era stato ucciso “per questioni di corna”, oggi che si sta celebrando a 25 anni da questo delitto, il processo in Corte di Assise a Trapani, dove si è ascoltato a chiare lettere che Rostagno facendo il giornalista, e – come ha detto sua figlia Maddalena ai giudici – “il terapeuta dia città dormiente”, che tale resta e non solo per quieto vivere, era “una camurria per la mafia, oggi quelle parole di Mariano Agate continuano ad essere ascoltate in aula. Damiano Damiani firmò quel film tratto dal libro di Sciascia, come firmò la regia della serie televisiva “La Piovra” nata dalla sceneggiatura di uno che Trapani la conosceva molto bene, Nicola Badalucco. In quel film c’era la mafia che si muoveva tra salotti borghesi, circoli, tv, che sparava quando era ora di sparare, e che sapeva votare quando era ora di votare bene e che soprattutto riusciva a trasferire i suoi funzionari.
Da Bellodi de “Il Giorno della Civetta” al commissario Cattani della serie tv “La Piovra”. Sembra la foto della Sicilia, della Trapani del 2013. Qui sono stati ammazzati magistrati, giudici, giornalisti, si sono isolati collaboratori di giustizia e si sono costretti testimoni di giustizia come Rita Atria a suicidarsi. Il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa fu ucciso quando prese di petto il potere criminale, nel 2003 il prefetto Fulvio Sodano fu trasferito quando prese di petto il potere politico alleato con quello criminale. Altri Bellodi e altri Cattani hanno conosciuto e forse non hanno smesso di conoscere i trasferimenti, con la formula del “promoveatur ut amoveatur”: un nome….Giuseppe Linares; il boss di oggi si chiama Matteo Messina Denaro, ricercato da 20 anni, e ogni giorno che passa fa sempre più pensare che forse un giorno sentiremo parlare di un processo per la mancata sua cattura. Oggi fanno da scenario le parole di ieri dette dalla madre dell’agente Antiochia, ammazzato nel 1985 a Palermo mentre scortava il suo dirigente, Ninni Cassarà, restano attualissime. Saveria Antiochia quelle parole le disse nel 1988 a Mauro Rostagno, “qui stanno andando tutti via…qui tutti vogliono normalizzare…vogliono lasciarci senza giustizia e senza verità…il nostro cuore trema di paura perché non avremo mai giustizia…noi abbiamo bisogno di poterle dire queste cose”. Il prof. Nando Dalla Chiesa ha colto nel segno proprio citando Sciascia, Saveria Antiochia, la necessità che si rompa il filo che unisce società illegale e le mafie. Una descrizione che calza a pennello parlando del nord, di quello che lì è accaduto, dei soldi spesi secondo le regie che venivano decise al  sud. Ma parlando del sud di oggi la realtà è un poco diversa, la società illegale qui è diventata legale, le mafie, la mafia riesce a comandare nonostante arresti e condanne, Matteo Messina Denaro nel 2004 scriveva a Provenzano dicendo degli arresti che avevano decimati gli organici mafiosi, ma bisognava solo sapere aspettare, gli arrestati scontati le pene sarebbero tornate liberi, e questo adesso sta accadendo, è accaduto. La mafia è tornata a festeggiare. E manda in giro il suo tam tam, è esagerata la richiesta di legalità che si sente in giro, e in questo trova alleati in uomini delle istituzioni, come ne “Il Giorno  della Civetta”. A Trapani la politica non mantiene distanza di sicurezza dai mafiosi e dai criminali, anzi ci sono politici che sono pure mafiosi, a Trapani vertici istituzionali non si preoccupano di tenere lontani personaggi chiacchierati.
A Trapani oggi c’è sempre “un capitano Bellodi da trasferire” e capitano Bellodi è stato ieri un prefetto, oggi può essere un poliziotto, un carabiniere comandante di stazione, un giornalista, un semplice funzionario pubblico. E come nel 1985 diceva Saveria Antiochia oggi  “qui stanno mandando tutti via” e ci chiediamo: “ma avremo mai giustizia?”.

 

lunedì 29 luglio 2013

Ciao Rocco, 29 Luglio 1983 - 29 Luglio 2013

La mafia e il "terzo livello" del potere, l'intuizione del giudice che coltivava le rose
In un libro dei giornalisti Fabio De Pasquale ed Eleonora Iannelli la ricostruzione degli anni di piombo, di tradimenti e di ambiguità, e i diari segreti del magistrato assassinato nel 1983
da sx: Ninni Cassarà, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici
Diceva che in Sicilia, terra di mafia, si può morire in tanti modi, oltre che nel proprio letto: freddati a colpi di pistola, crivellati da un kalashnikov, incaprettati nel portabagagli di un'auto, stroncati da un'overdose, inghiottiti dalla lupara bianca. Non aveva previsto che si potesse morire dilaniati dalla dinamite, fine che la mala sorte ha destinato proprio a lui, e, dopo, anche ai suoi due "allievi" prediletti, Falcone e Borsellino.

