venerdì 31 maggio 2013

Trattativa, aggravante per Mancino. No a fratello Borsellino parte civile










La Procura di Palermo ha contestato formalmente all’ex presidente del Senato Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza nel processo per la trattativa tra Stato e mafia, l’aggravante di avere commesso “il reato per eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o assicurare a sé o ad altri il prezzo ovvero l’impunità di un altro reato”, previsto dall’articolo 61, numero 2 del Codice penale. Gli “altri” a cui fa riferimento la Dda di Palermo sono gli ufficiali dei Carabinieri e i boss che nella primavera delle stragi del ’92 avrebbero avviato la trattativa. A spiegarlo è il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che già nella scorsa udienza aveva annunciato l’aggravante senza specificare quale.
In realta, ha detto Teresi, si tratta di una “precisazione” della formulazione del capo di imputazione di falsa testimonianza. La “precisazione” consiste nella contestazione di avere negato di conoscere le vicende della trattativa con “la finalità di occultare il reato” contestato agli imputati. Era già stata formulata per Mancino l’aggravante di avere fatto una falsa dichiarazione “al fine di assicurare l’impunità agli altri esponenti delle istituzioni”. I difensori dell’ex ministro dell’Interno, gli avvocati Nicoletta Piergentili e Umberto Del Basso, si erano opposti alla nuova contestazione per ragioni “temporali”. Hanno infatti sostenuto che la modifica del capo di imputazione può essere fatta solo l’apertura del dibattimento e prima dell’espletamento dell’istruzione dibattimentale. Il presidente Alfredo Montalto ha invece dato la parola al pm e deciso di notificare a Mancino, che oggi non era in aula, il verbale dell’udienza.
Oggi il Tribunale ha deciso sulle costituzioni di parte civile. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo il magistrato ucciso il 19 luglio del 1992, non sarà parte civile nel processo per la trattativa. Né come fratello né come legale rappresentante delle Agende rosse. Neanche Rifondazione comunista sarà parte civile. Non sono stati ammessi neppure il sindacato Coisp, il Comune di Firenze, la Provincia di Firenze, la Regione Toscana e i familiari dell’eurodeputato Salvo Lima. I giudici hanno invece ammesso l’associazione Libera e all’associazione familiari vittime di via dei Georgofili, la presidenza del Consiglio dei ministri, l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro.
La stessa Procura di Palermo aveva dato parere negativo alla costituzione di parte civile di Salvatore Borsellino “nella qualità di fratello del giudice ucciso da Cosa nostra” nella strage di via D’Amelio “non riscontrandosi, sulla base delle imputazioni il nesso eziologico diretto tra il fatto e il danno a carico del parente”, mentre i pm avevano detto sì alla costituzione di Borsellino in quanto legale rappresentante del popolo delle Agende rosse.
Borsellino è amareggiato. “Sì, lo ammetto, sono molto deluso per l’esclusione mia e del popolo delle agende rosse dalle parti civili. Sono stati usati due pesi e due misure – si sfoga -  devo studiare bene le motivazioni prodotte dalla Corte d’Assise per capire il perché di questo comportamento. Non vorrei che sia dovuto al fatto che, quando è stato necessario accusare quelle parti delle istituzioni che non hanno agito come avrebbero dovuto agire, non ci siamo mai tirati indietro. Non vorrei sia dovuto a questo. Io adopero sempre i colpi che mi arrivano addosso per raddoppiare l’energia della mia azione e anche questa volta farò così. Sicuramente non mi abbatto. Continuerò anzi con maggiore incisività la mia lotta. Ricordo che sono stato tra i primi in Italia a parlare di trattativa, quando la trattativa era solo ipotetica. Fui preso per pazzo quando ne parlavo. E ora non mi fa certo piacere essere escluso dalle parti civili. Per il resto, visto che questo è un processo fondamentale, perché per la prima volta c’è lo Stato che processa un’altra parte di Stato, continuerò a seguire questo processo con interesse, seppure solo dall’esterno”.
Assenti oggi Massimo Ciancimino, arrestato per evasione fiscale, Nicola Mancino e il boss Toto’ Riina, che ha avuto un malore mentre era collegato in videoconferenza dal carcere Opera a Milano, e ha comunicato che rinunciava a partecipare all’udienza. Proprio  sull’assenza del figlio dell’ex sindaco di Palermo Borsellino denuncia una preoccupazione: “Temo che possano essere usati dei mezzi dissuasivi nei confronti di Massimo Ciancimino in carcere per costringerlo a ritrattare le sue affermazioni che hanno permesso l’apertura del processo per la trattativa. Senza Massimo Ciancimino tanti personaggi delle istituzioni che hanno taciuto per vent’anni avrebbero continuato a tacere”.

mercoledì 29 maggio 2013

Intervista a Salvatore Borsellino: "L'arresto di Massimo Ciancimino? Strano tempismo. Temo per la sua vita"

Salvatore Borsellino
“Questo arresto improvviso di Massimo Ciancimino mi preoccupa. Molto. Mi preoccupa il tempismo di un provvedimento di custodia che si riferisce a un’inchiesta del 2009 ma arriva proprio all’inizio del processo per la trattativa tra Stato e Mafia. E adesso mi preoccupo per la sua incolumità”, dice l’ingegnere Salvatore Borsellino, 71 anni, fratello minore del magistrato ucciso insieme alla sua scorta nella strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992. “Mi preoccupo perché le carceri italiane sono quello che sono…”.

La mette giù in modo pesante.

“Guardi. Dopo che ho saputo la notizia mi sono venute in mente tante cose. Ad esempio. i provvedimenti dissuasivi, e lo dico in modo attenuato, presi nei confronti di Bernardo Provenzano quando si era ipotizzato che volesse parlare. E a proposito di tempismo, mi ricordo anche del ricorso alla Consulta del presidente della Repubblica contro la Procura di Palermo, alla vigilia dell’inizio del processo. Sono coincidenze che fanno pensare”.

Ma sta pensando a qualcosa di peggio.

“La storia delle carceri ci dice che lì dentro è avvenuto e può avvenire di tutto. Ci hanno avvelenato Pisciotta e Sindona, sono stati suicidati parecchi collaboratori di giustizia”.

Quindi?

“Quindi, non voglio essere tragico ma consiglio a Massimo Ciancimino di farsi fare un certificato medico dove si dice che è robusto di cuore e non si possono prevedere infarti, gli consiglio di evitare di bere dei caffè e anche di fare una dichiarazione in cui afferma di non avere alcuna intenzione di suicidarsi”.

Nel processo, Massimo Ciancimino è testimone e imputato. Ha collaborato con i magistrati ma è anche imputato di reati che ne minano la credibilità.

