mercoledì 29 dicembre 2010

Cenone sì, ma d'impegno civile



di Umberto Lucentini

Il cenone di Capodanno aperto dalle augurali lenticchie coltivate da Libera Terra a Caserta. Una tavolata in una cascina in provincia di Torino o in un agriturismo nelle campagne di Siena in beni confiscati ai boss calabresi e siciliani. Una firma nei banchetti, o via internet, perché i corrotti restituiscano alla collettività il frutto delle loro ruberie. Un brindisi con il vino bianco della cantina Centopassi che ricorda Peppino Impastato e le sue battaglie antimafia in via dei Georgofili a Firenze, nel luogo della strage del 1993. O, ancora, una festa con dj nella nuova sede di Addiopizzo aperta in un locale confiscato al capocosca Masino Spadaro. Idee per un Capodanno che può avere anche un impegno civile, suggerite da addetti ai lavori di assoluta affidabilità.

Cascina Bruno e Carla Caccia
via Serra Alta 6 a San Sebastiano da Po, piccolo centro a due passi da Chivasso, provincia di Torino.
È un casolare di mille metri quadrati, circondato da un ettaro di terreno coltivabile, confiscato agli esponenti della famiglia Belfiore. Domenico, il capo cosca, è stato condannato nel 1992 all'ergastolo quale mandante dell'omicidio del procuratore di Torino, Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno del 1983 per aver avviato importanti indagini sui clan malavitosi. La Procura guidata da Caccia istruì anche i primi processi ai capi storici di Br e Prima linea. La confisca definitiva dell'immobile è stata effettuata nel dicembre del 1999 ma solo nel 2005, su input della giunta guidata dal sindaco Paola Cunetta, il bene è stato destinato al Gruppo Abele. www.cascinacaccia.liberapiemonte.it/

*segnalato da Flavio Tranquillo, commentatore di Sky sport, autore insieme al magistrato Mario Conte del libro "I dieci passi, piccolo breviario sulla legalità".


La bottega dei sapori e dei saperi della legalità
Via Raffaele De Cesare, 22 (Trav. di Palazzo Santa Lucia), Napoli
Un "pacco alla camorra", cioè cibi e dolci prodotti nelle terre confiscate ai boss casertani, da portare sulla tavola del cenone: sono acquistabili nella «Bottega dei sapori e dei saperi della legalità» che fa capo a Libera Campania. Gli aderenti a Libera, insieme ai ragazzi di Orsamaggiore, sono impegnanti in questi giorni per aprire «La Gloriette», un centro per ragazzi disabili in una villa appartenuta al camorrista Michele Zaza. Il boss negli anni 80 controllava il contrabbando di sigarette a Napoli e viveva in una "magione" di via Petrarca con piscina, parco e una veduta mozzafiato sul golfo. La polizia, che l'aveva avuto assegnata, l'ha affidata alle associazioni di volontariato. Lì si consumeranno i cibi ottenuti coltivando le terre confiscate ai casalesi. A pochi passi da «La Gloriette» c'è un terreno agricolo di circa undicimila metri quadrati con un piccolo fabbricato in muratura che sarà curato e destinato per alcune colture di Libera Terra.

*segnalato da Santi Giuffrè, questore di Napoli


Petizione on-line I corrotti restituiscano ciò che hanno rubato
I banchetti sono già all'opera in centinaia di piazze d'Italia, da Roma, a Latina, ad Alessandria a Caltanissetta. L'iniziativa parte da Libera e Avviso Pubblico, è una campagna di raccolta firme per chiedere al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, "di intervenire, nelle forme e nei modi che riterrà più opportuni, affinché il governo e il Parlamento ratifichino quanto prima e diano concreta attuazione ai trattati, alle convenzioni internazionali e alle direttive comunitarie in materia di lotta alla corruzione nonché alle norme, introdotte con la legge Finanziaria del 2007, per la confisca e l'uso sociale dei beni sottratti ai corrotti". Il 31 dicembre si potrà firmare anche a Calatafimi Segesta, in provincia di Trapani, in piazzetta Beato Arcangelo dalle 17 alle 21, e online suwww.libera.it e www.avvisopubblico.it

*segnalato da Giovanni Crescente, direttore di Confindustria Caltanissetta

Agriturismo Suvignano
Str. Monteroni Vescovado 2759, 53014 Monteroni d'Arbia, Siena
La splendida tenuta era stata acquistata dal costruttore mafioso Vincenzo Piazza, arrestato su ordine della magistratura di Palermo per aver riciclato i soldi di Cosa nostra. Destinata a luogo di villeggiatura per la famiglia dell'imprenditore, è stata sequestrata nel 1994 insieme ad altre aziende (il provvedimento riguardò beni per 1 miliardo e 500 milioni di euro) ed è stata confiscata nel 2007. Resa produttiva grazie ad una serie di interventi mirati con punte di eccellenza nella zootecnia, nell'agricoltura e nell'agriturismo, oggi la tenuta diventata azienda vale 35 milioni di euro e vi lavorano 30 addetti. C'è un parco animali di 1.800 ovini, si produce latte e olio, si allevano i suini Cinta Senese per la produzione di insaccati con la certificazione Dop che sono tra i più apprezzati nel mondo. Accordi con le università e gli istituti Zootecnici di Toscana e Sicilia permettono la sperimentazione di colture e di progetti per la pet-terapy.

www.agriturismosuvignano.it

*segnalato da Gaetano Cappellano Seminara, avvocato, amministratore giudiziario di beni sequestrati o confiscati ai boss e amministratore finanziario dell'Agriturismo Suvignano


Via dei Goergofili
Firenze
Una bottiglia di spumante stappata tra la storica Torre dei Pulci, gli Uffizi, l'Arno, la sede dell'Accademia dei Georgofili per dire ai mafiosi che da lì non si passa. Un brindisi nei luoghi dove per un attentato organizzato dai boss di Cosa nostra nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993 sono morte cinque persone: Caterina Nencioni, 50 giorni di vita; Nadia Nencioni, 9 anni; Dario Capolicchio, 22 anni; Angela Fiume, 36 anni; Fabrizio Nencioni, 39 anni; e altre 48 sono rimaste ferite. Via dei Georgofili non tanto perché è un luogo antimafia ma perché lì la mafia ha colpito duramente.