Rocco Chinnici quel 29 luglio del 1983, appena fuori dal portone del palazzo di via Pipitone Federico, dove vive con moglie, tre figli e un cane, viene investito dalla carica di esplosivo di un'autobomba, che fa diventare in un attimo la strada, una traversa di via Libertà, avamposto di guerra. Calcinacci, vetri, finestre, intonaci, disseminati come dopo un bombardamento. E sull'asfalto sventrato, oltre al corpo del giudice istruttore, restano quelli dei carabinieri di scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e del portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

LEGGI / Trent'anni fa la strage Chinnici

I giornalisti Fabio De Pasquale ed Eleonora Iannelli, nel libro "Così non si può vivere", sottotitolo: "Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili" (edizioni Castelvecchi, 278 pagine, 18,50 euro) ricostruiscono quei drammatici anni di piombo, di tradimenti e di ambiguità, fuori e dentro un palazzo di giustizia ammorbato dai veleni, come tra l'altro emerge dai diari segreti, integralmente pubblicati, del magistrato assassinato, decima vittima eccellente di una catena di sangue.

In quell'estate di scirocco ritorna la dinamite impiegata per la strage di Ciaculli del 1963 e che poi sarebbe stata utilizzata a man bassa nella drammatica stagione di morte degli anni Novanta, anche fuori dalla Sicilia. "Palermo come Beirut" titola a piena pagina il giornale "L'Ora" a poche ore dal boato. Eppure in tanti sapevano che il tritolo era bello e pronto per essere innescato. "Ancora una volta non si riuscì a evitare una strage annunciata  -  scrive nella prefazione il presidente del Senato Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia  -  pur essendo pervenuta, tramite il libanese Bou Chebel Ghassan, la notizia di esplosivo inviato a Palermo per un attentato. Si pensò a Falcone, che però si trovava in Thailandia sulle tracce di un imponente traffico di eroina, o all'alto commissario antimafia, prefetto De Francesco".

La dinamite invece era per Rocco Chinnici, siciliano di Misilmeri, nemico pubblico numero uno per la mafia, e per gli intoccabili che con le cosche facevano affari d'oro. Il consigliere istruttore è stato il primo a intuire che oltre ai boss e ai picciotti, c'era un terzo livello, burattinai che agivano all'ombra della cupola. Ed era a questi occulti personaggi che puntava. Smascherarli avrebbe significato riportare la mafia a una normale dimensione di criminalità. Per questo è morto. Si era avvicinato troppo a quelle verità scomode, aveva varcato il confine dei santuari e quindi diventato pericoloso. Per tanti potenti.

"Se è vero, come i successivi processi hanno accertato, che Rocco aveva manifestato l'intenzione di emettere i mandati di cattura contro i cugini Salvo, tuttavia non si avevano ancora quelle più approfondite conoscenze sul connubio tra mafia, economia e politica che costituiva lo snodo cruciale del potere mafioso nell'Isola  -  continua Grasso nella prefazione  -  L'intuizione e la modernità di Rocco Chinnici è aver misurato la temperatura del suo tempo, la virulenza mafiosa degli anni Ottanta, in un contesto di normalità medio-borghese dal quale scaturiva un senso di realismo che legittimava il potere criminale".

È tutto qui il nocciolo della questione: "Egli ha avuto il merito di non confinare il fenomeno mafioso nell'ambito di una rappresentazione folcloristica o territoriale di coppole e lupare - scrive ancora Grasso - Studiando gli ingranaggi del consenso sociale, era riuscito a tracciare le vere coordinate del potere mafioso. Ma la vera rivoluzione del suo pensiero fu nell'avere compreso che la borghesia mafiosa non sceglie, piuttosto approva senza necessariamente tradurre l'adesione all'agire mafioso o all'affiliazione, ponendosi come strumentale al potere".
Queste convinzioni, lo inducono a ritenere che ci fosse un'unica regia dietro ai delitti Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa, e a disporre la creazione di un pool antimafia  -  in origine Falcone, Borsellino e Di Lello  -  che da un lato potesse collegialmente affrontare indagini complesse e dall'altro lato evitare che le informazioni ristagnassero in qualche cassetto o che esponessero un solo magistrato. Il pool sarebbe poi stato perfezionato dal suo successore, Antonino Caponnetto.

I diari di Chinnici mettono a nudo quel palazzaccio in cui si annidavano  -  e si annidano ancora oggi a leggere le recenti cronache  -  immonde belve, come in un disegno di Bruno Caruso: iene, serpenti, sciacalli, su cui volteggia l'immancabile corvo. Si sente solo Chinnici, sospetta di tanti, quando deve parlare di cose segrete con il procuratore Gaetano Costa si rifugiano in ascensore. Colleghi ambigui, intromissioni per perorare interessi, ammiccamenti e accuse velate. E la consapevolezza che lo Stato fosse sonnecchiante.

I colleghi Scozzari e Pizzillo i suoi bersagli principali. A un certo punto sospetta che vogliano mettergli contro Falcone, e più avanti avanza sospetti perfino sul suo "pupillo". Non capisce le cautele di Falcone nell'addentrarsi nelle stanze del terzo potere. Lui, con quella faccia di contadino, come scrive Emanuele Macaluso, è irruente, vuole andare subito al cuore del problema, prosciugare quel territorio ambiguo in cui prospera la borghesia collusa.