“Ciancimino è quello che è. Ha vissuto con un padre che era un mafioso conclamato, che faceva affari con Cosa Nostra. Non si può pretendere che una persona cresciuta in quell’ambiente, che da reagazzino veniva incatenato al termosifone da suo padre, improvvisamente diventi un altro. Però io ci ho parlato più volte e credo che la sua voglia di collaborare con la giustizia per far sì che suo figlio non si debba vergognare del cognome che porta, sia sincera”.

Invece molti ritengono che queste contraddizioni abbiano sgonfiato il peso delle rivelazioni che ha fatto.
“Bisogna vedere quante delle cose che hanno portato alla sua incriminazione da parte della Procura, che peraltro lo utilizza giustamente come testimone per le informazioni che ha dato e che sono riscontrabili, siano o no polpette avvelenate che gli sono state passate per delegittimarlo. Polpette mediatiche costruite sulla sua smania di protagonismo, di interviste, di presenzialismo. Speriamo che questo arresto non porti a polpette con un altro tipo di veleno che gli chiuda definitivamente la bocca”.

Lei ha paura per la vita di Ciancimino, insomma.

“Sì e voglio denunciare questo pericolo nella maniera più forte possibile, sperando che basti in qualche maniera a scongiurarlo. Quello che avviene in questo momento cruciale sembra il tentativo di mettere l’ennesima pietra tombale su un processo storico in cui lo Stato processa una parte di se stesso per una trattativa che fino a ieri sembrava presunta, fantomatica, pretesa, mentre oggi coloro i quali vengono chiamati alla sbarra parlano, dopo aver mantenuto una congiura del silenzio che è durata per vent’anni.

di Andrea Purgatori, 

Salvatore Borsellino: "seriamente preoccupato per incolumita Ciancimino Jr."

Massimo Ciancimino
Con una tempistica paragonabile soltanto a quella con cui il presidente Napolitano sollevò il conflitto di attribuzioni nei confronti della procura di Palermo relativamente a delle intercettazioni in cui era stato coinvolto, è arrivato, appena dopo la prima udienza per il processo che si svolge a Palermo per attentato al corpo politico dello Stato, la trattativa Stato-mafia, un provvedimento di arresto e detenzione per Massimo Ciancimino. In questo processo Ciancimino è presente sia come testimone, per quella parte delle sue accuse che è stata riscontrata, sia come imputato di calunnia, probabilmente a causa di una trappola ordita da chi gli ha messo in mano, con un riferimento a De Gennaro, un documento grossolanamente contraffatto.
Nel primo caso si trattava di di una serie di intercettazioni relative a colloqui con Nicola Mancino,allora indagato e poi imputato di falsa testimonianza proprio nel processo sulla trattativa. Eppure di quelle intercettazioni, per la prima volta nella nostra storia giudiziaria, non era trapelata dalla Procura di Palermo neppure una sillaba. Nel secondo caso si tratta di una indagine risalente al 2009 per frode fiscale per cui viene preso, a distanza di anni e nel momento meno opportuno, o più opportuno, a seconda dei punti di vista, un provvedimento inusuale per questo tipo di reati ed anche inutile dato che non si può ipotizzare il pericolo di fuga per una persona già sottoposta a misure di sorveglianza e di restrizione della libertà come Massimo Ciancimino.
A parte gli effetti sull'iter del processo sono seriamente preoccupato per l'incolumità fisica di Massimo Ciancimino.
In un paese in cui le carceri sono stai teatri di eliminazioni con caffè alla stricnina come quelli di Gaspare Pisciotta e di Michele Sindona, di suicidi assistiti e infarti pilotati (questi ultimi peraltro non solo dentro le carceri) e di messa in atto di mezzi dissuasivi come sembrano essere quelli adottati per Provenzano nel momento in cui era stata soltanto ipotizzata l'ipotesi che potesse avviare una qualche fase di collaborazione, non potrei non esserlo nei confronti di un uomo a cui, al di la delle critiche di protagonismo e di voglia di apparire che lo hanno portato in certi momenti a parlare più con i giornalisti che con i magistrati, riconosco la sincerità dei motivi che lo hanno portato alla sua scelta di collaborazione e il merito di avere dato i primi elementi per fare diventare la "presunta trattativa" un qualcosa di reale e di riscontrabile tanto da costringere vari uomini delle istituzioni a rompere una ventennale congiura del silenzio.
A Massimo Ciancimino non posso che consigliare di astenersi dal bere caffè, di farsi rilasciare da uno specialista un certificato sullo stato del suo cuore e del suo apparato di circolazione, di scrivere una lettera sulla sua assoluta non propensione al suicidio e di mantenersi in stretto contatto con i suoi avvocati ed i suoi familiari nel caso di messa in opera di azioni dissuasive o persuasive come quelle probabilmente adoperate nei confronti di Bernardo Provenzano.