*segnalato da Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili a Firenze www.strageviadeigeorgofili.org

Addiopizzo
via Lincoln 131, Palermo
La serata danzante con dj set e open bar presso la nuova sede di Addiopizzo, locale confiscato al boss mafioso Masino Spataro inizia alle 22 di venerdì 31 dicembre. L'idea è quella di festeggiare l'arrivo del 2011 in un locale appartenuto alla mafia, e inaugurato pochi giorni fa come sede dell'associazione che ha lanciato a Palermo la campagna contro il racket del pizzo. Per partecipare alla serata bisogna tesserarsi ad Addiopizzo. Per tesserarsi e sostenere il Comitato, oppure per info o prenotazioni, telefonare al 380 3691047. Per pernottare a Palermo ci sono diverse strutture "pizzo-free" i cui titolari hanno aderito alla campagna "no alla mafia": b&b, alberghi, e ostelli. www.addiopizzotravel.it

*segnalato da Dario Riccobono, uno dei fondatori di Addiopizzo Travel


Lavoriamo per un sorriso
Tour virtuale nel sito dell'Associazione di genitori di bambini affetti fin dalla nascita da labiopalatoschisi.
Via Rodolfi 37, Vicenza
Un viaggio nella speranza per aiutare i bambini affetti dalla nascita da una malformazione che altera l'estetica del viso e della bocca e rallenta l'acquisizione delle funzioni di alimentazione, linguaggio e partecipazione sociale e contribuire con il tuo aiuto a "donare loro un sorriso". Un viaggio "a costo zero" nel sito informativo e divulgativo dell'Associazione www.lavoriamoperunsorriso.it permette di conoscere le iniziative di beneficienza e scientifiche condotte a Vicenza dall'ospedale San Bortolo. Sono diverse le iniziative cui si potrà aderire: la composizione di materiale divulgativo, l'assistenza ai genitori di bambini degenti per aiutarli o sostituirli durante l'assistenza post-operatoria al figlio, il supporto alle attività collaterali come i laboratori educativo-riabilitativi-logopedici strutturati per i bambini e i genitori o le giornate di divulgazione scientifica.

*segnalato da Licia Serpico, funzionario della Direzione Investigativa Antimafia di Padova e collaboratrice Associazione "Lavoriamo per un sorriso".

Kursaal Kalhesa, centro polifunzionale
Foro Umberto I 21, Palermo
Una libreria con titoli che spaziano dalla mafia, alla 'ndrangheta, ai saggi, un wine bar, un internet-point e un ristorante: eccolo il mix del centro polifunzionale dove si tengono presentazioni di libri, mostre e concerti almeno fino all'1 di notte (il resto lo fa il successo dell'evento). Il Kursaal Kalhesa è affiliato ad Addio Pizzo e nasce all'interno di un affascinante ed antico edificio, il Palazzo Forcella/De Seta, sito nel complesso cinquecentesco detto di Porta dei Greci e dei Bastioni. Massima attenzione viene data all'argomento della legalità: lì hanno presentato i loro libri magistrati che indagano sulla 'ndrangheta come Nicola Gratteri o si è parlato dei "pizzini della legalità" in contrapposizione a quelli usati dal boss Bernardo Provenzano per ordinare delitti o estorsioni.
www.kursaalkalhesa.it

*segnalato da Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, autore del libro "Nel labirinto degli dèi. Storie di mafia e antimafia"

espresso.repubblica.it

martedì 21 dicembre 2010

«Caro ragazzo, da poliziotto ti dico: noi stiamo dalla vostra parte»



«Sento il bisogno di scrivere queste due righe rivolgendomi allo studente che mercoledì andrà in piazza». Inizia così l’appassionata “lettera aperta” che Maurizio Cudicio, poliziotto in servizio alla Questura di Trieste, scrive agli studenti che si sono dati appuntamento in piazza a Roma domani, in occasione della votazione in Senato del Ddl Gelmini.

«Io poliziotto, sono figlio e padre e quando finisco di lavorare torno a casa dalla mia famiglia. Mia moglie mi chiama al cellulare e mi dice di non fare tardi che la cena è quasi pronta. Io contento la tranquillizzo e le dico che tornerò il prima possibile. Passano le ore e mi ritrovo in ospedale con la testa rotta. Studente, mi rivolgo a te, io sono consapevole che non sei stato tu, tu hai tutte le ragioni del mondo di manifestare per i tuoi diritti, ma quello che non sai forse è che noi poliziotti siamo con voi, siamo dalla vostra parte e non siamo contro nessuno».

«Noi rappresentiamo lo Stato quando ci vedete in strada - continua la lettera - ma credimi siamo orgogliosi di farlo, noi amiamo il nostro lavoro ma siamo in piazza anche per voi. Non siamo lì per divertimento e facciamo di tutto, credimi studente, di tutto, per evitare che qualcuno si faccia male. Certo gli ordini sono ordini e noi siamo obbligati ad eseguirli, ma sappiamo benissimo dove dobbiamo fermarci per il bene nostro e vostro».

«Abbiamo paura, sì tanta a volte e in certi momenti forse sbagliamo, ma credimi, parlo con il cuore, quando ci troviamo tra due fronti, in mezzo alla guerriglia urbana è veramente dura. Ma per noi siete tutte persone che hanno diritto di manifestare e noi siamo in piazza perché questo diritto sia rispettato. I media e i politici a volte esasperano i toni, non rendendosi conto che in strada ci sono solo persone, che abbiano la divisa o siano studenti», scrive Maurizio Cudicio, che su Facebook ha creato il gruppo “Movimento poliziotti”, per creare un punto di incontro fra cittadini e agenti, che ha superato in pochissimi giorni i mille iscritti.

l'unità.it

giovedì 16 dicembre 2010

Lite tra Sonia Alfano e Licia Ronzulli “Vajassa”. “Ti querelo”






Da Strasburgo l’eurodeputata dell’Idv Sonia Alfano accusa il governo italiano di avere legalizzato la corruzione. La collega del Pdl Licia Ronzulli cerca di interromperla, urlando dall’altra parte dell’aula. Chiede Alfano: “Le vajasse sono anche al Parlamento europeo?”. E così l’epiteto sdoganato in Italia dal ministro Mara Carfagna per apostrofare Alessandra Mussolini arriva in Europa.

