martedì 28 maggio 2013

I buchi neri della protezione al giudice Di Matteo

Il Pm Nino Di Matteo
Il pm di punta del processo sulla trattativa Stato-mafia rischia seriamente di essere assassinato con tutta la sua scorta.
Come è noto il pm Nino Di Matteo continua ad essere uno dei soggetti più esposti tra i magistrati che si occupano del processo sulla trattativa Stato-mafia (iniziato proprio questa mattina). Una nuova lettera anonima è stata recapitata al sostituto procuratore palermitano. La notizia, rilanciata dal quotidiano Repubblica, riporta preoccupanti avvertimenti sulle pericolose condizioni di Di Matteo in termini di sicurezza.
La redazione di Antimafia Duemila ha seguito con seria preoccupazione le vicende che hanno visto coinvolto il magistrato Antonino Di Matteo, precedentemente minacciato in altre due lettere anonime da un personaggio presumibilmente appartenente ad ambienti istituzionali “deviati” legati a Cosa nostra. A seguito di questi episodi gli inquirenti hanno sufficientemente provato che non si trattava delle lettere di un pazzo, ma di una grave e seria minaccia ai danni di uno dei magistrati di punta del nostro Paese. Nelle missive, recapitate allo stesso Di Matteo e alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, vengono infatti citati gli spostamenti quotidiani del giudice e i punti deboli della sua protezione.
La prefettura aveva immediatamente tenuto una riunione con il comitato provinciale per la sicurezza pubblica per aumentare la sua protezione, annunciando che la scorta di Nino Di Matteo sarebbe stata debitamente potenziata.
Ma la verità è che è stata potenziata solo apparentemente. Di Matteo non è davvero protetto dallo Stato, lui e i suoi agenti possono essere uccisi in qualsiasi momento.
La sua protezione, infatti, non è mai passata dall'attuale livello 2 al livello 1, il massimo sistema di protezione esistente. Le forze impiegate per tutelare il pubblico ministero palermitano comprendevano l'assegnazione di due macchine blindate con cinque uomini armati, e una macchina che si occupi della bonifica lungo il tragitto percorso per scongiurare la presenza di eventuali ordigni. Il potenziamento è solo apparente, in quanto ci si è limitati ad aggiungere altri due uomini armati e una macchina non blindata, che quindi può essere facilmente annientata da un eventuale attentato anche con pistole e mitragliatrici.
Non solo. Sotto la casa della madre di Di Matteo viene eseguita la bonifica dinamica, ma non c’è alcuna telecamera che vigili la zona, né tanto meno è presente una zona di rimozione (così come non c'era in via D'Amelio, dove abitava la madre di Paolo Borsellino). La protezione garantita dallo Stato è quantomeno carente, dato che i tombini, anche quando controllati dalla bonifica come quelli intorno all'abitazione del pm, sono piombati in modo del tutto insufficiente, dopo che vengono controllati chiunque può avvicinarsi, manometterli e infilarci un ordigno. Noi stessi siamo andati a controllare quei tombini, aspettando poi che passasse il pm Di Matteo. E se al nostro posto ci fosse stato un commando mafioso che una volta aperto il tombino ci avesse infilato una bomba?! La macchina del dottore Di Matteo sarebbe saltata in aria e un'ennesima strage avrebbe scosso le fondamenta già precarie del nostro Paese. Ecco perché servono obbligatoriamente telecamere piazzate nei punti sensibili frequentati dal magistrato.
Ma c'è un'altra gravissima mancanza da parte dello Stato, ed è il fatto che la scorta del pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, come sicuramente quella di altri magistrati, è priva del dispositivo jammer. I “bomb jammers”, solitamente utilizzati da corpi militari e forze armate, sono degli abbattitori di segnale che neutralizzano i dispositivi radio-controllati (come per intenderci quelli che fecero saltare in aria Capaci e via D'Amelio) e quindi ottime soluzioni per prevenire un attentato terroristico. È probabile che lo stesso Falcone ne fosse a conoscenza, dato che si teneva sempre aggiornato sulle ultime novità della tecnologia. Sembrerebbe anche che ne avesse fatto espressamente richiesta, all'indomani dell'attentato all'Addaura, per scongiurare l'ennesima bomba che avrebbe sventrato le strade di Palermo dopo la strage Chinnici nel 1983. La storia ci insegna che il jammer non venne mai preso in considerazione, ieri per Falcone e Borsellino, oggi per Di Matteo e per tutti quei magistrati ritenuti dal potere mafioso una pericolosa e seria minaccia.
Perchè, dunque, lo Stato non vuole spendere quei 150-200 mila euro (tali sono le spese per l'utilizzo del bomb jammer) per proteggere questo magistrato? Perchè ci sono delle pericolose falle nella scorta di Nino Di Matteo, su cui bisognerebbe indagare subito e a fondo? Noi auspichiamo che questo non sia il segnale di un'ennesima trattativa tra la mafia e quella parte di Stato disposta a sacrificare i suoi uomini migliori, come già ha fatto partecipando al massacro che culminò con la morte di Falcone e Borsellino. Confidiamo piuttosto che si tratti della negligenza di personaggi poco professionali ai vertici degli uffici preposti alla tutela dei magistrati, ai quali ci rivolgiamo affinchè vengano colmate queste terribili lacune. Sarebbe loro la responsabilità qualora dovesse succedere qualcosa al magistrato titolare di processi contro la mafia ed esponenti dello Stato collusi con essa.
La scorta di Antonino Di Matteo, attualmente del tutto insufficiente rispetto al reale pericolo, ha bisogno di fucili mitragliatori più potenti, di fucili a pompa che non hanno, di un'altra macchina blindata. Avrebbe bisogno di una vigilanza costante nei punti più sensibili, e di telecamere che ne monitorino i movimenti ventiquattro ore al giorno per scongiurare il pericolo di quegli attentati dinamitardi di cui dicevamo prima. Avrebbe inoltre bisogno di un elicottero e, ovviamente, di un dispositivo jammer.
Questa sì, sarebbe una risposta seria da parte dello Stato, che non ingannerebbe più i cittadini con il potenziamento di una scorta che, in sostanza, è solo una copertura dietro alla quale si nasconde una debolezza e una mancanza di presa di posizione che rischia di mettere in serio pericolo uno dei magistrati in questo momento più esposti.

 di Giorgio Bongiovanni 

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