di Salvatore Borsellino

martedì 28 maggio 2013

I buchi neri della protezione al giudice Di Matteo

Il Pm Nino Di Matteo
Il pm di punta del processo sulla trattativa Stato-mafia rischia seriamente di essere assassinato con tutta la sua scorta.
Come è noto il pm Nino Di Matteo continua ad essere uno dei soggetti più esposti tra i magistrati che si occupano del processo sulla trattativa Stato-mafia (iniziato proprio questa mattina). Una nuova lettera anonima è stata recapitata al sostituto procuratore palermitano. La notizia, rilanciata dal quotidiano Repubblica, riporta preoccupanti avvertimenti sulle pericolose condizioni di Di Matteo in termini di sicurezza.
La redazione di Antimafia Duemila ha seguito con seria preoccupazione le vicende che hanno visto coinvolto il magistrato Antonino Di Matteo, precedentemente minacciato in altre due lettere anonime da un personaggio presumibilmente appartenente ad ambienti istituzionali “deviati” legati a Cosa nostra. A seguito di questi episodi gli inquirenti hanno sufficientemente provato che non si trattava delle lettere di un pazzo, ma di una grave e seria minaccia ai danni di uno dei magistrati di punta del nostro Paese. Nelle missive, recapitate allo stesso Di Matteo e alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, vengono infatti citati gli spostamenti quotidiani del giudice e i punti deboli della sua protezione.
La prefettura aveva immediatamente tenuto una riunione con il comitato provinciale per la sicurezza pubblica per aumentare la sua protezione, annunciando che la scorta di Nino Di Matteo sarebbe stata debitamente potenziata.
Ma la verità è che è stata potenziata solo apparentemente. Di Matteo non è davvero protetto dallo Stato, lui e i suoi agenti possono essere uccisi in qualsiasi momento.
La sua protezione, infatti, non è mai passata dall'attuale livello 2 al livello 1, il massimo sistema di protezione esistente. Le forze impiegate per tutelare il pubblico ministero palermitano comprendevano l'assegnazione di due macchine blindate con cinque uomini armati, e una macchina che si occupi della bonifica lungo il tragitto percorso per scongiurare la presenza di eventuali ordigni. Il potenziamento è solo apparente, in quanto ci si è limitati ad aggiungere altri due uomini armati e una macchina non blindata, che quindi può essere facilmente annientata da un eventuale attentato anche con pistole e mitragliatrici.
Non solo. Sotto la casa della madre di Di Matteo viene eseguita la bonifica dinamica, ma non c’è alcuna telecamera che vigili la zona, né tanto meno è presente una zona di rimozione (così come non c'era in via D'Amelio, dove abitava la madre di Paolo Borsellino). La protezione garantita dallo Stato è quantomeno carente, dato che i tombini, anche quando controllati dalla bonifica come quelli intorno all'abitazione del pm, sono piombati in modo del tutto insufficiente, dopo che vengono controllati chiunque può avvicinarsi, manometterli e infilarci un ordigno. Noi stessi siamo andati a controllare quei tombini, aspettando poi che passasse il pm Di Matteo. E se al nostro posto ci fosse stato un commando mafioso che una volta aperto il tombino ci avesse infilato una bomba?! La macchina del dottore Di Matteo sarebbe saltata in aria e un'ennesima strage avrebbe scosso le fondamenta già precarie del nostro Paese. Ecco perché servono obbligatoriamente telecamere piazzate nei punti sensibili frequentati dal magistrato.
Ma c'è un'altra gravissima mancanza da parte dello Stato, ed è il fatto che la scorta del pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, come sicuramente quella di altri magistrati, è priva del dispositivo jammer. I “bomb jammers”, solitamente utilizzati da corpi militari e forze armate, sono degli abbattitori di segnale che neutralizzano i dispositivi radio-controllati (come per intenderci quelli che fecero saltare in aria Capaci e via D'Amelio) e quindi ottime soluzioni per prevenire un attentato terroristico. È probabile che lo stesso Falcone ne fosse a conoscenza, dato che si teneva sempre aggiornato sulle ultime novità della tecnologia. Sembrerebbe anche che ne avesse fatto espressamente richiesta, all'indomani dell'attentato all'Addaura, per scongiurare l'ennesima bomba che avrebbe sventrato le strade di Palermo dopo la strage Chinnici nel 1983. La storia ci insegna che il jammer non venne mai preso in considerazione, ieri per Falcone e Borsellino, oggi per Di Matteo e per tutti quei magistrati ritenuti dal potere mafioso una pericolosa e seria minaccia.
Perchè, dunque, lo Stato non vuole spendere quei 150-200 mila euro (tali sono le spese per l'utilizzo del bomb jammer) per proteggere questo magistrato? Perchè ci sono delle pericolose falle nella scorta di Nino Di Matteo, su cui bisognerebbe indagare subito e a fondo? Noi auspichiamo che questo non sia il segnale di un'ennesima trattativa tra la mafia e quella parte di Stato disposta a sacrificare i suoi uomini migliori, come già ha fatto partecipando al massacro che culminò con la morte di Falcone e Borsellino. Confidiamo piuttosto che si tratti della negligenza di personaggi poco professionali ai vertici degli uffici preposti alla tutela dei magistrati, ai quali ci rivolgiamo affinchè vengano colmate queste terribili lacune. Sarebbe loro la responsabilità qualora dovesse succedere qualcosa al magistrato titolare di processi contro la mafia ed esponenti dello Stato collusi con essa.
La scorta di Antonino Di Matteo, attualmente del tutto insufficiente rispetto al reale pericolo, ha bisogno di fucili mitragliatori più potenti, di fucili a pompa che non hanno, di un'altra macchina blindata. Avrebbe bisogno di una vigilanza costante nei punti più sensibili, e di telecamere che ne monitorino i movimenti ventiquattro ore al giorno per scongiurare il pericolo di quegli attentati dinamitardi di cui dicevamo prima. Avrebbe inoltre bisogno di un elicottero e, ovviamente, di un dispositivo jammer.
Questa sì, sarebbe una risposta seria da parte dello Stato, che non ingannerebbe più i cittadini con il potenziamento di una scorta che, in sostanza, è solo una copertura dietro alla quale si nasconde una debolezza e una mancanza di presa di posizione che rischia di mettere in serio pericolo uno dei magistrati in questo momento più esposti.