Alfano sta tenendo un discorso in aula. Accusa il governo italiano di avere ottenuto la fiducia con i voti di parlamentari di opposizione avvicinati dalla maggioranza “con promesse di ricandidature e soldi”. Ronzulli sbotta una prima volta, cerca di interrompere la rivale. Ma Alfano prosegue: “Stai zitta, perché non sei al Parlamento italiano. Shut up, si sta parlando di violazioni di diritti fondamentali. Nulla di nuovo in casa del corruttore Berlusconi”. Ronzulli continua a urlare dall’altro lato dell’emiciclo. E’ a questo punto che viene paragonata a una “vajassa”, cioè a una donna di bassa condizione sociale o peggio. E viene anche zittita dal presidente di turno dell’Europarlamento: “La smetta di parlare. Il suo atteggiamento non è appropriato, non può continuare a interrompere. Rispetto”. E poi ancora: “Questa è l’ultima volta che glielo dico. Se si alza di nuovo e interrompe la sessione, le chiederò di lasciare l’aula. E’ abbastanza chiaro?”. Ma Ronzulli non ci sta: si sente offesa e minaccia querela contro Sonia Alfano.

ilfattoquotidiano.it

martedì 14 dicembre 2010

WikiLeaks, "Il Cavaliere censura internet per favorire le sue tv"



Caso WikiLeaks, un cablo dell'ambasciatore Usa Thorne: uso privato del potere. "Il decreto Romani offrirebbe le basi per azioni legali contro chi dovesse entrare in competizione contro membri del governo". "Così si azzittisce la concorrenza politica"

di Vincenzo Nigro



ROMA - "Così Berlusconi vuole censurare Internet" per "favorire le proprie imprese" commerciali e azzittire "la concorrenza politica". Gli ultimi due cablogrammi dell'ambasciatore Usa a Roma David Thorne diffusi da WikiLeaks, riferiscono le critiche, le perplessità e i sospetti dell'amministrazione Usa sulla "legge Romani". È il decreto anti-Internet che il governo italiano voleva far passare tra fine 2009 e inizio 2010. In un cablogramma del 3 febbraio 2010, Thorne sintetizza: "la legge darà possibilità di bloccare o censurare qualsiasi contenuto", e "favorirà le imprese di Silvio Berlusconi di fronte ai suoi competitor". La conferma, secondo l'ambasciatore, di un "modello di business familiare in cui Berlusconi e Mediaset hanno usato il potere del governo in questo modo sin dai tempi del primo ministro Bettino Craxi".

Thorne spiega al Dipartimento di Stato che "la legge sembra scritta per dare la governo il potere di censurare o bloccare qualsiasi contenuto di Internet se il governo lo ritiene diffamatorio o che alimenti attività criminali". Il decreto "offrirebbe le basi per intraprendere azioni legali contro le organizzazioni di mezzi di comunicazione che dovessero entrare in competizione politica o commerciale contro membri del governo". Nel telegramma Thorne ricorda che da anni gli Stati Uniti hanno fatto pressioni sul governo italiano perché approvi leggi che evitino conseguenze legali per chi opera
su Internet: "Finora l'Italia ha fatto molto poco", e adesso "con questa legge salta ogni collaborazione e anzi propone una regolamentazione molto dura". Thorne, che era stato al fianco di John Kerry e dello staff di Obama nell'uso di Internet nella campagna elettorale americana del 2008, dice che la legge italiana potrebbe "essere un precedente per Paesi come la Cina, che potrebbero copiarla o portarla a giustificazione dei propri attacchi contro la libertà di espressione". Per Antonello Busetto, una fonte confindustriale ascoltata dall'ambasciata Usa, questa legge "potrebbe significare la morte di Internet in Italia".

Inoltre dirigenti di Sky-tv in Italia confermano all'ambasciata Usa che la legge Romani avrebbe "offerto molti vantaggi commerciali a Mediaset, la televisione del primo ministro, rispetto a Sky, uno dei suoi principali competitori". Questi dirigenti "confermano il ruolo di Romani come leader all'interno del governo per aiutare Mediaset a mettere Sky in una situazione di svantaggio". L'ambasciata Usa spiega a Washington che tra l'altro il governo vorrebbe obbligare gli Internet provider come YouTube o Blogspot "a diventare responsabili del contenuto che pubblicano così come lo sono le televisioni", cosa "impossibile sia dal punto di vista economico che da quello pratico". E "dato che la legge prevede di rendere passibili di diffamazione sia i siti d'opinione che gli Internet provider, alcuni la vedono come un modo per controllare il dibattito politico su Internet". Inoltre, aggiunge Thorne, "vista da una prospettiva commerciale, la norma diretta a limitare i video e le televisioni disponibili su Internet aiuta Mediaset mentre la società del premier esplora il mercato della televisione via Internet".

L'ambasciatore scrive ancora che l'authority italiana per le comunicazioni, l'Agcom, avrebbe il potere di bloccare i siti non italiani e di "imporre multe fino a 150 mila euro alle compagnie straniere: l'Autorità in teoria è indipendente, ma molti temono che non sia sufficientemente forte per resistere alle pressioni politiche".
Thorne conclude, ricordando che il governo ha già preso diverse iniziative per controllare le reti sociali di Internet, "inclusa l'infame intenzione di esigere che i blogger debbano avere la licenza di giornalisti, che viene concessa dal governo".

repubblica.it

venerdì 10 dicembre 2010

Di Gennaro, Ciancimino, Keller Gross: “Ciancimino, Il Signor Franco, Lo “Squalo”… E Un Documento Inedito



ESCLUSIVA ALIBERTI EDITORE

Segnaliamo ai nostri lettori che il documento riprodotto oggi nel Fatto Quotidiano a pagina 10 nell’articolo “CIANCIMINO, IL SIGNOR FRANCO E LO “SQUALO” era uscito il 19 luglio 2010, vero scoop allegato al libro I MISTERI DELL’AGENDA ROSSA di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti (che include interviste inedite a Gaspare Mutolo e Luca Tescaroli), ed era stato pubblicato in anteprima assoluta sul Fatto Quotidiano nell’anticipazione dedicata al medesimo libro.

Qui sotto riproponiamo il documento:

Leggi anche: Dagospia, 4.12.2010 :

È lui o non è lui l’agente segreto che inciuciava tra stato e cosa nostra? Ciancimino jr divide i pm. “è de gennaro lui il signor franco”. Poi frena: legami tra i due”. La risposta di (de) gennaro ’o spione: “falsità. Attacco mafioso, lo denuncio”. Poi passa il “corrierone” e sbianca tutto con un pezzo di bianconi: “quando don vito conobbe l’agente segreto, il direttore del dis era all’università”. E non era un fuoricorso.

NELLE MANI GIUSTE (E’ LUI O NON E’ LUI?)
“Accuse a De Gennaro. Ciancimino jr divide i pm. “E’ lui il signor Franco”. Poi frena: legami tra i due”. La risposta di (De) Gennaro ‘o spione: “Falsita’, non mi lascio intimidire. Attacco mafioso, lo denuncio” (Corriere, p. 17). Poi passa Giovanni Bianconi e difende l’amicizia di una vita: “Quando don Vito conobbe l’agente segreto, il direttore del Dis era all’universita’”. E non era un fuoricorso.

