giovedì 4 luglio 2013

Trattativa, ordinanza della Corte il processo resta a Palermo

In apertura dell'udienza la Corte d'assise presieduta da Alfredo Montalto ha deciso sulle questioni poste dagli avvocati dei dieci imputati. "La falsa testimonianza commessa da Mancino non è reato ministeriale". I pm: "Continueremo ad indagare"

Nicola Mancino
Il processo per la trattativa "Stato-mafia" resta a Palermo. La Corte d'assise ribadisce la sua competenza, così come aveva stabilito il giudice dell'udienza preliminare Piergiorgio Morosini. Con una lunga ordinanza, il collegio presieduto da Alfredo Montalto ha rigettato questa mattina tutte le istanze degli avvocati difensori, anche quella presentata dai legali dell'ex ministro Nicola Mancino, che chiedevano lo spostamento del processo al tribunale dei ministri. Dice il presidente Montalto nel suo provvedimento: "La falsa testimonianza contestata all'imputato Mancino non è reato ministeriale, cioè commessa da ministro, ma è stata commessa molti anni dopo l'incarico assunto nel 1992".

La lettura dell'ordinanza è durata 49 minuti. Poi, il presidente ha dichiarato aperto il dibattimento. Le prossime udienze si terranno il 26 settembre e il 10 ottobre, nell'aula bunker dell'Ucciardone.

Questa mattina, all'udienza, erano presenti tutti gli imputati di mafia, collegati in videoconferenza: Totò Riina, detenuto a Milano; Leoluca Bagarella, ad Ascoli Piceno; Antonino Cinà, a Parma. Era collegato anche il pentito Giovanni Brusca, da una località segreta. Assenti, invece, tutti gli imputati eccellenti: l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno. Non c'era neanche l'ex senatore Marcello Dell'Utri. In aula erano invece presenti tutti i pm, il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.

Le eccezioni della difesa
Erano stati i difensori di Nicola Mancino a formulare le contestazioni più articolate circa la competenza della Corte di assise di Palermo. Gli avvocati avevano in primo luogo chiesto il trasferimento degli atti al tribunale dei ministri, sostenendo che il reato di falsa testimonianza contestato a Mancino era stato commesso o si riferiva comunque a incarichi di governo da lui ricoperti. I legali avevano anche sostenuto che in ogni caso la competenza per questa fattispecie sarebbe stata del tribunale ordinario in composizione monocratica e non della Corte di assise. Secondo i giudici, invece, "appare palese la mancanza di presupposti sollevati dalla difesa di Nicola Mancino per l'attribuibilità dei reati contestati al tribunale dei ministri".

"Mancino - ha detto il presidente Montalto leggendo l'ordinanza - è imputato del reato di falsa testimonianza, commesso il 24 febbraio 2012, ben oltre la cessazione di ogni carica ministeriale ricoperta. Spetta a questa Corte -ha proseguito il giudice - il potere di qualificazione del reato, se esso sia ministeriale o meno. E non si comprende quale concreto pregiudizio possa avere l'imputato nell'essere giudicato dalla Corte di assise di Palermo, che è peraltro giudice superiore".

Altri difensori avevano chiesto lo spostamento del processo a Caltanissetta o Firenze.

La Procura
"Questa decisione è uno stimolo per vedere se soggetti che non sono ancora sotto processo abbiano commesso reati nella tragica stagione delle stragi", così dice il pm Nino Di Matteo al termine dell'udienza: "Al di là delle critiche che ci sono state rivolte - prosegue il magistrato - c'è un gup che ha riconosciuto la necessità che venisse celebrato un processo e una corte che ha riconosciuto le nostre tesi sulla competenza e la completezza delle accuse".

Sull'ordinanza della Corte interviene anche il procuratore aggiunto Vittorio Teresi: "Non avevamo dubbi sull'accoglimento delle nostre argomentazioni che sono state riprese tutte nell'ordinanza della corte d'assise, perchè si trattava di ragioni di diritto fondate ad esempio su una sentenza delle sezioni unite della Cassazione che era stata ignorata dalle difese".

"Si è confermato - aggiunge Teresi - che l'omicidio Lima è un dato fondante del nostro castello accusatorio e il primo atto del ricatto che mafia e pezzi delle istituzioni fecero allo Stato".

Ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle critiche che alcuni docenti, come il giurista Giovanni Fiandaca, hanno fatto all'impianto accusatorio della Procura, Teresi ha risposto: "Fiandaca ha letto solo la nostra memoria, che è stata un errore strategico, ma non conosce gli atti del processo e prima di commentare gli atti vanno letti senza la supponenza che certi professori e certi politici hanno mostrato".

di Salvo Palazzolo

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