 di Giorgio Bongiovanni 

lunedì 27 maggio 2013

Trattativa Stato-mafia: inizia il nostro processo di Norimberga

Un'indagine insidiosa e ostacolata su più fronti, un filone investigativo che porta i pm della Procura di Palermo direttamente nei palazzi delle istituzioni, dove chi sedeva al potere decise, in nome di una certa “Ragione di Stato”, di piegarsi alle richieste avanzate da Cosa nostra. E sacrificare sull'altare della storica alleanza che da sempre unisce Stato e mafia chi, come i giudici Falcone e Borsellino, avrebbe ostacolato in tutti i modi la trattativa in corso fra le due parti. L'inchiesta, coordinata da magistrati di rara professionalità e spessore morale, è infine arrivata a processo, in un clima che, con il progredire delle indagini, vedeva aumentare in modo esponenziale gli attacchi frontali volti a delegittimare quei pubblici ministeri che si erano messi in testa di processare lo Stato. Oggi compariranno davanti alla seconda sezione della Corte di Assise del Tribunale di Palermo, presieduta dal gup Piergiorgio Morosini, indistintamente uomini di Cosa nostra (Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Totò Riina), collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca, figli di mafiosi come Massimo Ciancimino, ex esponenti politici (Marcello Dell’Utri e l'ex ministro Nicola Mancino) ed ex ufficiali del Ros (Giuseppe De Donno, Mario Mori, Antonio Subranni). Colpevoli, ciascuno secondo la posizione occupata un ventennio fa, di aver preso parte ad una trattativa “sostanzialmente unitaria, omogenea e coerente, ma che lungo il suo iter ha subìto molteplici adattamenti, ha mutato interlocutori e attori da una parte e dall'altra, allungandosi fino al 1994, allorquando le ultime pressioni minacciose finalizzate ad acquisire benefici e assicurazioni hanno ottenuto le risposte attese” scrivevano i pm Ingroia (al quale è poi subentrato Vittorio Teresi), Di Matteo, Del Bene, Sava e Tartaglia nella memoria depositata a novembre del 2012. “In questo quadro, può dirsi che è proprio dal suo epilogo del 1994, che viene ancor meglio in evidenza la vera posta in gioco di tutta la ‘trattativa’. Essa non è stata limitata a singoli obiettivi ‘tattici’, come la tregua per risparmiare gli uomini politici inseriti nella lista mafiosa degli obiettivi da eliminare, o l'allentamento del 41 bis e gli altri punti del papello, ma – assai più ambiziosamente – ha avuto ad oggetto un nuovo patto di convivenza Stato-mafia, senza il quale Cosa Nostra non avrebbe potuto sopravvivere e traghettare dalla Prima alla Seconda Repubblica. Un patto di convivenza che, da un lato, significava la ricerca di nuovi referenti politici” trovati, come ha dichiarato il superpentito Gaspare Spatuzza, depositario delle confidenze del boss Giuseppe Graviano, nelle figure del “paesano” (Dell'Utri, ndr) e di “quello di canale 5” (Berlusconi, ndr) “dall'altro lato, la garanzia di una duratura tregua armata dopo il bagno di sangue che in quegli anni aveva investito l'Italia”.
Tuttavia “nessuno è imputato per il solo fatto di aver trattato. Non ne sono imputati i mafiosi e neppure gli uomini dello Stato”. “I boss mafiosi Riina – autore del papello – Provenzano, Brusca, Bagarella e il “postino” del papello Antonino Cinà, sono gli autori immediati del delitto principale, in quanto hanno commesso, in tempi diversi, la condotta tipica di minaccia ad un Corpo Politico dello Stato” a cominciare dall'omicidio dell'onorevole Salvo Lima nel marzo del 1992. Mentre “Subranni, Mori, De Donno, Mannino – che verrà processato con il rito abbreviato – e Dell'Utri sono tutti accusati di aver fornito un consapevole contribuito alla realizzazione della minaccia” avendo svolto il ruolo di “consapevoli mediatori” fra i mafiosi e la parte sottoposta a ricatto. Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo don Vito, è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver fatto da tramite fra il padre e Bernardo Provenzano (la cui posizione è stata stralciata per le sue precarie condizioni di salute). Infine Giovanni Conso e Nicola Mancino, rispettivamente ex ministro della giustizia ed ex ministro dell'interno, sono “colpevoli di una grave e consapevole reticenza”: Mancino è imputato per falsa testimonianza, mentre Conso insieme all’ex Direttore del Dap Adalberto Capriotti e all’onorevole Giuseppe Gargani sono indagati per false dichiarazioni al pm (per loro la legge prevede che l'inchiesta, in questo caso, sia bloccata fino alla definizione in primo grado del processo principale, quello, appunto, sulla trattativa). Ci sono però altre figure, nell'ambito della trattativa, che “contribuirono al deprecabile cedimento sul tema del 41 bis”: l'allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi e del vice direttore del Dap Francesco Di Maggio, che hanno agito entrambi in stretta collaborazione con l'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (tutti e tre deceduti).
Resta sconfortante vedere quanto la politica corrotta, servendosi anche di una certa stampa, abbia cercato di ostacolare gli inquirenti delle indagini. “Molti hanno detto che non capivano i capi d'accusa, che erano delle assurdità. In questa 'battaglia' ci siamo sentiti soli” ha detto il pm Vittorio Teresi commentando il rinvio a giudizio. Meno di un anno fa era scoppiato il caso delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino che, sentendo vicino il momento in cui avrebbe dovuto rendere conto delle sue responsabilità in tribunale, cercava appoggio presso il Capo dello Stato e l'ex consigliere Loris D'Ambrosio, deceduto qualche mese fa. Nonostante i dialoghi (definitivamente distrutti lo scorso aprile) fossero stati intercettati nel rispetto della legge, il Quirinale sollevò il conflitto di attribuzione. Gli inquirenti palermitani, abbandonati persino dall'Associazione Nazionale Magistrati, finirono sotto inchiesta per verificare se era stato violato il principio di riservatezza (nonostante il fatto in sé fosse del tutto infondato e altre conversazioni del Capo dello Stato, messe agli atti da procure diverse, non avessero scatenato la stessa reazione). I pm Ingroia e Di Matteo furono bersagliati da attacchi e critiche su più fronti, il primo per aver abbandonato il ruolo di procuratore a Palermo ed essere successivamente sceso in politica, il secondo “reo” di aver violato, in un'intervista a Repubblica, il principio di riservatezza del Capo dello Stato. Pochissime voci, dalla magistratura e dalla politica, si levarono per sostenere quei magistrati che erano appena riusciti ad entrare nella “stanza della verità” definita non molto tempo prima da Antonio Ingroia: “Una stanza buia” dove “ci siamo accorti che qualcuno aveva sbarrato le finestre e che, addirittura, neanche l’illuminazione artificiale funzionava, perché qualcuno aveva fulminato anche le lampadine”. A distanza di quasi un anno dalle dichiarazioni Ingroia viene relegato ad Aosta, mentre su Di Matteo, recentemente destinatario di alcune lettere minatorie contenenti pesantissime minacce di morte, pende un provvedimento disciplinare che lo accusa ingiustamente di aver ammesso l'esistenza delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino. E la luce, in quella stanza, continua ad essere precaria. Lo Stato continua a mantenere un ostinato silenzio tanto che, se non fosse stato per le confessioni dei mafiosi o dei figli dei mafiosi come Massimo Ciancimino, quella trattativa non sarebbe mai stata oggetto d'indagine.
Ma oggi, con l'apertura del processo, viene conseguito un risultato storico. E sono tanti coloro che attendono di conoscere finalmente ciò che accadde più di vent'anni fa, e che determinò il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. “La parte sana del Paese ci sostiene – diceva Salvatore Borsellino davanti al carcere Pagliarelli in occasione della prima udienza preliminare – E credo che insieme a questi pm coraggiosi riusciremo ad arrivare alla verità”.
 
di Miriam Cuccu

giovedì 23 maggio 2013

Nel giorno di Falcone

Ilda Bocassini e Giovanni Falcone
Due proiettili che arrivano per posta sono sempre, in qualsiasi giorno dell’anno,  un segnale sinistro e vigliacco. Ma due proiettili, che arrivano giusto a ridosso dell’anniversario della strage di Capaci e per giunta hanno come destinataria il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, sono in sé un’indicazione quanto mai inquietante e raggelante. Ventuno anni fa – sì, proprio 21, ma mi pare ancora ieri – fu ucciso Giovanni Falcone. Era nel pieno degli anni e avrebbe potuto ancora dare tantissimo all’Italia e alla scienza giuridica. Falcone riusciva a vedere là dove gli altri ancora non vedevano nulla. Lo fece con Cosa nostra, e lo fece nei rapporti con la politica. Fu aggredito per questo dai suoi colleghi, che al contrario di lui erano ciechi. Fu ucciso per la sua lungimiranza che metteva in pericolo frequentazioni e abitudini oscure.
Scegliere il giorno della sua morte per mandare un messaggio di morte a colei che giustamente si ritiene sua allieva  e che appena una settimana fa ha pronunciato la requisitoria contro Berlusconi può significare una sola cosa. Chi ha spedito quei proiettili invita Boccassini, e con lei tutti i magistrati con la schiena diritta che non arretrano di fronte ai lati oscuri e delittuosi della politica, a fare un passo indietro, a fermarsi di fronte alle porte chiuse del potere, a non pretendere di svelare il lato malato e verminoso dei vizi privati degli uomini pubblici.
Mai come in questo momento è necessario prendere le distanze in modo netto – senza paure, senza incertezze, senza ambiguità, senza esitanti connivenze – da chi attacca immotivatamente le magistratura. Per questo è singolarmente colpevole che il Csm non abbia dato seguito alla pratica a tutela delle toghe dopo la manifestazione del Pdl a Brescia in cui i giudici sono stati attaccati e vilipesi. Il Csm, sbagliando obiettivo (e continuo a chiedermi perché ciò sia avvenuto), se l’è presa con il Guardasigilli Annamaria Cancellieri, colpevole di non aver ancora parlato di giustizia a una settimana dal suo insediamento. Così Berlusconi e il Pdl sono passati in secondo piano. I proiettili a Boccassini adesso ricordano a quel Csm che è tempo di agire e di mettere un argine netto tra chi aggredisce e criminalizza la magistratura e le toghe che continuano a fare ogni giorno il proprio lavoro. Al Csm ripeto che non c’è un solo minuto da perdere. Salvo non voler restare in una zona fangosamente e pericolosamente grigia.
 