Quel boato rimbomba ogni giorno nella testa dei figli, Caterina, Elvira e Giovanni (la moglie Tina è morta da qualche anno). Resta in tutti i siciliani onesti il ricordo di un uomo giusto, integerrimo, divertente nel ricordo di chi lo ha conosciuto, che amava coltivare rose, cucinare e giocare col cane Billy. Ma più di ogni altra cosa amava la sacralità del suo lavoro. Per fare più giusta la Sicilia.

di Tano Gullo

Il commissario Montana

Beppe Montana
Qualcuno mi ha definito “un romantico patriota siciliano”. Ebbene, se essere romantico siciliano si esprime attraverso il ricordo di un'amicizia, sincera, pura condivisa con altri siciliani, allora vuol dire che lo sono. L'amicizia senza romanticismo non ha senso: essere amici di qualcuno equivale a condividere l'affetto, la stima e soprattutto rispetto e fiducia. Nell'amicizia non esiste la parola scusa. Spesso il romanticismo mi aiuta a rimembrare con affetto quei rapporti d'amicizia segnato la mia vita. Mi sono cibato dell'amicizia o da semplici rapporti di lavoro di Uomini che hanno scritto con il loro martirio pagine gloriose di questo Paese: Paese che sovente ha smarrito e tuttora smarrisce il senso dell'onore, dello Stato, del giuramento verso la Costituzione. Sono stato davvero fortunato a stare accanto ad Uomini che rappresentarono l'onestà e la moralità dell'Italia, essi sono il faro dei miei comportamenti: non li ho mai dimenticati, sono presenti oltre che nella mia mente, nel mio cuore. Ed oggi 28 luglio ricordo con amore e affetto il mio amico e collega di lavoro il Commissario Beppe Montana (foto), assassinato a Porticello, località vicino a Palermo. Era. Come oggi una domenica.
Di Beppe ricordo tutto, la prima volta che c'incontrammo, il nostro lavoro insieme, la sera dell'incontro in una pizzeria col figlio di Boris Giuliano, oggi funzionario di Polizia. Ma nella mia mente è costantemente presente, l'ultimo pranzo insieme a Cassarà: io, Beppe e Ninni, spensierati a ridere e scherzare davanti ad un piatto di spaghetti. Due mesi dopo la tragedia, la loro morte. Quindi voglio ricordare Beppe con un episodio che mentre lo descrivo mi commuovo e qualche lacrima liberatoria sgorga sul mio viso. Una mattina, all'inizio degli anni 80, entro nella mia sezione investigativa antimafia di Ninni Cassarà e noto un irrituale fermento. Era successo che un uomo, nella notte si era presentato alla Mobile, affermando di essere nel mirino di Cosa nostra. Condusse Montana in un appartamento di corso Dei Mille e fece catturare un latitante mafioso di quella famigghia. Naturalmente entrai subito in “partita” e sulla scorta di notizie dell'uomo, Stefano Calzetta, predisponemmo un appostamento per catturare altri due pericolosi killer di Cosa nostra, latitanti. Stefano Calzetta, ci disse che quasi tutte le domeniche i due latitante si recavano al bar di Sant'Erasmo per comprare i cannoli siciliani. Io, Stefano e Beppe Montana, salimmo su un furgone con il logo posticcio dell'Enel. Il furgone fu parcheggiato da un autista di fronte al bar e noi tre rimanemmo all'interno. Calzetta scrutava attraverso le feritoie l'ingresso del bar. L'attesa era divenuta snervante e sia Stefano che Beppe, entrambi esuberanti, mostrarono segni d'insofferenza. Del resto, non potevamo né parlare né fumare, perchè attorno a noi, quella domenica, c'erano numerose persone accanto al nostro furgone. Ad un certo punto, dopo un paio d'ore, Stefano vide i due latitanti entrare nel bar... “iddri sunnu”. Nel frattempo una volante della Polizia ignara della nostra presenza transita davanti al bar. I complici dei due latitanti, danno immediatamente l'allarme e i due mafiosi fuggono a piedi in direzione di via Tiro a Segno, dove peraltro terminano la loro fuga, tra le braccia di altri colleghi appostati. Ma, appena Stefano riconobbe i due, si era talmente agitato che voleva seguire Montana già sceso di corsa dal furgone: urlava dicendo “pigghiamuli”. Fui costretto a bloccarlo con tutte le mie forze e impedirgli di urlare. Intanto attraverso le feritoie assistetti alla corsa di Beppe Montana che, revolver in pugno, raggiunse i due fuggitivi. Ecco, da questo episodio si evince la grande personalità di Beppe Montana, il senso dello Stato che nell'occorso ha dimostrato: non esitò un istante per dimostrare che la Legge doveva essere applicata. Grazie Beppe, non dimenticherò mai quando, per arrestare a Catania il Cavaliere del Lavoro Costanzo, usammo uno stratagemma per superare gli ostacoli posti dai sanitari di una clinica privata.

di Pippo Giordano

venerdì 26 luglio 2013

Mafia, Schifani: il gip dispone nuove indagini

L'ex presidente del Senato, ora capogruppo al Senato del Pdl, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. L’indagine, già in passato archiviata, è stata riaperta nell’estate del 2010 dopo le dichiarazione di Gaspare Spatuzza, ex braccio destro dei Graviano. Il giudice: "Interrogare sette pentiti". "Gli approfondimenti istruttori disposti dal Gip non potranno che confermare la mia totale estraneità a rapporti collusivi con esponenti mafiosi" fa sapere l'ex presidente del Senato


