martedì 6 agosto 2013

Costa: un giudice solo nel “palazzo dei veleni”

Gaetano Costa quando era partigiano
6 agosto 2013
“La mafia è nella cosa pubblica”: il procuratore Gaetano Costa era stato uno dei primi a intuire questo pericoloso binomio, in una Sicilia dove ancora Cosa nostra guadagnava miliardi mentre politica, magistratura e forze dell’ordine fingevano di non vedere.
Già dagli anni Sessanta questo giudice integerrimo e di pochissime parole aveva ben chiaro come la mafia agraria era riuscita ad evolversi, approdando nell’amministrazione pubblica dove controllava appalti, assunzioni e gestioni di ogni genere.
Nel 1978 Costa, nuovo procuratore capo della Procura di Palermo, era arrivato da Caltanissetta al “palazzo dei veleni”, così chiamato per le polemiche che investivano inevitabilmente chiunque si distaccasse da quella palude di omertà e indifferenza, con una dichiarazione che contribuì a isolarlo sempre di più da chi preferiva convincersi che la mafia non fosse mai esistita: “Non accetterò spinte o oppressioni, agirò con spirito di indipendenza. Cercherò di non farmi condizionare da simpatie e risentimenti”.
L’unico con cui poteva parlare senza riserve era il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, Rocco Chinnici. Discutevano delle ultime inchieste in ascensore, il solo posto dove non rischiavano di destare sospetti. Le indagini vertevano sulle famiglie degli Spatola, dei Gambino e degli Inzerillo, sul filone investigativo che legava la mafia sicula a quella americana, sul nuovo business della droga condiviso dalle due organizzazioni.
Un’indagine che lo “sceriffo” Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, pagò con la vita il 21 luglio 1979, e che proseguì nelle mani di Emanuele Basile, capitano dei carabinieri della compagnia di Monreale, poi ucciso la sera del 4 maggio dell'anno dopo. Un unico filo legava i due omicidi, un filo che iniziò a stringersi anche attorno al procuratore Costa. A poche ore dalla morte di Basile i carabinieri erano riusciti ad arrestare 33 persone, presentando in procura il rapporto di denuncia. Quel rapporto segnò per il procuratore di Palermo la strada del non ritorno: a dispetto delle previsioni degli avvocati, certi di vedere i loro assistiti tornare in libertà nel giro di poche ore, Costa firmò gli ordini di cattura  in completa solitudine assumendosene tutte le responsabilità. Invano aveva cercato di spiegare ai sostituti l’importanza di dare un segnale forte per porre fine a quella scia di sangue che sembrava non volersi arrestare.
Gaetano Costa venne ucciso il 6 agosto 1980 in via Cavour, morì dissanguato davanti a un’edicola: il giorno dopo avrebbe ricevuto la scorta.
A distanza di 33 anni nessuno è stato condannato per la sua morte.

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