di Liana Milella
 

In ricordo di Giovanni Falcone

"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana."


Nato a Palermo (via Castrofilippo) il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di Palermo nell'anno 1961, discutendo con lode una tesi sull' "Istruzione probatoria in diritto amministrativo". Era stato prima, dal '54, allievo del Liceo classico "Umberto"; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno.
Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, "era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.

A Palermo, all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio '80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa - ucciso poi nel giugno successivo - ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la "raffica delle assoluzioni".
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l'intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto "pool antimafia", sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l'inchiesta sull'omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.

Il giudice Giovanni Falcone Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell'organizzazione Cosa nostra, l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio '84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.
I funzionari di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell'estate '85. Fu allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara.

Si giunse così - attraverso queste vicende drammatiche - alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasci giorni di riunione in camera di consiglio. L'ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall'Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.
Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell'ambito dell'Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del "pentito" catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come "blitz delle Madonie"), Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all'Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell'88, ratificò l'opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di "un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante diversificazione soggettiva". Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l'esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l'accusa d'aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall'estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.

Il giudice Giovanni Falcone su tutta questa vicenda del resto, nel giugno '92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista "Micromega", Borsellino ebbe a ricordare: "La protervia del consigliere istruttore Meli l'intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno". Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell'88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.
Il 20 giugno '89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi". Seguì subito l'episodio, sconcertante, del cosiddetto "corvo", ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall'Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto D. Sica.
Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l'avvio dalle confessioni del "pentito" Joe Cuffaro' il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio '88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.
Nel corso dell'anno si sviluppa lo "scontro" con Leoluca Orlando, originato dall'incriminazione per calunnia nei confronti del "pentito" Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle "carte nei cassetti": e che Falcone ritenne frutto di puro e semplice "cinismo politico".
Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per le liste "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate), con esito però negativo.
Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l'allora procuratore P. Giammanco - sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella conduzione delle inchieste - egli accolse l'invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l'interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l'onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un periodo - dal marzo del 1991 alla morte - caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l'azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. A quest'ultimo riguardo, caduta l'ipotesi iniziale, di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l'istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del '91 la Direzione nazionale antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo '92. "Io credo - egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale "L'Espresso" (7 giu. '92) - che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l'attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia".

L'automobile distrutta su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca MorvilloLa sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto - giova ricordarlo - una sentenza della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei componenti della "cupola" per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva ribadito la validità e l'importanza delle chiamate in correità.

Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.


martedì 21 maggio 2013

Via D’Amelio, oggetto rosso non era agenda di Borsellino ma parasole per auto

Un pannello parasole, di quelli di cartone pieghevole utilizzati sulle automobili per riparare il cruscotto dal calore estivo. Solo che questo era di colore rosso e dopo il botto di via D’Amelio si era staccato dall’automobile alla quale apparteneva, finendo a brandelli a pochi metri dai resti carbonizzati di Emanuela Loi, una dei cinque agenti di scorta che persero la vita insieme a Paolo Borsellino il 19 luglio del 1992. Sarebbe questa la macchia rossa individuata nel filmato girato dai vigili del fuoco pochi attimi dopo la deflagrazione della Fiat 126 a pochi metri del civico 21 di via Mariano D’Amelio. Quel filmato era da anni agli atti delle varie inchieste della procura di Caltanissetta. Pochi giorni fa però era saltato fuori quel particolare: una macchia rossa sull’asfalto, molto simile all’agenda rossa di Borsellino, scomparsa subito dopo la strage. Per molti non c’erano dubbi: era quello il quaderno rosso in cui Borsellino appuntava le informazioni più delicate di cui era in possesso. La scatola nera della seconda Repubblica quindi non si sarebbe trovata nella borsa del giudice, come sostenuto per vent’anni, ma era proprio lì, a pochi metri dai resti delle vittime e inspiegabilmente integra dopo la terribile esplosione. “Se fosse vero sarebbe pazzesco” aveva esclamato a caldo il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari. “Bisognerebbe capire – aveva continuato il magistrato nisseno – perché nessuno lo ha mai segnalato prima, dato che quel filmato è agli atti dell’inchiesta da anni”.

Un pannello parasole, di quelli di cartone pieghevole utilizzati sulle automobili per riparare il cruscotto dal calore estivo. Solo che questo era di colore rosso e dopo il botto di via D’Amelio si era staccato dall’automobile alla quale apparteneva, finendo a brandelli a pochi metri dai resti carbonizzati di Emanuela Loi, una dei cinque agenti di scorta che persero la vita insieme a Paolo Borsellino il 19 luglio del 1992. Sarebbe questa la macchia rossa individuata nel filmato girato dai vigili del fuoco pochi attimi dopo la deflagrazione della Fiat 126 a pochi metri del civico 21 di via Mariano D’Amelio. Quel filmato era da anni agli atti delle varie inchieste della procura di Caltanissetta. Pochi giorni fa però era saltato fuori quel particolare: una macchia rossa sull’asfalto, molto simile all’agenda rossa di Borsellino, scomparsa subito dopo la strage. Per molti non c’erano dubbi: era quello il quaderno rosso in cui Borsellino appuntava le informazioni più delicate di cui era in possesso. La scatola nera della seconda Repubblica quindi non si sarebbe trovata nella borsa del giudice, come sostenuto per vent’anni, ma era proprio lì, a pochi metri dai resti delle vittime e inspiegabilmente integra dopo la terribile esplosione. “Se fosse vero sarebbe pazzesco” aveva esclamato a caldo il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari. “Bisognerebbe capire – aveva continuato il magistrato nisseno – perché nessuno lo ha mai segnalato prima, dato che quel filmato è agli atti dell’inchiesta da anni”.