Il gip di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha respinto la richiesta di archiviazione dell’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del capogruppo del Pdl al Senato, Renato Schifani, fatta dalla procura. Il giudice ha ordinato ai pm di fare nuove indagini. E’ lo stesso magistrato che nella veste di giudice per l’udienza preliminare ha rinviato a giudizio gli imputati nel processo per la Trattativa.
Lo scorso novembre i pm avevano chiesto l’archiviazione per il politico accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La richiesta era stata quindi inviata all’ufficio gip. Dopo due anni di indagini, i magistrati, all’epoca coordinati dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, non ritenevano di aver raccolto elementi idonei a sostenere l’accusa. L’indagine, già in passato archiviata, è stata riaperta nell’estate del 2010. Il fascicolo con la contestazione del reato di concorso in associazione mafiosa venne iscritto, per maggiore riservatezza, non col nome del presidente del Senato, ma con un nome di fantasia: Schioperatu. Nell’inchiesta erano confluite le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. L’ex braccio destro dei boss di Brancaccio Giuseppe e Filippo Graviano aveva riferito di visite che Schifani, all’epoca avvocato amministrativista, avrebbe fatto al suo cliente, l’imprenditore Pippo Cosenza.
Negli stessi capannoni sarebbe stato presente anche Filippo Graviano, che allora non era latitante. Alle accuse di Spatuzza si erano aggiunte quelle dei collaboratori di giustizia Francesco Campanella e Stefano Lo Verso, entrambi vicini al clan mafioso dei Mandalà. Lo Verso, testimoniando in aula al processo per favoreggiamento aggravato al generale dei carabinieri Mario Mori (assolto nei giorni scorsi in primo grado), disse di avere saputo dal capomafia Nicola Mandalà che avevano “nelle mani Renato Schifani, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e Saverio Romano”. Mentre Campanella, poi querelato per diffamazione da Schifani – il gip archiviò ma espresse dubbi sulla veridicità della accuse del pentito – parlò, tra l’altro, dei rapporti societari tra il presidente del Senato e Nino Mandalà, padre di Nicola, anche lui condannato per mafia.
Con un provvedimento di dieci pagine il giudice ha motivato l’esigenza di ulteriori approfondimenti investigativi e ha stabilito in 120 giorni il termine entro il quale i pm dovranno compierli. Morosini ha sostenuto che, tra l’altro, è necessario approfondire l’inchiesta sui presunti rapporti tra il senatore e gli uomini del mandamento mafioso di Brancaccio e ha indicato sette pentiti da interrogare.
“Dopo tre anni di indagini sulla mia persona – sostiene Schifani – mi sarei aspettato che il Gip avesse accolto la motivata richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Palermo e ribadita in udienza. Tuttavia, come ho già dichiarato, gli approfondimenti istruttori disposti dal Gip non potranno che confermare la mia totale estraneità a rapporti collusivi con esponenti mafiosi”. “Del resto, i collaboratori di giustizia indicati dal Gip nella sua ordinanza di integrazione di indagine, nel corso di tutti questi lunghissimi anni, hanno reso numerosi interrogatori e sottoscritto protocolli di collaborazione nei quali non hanno mai fatto riferimenti alla mia persona” conclude.

ilfattoquotidiano.it

giovedì 25 luglio 2013

Allarme attentato per Di Matteo super scorta per il magistrato

Un confidente rivela: "Già pronto l'esplosivo per il pm". Assegnata all'investigatore della trattativa Stato-mafia la tutela dei carabinieri del Gis. In aprile era arrivata una lettera anonima che parlava della preparazione di un attentato nei confronti di Di Matteo, "autorizzato"  -  così era scritto  -  dal superlatitante Matteo Messina Denaro e da alcuni suoi "amici romani".

PALERMO -  Al palazzo di giustizia sono arrivate le teste di cuoio, i carabinieri del Gruppo d'intervento speciale. Da qualche giorno, hanno una missione molto particolare: proteggere il sostituto procuratore Nino Di Matteo, uno dei protagonisti dell'indagine sulla trattativa Stato-mafia. Una missione delicata, perché all'inizio di luglio un confidente ha svelato alla squadra mobile di Palermo che Cosa nostra starebbe preparando un attentato nei confronti del magistrato. Il confidente ha parlato di una riunione fra capimafia di città e alcuni "paesani", in cui qualcuno avrebbe addirittura sollecitato l'esecuzione dell'attentato. In quell'incontro, ha aggiunto il confidente, "si è anche detto che l'esplosivo è già arrivato".

Tre fonti  -  investigative e giudiziarie  -  hanno confermato a Repubblica che il confidente non è un mafioso, ma nel passato ha fornito sempre notizie attendibili sul traffico di armi e di droga. Per questa ragione, il primo luglio, la polizia ha subito girato la segnalazione al Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza. E da Palermo una nota riservata è partita anche per l'Ufficio centrale scorte, organismo istituito presso il ministero dell'Interno. La decisione è arrivata nel giro di poche ore: il livello di protezione per Di Matteo è salito dal secondo al primo. Ovvero, al massimo. In Italia, sono solo una ventina le personalità che hanno questa scorta. Così, adesso, Di Matteo viaggia protetto dentro un corteo composto da tre auto blindate, in cui ci sono nove carabinieri (fra Gis e nucleo scorte di Palermo). Sotto l'abitazione del magistrato c'è invece una vigilanza fissa. Altri carabinieri si occupano di "bonificare" le strade e i luoghi più frequentati dal pm.

Al palazzo di giustizia la tensione è altissima. E non solo attorno a Nino Di Matteo. Due settimane fa, c'è stata una strana irruzione nell'abitazione di un altro dei magistrati del pool trattativa, Roberto Tartaglia: in pieno giorno, qualcuno ha rovistato fra armadi e cassetti e ha portato via solo una pen-drive. Così l'allerta è scattata anche attorno a Tartaglia e agli altri pubblici ministeri che indagano sui misteri del '92-'93, il sostituto Francesco Del Bene e il procuratore aggiunto Vittorio Teresi. In parallelo al processo trattativa, in corso in corte d'assise, c'è infatti un fascicolo d'inchiesta bis, che sta cercando di accertare eventuali responsabilità di ambienti deviati dei servizi segreti.