‘I misteri dell’agenda rossa’: tutti gl iarticoli sul blog

Ciancimino jr: testimone o gran depistatore?



di Sandra Rizza

Gran depistatore o testimone delle pagine piu' buie della recente storia d'Italia? Da quando ha pronunciato il nome di Gianni De Gennaro, capo del Dis, ex capo della polizia, e soprattutto ex collaboratore di Giovanni Falcone, il superteste Massimo Ciancimino sembra aver perso di colpo tutto il suo appeal presso i pm di Caltanissetta, che lo hanno iscritto nel registro degli indagati per calunnia. Spiegazione tecnica: il figlio di don Vito avrebbe in un primo momento rivelato ''confidenzialmente'' ad un investigatore della Dia la vera identita' del signor Franco con una delle sue sparate: ''Ma non l'avete ancora capito che il signor Franco e' De Gennaro?'' E poi, davanti ad un verbale e ad un pm, messo di fronte cioe' all'ufficialita' di una dichiarazione formale, avrebbe fatto marcia indietro: ''Macche'.... il misterioso 007 non e' De Gennaro, ma un personaggio vicino a De Gennaro''. Cosi' almeno Massimo Ciancimino dice di avrebbe appreso in illo tempore da suo padre.

Stanchi di un tira-e-molla che dura da mesi sul mistero dello spione che avrebbe monitorato passo dopo passo la trattativa tra Stato e mafia, i magistrati della procura nissena pero', a questo punto, sono saltati sulla sedia. Hanno detto basta e per spiegare il loro disappunto hanno tirato fuori i capisaldi della logica aristotelica: o l'agente segreto e l'illustre superpoliziotto amico di Falcone sono la stessa persona - come Massimo ha affermato davanti all'agente della Dia - oppure si tratta di due persone diverse - e allora Massimo ha mentito, almeno una volta. Sic: ecco l'incriminazione per calunnia. Ma anche quella per favoreggiamento del signor Franco e per diffusione (ai cronisti) di notizie di cui e' vietata la divulgazione. Per il rampollo di don Vito, quella chiacchierata ''off the record'' con l'investigatore nisseno della Dia, rischia a questo punto di pesare come un macigno. Pena: il tracollo totale della sua credibilita'. Un supertestimone col bollo di calunniatore, infatti, non va da nessuna parte. Gongolano, in queste ore, i giudici della Corte d'appello del processo a Marcello dell'Utri (condannato a 7 anni di reclusione) che non vollero ascoltare il rampollo di don Vito in aula, tacciandolo di preventiva ''inattendibilita'''.

Ma i pm di Palermo, che sulle rivelazioni del giovane Ciancimino hanno edificato la maxi-inchiesta sul dialogo a suon di bombe tra lo Stato e la mafia, non ci stanno. Inutilmente il procuratore capo Francesco Messineo getta acqua sul fuoco delle prevedibili polemiche smentendo le voci di una ''spaccatura'' con i colleghi nisseni: ''Nelle indagini collegate -dice - è normale che vi siano delle divergenze fra le Procure, o meglio che siano fatte delle valutazioni non perfettamente sovrapponibili. In questo senso va letta l'indagine per calunnia su Massimo Ciancimino della Procura nissena''.

Divergenze, dunque. Niente di piu'. Ma voci dal sen (della procura panormita) fuggite, e prontamente riportate dall'agenzia Ansa, sembrano offrire una valutazione ben diversa della discrasia tra gli uffici giudiziari. "E' strano - fanno notare a Palermo - che prima di svolgere indagini sulla persona indicata da Ciancimino (De Gennaro, ndr) si indaghi lui per calunnia". Poffarbacco. La frase riportata dall'Ansa sembra rilevare un atteggiamento quanto meno ''tiepido'' della procura nissena davanti all'eventualita' di coinvolgere nelle indagini sulle stragi il nome di De Gennaro, un nome che, evidentemente, fa tremare.

E' tutto qui il succo della storia. Si interrogano gli inquirenti a Palermo: perche' se Ciancimino parla -tra mille altalene di se, di ma, e di non so - di Mori, di Mancino, di Rognoni, di Restivo, di Ruffini, nessuno dei pm salta sulla sedia e invece se parla di De Gennaro scatta l'incriminazione, prima ancora di verificare la veridicita' delle sue dichiarazioni? Perche' sono dichiarazioni incerte e contraddittorie, sostengono a Caltanissetta. Ma da Palermo, le solite voci dal sen fuggite, fanno ancora rilevare: ''Non c'e' da stupirsi se il superteste ha avuto in questa vicenda un atteggiamento titubante. Se le sue dichiarazioni sul signor Franco colpiscono vicino a De Gennaro e' piu' che plausibile che il giovane Ciancimino sia spaventato''. Di certo, adesso, c'e' che il superteste si e' chiuso a riccio. Citato dai pm nisseni, si e' avvalso della facolta' di non rispondere. E poi, rancoroso, ha chiosato: ''Devo difendermi da una procura con cui credevo di collaborare''. Risultato? Un pezzo della classe politica e' pronta a fare la ''ola''.

Sentiamo Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera: ''Già prima della calunnia contro De Gennaro, per noi Ciancimino jr era inattendibile. Ed è gravissimo che ci sia ancora chi - come la Procura di Palermo - prova a salvarne caso per caso, parzialmente, l'attendibilità. E' evidente il tentativo di usare Ciancimino jr in chiave politica come strumento contro qualcuno". E' evidente pure il tentativo di usare l'incriminazione di Ciancimino come strumento pro-qualcuno. Per esempio, quel signor Berlusconi di cui Massimo ha raccontato gli incontri a Milano con don Vito per ''parlare d'affari''. Confermato, su questo punto, dalla testimonianza diretta della madre, Epifania Scardino, che partecipo' a quegli incontri. Precipitosa, dunque, l'incriminazione per calunnia? O giusta punizione per un ciarlatano che si diverte a sbeffeggiare i potenti? Ai posteri l'ardua sentenza.

Voglioscendere.it

martedì 7 dicembre 2010

Ayala ti scrivo



di Dario Campolo

Avrei voluto evitare ma mi chiedo e vi chiedo come sia possibile tutto ciò, un magistrato nuovamente in servizio come Ayala può esprimere dei pensieri così infami su Salvatore Borsellino?
La mia risposta è ovvia, ma certamente non consolatoria.
Dopo l'ennesimo attacco di Ayala nei confronti di Salvatore mi sono andato a rileggere tutte le sue dichiarazioni passate e presenti sulle stragi perché è di questo che stiamo parlando, eviterò di annoiarvi con cose dette e ridette ma una cosa ci tengo a sottolinearla, il profilo che ne emerge è quello di una persona con un alto indice di "egocentrismo", Ayala è un egocentrico.

Basta leggere l'intervista sulla Stampa in cui descrive il cadavere del suo amico Paolo Borsellino ed ecco che il pensiero corre alla sua presunta morte perché nella morte di Paolo vede la sua, i figli che vivono con la ex moglie pensano che sia morto loro padre, tutto corre e viene ripercorso sul suo rapporto di amicizia, sul suo rapporto primario del pool antimafia (ricordo però che Ayala era un pubblico ministero a differenza del famoso pool dell'ufficio istruzione) e via via così, tutto concentrato su se stesso.