Nessuno lo aveva mai segnalato prima perché semplicemente non si trattava assolutamente dell’agenda rossa di Borsellino: troppo piccola come dimensioni (meno della metà di una targa di automobile) e straordinariamente integra dopo un botto che fa strage di uomini, distrugge auto e palazzi. E infatti i tecnici della polizia scientifica – come confermato al fattoquotidiano.it da fonti giudiziarie – avevano già appurato che quella piccola macchia rossa a pochi metri da una Citroen BX altro non era che una semplice pezzo di un pannello parasole per auto. Un pezzo di cartone senza importanza coinvolto nell’esplosione e sparpagliato sull’asfalto. “Non voglio commentare la notizia errata che ha destato scalpore – ha detto al fattoquotidiano.it Sergio Lari – certo è che la scientifica aveva già ampiamente attenzionato quel filmato. Noi adesso abbiamo chiesto un supplemento d’indagine, ma quella macchia rossa è troppo piccola per essere l’agenda. E oltretutto non si capisce come possa essere rimasta integra. E’ tra l’altro illogico che si trovi lì, a pochi metri dai resti della Loi e parecchio distante da dove è stato rinvenuto il cadavere di Borsellino. Se è vero, come ipotizzato, che Borsellino la tenesse sotto braccio quell’agenda sarebbe andata distrutta, e non sarebbe certo rimasta integra, tra l’altro a una ventina di metri da dove si trovava Borsellino”.

Sulla scomparsa dell’agenda rossa era stata aperta un’inchiesta in cui l’unico imputato era l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Il militare, filmato mentre si aggira con la valigetta di Borsellino, in via D’Amelio subito dopo l’esplosione è stato assolto dall’accusa di aver rubato l’agenda. Non è riuscito a ricordare con precisione il percorso della valigetta, ma ha ammesso di averla aperta, ricordando che al suo interno vide soltanto un crest (stemma) dei carabinieri. Proprio questa mattina il magistrato Giuseppe Ayala, tra i primi accorsi in via D’Amelio, è tornato in aula a ricostruire gli attimi successivi alla strage. “Non ricordo – ha detto deponendo al processo Borsellino quater – se ci fossero oggetti rossi sul luogo della strage in via D’Amelio. Ma è anche vero che in quel momento le nostre preoccupazioni ben erano altre”.

Anche Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, si è espresso in maniera molto critica riguardo a quel fotogramma che sembrava aver risolto una parte del rebus dell’agenda rossa scomparsa. “Agli agenti sono esplose in mano le pistole. Le mani erano ridotte a brandelli e le braccia sono state strappate. I loro corpi erano carbonizzati. Come si può pensare che l’agenda sia rimasta integra? Se volete fare un depistaggio fatelo secondo logica, in maniera che sia credibile e verosimile. Così c’è da vomitare”. Borsellino è parte civile nel nuovo procedimento che a Caltanissetta sta processando gli autori delle false dichiarazioni che già negli anni ’90 depistarono le indagini su via D’Amelio. “Nel momento in cui si cerca di arrivare alla verità si solleva l’ennesimo fumo per cercare di confondere le idee. Sono qui per conoscere gli autori del depistaggio. Da lì si risale ai mandanti. Mi interessa la sparizione dell’agenda rossa perché è lo snodo di quella strage e su quell’agenda si basano i ricatti incrociati che reggono gli equilibri di questa Repubblica. Se viene fatto un depistaggio ci deve essere un motivo”. Le ragioni di quel depistaggio però rimangono ancora oggi oscure. Come del resto rimane ancora senza risposta una domanda fondamentale: che fine ha fatto l’agenda rossa?

di Giuseppe Pipitone
ilfattoquotidiano.it
Twitter: @pipitone87

Borsellino quater: la tracotanza di Ayala

Mancino e Ayala osservati - By D.C.@
Caltanissetta. “Una gaffe”. Così Giuseppe Ayala all’udienza odierna del Borsellino quater ha definito le sue stesse parole registrate in un’intervista del 2009 per il sito affariitaliani.it. “Io ho parlato personalmente con Nicola Mancino – diceva Ayala alla giornalista Floriana Rullo – che naturalmente è persona con cui ho un ottimo rapporto, siamo stati per diversi anni colleghi in Parlamento, in Senato. Mancino ha avuto un incontro con Borsellino del tutto casuale il giorno in cui Mancino andò per la prima volta al Viminale a prendere possesso della sua carica ministeriale”. La giornalista lo incalzava chiedendo la ragione per la quale lo stesso Mancino continuasse invece a negare quell’incontro. Ed è proprio la risposta dell’ex senatore che oggi è stata definita “una gaffe”. “No, no, lui ha detto che l'ha avuto questo incontro, come no – replicava all’epoca Ayala –. Lo ha detto anche a me. Le dirò addirittura di più, forse svelo una cosa privata. Mi ha fatto vedere l'agenda con l'annotazione perchè lui è di quelli che ha le agende conservate con tutte le annotazioni.

