venerdì 21 giugno 2013

26 GIUGNO SIT-IN AGENDE ROSSE PRESSO PALAZZO DI GIUSTIZIA BRUNO CACCIA - TORINO

Antonio Di Matteo
Molti conoscono Antonino Di Matteo.
Chi si interessa di cronaca giudiziaria, dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia, chi ricorda il processo contro Totò Cuffaro, conosce il sostituto procuratore di Palermo.
È un magistrato sotto scacco oggi Di Matteo, spiato da un anonimo troppo bene informato, una versione terza del Corvo di Palermo che ormai a cadenza quindicinale invia lettere dettagliatissime, in cui dimostra di conoscere alla perfezione gli spostamenti del pm e le mixa a criptici avvertimenti dal tenore minaccioso.
“Ti stai battendo contro un sistema più grande di te” scrive il Corvo del duemila.
Di Matteo, però, non commenta. Nel suo ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo, continua a lavorare a ritmi serrati, a portare avanti l’inchiesta sulla Trattativa, quel sistema più grande di lui in cui per la prima volta lo Stato tenta di processare un pezzo di sé, quegli uomini delle Istituzioni che avrebbero sottoscritto un patto con Cosa Nostra.
Poi ci sono i ragazzi di Di Matteo, quella mezza dozzina di uomini che nessuno conosce, che si alternano 24 ore al giorno a fargli da scorta.
Giovani uomini, che passano interminabili giornate a guardare le spalle al loro magistrato. Sorridenti e simpatici, sempre pronti a fare due chiacchiere quando li incroci nei corridoi della procura, da qualche tempo si sono adombrati. Sanno che – come hanno raccontato Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – sotto casa della madre di Di Matteo nessuno si è premurato di mettere un divieto di sosta. Una dimenticanza che fu già fatale a Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta. Sanno anche che nei giorni scorsi Giorgio Bongiovanni, il direttore della rivista Antimafia Duemila, è riuscito a frugare dentro i tombini della zona, senza essere lontanamente bloccato dalla vigilanza: a testimonianza di come “bucare” le difese del magistrato palermitano sia tutt’altro che difficile.
Di Matteo però continua a lavorare. E con lui i suoi instancabili angeli custodi. Aspettano un segno dallo Stato, un impegno maggiore per difendere il pm finito nel mirino. Da Roma però risposte non ne arrivano. Anzi l’unica risposta fornita al momento è il provvedimento disciplinare che il pg della Cassazione Gianfranco Ciani ha promosso contro Di Matteo, reo di aver “violato l’obbligo di riservatezza” confermando l’esistenza delle intercettazioni Mancino – Napolitano, che era già stata sbattuta sui giornali dal settimanale Panorama. E mentre il provvedimento disciplinare contro Di Matteo va avanti, la rete di protezione intorno al pm rimane piena di buchi. E i suoi angeli custodi, i suoi ragazzi, iniziano a fiutare il pericolo.
Un pericolo che, a quanto pare, nessuno ha intenzione di ridurre.
Il copione di un film che questo Stato ha già visto. E che per il momento non sembra aver intenzione di riscrivere.



Le Agende Rosse torinesi e tutti i cittadini sensibili al tema, sono caldamente invitati al sit-in informativo sul processo trattativa Stato-Mafia e sulla mancata protezione di Nino Di Matteo



MERCOLEDI 26 GIUGNO
PRESSO PALAZZO DI GIUSTIZIA BRUNO CACCIA 
A PARTIRE DALLE ORE 17

Alla vigilia della terza udienza del processo sulla Trattativa Stato-mafia che si terràpresso l'aula bunker della casa circondariale Ucciardone a Palermo Giovedì 27 giugno

Questo l'evento su facebook:



Movimento Agende Rosse - Torino

Ingroia: la verità sui rapporti Stato - mafia? La politica non la vuole

Francoforte - Impossibile. Riuscire a far luce sui rapporti tra Stato e mafia in Italia è un'impresa praticamente impossibile, poiché ci sono forze politiche che lo impediscono. Lo dice Antonio Ingroia in un'intervista a Spiegel Online, spiegando che "la Procura non potrà mai scoprire l'intera verita' sugli accordi tra governo e crimine organizzato, poiché ci sono forze politiche che vogliono impedire esattamente questo. Anche per questa ragione ho deciso di entrare in politica".

Sull'inchiesta giudiziaria avviata per far luce sui rapporti Stato-mafia Ingroia dichiara che i pm "nel loro sforzo di cercare la verità riusciranno a poco senza il sostegno di
tutto il Paese e dell'intera opinione pubblica".
Ingroia dice di temere soprattutto "ostilità e tattiche dilatorie per impedire una decisione. Ci sono sforzi per dissimulare le cose". L'ex pm prende anche
posizione sulla decisione della Corte Costituzionale di far distruggere i nastri delle intercettazioni delle telefonate intercorse tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino. "Rispetto la decisione, anche se essa non mi rende felice. I colloqui non avevano alcuna rilevanza penale, politica forse, ma la cosa come procuratore non mi riguardava". Alla domanda se sia valsa la pena ascoltare i nastri, visto che lui è stato uno dei
pochi a poterlo fare, Ingroia risponde che "mentalmente il loro contenuto l'ho già cancellato".

L'ex pm si dice poi scettico sulla possibilità che un giorno o l'altro  Bernardo Provenzano possa vuotare il sacco. "Alcuni mesi fa l'ho interrogato in carcere. Non stava bene, ma comunque ha capito di che si trattava, ascoltava ed era concentrato". Sull'ipotesi che il boss un giorno parli, pochi dubbi: "No, temo che questo treno se ne sia già andato".

mercoledì 12 giugno 2013

Il Csm contro il procuratore Messineo, "Influenzato da Ingroia, va trasferito"

Messineo e Ingroia
Le ultime parole "non dette" sono state quelle del pm Nino Di Matteo intervistato la scorsa settimana da "Servizio pubblico". Alla domanda se la Procura di Palermo fosse compatta sui delicatissimi processi in corso, da quello al generale Mori ( in via di conclusione) a quello della Trattativa Stato-mafia (al suo esordio), Di Matteo ha risposto: "A questa domanda preferisco non rispondere".