Altra cosa pazzesca è come Ayala abbia cambiato versione nel ritrovamento della borsa di Paolo Borsellino, presa, non presa, data, non data, ma è possibile? Secondo me no, un magistrato con la sua esperienza edl suo calibro che si vanta di essere stato nel pool antimafia non può non sapere gestire un'esperienza di quel tipo dopo aver già vissuto esperienze passate come l'omicidio Chinnici, Costa, Cassarà, Montana, Dalla Chiesa, La Torre......, non può perché è impensabile che Ayala prenda la borsa di Paolo Borsellino e non ricordi se la persona a cui l'ha data sia in divisa oppure no ma soprattutto ne parli dopo anni di silenzio e dopo che viene pubblicata la famosa foto del capitano Arcangioli dove si allontana con la borsa di Paolo Borsellino, non è possibile perché è un insulto all'intelligenza, epperò nello spettacolo “Chi ha paura muore ogni giorno” dello stesso Ayala ci si ricorda anche di episodi vecchi di 30 anni con minuziosi particolari, mi viene da sorridere, o ci è o ci fa?

Concludo con una piccola polemica,
perché i familiari di Borsellino non sono intervenuti in difesa di Salvatore?
Oltre a Sonia Alfano, gli amici, il web, il sottoscritto e tutto il popolo delle agende rosse c'è stato un silenzio tombale e questo non è bello, Rita, Agnese, Manfredi, Lucia e Fiammetta?

Resistenza.

Le risposte di Ayala



di Salvatore Borsellino

Più di due mesi fa, su questo stesso blog, pubblicai un post dal titolo “Le domande che non avrei voluto fare“. L’occasione era scaturita da una serie di notizie diramate dai mezzi di informazione: una dichiarazione di Giuseppe Ayala riguardante le scorte dei magistrati e in particolare dei magistrati di Palermo, che secondo Ayala andavano rivisitate a causa della diminuita pericolosità di Cosa Nostra, che “da oltre 18 anni non uccide più“. Nella sua replica, il presidente della giunta Anm di Palermo, Nino di Matteo, manifestava le sue perplessità relativamente a questa dichiarazione che riteneva, giustamente, “fuori luogo e fuori tempo“. La contro-replica di Ayala che, con la supponenza che gli è consueta, definiva Di Matteo – uno dei magistrati più impegnati nelle nuove inchieste della Procura di Palermo sulla “trattativa” che probabilmente fu la causa scatenante della strage di Via D’Amelio, e pertanto uno dei magistrati più a rischio – “un collega che ha cominciato a muovere i primi passi da magistrato soltanto nel 1993“, quando cioè Ayala aveva già abbandonato, ma solo temporeamente, la toga per dedicarsi ad una più agiata vita da parlamentare. Tranne poi a rispolverare la toga stessa scuotendone la polvere accumulata in ben quattro legislature, due alla Camera e due al Senato, approdando dal Partito Repubblicano Italiano ad Alleanza Democratica e infine ai Democratici di Sinistra.

Partendo da queste premesse gli ponevo una serie di domande definendole come “domande che non avrei voluto fare” ma che ero costretto a fare a fronte di alcuni episodi ed alcuni dubbi che continuavano a tormentarmi nei riguardi di Ayala. La prima riguardava l’Agenda Rossa di Paolo, la sua sparizione subito dopo la strage e una serie di testimonianze discordanti rese da Giuseppe Ayala su quell’episodio che lo vide coinvolto, da protagonista, come una delle persone che ebbero in mano la borsa di Paolo subito dopo la strage. Le quattro differenti versioni sono, in successione:

Quella dell’ 8 aprile 1998, nella quale Ayala dichiara di avere rifiutato di prendere in mano la borsa che un ufficiale dei carabinieri gli porgeva dopo averla prelevata dal sedile posteriore della macchina blindata di Paolo.
Quella del 2 luglio 1998 nel quale Ayala non è più sicuro che l’uomo, seppure in divisa, fosse un ufficiale dei carabinieri.
Quella del 12 settembre 2005 (nel frattempo, a seguito del ritrovamento di una fotografia, è entrato in scena anche il Cap. Arcangioli) nella quale Ayala cambia completamente versione e dice di avere prelevato lui la borsa dal sedile posteriore ma di averla poi affiata ad un ufficiale dei carabinieri escludendo addirittura “in modo perentorio che sia stato l’ufficiale di cui si parla a consegnare a me la borsa“.
Ed infine quella dell’ 8 febbraio 2006, la più confusa nonostante sia l’ultima, nella quale prima sarebbe una persona che “è certo che non fosse in divisa” a prelevare la borsa e poi è la stessa persona, che adesso però è improvvisamente “in divisa“, a volgersi verso di lui e a consegnagli al borsa, che egli stesso, a sua volta, consegna “istintivamente” ad un ufficiale in divisa che si trovava accanto alla macchina.
Le corrispondenti dichiarazione del Cap. Arcangioli del 5 maggio 2005 sono completamente differenti e raccontano di Arcangioli e di Ayala che aprono insieme la borsa e constatano che non c’è l’agenda. Ma sapevano che ci fosse o che ci dovesse essere?

A fronte di queste incredibili contraddizioni mi sembra che sia naturale e legittima la prima domanda posta ad Ayala: come è possibile che un magistrato della sua esperienza dia versioni così contrastanti e contraddittorie di un episodio di cui, come magistrato, sapeva che sarebbe stato chiamato a rendere testimonianza? Come è possibile che, da magistrato, seppur già passato alla carriera politica, si sia prestato ad alterare o a permettere che venisse alterata la scena del delitto senza neanche curarsi di identificare o di fare identificare la persona alla quale veniva consegnata la borsa di Paolo, senza neppure ricordare chiaramente se questa persona fosse in divisa oppure in borghese?

La seconda domanda riguarda l’incontro del 1° luglio 1992 tra Paolo Borsellino e Nicola Mancino, appena nominato ministro dell’Interno nel suo studio del Viminale. Qui Ayala non è direttamente coinvolto, ma è intervenuto di propria iniziativa come testimone, prima involontariamente a carico e poi a discarico, asserendo prima che Mancino gli avesse mostrato un’agenda con annotato, il 1° luglio, l’incontro con Paolo Borsellino, e cambiando poi completamente versione, dicendo di avere avere visto un’agenda senza nessuna annotazione e sostenendo come questo dimostrasse che non ci fosse stato nessun incontro. La mia richiesta era quella di chiarire questa circostanza e di spiegare perché si fosse prestato a sostenere prima una versione e poi ritrattarla e se per questa ritrattazione avesse subito sollecitazioni da parte di qualcuno.