Per cui francamente io non ho elementi per leggere nessuna dietrologia dietro a quest'incontro”. Inizia così la deposizione dell’ex pm del maxiprocesso che inaugura lo stile dell’udienza-spettacolo dove il mattatore è lo stesso teste. Atteggiamento tracotante, battuta ironica da elargire a giudici e a magistrati, seduto in una posizione alquanto rilassata, Ayala non si risparmia. Sul cancello dell’aula bunker spicca lo striscione “Fraterno sostegno Agnese Borsellino”, la pretesa di giustizia della vedova del giudice, recentemente scomparsa, continua a pulsare anche qui. All’interno dell’aula è rimasto l’eco delle parole del sovrintendente della Polizia, Francesco Maggi, all’epoca in servizio in via D’Amelio nell’immediatezza della strage, interrogato ieri in questo stesso processo. “Devo dire, per un problema di coscienza – aveva spiegato Maggi ai magistrati –, a distanza di 21 anni, che quando sono arrivato sul posto della strage, c'erano almeno quattro, cinque uomini dei servizi. Avevano la spilletta del Ministero dell'Interno. Era gente di Roma e non capivo che cosa facevano. Ma sono certo, perchè li conoscevo. Ancora oggi non mi spiego come fossero sul posto e chi li avesse avvisati in così poco tempo”. “La borsa era piena, sono sicuro che era piena e non svuotata. La borsa si trovava sul lato destro dell'auto ed era posizionata tra il sedile posteriore e quello anteriore. Sono sicuro di essermi abbassato ma ero con un vigile del fuoco. Non sono certo che la presi io o me la passò il vigile del fuoco. La presi e dopo averla in mano incontrai Ayala, ma non ricordo quanti minuti dopo. La diedi, quindi, al mio funzionario, per portarla alla Mobile”. Di fatto verso le ore 18,30 la borsa del giudice Borsellino veniva ritrovata nell'ufficio del dirigente della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera. Senza l'agenda rossa. In un remix di “non ricordo” o “non posso ricordare” Giuseppe Ayala ha parlato ancora una volta del momento in cui prese in mano la borsa di Paolo Borsellino: “Non ricordo chi mi consegnò la borsa di Paolo Borsellino subito dopo la strage di via D'Amelio. Non ricordo se la prese un carabiniere della scorta, ricordo solo che la consegnai a un ufficiale dei Carabinieri”. A tutti gli effetti una dichiarazione in antitesi con quella dell’ex capo scorta di Ayala, Roberto Farinella, che nelle scorse udienze aveva raccontato: “Presi la borsa del magistrato, volevo consegnarla al giudice Ayala ma lui chiamò un uomo in abiti civili che mi indicò come ufficiale. Questi prese la borsa e si allontanò senza aprirla”. Farinella aveva anche parlato della presenza sul luogo della strage di Roberto Campesi (riconosciuto in una fotografia) assieme ad altri esponenti delle forze dell'ordine. Non solo, Farinella aveva spiegato di essere stato allontanato dalla scorta dopo avere fatto notare che la presenza di un civile in una scorta armata di un magistrato antimafia era quantomeno inopportuna. E di Campesi ha oggi parlato anche Ayala: “Roberto Campesi era nella mia scorta ma non lo misi io. Mi si presentò e mi disse di essere un esperto di sicurezza, non un agente segreto. Mi disse che era un grande amico di Antonio Montinaro, agente di scorta morto con Giovanni Falcone e di essere Presidente della Fondazione Montinaro, anche se poi ho scoperto che non esisteva. E lo misi in contatto con i miei responsabili della sicurezza. Purtroppo sono caduto in un grande trappolone”. Come è noto Roberto Campesi, detto “il caramellaio” in quanto aveva in passato un negozio di caramelle, è un personaggio molto controverso e misterioso: rimase per diverso tempo nella scorta di Ayala e nel 1997 venne arrestato con l'accusa di millantato credito e truffa nei confronti dei figli di Gianni Ienna, un imprenditore arrestato per mafia nel '94 ritenuto un prestanome dei boss Graviano. Con fare decisamente teatrale Ayala ha successivamente affermato di non voler “far parlare i morti” attraverso le citazioni di giudici assassinati, poi però, con molta nonchalance ha tirato fuori una fotocopia di uno stralcio di un libro con le dichiarazioni, a lui favorevoli, di Antonino Caponnetto. Un senso di commiserazione ha pervaso l’aula. L’udienza è stata sospesa in attesa della ripresa pomeridiana nella quale l’avvocato di parte civile, Fabio Repici (legale di Salvatore Borsellino) procederà all’esame di Giuseppe Ayala.

