lunedì 29 luglio 2013

Ciao Rocco, 29 Luglio 1983 - 29 Luglio 2013

La mafia e il "terzo livello" del potere, l'intuizione del giudice che coltivava le rose
In un libro dei giornalisti Fabio De Pasquale ed Eleonora Iannelli la ricostruzione degli anni di piombo, di tradimenti e di ambiguità, e i diari segreti del magistrato assassinato nel 1983
da sx: Ninni Cassarà, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici
Diceva che in Sicilia, terra di mafia, si può morire in tanti modi, oltre che nel proprio letto: freddati a colpi di pistola, crivellati da un kalashnikov, incaprettati nel portabagagli di un'auto, stroncati da un'overdose, inghiottiti dalla lupara bianca. Non aveva previsto che si potesse morire dilaniati dalla dinamite, fine che la mala sorte ha destinato proprio a lui, e, dopo, anche ai suoi due "allievi" prediletti, Falcone e Borsellino.

Rocco Chinnici quel 29 luglio del 1983, appena fuori dal portone del palazzo di via Pipitone Federico, dove vive con moglie, tre figli e un cane, viene investito dalla carica di esplosivo di un'autobomba, che fa diventare in un attimo la strada, una traversa di via Libertà, avamposto di guerra. Calcinacci, vetri, finestre, intonaci, disseminati come dopo un bombardamento. E sull'asfalto sventrato, oltre al corpo del giudice istruttore, restano quelli dei carabinieri di scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e del portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

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I giornalisti Fabio De Pasquale ed Eleonora Iannelli, nel libro "Così non si può vivere", sottotitolo: "Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili" (edizioni Castelvecchi, 278 pagine, 18,50 euro) ricostruiscono quei drammatici anni di piombo, di tradimenti e di ambiguità, fuori e dentro un palazzo di giustizia ammorbato dai veleni, come tra l'altro emerge dai diari segreti, integralmente pubblicati, del magistrato assassinato, decima vittima eccellente di una catena di sangue.

In quell'estate di scirocco ritorna la dinamite impiegata per la strage di Ciaculli del 1963 e che poi sarebbe stata utilizzata a man bassa nella drammatica stagione di morte degli anni Novanta, anche fuori dalla Sicilia. "Palermo come Beirut" titola a piena pagina il giornale "L'Ora" a poche ore dal boato. Eppure in tanti sapevano che il tritolo era bello e pronto per essere innescato. "Ancora una volta non si riuscì a evitare una strage annunciata  -  scrive nella prefazione il presidente del Senato Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia  -  pur essendo pervenuta, tramite il libanese Bou Chebel Ghassan, la notizia di esplosivo inviato a Palermo per un attentato. Si pensò a Falcone, che però si trovava in Thailandia sulle tracce di un imponente traffico di eroina, o all'alto commissario antimafia, prefetto De Francesco".

La dinamite invece era per Rocco Chinnici, siciliano di Misilmeri, nemico pubblico numero uno per la mafia, e per gli intoccabili che con le cosche facevano affari d'oro. Il consigliere istruttore è stato il primo a intuire che oltre ai boss e ai picciotti, c'era un terzo livello, burattinai che agivano all'ombra della cupola. Ed era a questi occulti personaggi che puntava. Smascherarli avrebbe significato riportare la mafia a una normale dimensione di criminalità. Per questo è morto. Si era avvicinato troppo a quelle verità scomode, aveva varcato il confine dei santuari e quindi diventato pericoloso. Per tanti potenti.

"Se è vero, come i successivi processi hanno accertato, che Rocco aveva manifestato l'intenzione di emettere i mandati di cattura contro i cugini Salvo, tuttavia non si avevano ancora quelle più approfondite conoscenze sul connubio tra mafia, economia e politica che costituiva lo snodo cruciale del potere mafioso nell'Isola  -  continua Grasso nella prefazione  -  L'intuizione e la modernità di Rocco Chinnici è aver misurato la temperatura del suo tempo, la virulenza mafiosa degli anni Ottanta, in un contesto di normalità medio-borghese dal quale scaturiva un senso di realismo che legittimava il potere criminale".

È tutto qui il nocciolo della questione: "Egli ha avuto il merito di non confinare il fenomeno mafioso nell'ambito di una rappresentazione folcloristica o territoriale di coppole e lupare - scrive ancora Grasso - Studiando gli ingranaggi del consenso sociale, era riuscito a tracciare le vere coordinate del potere mafioso. Ma la vera rivoluzione del suo pensiero fu nell'avere compreso che la borghesia mafiosa non sceglie, piuttosto approva senza necessariamente tradurre l'adesione all'agire mafioso o all'affiliazione, ponendosi come strumentale al potere".
Queste convinzioni, lo inducono a ritenere che ci fosse un'unica regia dietro ai delitti Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa, e a disporre la creazione di un pool antimafia  -  in origine Falcone, Borsellino e Di Lello  -  che da un lato potesse collegialmente affrontare indagini complesse e dall'altro lato evitare che le informazioni ristagnassero in qualche cassetto o che esponessero un solo magistrato. Il pool sarebbe poi stato perfezionato dal suo successore, Antonino Caponnetto.

I diari di Chinnici mettono a nudo quel palazzaccio in cui si annidavano  -  e si annidano ancora oggi a leggere le recenti cronache  -  immonde belve, come in un disegno di Bruno Caruso: iene, serpenti, sciacalli, su cui volteggia l'immancabile corvo. Si sente solo Chinnici, sospetta di tanti, quando deve parlare di cose segrete con il procuratore Gaetano Costa si rifugiano in ascensore. Colleghi ambigui, intromissioni per perorare interessi, ammiccamenti e accuse velate. E la consapevolezza che lo Stato fosse sonnecchiante.

I colleghi Scozzari e Pizzillo i suoi bersagli principali. A un certo punto sospetta che vogliano mettergli contro Falcone, e più avanti avanza sospetti perfino sul suo "pupillo". Non capisce le cautele di Falcone nell'addentrarsi nelle stanze del terzo potere. Lui, con quella faccia di contadino, come scrive Emanuele Macaluso, è irruente, vuole andare subito al cuore del problema, prosciugare quel territorio ambiguo in cui prospera la borghesia collusa.

Quel boato rimbomba ogni giorno nella testa dei figli, Caterina, Elvira e Giovanni (la moglie Tina è morta da qualche anno). Resta in tutti i siciliani onesti il ricordo di un uomo giusto, integerrimo, divertente nel ricordo di chi lo ha conosciuto, che amava coltivare rose, cucinare e giocare col cane Billy. Ma più di ogni altra cosa amava la sacralità del suo lavoro. Per fare più giusta la Sicilia.

di Tano Gullo

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