L’ultima domanda era più semplice e riguardava soltanto una questione etica, cioè se ritenesse opportuno che un magistrato in servizio, ovvero lui stesso, partecipasse, in veste di protagonista unico, ad uno spettacolo a pagamento, nel quale si parla del periodo da lui trascorso insieme con Paolo Borsellino e Giovanni Falcone: se, cioè, ritenesse opportuna la mercificazione del ricordo dei due giudici uccisi e del suo rapporto di amicizia con questi ultimi.
Credo che si trattasse di domande più che legittime da parte di chi ha dedicato l’ultima parte della sua vita alla ricerca della Giustizia e della Verità su una strage della quale, a diciott’anni di distanza, non si conosce ancora quasi nulla e per la quale, come per tutte le stragi di Stato, si sono susseguiti depistaggi e silenzi complici di ogni tipo. Per più di due mesi queste domande non sono state degnate di alcuna risposta, ma qualche giorno fa è intervenuto un fatto nuovo.

Un gruppo di ragazzi appartenenti al Movimento a 5 Stelle di Bologna ha pensato di presentarsi all’ingresso del teatro dove andava in scena, a pagamento, lo spettacolo di Ayala e, mossi dal desiderio di sollecitare una risposta alle mie domande e dall’intenzione di informare il pubblico sui passaggi più controversi che hanno riguardato le testimonianze di Ayala su ciò che accadde il giorno della strage in via D’Amelio, hanno cercato di sollecitare queste risposte dallo stesso Ayala. E così delle risposte da parte di Ayala sono finalmente arrivate.
C’è però un problema, e non è indifferente: le risposte non hanno nulla a che fare con le domande e, anzi, sembrano proprio volte ad eluderle, ad evitare di rispondere. Nel corso dell’intervista, visibile su You Tube e riportata da diversi siti sulla rete, Ayala comincia dapprima ad accusarmi, accompagnando le sue affermazioni con evidenti gesti ed espressioni allusive del viso, di essere “una persona che soffre di gravi problemi mentali“, “un caso umano“, e poi, non ancora appagato, aggiunge, e lo ribadisce più volte accompagnandolo con quella mimica che gli proviene dalle innegabili doti di affabulatore e di intrattenitore, che il rapporto tra me e mio fratello sarebbe lo stesso che intercorse tra Abele e Caino. Se ne deduce, dato che ovviamente Paolo non può essere altri che Abele, che io sarei evidentemente paragonabile a Caino, cioè all’assassino di suo fratello.

A questo punto, oltre che chiamare il Sig. Ayala a rispondere davanti alla legge delle sue affermazioni esibendo i certificati che attestano la mia infermità mentale e facendo i nomi delle altre persone che, come sostenuto nel corso dell’intervista, condividerebbero la sua diagnosi, non mi resta che porgli due ulteriori domande ed aggiungerle a quelle già in coda d’attesa. La prima riguarda un’affermazione fatta proprio nel corso dell’intervista, e cioè che lui non conoscesse neppure l’esistenza di questa agenda rossa di Paolo. Forse non ne conosceva il colore, ma del fatto che Paolo, poco incline all’uso dei computer, prendesse a mano i suoi appunti su delle agende o rubriche, Ayala ne ha più volte parlato, anche con me personalmente, e quindi poteva e doveva supporre che la sua borsa potesse contenere qualcosa di tanto importante da rendere necessaria una cura maggiore che quella di affidarla alla prima persona, in divisa o meno, che si fosse trovato accanto.

In ogni caso, dato che in una intervista del 23 luglio 2009, ripresa in un libro pubblicato da Antimafia Duemila, Ayala afferma “è verosimile che l’agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire“, gli chiedo come concilia questa sua affermazione con quella in cui dice di non conoscere l’esistenza di un’agenda di Paolo e quali elementi ha per affermare che possa essere fatta sparire. A questo proposito gli chiedo ancora, sperando che capisca che si tratta di una domanda provocatoria e non dell’ulteriore farneticazione di una persona malata di mente, se per caso non abbia elementi che siano in grado di dimostrare che sia stato io a sottrarre l’agenda rossa di Paolo. Mi pare che sia un atto perfettamente attribuibile ad una persona paragonabile a Caino.

Una sua eventuale tesi in questo senso potrebbe essere avallata da una sentanza della Cassazione che ipotizzi che l’agenda rossa, al momento della strage, nonostante la testimonianza in questo senso della moglie di Paolo, non si trovasse nella sua borsa. Questo vuol dire, dato che Paolo era così geloso di questa sua agenda da portarla sempre con sé, che potrebbe avergliela sottratta solo uno dei suoi parenti più stretti, come, ad esempio, un fratello, che, anche se paragonabile a Caino, non poteva, a causa dello stretto rapporto di parentela, non godere della sua fiducia, seppur mal riposta. Per Ayala un’ultima domanda: se, come magistrato, ha chiesto e ottenuto dal Csm l’autorizzazione a partecipare, da protagonista, a spettacoli a pagamento. Come politico poteva farlo senza problemi, come magistrato credo sia necessario, oltre che opportuno.

ilfattoquotidiano.it

Giuseppe Ayala contro Salvatore Borsellino: Commiserazione, rabbia e sete di verita'



di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

Avevamo già scritto una lettera aperta a Giuseppe Ayala contestando le sue infelici dichiarazioni sulla revoca delle scorte ai magistrati impegnati in prima linea, a Palermo. Che lui riteneva opportuna mentre sottolineava con tono sprezzante che alcuni giudici l'avrebbero vissuta come “il venir meno di uno status symbol”.