Ad aprile, era già arrivata una lettera anonima che parlava della preparazione di un attentato nei confronti di Nino Di Matteo, "autorizzato"  -  così era scritto  -  dal superlatitante Matteo Messina Denaro e da alcuni suoi "amici romani". L'anonimo scriveva pure di alcune prove di esplosivo fatte in provincia di Trapani. Ma non sono soltanto le lettere anonime e le segnalazioni di qualche confidente a preoccupare l'intelligence antimafia. Le ultime indagini su Cosa nostra palermitana parlano di giovani boss rampanti con la pistola alla cintola, cresciuti col mito di Messina Denaro, il boss condannato per le stragi del 1993 che a giugno ha festeggiato vent'anni di latitanza. Giovani boss in cerca di visibilità anche con gesti eclatanti, questo dicono le microspie che tengono sotto controllo il ventre criminale di Palermo.

Salvo Palazzolo
 

venerdì 19 luglio 2013

giovedì 18 luglio 2013

Mori-Obinu: Assolti. Il reato non sussiste?


Era da tanto che che non mi mettevo a scrivere, una serie di fatti e movimenti personali mi avevano fermato, mai però, ho pensato di abbandonare il campo, MAI.

Oggi riemergo, questa sentenza Vergogna mi ha veramente nauseato.

Mi si dirà, le sentenze non piacciono mai ad una parte o all'altra, qui è diverso, il reato non sussite per la mancata cattura di Provenzano come, non lo fu, per la mancata perquisizione al covo di Riina per Mori e Ultimo (allora il Capitano Ultimo), incogruenze pesanti non mi convincono, ovviamente rispetto la sentenza.

Aspetterò appasionatamente questi 90 giorni per leggere con molta attenzione le motivazioni di assoluzione.

Intanto mi piace ricordare ciò che Giovanni Falcone diceva:

"Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. 
 Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. 
 In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."

Aggiungo, lo STATO a Mori non lo ha lasciato solo.

Dario Campolo

giovedì 11 luglio 2013

Quanto piaceva Schifani a Riina

 «E' una mente!», si esaltava il capo di Cosa Nostra parlando con la moglie, dopo aver visto l'allora presidente del Senato in televisione. Mentre quattro pentiti accusano: «Era lui l'uomo di congiunzione tra Stato e cosche»

Renato Schifani
Secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza «il senatore Schifani poteva essere l'anello di congiunzione per la trattativa» fra Stato e mafia. E' uno dei punti d'accusa che 'l'Espresso' in edicola da venerdì12 luglio rivela a carico di Renato Schifani, presidente dei senatori Pdl, sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa. Per la procura di Palermo si deve procedere all'archiviazione per l'ex presidente del Senato ma il gip non ha accolto la richiesta.
Nell'atto d'accusa ci sono pure le parole del capo di Cosa nostra, Totò Riina, pronunciate durante una conversazione con la moglie e la figlia avvenuta in carcere in cui tesse le lodi dell'ex presidente del Senato: «Una mente è, che è una mente!». Nel video registrato dagli investigatori si vede come il volto del padrino assuma un'espressione sorridente quando pronuncia le parole di stima per Schifani, un apprezzamento che per i magistrati «non è certo lusinghiero per il destinatario». Un altro pentito, Francesco Lo Verso parla di Schifani e dice: «Sono convinto che, almeno per il passato, non c'è mafia senza politica... Anche Provenzano in più occasioni mi ha parlato di rapporti con la politica e le istituzioni».
Lo Verso racconta le confidenze del mafioso Nicola Mandalà, il figlio del boss di Villabate Nino Mandalà che curava la latitanza di Provenzano. «Nicola mi disse: abbiamo nelle mani Schifani e Dell'Utri. Mio padre è amico di Schifani». Anche in questo caso, i pm ritengono che se questo elemento fosse provato assumerebbe un peso non indifferente, perché è noto «che essere nelle mani di esponenti mafiosi significa supportarne e rafforzarne l'attività».
Sono alcuni degli elementi che verranno discussi il 23 luglio nell'udienza davanti al gup in cui si deciderà il destino giudiziario di Renato Schifani.
Per due anni i pm di Palermo hanno raccolto deposizioni di collaboratori e ricostruito l'attività professionale di Schifani, senza però individuare "sufficienti elementi di prova per sostenere il dibattimento": per questo hanno chiesto di archiviare le accuse contro il parlamentare.
Ma il giudice Piergiorgio Morosini sembra essere rimasto colpito dagli episodi descritti a carico di Schifani: per il momento non ha accolto l'istanza della procura e ha fissato l'udienza. Morosini, lo stesso che ha rinviato a giudizio gli imputati per la trattativa Stato-mafia, fra cui Marcello Dell'Utri e il generale Mario Mori, ritiene necessari approfondimenti ulteriori: da qui la decisione di sentire le parti.
«Ho messo a fuoco i miei ricordi su Schifani e ne ho parlato ai magistrati perché già prima dell'attentato all'Olimpico (gennaio 1994 ndr) sapevo che c'era una trattativa Stato-mafia. Quando ho visto Schifani in televisione e con incarichi politici, mi è venuto in mente che frequentava spesso il capannone di Brancaccio a Palermo dove Filippo Graviano si fermava a fare incontri. Ed ho ipotizzato che Schifani poteva essere l'anello di congiunzione per la trattativa», rivela Spatuzza.
L'iscrizione sul registro degli indagati risale al'1luglio 2010: per la prima volta la seconda carica dello Stato è finita sotto inchiesta per mafia. Già in precedenza, il 13 marzo 1996, Schifani era stato indagato per concorso esterno per la sua presunta partecipazione ad un comitato d'affari, che avrebbe favorito imprese portatrici di interessi mafiosi nella gestione dell'appalto per la metanizzazione di Palermo. Schifani è stato archiviato il 17 marzo 1998.
L'istruttoria è stata riaperta il 14 gennaio 1999, con l'accusa più grave di associazione mafiosa, ma anche questo reato è stato archiviato il 4 febbraio 2002.
L'ultimo procedimento è nato da nuovi elementi sui presunti rapporti di Schifani con esponenti di vertice di Cosa nostra, in particolare con i fratelli Graviano: i fedelissimi di Riina, autori della strage di via d'Amelio e degli attentati del 1993 a Milano, Roma e Firenze. Tutto parte da un interrogatorio che i pm di Firenze fanno a Spatuzza, che per anni è stato al fianco dei Graviano. Il pentito racconta di aver appreso da Giuseppe Graviano i retroscena dei suoi nuovi rapporti con la politica, dei suoi contatti con Marcello Dell'Utri e per suo tramite con Silvio Berlusconi.
I pm hanno esaminato anche l'attività professionale di Schifani negli anni precedenti l'elezione. Lo stesso Spatuzza ha descritto beni acquistati di fatto da Filippo Graviano in aste giudiziarie e fallimenti: «Abbiamo sempre avuto aiuti dal tribunale fallimentare» rivela il mafioso: «Ritengo che Schifani potrebbe avere svolto incarichi presso la sezione fallimentare».