di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 21 maggio 2013

lunedì 13 maggio 2013

Il testamento di Agnese Borsellino

Agnese Piraino Leto in Borsellino non ha mai smesso di parlare e chiedere verità. Da quando quella bomba, vent'anni prima, le aveva portato via il marito con il quale aveva condiviso una vita blindata e perennemente sotto scorta, non si è mai tirata indietro quando c'era da puntare il dito contro chi aveva voltato le spalle allo Stato e a  Paolo Borsellino. Uno Stato defraudato della sua accezione più profonda proprio dai suoi rappresentanti, che non hanno disdegnato di sedersi al tavolo della trattativa insieme ai vertici di Cosa nostra. Per chi ha nascosto le proprie responsabilità dietro ipocrite dichiarazioni di amicizia e sostegno, non poteva esserci perdono. “L'uccisione di mio marito è una dichiarazione di guerra contro la mia città. Se è guerra, guerra sia: inviate i militari per presidiare il territorio e difendere gli obiettivi a rischio” aveva infatti replicato all'indirizzo dell'ex ministro Mancino, quando subito dopo il funerale di Paolo aveva messo le forze dello Stato a sua disposizione. Agnese era insieme silenzio nel dolore e grido di giustizia, grido di accusa contro chi, all'indomani della strage di Capaci, abbandonò ulteriormente suo marito, rimasto a combattere una battaglia che da solo non poteva vincere: “Falcone rappresentava per lui come uno scudo. Senza il quale la sua esposizione è aumentata. Da qui probabilmente nasce l'esigenza di mio marito in quei 57 giorni di annotare scrupolosamente spunti di indagine, valutazioni, memorie personali di cui si riprometteva di parlare con i pm allora in servizio alla Procura di Caltanissetta, titolari dell'inchiesta su Capaci. Nessuno però in quei lunghi 57 giorni lo chiamò mai. E' possibile che nelle pagine dell'agenda rossa, usata per i progetti di lavoro e per annotare i fatti più significativi, avesse scritto cose che non voleva confidare a noi familiari. Quell'agenda è stata recuperata sul luogo della strage ma, come si sa, è scomparsa. Se esistesse ancora e se fosse nelle mani di qualcuno potrebbe essere usata come un formidabile strumento di ricatto”. La famiglia Borsellino aveva segnalato l'esistenza di quell'agenda ad Arnaldo La Barbera (morto nel 2002, ndr) che aveva guidato il gruppo investigativo all'indomani della strage di via D'Amelio, ma lui si limitò a replicare “che questa agenda era il frutto della nostra farneticazione”. Dagli ultimi sviluppi delle indagini risultò poi che La Barbera, negli anni precedenti alla nomina di Capo della Squadra Mobile a Palermo, era stato per un periodo al soldo dei servizi segreti con il nome in codice “Catullo”. Non solo. Nell'ambito dell'inchiesta su via D'Amelio La Barbera aveva studiato il teorema investigativo a tavolino, trovando in seguito quei 'pentiti' che avrebbero portato in dibattimento una falsa verità. ”Forse qualcuno - rifletteva la 'vedova di guerra', come lei stessa si definiva - aveva l'ansia di arrivare celermente a un risultato. Ma mi chiedo come mai anche ai magistrati, nei tanti filoni processuali e nei vari gradi di giudizio, siano sfuggite le incongruenze del racconto di Scarantino”. “Posso solo dire, per esserne stata testimone oculare, che mio marito si adirò molto quando apprese per caso dall'allora ministro Salvo Andò, incontrato all'aeroporto, che un pentito aveva rivelato: è arrivato il tritolo per Borsellino. Il procuratore Pietro Giammanco, acquisita la notizia, non lo aveva informato sostenendo che il suo dovere era solo quello di trasmettere per competenza gli atti a Caltanissetta”. “Quella volta – ricordava in una nota dell'Ansa la signora Agnese - ebbe la percezione di un isolamento pesante e pericoloso. Non escludo che proprio da quel momento si sia convinto che Cosa nostra l'avrebbe ucciso solo dopo che altri glielo avessero consentito”.
Parole difficili da dimenticare: “Mio marito non era amato assolutamente in Procura. Paolo mi disse 'la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno', queste sono parole che sono scolpite nella mia testa, e sino a quando sono in vita non potrò dimenticare”.
In un cerchio che, in piena trattativa Stato-mafia, si stringeva sempre di più sul giudice Borsellino: “Ci furono due trattative Stato-mafia. E mio marito fu ucciso per la seconda. Quella che doveva cambiare la scena politica italiana” diceva nella sua ultima intervista al Corriere della Sera.
In un susseguirsi di tasselli che la moglie di Paolo prova a far combaciare per conoscere finalmente la verità: “Dopo la strage di Capaci mio marito disse che c'era un dialogo in corso già da molto tempo tra mafia e pezzi deviati dello Stato” affermava in un suo intervento alla trasmissione Servizio Pubblico, per poi aggiungere: “Paolo mi disse che materialmente lo avrebbe ucciso la mafia ma i mandanti sarebbero stati altri”.
E ancora: “Mio marito mi disse testualmente che c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato'. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la 'mafia in diretta', parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano”. “Mi disse che il gen. Subranni era 'punciuto' - (punto in un rito di affiliazione a Cosa nostra, ndr) - Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l'Arma dei Carabinieri era intoccabile”.
Uno stillicidio che si trascinò fino al giorno della strage: “Quel caldo pomeriggio del 19 luglio 1992, quando è stato eliminato un servitore scomodo dello Stato e i suoi angeli custodi ho avuto la sensazione di subire impotente una guerra combattuta da un nemico senza una precisa identità”. Le cui indagini hanno subito un pesante depistaggio “perchè sono venduti e comprati tutti. - diceva in un'intervista a Left - Quando succedono queste cose sono coinvolti tutti. C'è il segreto di Stato, cose atipiche per cui trovare la verità non è facile. Via D'Amelio non solo ha distrutto l'immagine dell'Italia, ma ha distrutto la mia vita. Io sono tra la vita e la morte. Questo è bene che sappiano le persone”. “Perchè - concludeva - non sono una vedova come le altre, che si sono ricostruite bene o male una vita. Io ci soffro da vent'anni e in silenzio. Io e tutta la mia famiglia. Che parole vuole che ci siano? Piango anche se di lacrime ne ho versate tante. Mi vergogno di essere italiana, spero che queste notizie facciano il giro del mondo”.
E nella sua ultima intervista al Corriere della sera: “Bisogna cambiare questa Italia di corrotti e corruttori, di ricattati e ricattatori, tutti che si tengono per mano come bambini in girotondo. Al centro schiacciano l'Italia. Si tengono fra loro stritolando un Paese. Ecco perché non ne posso più di sentire parlare di antimafia e di legalità in bocca a troppi che non potrebbero fiatare. La gogna ci vorrebbe, anche per chi riceve una comunicazione giudiziaria. Parlo della gogna del ridicolo, delle vignette, insomma un metterli a nudo invece di ritrovarceli protagonisti della vita pubblica”.
Così si esprimeva Agnese Borsellino sulla questione delle intercettazioni tra Mancino e il Quirinale, in una lettera raccontata dalla sua stessa voce a Servizio Pubblico: “Non ho il titolo nè la competenza per commentare conflitti di attribuzioni sorti tra poteri dello Stato, ma sento di avere il diritto, forse anche il dovere di manifestare tutto il mio sdegno per un ex ministro, presidente della Camera e vice presidente del Csm, che a più riprese nel corso di indagini giudiziarie, che pure lo riguardavano, non ha avuto scrupoli nel telefonare alla più alta carica dello Stato, cui oggi io ribadisco tutta la mia stima, per mere beghe personali”. “Non sorprende che l'attenzione dei media – aggiungeva – si sia riversata sul Quirinale, ma il protagonista di questa triste storia è solo il signor Mancino, abile a distrarre l'attenzione dalla sua persona e spregiudicato nel coinvolgere la Presidenza della Repubblica in una vicenda giudiziaria, da cui la più alta carica dello Stato doveva essere tenuta estranea”. “Oggi io, moglie di Paolo Borsellino, mi chiedo – concludeva -: chi era e quale ruolo rivestiva l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, quando il pomeriggio del primo luglio del '92 incontrò mio marito? Perchè Paolo rientrato la sera di quello stesso giorno da Roma, mi disse che aveva respirato aria di morte?”. E ancora: “Mancino, se proprio voleva, doveva telefonare a Loris D'Ambrosio a casa, incontrarlo al bar, ma non chiamarlo al Quirinale mettendo nel mezzo quel galantuomo di Napolitano. È gravissimo il comportamento di Mancino. Non mi fido di lui. Perché ricordo cosa mi disse mio marito: 'Al Viminale ho respirato aria di morte'. E Mancino non ricorda di averlo visto nei suoi uffici nel luglio '92”.
Tanta rabbia ma anche una forte determinazione: “Ho fiducia nel tempo. Non voglio vendetta, voglio sapere la verità, perchè è stato ucciso, chi ha voluto la sua morte e perchè lo hanno
fatto e non voglio nient'altro. - dichiarava in un'intervista rilasciata a La Storia Siamo Noi di Rai Educational - Ho tanta pazienza e tanta fiducia. Magari subito no, ma con il tempo la verità si saprà, perchè gli italiani come me vogliono sapere perchè è stato ucciso un uomo che era il simbolo della bontà”. Ma la verità Agnese non è riuscita ad apprenderla da questo nostro Stato. Ora sarà Paolo stesso a raccontargliela. Una verità inquietante e apocalittica di uno Stato italiano rappresentato, a quell'epoca, da personaggi che per paura e per ragioni di potere hanno chiesto e ottenuto la morte di Paolo Borsellino e la strage di via D'Amelio. E oggi oltre cinquanta persone potenti, appartenenti allo Stato e all'alta finanza, conoscono tutti i passi di quella dannata trattativa e di quell'omicidio di Stato.
Vogliamo ancora una volta ricordare a chi vive con la convinzione che la mafia non prende ordini da nessuno, che proprio Paolo e Agnese ci hanno rivelato profeticamente dove cercare e trovare la verità: “Paolo mi disse che materialmente lo avrebbe ucciso la mafia ma i mandanti sarebbero stati altri”.
Noi seguiremo in questa direzione fino al giorno in cui strapperemo con forza la maschera agli uomini di Stato che ordinarono e ottennero l'assassinio di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Grazie signora Agnese
 
di Giorgio Bongiovanni
antimafiaduemila.com
 
Fonti: verbali di interrogatorio resi dalla signora Agnese Borsellino all'autorità giudiziaria di Caltanissetta (27 gennaio 2010); Ansa; Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino (Bongiovanni-Baldo, ed. Aliberti); Corriere della Sera; Left; La storia siamo noi; Servizio Pubblico