All'ex senatore della Repubblica avevamo contestato anche le affermazioni sarcastiche nei confronti del dott. Antonino Di Matteo definito “giovane collega che rappresenta l'Associazione nazionale magistrati di Palermo” che “ha cominciato a muovere i primi passi da magistrato soltanto nel 1993”.
Oggi riteniamo che l'ex pm del Maxiprocesso abbia oltrepassato ogni limite della decenza e dell'impudenza. Definire il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, come “un signore che ha problemi di sanità mentale”, azzardando la comparazione tra i due con il paragone biblico di “Abele che aveva un fratello”, ci disgusta. Giuseppe Ayala non solo non risponde alle domande che definisce “farneticazioni” poste da Salvatore Borsellino nel suo sito www.19luglio1992.com ma si permette anche di offenderlo pavoneggiandosi come colui che per 10 anni della sua vita è stato “la voce del pool antimafia”. Ora, tralasciando la commiserazione nei confronti di chi ha bisogno di vivere di rendita strumentalizzando amicizie, esperienze e ricordi, resta il disgusto per l'attacco vile da parte di un uomo – e questo è un dato un fatto – che nella ricerca della verità sulla strage di via D'Amelio non ha fatto altro che confondere le carte in tavola. Le tracce delle sue diverse versioni sul ritrovamento della borsa di Paolo Borsellino sono agli atti di un procedimento penale che ha visto il carabiniere Giovanni Arcangioli iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Caltanissetta per furto aggravato.
E se Ayala si proclama “la voce del pool antimafia” perché non si domanda quanto le sue versioni discordanti hanno contribuito a non sciogliere minimamente uno dei misteri più impenetrabili della nostra storia contemporanea? Non è sufficiente l'alibi di una memoria a corrente alternata per giustificare le proprie dichiarazioni che hanno solamente portato confusione agli investigatori. Purtroppo la Cassazione ha impedito che attraverso un regolare processo in un'aula di giustizia si potesse ristabilire la verità sul ritrovamento della borsa di Paolo Borsellino. E quindi quelle che gli storici definiranno “singolari versioni delle dichiarazioni di un testimone” rimarranno come materia di studio per capire come spesso i misteri di Stato siano costellati dalle fugaci apparizioni di chi si atteggia a primo attore ma resta solo e sempre una “comparsa” che - solo per un periodo della propria vita - ha indubbiamente recitato un ruolo di primo piano.
Al di là di tutta la nostra totale e incondizionata solidarietà a Salvatore Borsellino verso il quale siamo debitori per la sua autentica ricerca della verità su quella che è stata una strage di Stato resta un'ultima considerazione da fare.
Tra le differenti esposizioni dei fatti di Giuseppe Ayala ce n'è una sulla quale vorremmo da lui una risposta precisa. In un'intervista del 23 luglio 2009 (ripresa nel nostro libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”) Ayala torna alla sua seconda versione affermando di avere prelevato personalmente la borsa di Paolo Borsellino, l'ex pubblico ministero al Maxiprocesso ribadisce di non averla aperta in quanto era già deputato e non aveva alcun titolo per farlo. L'ex senatore prosegue poi nel racconto specificando che una volta trovata la borsa l'ha consegnata ad un ufficiale dei carabinieri, per poi sottolineare che “è verosimile che l'agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire”. A questo punto dottor Ayala ci dica una volta per tutte: in base a quali sue conoscenze ritiene che l'agenda rossa sia stata fatta sparire? Da chi e per quali ragioni?
Lo dica per favore!

antimafiaduemila.com

lunedì 6 dicembre 2010

" altro che vittima del csm Ayala copre solo se stesso "



ripeschiamo dal corriere un vecchio articolo su Ayala, molto interessante del 31 agosto 1993.
Buona lettura

Ombretta Fumagalli Carulli in polemica con Giuseppe Ayala

------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ L' INTERVISTA . Ombretta Fumagalli Carulli attacca TITOLO: "Altro che vittima del Csm Ayala copre solo se stesso" "Trasferito d' ufficio perche' aveva debiti per mezzo miliardo e perche' interferi' nel lavoro di un collega per un indagato" - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - ROMA . "Ora basta, sono stufa di sentire Ayala che dice di essere stato vittima di una persecuzione da parte del Csm". Ombretta Fumagalli Carulli e' conosciuta nel Palazzo della politica come persona abituata a misurare le parole, cosi' come cura la sua immagine: fin nei minimi dettagli. Ma e' "furibonda" dopo aver letto quel passo dell' intervista di Ayala al Corriere, nel quale l' esponente repubblicano sostiene di esser stato "massacrato" dal Csm ai tempi del pool antimafia di Palermo. Dice: "E' una menzogna". E chiede al giornale di raccontare i retroscena del braccio di ferro tra l' organo di autogoverno dei giudici ed il famoso pubblico ministero nel maxi processo di Palermo. La Fumagalli sa . ancor prima di iniziare a parlare . che la sua polemica con Ayala non sara' una banale querelle di fine estate: l' attacco e' di quelli destinati a lasciare il segno. Nei rapporti politici come in quelli personali. "Ma e' ora di dire la verita' ", attacca. "Ayala usa il solito metodo: creare polveroni ideologici per coprire squallide vicende personali o peggio ancora atti di scorrettezza professionale. Io ho fatto parte del Csm e so come sono andate le cose. Come componente della commissione Antimafia, ho letto i verbali del Consiglio che lo riguardavano". E come andarono le cose? "Il Csm trasferi' d' ufficio Ayala per due episodi. Il primo e' la storia di un debito di oltre 500 milioni, contratto con una banca dell' isola: Ayala aveva un fido originario di 20 milioni al Banco di Sicilia e a forza di staccare assegni costrui' un debito di oltre mezzo miliardo. Per coprire il "buco", l' istituto di credito alzo' il fido prima a 50, poi a 100 milioni. Ma il debito si faceva sempre piu' grande. Ricordo che durante il dibattito al Csm sul caso Ayala, un togato sostenne che il Banco di Sicilia avrebbe dovuto protestare gli assegni scoperti. Se non lo fece . era la tesi . fu per non inimicarsi un magistrato potente". "L' altro episodio e' ancor piu' grave: Ayala fu responsabile di ingerenza nell' attivita' di un altro magistrato, che stava conducendo un' inchiesta su un crac di 3 miliardi e mezzo. Si trattava di un giro di assegni incrociati che coinvolgeva la Cassa di risparmio di Villagrazia, feudo del boss mafioso Stefano Bontade. Ayala intervenne illecitamente sul collega, al quale chiese di avere mano leggera per un indagato...". Il nome dell' indagato? "Un ex giornalista molto noto in Sicilia, un personaggio molto squalificato che Ayala si porto' appresso nel colloquio con il collega... Meglio sfumare sui dettagli, che potrebbero dar corpo ad una gustosa novella di Sciascia. Dico solo che il collega sul quale Ayala tento' di fare pressioni era Vincenzo Geraci. Quel Geraci che poi venne criminalizzato da certa stampa di sinistra, per aver votato contro Falcone per la carica di consigliere istruttore a Palermo. Forse quella campagna contro Geraci era stata premeditata, forse si voleva sin da allora neutralizzare la credibilita' di un magistrato che era stato testimone imbarazzante di certi episodi, in cui era rimasto impigliato Ayala". Ayala dice che il Consiglio superiore della magistratura attacco' lui per attaccare Falcone. "Ayala si comporta come facevano certi politici fino a qualche tempo fa: loro usavano l' appartenenza alla Resistenza come scudo politico. Oggi Ayala usa uno scudo piu' macabro, i morti ammazzati: non perde occasione per associare il suo nome a quello di Falcone. Ma tra loro non correva affatto buon sangue". Lui invece sostiene che erano buoni amici. "Io invece ricordo che, dopo il trasferimento d' ufficio disposto dal Csm, Ayala cerco' di andare al ministero dove Falcone era direttore generale degli Affari Penali. A sbattergli la porta in faccia fu Falcone, che disse: "O lui o io". E quella fu la fortuna di Ayala, che si ritrovo' aperta la porta della commissione Antimafia: li' venne a svolgere il ruolo di consulente. Fu Chiaromonte ad annunciarmelo...". Ma se Ayala non le andava a genio, perche' non si oppose allora? "Veramente molti dei parlamentari in commissione non erano d' accordo. Tuttavia si penso' che, se avessimo accettato di farlo lavorare all' Antimafia, avremmo sottratto alla funzione giudiziaria una figura chiacchierata". Si rende conto delle accuse che gli rivolge? Dietro queste parole non ci saranno dei livori personali? "Assolutamente no. Ayala e' pure una persona divertente. E se uno lo vuole invitare a cena e' un uomo di mondo... Oddio, e' anche un bravo giurista e le cose che ha detto sulla polemica tra i magistrati di Mani Pulite le sottoscrivo. Tutte tranne una: quando usa il tenore di vita come metro per misurare il coinvolgimento del Pds in Tangentopoli. La sua e' un' affermazione di un qualunquismo agghiacciante. Mi auguro che questa unita' di misura non venga applicata ad Ayala, che ama la vita comoda e spumeggiante. E mi auguro che Ayala venga rieletto: cosi' non tornerebbe a fare il giudice". Francesco Verderami