di Lirio Abbate

venerdì 5 luglio 2013

Mafia, inchiesta su Schifani Il Gip respinge l'archiviazione

Il capogruppo al Senato del Pdl è indiziato di concorso in associazione mafiosa. Il giudice ha fissato per il 23 luglio un'udienza in cui ascolterà accusa e difesa e poi deciderà se cassare le imputazioni oppure chiedere ulteriori indagini

Renato Schifani

Il gip da Palermo Piergiorgio Morosini non ha accolto la richiesta di archiviazione dell'indagine per concorso in associazione mafiosa a carico del capogruppo al Senato del Pdl Renato Schifani. Il giudice ha fissato per il 23 luglio un'udienza in cui ascolterà accusa e difesa e poi deciderà sull'archiviazione.

L'indagine, già in passato archiviata, era stata riaperta nell'estate del 2010. Il fascicolo  venne iscritto, per maggiore riservatezza, non col nome del presidente del Senato, ma con un nome di fantasia: Schioperatu.

Nell'inchiesta, sono confluite le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. L'ex braccio destro dei boss di Brancaccio Giuseppe e Filippo Graviano ha riferito di visite che Schifani, all'epoca avvocato amministrativista, avrebbe fatto al suo cliente, l'imprenditore Pippo Cosenza. Negli stessi capannoni sarebbe stato presente anche Filippo Graviano, che allora non era latitante. Alle accuse di Spatuzza si sono aggiunte quelle dei collaboratori di giustizia Francesco Campanella e Stefano Lo Verso, entrambi vicini al clan mafioso dei Mandalà.

Lo Verso, testimoniando in aula al processo per favoreggiamento aggravato al generale dei carabinieri Mario Mori, disse di avere saputo dal capomafia Nicola Mandalà che avevano "nelle mani Renato Schifani, Marcello Dell'Utri, Totò Cuffaro e Saverio Romano". Mentre Campanella, poi querelato per diffamazione da Schifani - il gip archiviò ma espresse dubbi sulla veridicità della accuse del pentito - parlò, tra l'altro, dei rapporti societari tra il presidente del Senato e Nino Mandalà, padre di Nicola, anche lui condannato per mafia.

Elementi che il pm non ha ritenuto sufficienti per sostenere l'accusa in giudizio. Il gip Morosini, però, evidentemente ritiene necessari approfondimenti ulteriori: da qui la decisione di sentire le parti. L'udienza del 23 luglio potrebbe concludersi con l'archiviazione, con la disposizione di nuove indagini o con l'imposizione alla Procura di formulare l'imputazione a carico di Schifani.


giovedì 4 luglio 2013

Trattativa, ordinanza della Corte il processo resta a Palermo

In apertura dell'udienza la Corte d'assise presieduta da Alfredo Montalto ha deciso sulle questioni poste dagli avvocati dei dieci imputati. "La falsa testimonianza commessa da Mancino non è reato ministeriale". I pm: "Continueremo ad indagare"

Nicola Mancino
Il processo per la trattativa "Stato-mafia" resta a Palermo. La Corte d'assise ribadisce la sua competenza, così come aveva stabilito il giudice dell'udienza preliminare Piergiorgio Morosini. Con una lunga ordinanza, il collegio presieduto da Alfredo Montalto ha rigettato questa mattina tutte le istanze degli avvocati difensori, anche quella presentata dai legali dell'ex ministro Nicola Mancino, che chiedevano lo spostamento del processo al tribunale dei ministri. Dice il presidente Montalto nel suo provvedimento: "La falsa testimonianza contestata all'imputato Mancino non è reato ministeriale, cioè commessa da ministro, ma è stata commessa molti anni dopo l'incarico assunto nel 1992".

