lunedì 29 luglio 2013

Il commissario Montana

Beppe Montana
Qualcuno mi ha definito “un romantico patriota siciliano”. Ebbene, se essere romantico siciliano si esprime attraverso il ricordo di un'amicizia, sincera, pura condivisa con altri siciliani, allora vuol dire che lo sono. L'amicizia senza romanticismo non ha senso: essere amici di qualcuno equivale a condividere l'affetto, la stima e soprattutto rispetto e fiducia. Nell'amicizia non esiste la parola scusa. Spesso il romanticismo mi aiuta a rimembrare con affetto quei rapporti d'amicizia segnato la mia vita. Mi sono cibato dell'amicizia o da semplici rapporti di lavoro di Uomini che hanno scritto con il loro martirio pagine gloriose di questo Paese: Paese che sovente ha smarrito e tuttora smarrisce il senso dell'onore, dello Stato, del giuramento verso la Costituzione. Sono stato davvero fortunato a stare accanto ad Uomini che rappresentarono l'onestà e la moralità dell'Italia, essi sono il faro dei miei comportamenti: non li ho mai dimenticati, sono presenti oltre che nella mia mente, nel mio cuore. Ed oggi 28 luglio ricordo con amore e affetto il mio amico e collega di lavoro il Commissario Beppe Montana (foto), assassinato a Porticello, località vicino a Palermo. Era. Come oggi una domenica.
Di Beppe ricordo tutto, la prima volta che c'incontrammo, il nostro lavoro insieme, la sera dell'incontro in una pizzeria col figlio di Boris Giuliano, oggi funzionario di Polizia. Ma nella mia mente è costantemente presente, l'ultimo pranzo insieme a Cassarà: io, Beppe e Ninni, spensierati a ridere e scherzare davanti ad un piatto di spaghetti. Due mesi dopo la tragedia, la loro morte. Quindi voglio ricordare Beppe con un episodio che mentre lo descrivo mi commuovo e qualche lacrima liberatoria sgorga sul mio viso. Una mattina, all'inizio degli anni 80, entro nella mia sezione investigativa antimafia di Ninni Cassarà e noto un irrituale fermento. Era successo che un uomo, nella notte si era presentato alla Mobile, affermando di essere nel mirino di Cosa nostra. Condusse Montana in un appartamento di corso Dei Mille e fece catturare un latitante mafioso di quella famigghia. Naturalmente entrai subito in “partita” e sulla scorta di notizie dell'uomo, Stefano Calzetta, predisponemmo un appostamento per catturare altri due pericolosi killer di Cosa nostra, latitanti. Stefano Calzetta, ci disse che quasi tutte le domeniche i due latitante si recavano al bar di Sant'Erasmo per comprare i cannoli siciliani. Io, Stefano e Beppe Montana, salimmo su un furgone con il logo posticcio dell'Enel. Il furgone fu parcheggiato da un autista di fronte al bar e noi tre rimanemmo all'interno. Calzetta scrutava attraverso le feritoie l'ingresso del bar. L'attesa era divenuta snervante e sia Stefano che Beppe, entrambi esuberanti, mostrarono segni d'insofferenza. Del resto, non potevamo né parlare né fumare, perchè attorno a noi, quella domenica, c'erano numerose persone accanto al nostro furgone. Ad un certo punto, dopo un paio d'ore, Stefano vide i due latitanti entrare nel bar... “iddri sunnu”. Nel frattempo una volante della Polizia ignara della nostra presenza transita davanti al bar. I complici dei due latitanti, danno immediatamente l'allarme e i due mafiosi fuggono a piedi in direzione di via Tiro a Segno, dove peraltro terminano la loro fuga, tra le braccia di altri colleghi appostati. Ma, appena Stefano riconobbe i due, si era talmente agitato che voleva seguire Montana già sceso di corsa dal furgone: urlava dicendo “pigghiamuli”. Fui costretto a bloccarlo con tutte le mie forze e impedirgli di urlare. Intanto attraverso le feritoie assistetti alla corsa di Beppe Montana che, revolver in pugno, raggiunse i due fuggitivi. Ecco, da questo episodio si evince la grande personalità di Beppe Montana, il senso dello Stato che nell'occorso ha dimostrato: non esitò un istante per dimostrare che la Legge doveva essere applicata. Grazie Beppe, non dimenticherò mai quando, per arrestare a Catania il Cavaliere del Lavoro Costanzo, usammo uno stratagemma per superare gli ostacoli posti dai sanitari di una clinica privata.

di Pippo Giordano

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