E che la Procura di Palermo sia "debole" e gestita in modo non adeguato dal suo capo è l'accusa che il Consiglio superiore della magistratura muove ora a Francesco Messineo per il quale la prima commissione ha avviato la procedura del trasferimento d'ufficio per incompatibilità. Al procuratore, l'organo di autogoverno della magistratura muove vari rimproveri tra i quali quello di aver fatto sfumare la cattura del latitante Matteo Messina Denaro per un suo "difetto di coordinamento all'interno dell'ufficio della procura". Lo scrive il Csm nell'atto di incolpazione, citando l'accusa del pm Leonardo Agueci.

Non solo. A Messineo vengono contestati i suoi rapporti privilegiati con l'ormai ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia dal quale sarebbe stato "condizionato nella gestione dell'ufficio" tanto da creare un clima pesante tra i colleghi soprattutto riguardo al processo sulla Trattativa e sulla gestione del testimone Massimo Ciancimino. Nell' incolpazione, si inserisce anche il fatto che Ingroia tenne per 5 mesi le intercettazioni che riguardavano Messineo, prima di trasmetterle a Caltanissetta.

Un condizionamento che avrebbe mosso i suoi passi sin dalla nomina di Messineo, eletto grazie ai voti di Magistratura democratica, corrente di sinistra alla quale il procuratore non appartiene e che poi avrebbe "tollerato" i motivi di opportunità già legati alle vicende giudiziarie del cognato di Messineo, il cui nome è emerso più volte in indagini coordinate da Ingroia, e al processo a carico del fratello. In tempi più recenti, e in particolare in relazione al braccio di ferro con il Quirinale sulle intercettazioni delle telefonate tra il presidente della Repubblica Napolitano e l'ex ministro Nicola Mancino, Messineo è poi finito nell'occhio del ciclone insieme al pm Nino Di Matteo, anche lui sottoposto a procedimento disciplinare per una intervista a Repubblica nella quale ha confermato l'esistenza delle intercettazioni agli atti dell'inchiesta.

Ma il nuovo fascicolo a carico di Messineo era stato aperto dopo il caso Maiolini, l'ex manager di Banca Nuova, amico del procuratore e intercettato mentre parla con lui di un'inchiesta a suo carico aperta da un pm di Palermo. Intercettazioni rimaste nel cassetto di Antonio Ingroia fino a poco prima che il magistrato lasciasse la Sicilia per l'incarico Onu in Guatemala. Solo molti mesi dopo le intercettazioni imbarazzanti furono rese pubbliche e portarono all'iscrizione di Messineo nel registro degli indagati della Procura di Caltanissetta, per rivelazione di notizie riservate. Proprio nei giorni scorsi i magistrati di Caltanissetta avevano chiesto di archiviare il caso, ma per il Consiglio superiore della magistratura la vicenda resta da approfondire.

E proprio oggi il gip di Caltanissetta, David Salvucci su quel provvedimento si è pronunciato per l'archiviazione

di Alessandra Zininti

martedì 4 giugno 2013

I figli di Borsellino rivelano: “Qualcuno frugò nella casa di Villagrazia”

Indaga su nuovi elementi la procura di Caltanissetta. Nei giorni scorsi ad essere sentiti dai pm nisseni sono stati i figli del giudice Borsellino, Lucia e Manfredi, i quali hanno raccontato che qualcuno si introdusse nella casa al mare dove il padre trascorreva le vacanze, per frugare tra le sue carte. E' un nuovo tassello che si aggiunge tra i misteri di quanto avvenuto immediatamente dopo l'eccidio di via D'Amelio, come il giallo dell'apertura dei cassetti (i sigilli erano stati rotti all'indomani della strage) svuotati dei fascicoli importanti. I figli di Borsellino hanno raccontato di aver denunciato il fatto ai carabinieri, ovvero che qualcuno si era introdotto senza forzare porte o finestre, dentro la casa di Villagrazia, frugando nell'ufficio appartenuto al nonno (Angelo Piraino Leto, presidente del Trivunale di Palermo).
Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano di questa mattina la denuncia ai carabinieri non venne mai trasmessa alla Procura di Caltanissetta e non è chiaro se si tratta di un'omissione o di un clamoroso errore di valutazione con la “visita in casa Borsellino” che venne ritenuta di poco conto dagli investigatori dell'epoca. Manfredi e Lucia hanno detto: “Papà – hanno detto i figli di Borsellino – non utilizzava quasi mai quella villetta per lavorare”. Ma ciò non avrebbe impedito comunque agli intrusi di fare una verifica. Sempre Lucia e Manfredi avevano rivelato tempo addietro che i cassetti di Borsellino, al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo , erano stati trovati, il 20 luglio '92, “privi delle carte relative alle ultime inchieste”. “Era chiaro che qualcuno aveva messo le mani in quella stanza: non c'erano fascicoli, né interrogatori legati alle inchieste sulle quali papà lavorava” avevano detto. Dichiarazioni che confermano quelle effettuate dalla madre, Agnese, al giornalista Sandro Ruotolo che ne ha parlato pubblicamente solo dopo la scomparsa della donna su espressa richiesta della stessa.
Tutti elementi che si sovrappongono l'un l'altro e che saranno motivo di approfondimento al processo Borsellino quater, attualmente in corso.

antimafiaduemila.com