La lettura dell'ordinanza è durata 49 minuti. Poi, il presidente ha dichiarato aperto il dibattimento. Le prossime udienze si terranno il 26 settembre e il 10 ottobre, nell'aula bunker dell'Ucciardone.

Questa mattina, all'udienza, erano presenti tutti gli imputati di mafia, collegati in videoconferenza: Totò Riina, detenuto a Milano; Leoluca Bagarella, ad Ascoli Piceno; Antonino Cinà, a Parma. Era collegato anche il pentito Giovanni Brusca, da una località segreta. Assenti, invece, tutti gli imputati eccellenti: l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno. Non c'era neanche l'ex senatore Marcello Dell'Utri. In aula erano invece presenti tutti i pm, il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.

Le eccezioni della difesa
Erano stati i difensori di Nicola Mancino a formulare le contestazioni più articolate circa la competenza della Corte di assise di Palermo. Gli avvocati avevano in primo luogo chiesto il trasferimento degli atti al tribunale dei ministri, sostenendo che il reato di falsa testimonianza contestato a Mancino era stato commesso o si riferiva comunque a incarichi di governo da lui ricoperti. I legali avevano anche sostenuto che in ogni caso la competenza per questa fattispecie sarebbe stata del tribunale ordinario in composizione monocratica e non della Corte di assise. Secondo i giudici, invece, "appare palese la mancanza di presupposti sollevati dalla difesa di Nicola Mancino per l'attribuibilità dei reati contestati al tribunale dei ministri".

"Mancino - ha detto il presidente Montalto leggendo l'ordinanza - è imputato del reato di falsa testimonianza, commesso il 24 febbraio 2012, ben oltre la cessazione di ogni carica ministeriale ricoperta. Spetta a questa Corte -ha proseguito il giudice - il potere di qualificazione del reato, se esso sia ministeriale o meno. E non si comprende quale concreto pregiudizio possa avere l'imputato nell'essere giudicato dalla Corte di assise di Palermo, che è peraltro giudice superiore".

Altri difensori avevano chiesto lo spostamento del processo a Caltanissetta o Firenze.

La Procura
"Questa decisione è uno stimolo per vedere se soggetti che non sono ancora sotto processo abbiano commesso reati nella tragica stagione delle stragi", così dice il pm Nino Di Matteo al termine dell'udienza: "Al di là delle critiche che ci sono state rivolte - prosegue il magistrato - c'è un gup che ha riconosciuto la necessità che venisse celebrato un processo e una corte che ha riconosciuto le nostre tesi sulla competenza e la completezza delle accuse".

Sull'ordinanza della Corte interviene anche il procuratore aggiunto Vittorio Teresi: "Non avevamo dubbi sull'accoglimento delle nostre argomentazioni che sono state riprese tutte nell'ordinanza della corte d'assise, perchè si trattava di ragioni di diritto fondate ad esempio su una sentenza delle sezioni unite della Cassazione che era stata ignorata dalle difese".

"Si è confermato - aggiunge Teresi - che l'omicidio Lima è un dato fondante del nostro castello accusatorio e il primo atto del ricatto che mafia e pezzi delle istituzioni fecero allo Stato".

Ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle critiche che alcuni docenti, come il giurista Giovanni Fiandaca, hanno fatto all'impianto accusatorio della Procura, Teresi ha risposto: "Fiandaca ha letto solo la nostra memoria, che è stata un errore strategico, ma non conosce gli atti del processo e prima di commentare gli atti vanno letti senza la supponenza che certi professori e certi politici hanno mostrato".

di Salvo Palazzolo

martedì 2 luglio 2013

Trattativa Stato-Mafia, furto di verbali nella casa del magistrato

Blitz nella casa palermitana del pm Tartaglia. Sparita una chiavetta Usb. Ignoti hanno portato via documenti non ancora depositati, mentre il magistrato si trovava in aula


