giovedì 14 novembre 2013

Di Matteo: “Resto a Palermo, non mi nascondo, la gente vuole la verità come me”

Da vent’anni sotto scorta, parla il magistrato che sostiene l’accusa al processo Stato-mafia
Il pm nel mirino: continuo a lavorare e mi fido delle istituzioni


14 novembre 2013 - Palermo - «Io ci sono», sorride gentile Nino Di Matteo. «E continuo a fare come ogni giorno il mio lavoro», rassicura con una stretta di mano energica. Il magistrato che Totò Riina vorrebbe morto per le sue indagini vive ormai da vent’anni sotto scorta. E gli ultimi mesi sono stati i più pesanti. Prima una lettera anonima che annunciava: “I pm della trattativa sono pedinati e spiati. Tutte le informazioni confluiscono a Roma”. Poi, un’altra lettera che metteva in guardia da un attentato al tritolo, «deliberato con l’assenso di Riina e dei suoi amici romani», così scriveva l’anonimo dopo aver elencato con una precisione inquietante i luoghi più frequentati dal pm del processo trattativa.

Dottore Di Matteo, all’ultimo comitato per l’ordine e la sicurezza si è anche ventilata una soluzione estrema, un suo allontanamento da Palermo, per qualche tempo, verso una località segreta. E’ un’ipotesi che ha preso in considerazione?
«Per il momento non ho alcuna intenzione di lasciare la mia città, so che nella mia terra tanti semplici cittadini condividono un sogno di giustizia e di verità».

Ritiene che le istituzioni stiano facendo tutto il possibile per la sua protezione?
«Mi fido delle istituzioni che si stanno prendendo cura della mia sicurezza. Ringrazio soprattutto i carabinieri che curano da tempo la mia scorta».

La settimana scorsa, alcuni giovani che partecipavano a un convegno in cui lei era relatore, alla facoltà di Giurisprudenza, hanno proposto di istituire una scorta civica per proteggere i magistrati del pool trattativa. Cosa ne pensa?
«Rimango sempre colpito dalla grande voglia di partecipazione che incontro nelle scuole e nelle università: i giovani esprimono con tutta la loro passione civile la stessa voglia di verità che deve sempre animare gli sforzi della magistratura».

Quanto è difficile cercare la verità dentro i misteri del nostro Paese?
«La ricerca della verità deve riguardare tutti i cittadini e tutte le istituzioni, senza distinzioni e reticenze. Questo è il più grande sostegno che si può dare ai magistrati e alle forze dell’ordine che si trovano in prima linea. Bisogna tendere tutti alla verità senza paure e infingimenti».

Nino Di Matteo si allontana per i corridoi del palazzo di giustizia, circondato dai nove carabinieri della scorta. Lo attende l’ennesima riunione nella stanza del procuratore aggiunto Teresi, con i colleghi del pool, Del Bene e Tartaglia. La prossima udienza del processo trattativa è già alle porte: il 21, la Procura chiamerà a testimoniare l’ex padrino della Cupola Antonino Giuffrè, che fra il 1992 e il 1993 era uno dei consiglieri più fidati di Bernardo Provenzano. In questi giorni, Di Matteo è impegnato anche su un altro fronte processuale molto delicato, l’appello contro la sentenza che ha assolto l’ex comandante del Ros Mario Mario e il colonnello Mauro Obinu dall’accusa di aver favorito la latitanza di Provenzano. E, intanto, va avanti un’indagine bis della Procura sulla trattativa, che resta segretissima.
(s.p.)


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