E ora si cerca una pen drive con i documenti top secret che riguardano la nuova indagine sulla trattativa Stato-mafia. Il pm Roberto Tartaglia l’aveva conservata in un posto sicuro della sua abitazione del centro di Palermo, ma qualcuno giovedì scorso, scassinando la porta d’ingresso, è penetrato in casa del magistrato e l’ha fatta sparire. Il supporto informatico dove erano memorizzati i verbali non ancora depositati dell’inchiesta tuttora in corso sul dialogo tra Cosa Nostra e le istituzioni, sembra essere scomparso nel nulla.
Le ricerche della chiavetta Usb proseguono, ma i raid dei misteriosi ”visitatori” nell’appartamento di Tartaglia, dove nessun oggetto di valore è stato rubato, più che come una semplice intimidazione, viene letto come un intervento mirato di caccia alle carte segrete dell’indagine che da due anni fa fibrillare il cuore delle istituzioni. Dal sopralluogo compiuto nell’abitazione, nella zona di piazza Castelnuovo, è emerso infatti che gli ignoti visitatori sono entrati dopo aver forzato in modo “chirurgico” la serratura della porta d’ingresso (“l’effrazione – ha detto il padrone di casa – era quasi invisibile”) e dopo aver aperto la cassetta dell’Enel per assicurarsi che non vi fossero allarmi. Nell’appartamento non mancava nulla, né oggetti preziosi, né denaro. Un gioiello di notevole valore commerciale è stato trovato intatto, ancora nella sua confezione regalo, su un cassettone a pochi metri dalla porta d’ingresso: segno che agli autori del raid interessava un altro tipo di “refurtiva”.
Tornato a casa nel tardo pomeriggio, Tartaglia ha capito subito che qualcuno era entrato nell’abitazione: alcuni oggetti, tra cui un vistoso bracciale rosso, erano stati spostati dalla loro originaria collocazione (alcuni cassetti in un armadio) e poggiati in bella vista su un mobile, senza alcuna apparente spiegazione. Lui, il pm originario di Napoli, che proprio giovedì mentre la sua casa veniva frugata si trovava nell’aula bunker dell’Ucciardone impegnato nel processo sulla trattativa, non vuole commentare l’accaduto: “Preferisco tacere – dice – e continuare il mio lavoro”.
Negli ultimi due giorni, nonostante l’inventario in casa e le indagini in corso, Tartaglia ha contribuito a scrivere le repliche alla raffica di eccezioni sulla competenza, sollevate dalle difese, che i pubblici ministeri leggeranno domani in aula alla ripresa del processo. Sull’ennesimo episodio criminale che, dopo le minacce a Nino Di Matteo e a Francesco Del Bene, accompagna l’inchiesta sulla trattativa, la Procura di Caltanissetta ha già aperto un fascicolo raccogliendo i primi rilievi della Dia e dei carabinieri. La nuova indagine è stata collegata alla vecchia inchiesta nissena aperta negli ultimi mesi dello scorso anno quando numerose telefonate mute raggiunsero le utenze di Tartaglia per una decina di giorni consecutivi: si è già accertato che in quel caso le chiamate provenivano da schede telefoniche internazionali. Nel frattempo, ieri, il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, presieduto dal prefetto di Palermo Umberto Postiglione, ha deciso di rafforzare le misure di protezione per Tartaglia che, oltre alla scorta di due carabinieri, avrà anche una telecamera piazzata sotto casa.
Anche per Di Matteo, nei giorni scorsi, il cordone di sicurezza è passato dal livello 2 al livello 1, il più alto. Davanti alla casa del magistrato e davanti all’abitazione della madre sono stati disposti la vigilanza fissa, un servizio di videosorveglianza e la zona rimozione. Non è stato ancora autorizzato l’uso del jammer, il disturbatore di frequenze chiesto dagli uomini della scorta e oggetto di uno studio sugli “effetti collaterali”, di cui al momento non si sa nulla.
Solidarietà a Tartaglia è stata manifestata dal senatore del Pd Beppe Lumia che ha parlato di una “inquietante strategia di intimidazione” e ha sottolineato come sia importante “che la politica, le istituzioni e la società civile facciano sentire il loro sostegno a chi si trova in prima fila per scoprire la verità sulle stragi del ’92 e del ’93”. Anche il ministro della Funzione pubblica Giampiero D’Alia ha espresso la sua vicinanza al pm di Palermo evidenziando l’esigenza di “non abbassare la soglia dell’attenzione” sugli episodi di intimidazione mafiosa.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza 

lunedì 1 luglio 2013

Trattativa Stato-mafia, Riina: “Sono stati loro a venire da me”

Le rivelazioni del capomafia alle guardie carcerarie in una relazione depositata agli atti del processo:  

«In via D’Amelio la mano dei servizi segreti. Io andreottiano da sempre».

La conferma che vent’anni fa mafia e Stato si sedettero intorno allo stesso tavolo per dar vita alla cosiddetta “trattativa”, per porre fine alla stagione delle stragi, arriverebbe dalle parole di Totò Riina.  
Il “capo dei capi”, detenuto nel carcere milanese di Opera, avrebbe detto agli agenti penitenziari che la sua cattura fu dovuta a Bernardo Provenzano, suo alter ego all’interno di Cosa nostra, e a Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo. Le parole di Riina sono state riportate in una relazione degli agenti, e che è stata depositata oggi nel corso dell’udienza sul processo per la trattativa tenutasi nell’aula bunker del carcere Ucciardone.  
Il capomafia, oggi ultraottantenne, fu arrestato nel gennaio del ’93, ed è la prima volta che tira in ballo gli altri due corleonesi come responsabili della sua cattura, cosa che invece aveva fatto in passato Massimo Ciancimino, figlio di Vito.  

“Sono venuti a cercarmi loro”  
«Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me»: così Riina si è riferito ai carabinieri a propostito della trattativa Stato-mafia in una pausa del processo nell’udienza del 31 maggio scorso, parlando con gli agenti di custodia del Gom che sovrintendevano al suo collegamento in videoconferenza con la Corte di Assise di Palermo. «A me mi ha fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri», ha detto ancora il boss, che ha sostenuito: «Di questo papello non sono niente, mai visto». «Io glielo dicevo sempre a Binu di non mettersi con Ciancimino», ha affermato poi riferendosi a Bernardo Provenzano e all’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito.  

“C’è la mano dei servizi segreti”  
Ma non sono le uniche rivelazioni di Riina. Sempre parlando con i suoi custodi, avrebbe detto anche: «Il pentito Giovanni Brusca, il primo a parlare del “papello”, «non ha fatto tutto da solo, c’è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l’agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare la l’agenda. In via D’Amelio c’erano i servizi». 

“Andreottiano da sempre”  
E poi ancora, riguardo all’ex presidente del Consiglio: «Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre». Ai suoi custodi Riina ha detto pure: «Appuntato, ha visto? Sono ancora un orologio svizzero, anche se mi sono fatto vecchio».