Verderami Francesco da archivio corriere.it

Sonia Alfano: “Se Borsellino è un caso umano, Ayala conferma di essere un patetico caso giudiziario”



di Sonia Alfano

Palermo, 6 Dic. “Le uniche farneticazioni in questa storia le ho sentite da Ayala e non da Salvatore Borsellino. L’ex pm, rispetto alla sua presenza sul luogo dove vene ucciso Paolo Borsellino, ha realmente fornito quattro versioni completamente differenti negli anni che ci separano dalla strage di Via d’Amelio, ed è tutto agli atti. Ora il suo insulto al fratello del giudice Borsellino è un modo disgustoso per non rispondere a domande che lo imbarazzano e che rivelerebbero definitivamente che molta strada lo separa dalla verità su quegli attimi in via D’Amelio”.

Lo afferma Sonia Alfano, responsabile nazionale del Dipartimento Antimafia di Italia dei Valori e Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, commentando le dichiarazioni rilasciate dall’ex pm Giuseppe Ayala in un’intervista su Youtube.

“Ayala, è dimostrato dalle carte, è un patetico caso giudiziario. Piuttosto che dare indegnamente del pazzo o del Caino a Salvatore Borsellino, Ayala potrebbe raccontare come e perchè è dovuto andare via da Palermo – sottolinea – e chiarire le macchie che avvolgono quel periodo, di cui lui è stato uno dei protagonisti principali. Chiarisca se quanto dichiarato al Corriere della Sera del 31 agosto 1993 da Ombretta Fumagalli Carulli è vero o no, dunque. Infine Ayala potrebbe limitarsi a portare in giro i suoi redditizi spettacoli teatrali e non diffamare o offendere la dignità di chi continua a battersi per la giustizia e la verità senza scopo di lucro e senza infierire sui cadaveri. E’ da una vita – conclude Alfano – che l’ex pm guadagna sulla sua presunta amicizia con Falcone e Borsellino, abbia almeno la decenza di tacere sulle famiglie dei giudici che gli hanno portato tanta fama e ricchezza”.


Giuseppe Ayala, il dibattito è aperto...

di Dario Campolo

In questi giorni ho fatto molte ricerche su Giuseppe Ayala, lo ammetto non ne sono un simpatizzante, certo è, che non si può nascondere la storia, la sua non presenza nel pool antimafia degli anni 80 e l'accusa da lui sostenuta come pm nel maxi processo.

Oggi più che un editoriale scrivo uno sfogo, un pensiero che mi opprime, Ayala non mi convince!!!

Che sia chiaro, non voglio accusare nessuno ma cercare di capire si, e internet è la risposta, perché mi permette di confortarmi con altri.

Di seguito cercherò di descrivere cosa non mi piace di Ayala e cosa non mi convince, una cosa è certa, il Signor Ayala si pavoneggia eccessivamente del suo rapporto strettissimo con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in Tv e nei giornali lo ricorda sempre temendo che lo si possa dimenticare ma questa non può esserne un'accusa.

Nelle ricerche fatte su articoli di giornali passati e dichiarazioni degli stessi non sono riuscito a trovare un'amicizia così forte come oggi viene rappresentata dallo stesso Ayala nei confronti di Giovanni Falcone, a differenza come già nel passato emergeva tra Falcone e Borsellino, ma questo può essere soggettivo non essendo noi presenti nei rapporti personali, diciamo che è più corretto dire che sto parlando di mie sensazioni e mie impressioni.

Ayala non mi ha mai colpito, né negli anni 80 né oggi, non è una figura che ha impresso un suo cammino specifico, è come se fosse stato sempre nascosto dietro le quinte, come se non volesse apparire, come la sua scelta politica fatta senza se e senza ma a differenza di Falcone dettata dalla necessità di poter continuare a lavorare. Che sia chiaro, la mia perplessità non nasce dalla foto che lo ritrae nel 78 in un locale pubblico vicino al Boss Michele Greco ad un esibizione di Peppino di Capri o ad un suo debito poi sanato di 500 milioni di vecchie lire come gli rinfacciò Tiziana Parenti nel 94 ma nasce da racconti strani/anomali riguardo l'agenda rossa del giudice Paolo Borsellino sparita il 19 luglio 1992.

Partiamo dal confronto tra Giuseppe Ayala e il colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli, subito dopo l'attentato dell' estate del 1992 a Palermo nei quali si vede l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli allontanasi con una borsa di pelle in mano che era stata prelevata dall' automobile blindata distrutta dall' esplosione. La borsa fu fatta vedere a Giuseppe Ayala che era presente sul luogo e fu ritrovata qualche ora dopo sul sedile posteriore dell' automobile del magistrato. Poi, alcune ore dopo, quando gli investigatori della squadra mobile di Palermo aprono l' automobile blindata del giudice Paolo Borsellino, ritrovano quella borsa sul sedile posteriore, proprio dov'era seduto il magistrato. La borsa venne prelevata e consegnata al magistrato di turno, Salvatore Puliato, che era accorso insieme al procuratore Pietro Giammanco e ad altri magistrati pochi minuti dopo l' esplosione. Dentro quella borsa, però, l'agenda rossa di Paolo Borsellino non c' era più. Gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, da quei due filmati televisivi hanno ricostruito il percorso della borsa e hanno scoperto che quella ritrovata sulla blindata era proprio la stessa che teneva in mano l' ufficiale dei carabinieri il primo a prelevarla. Un particolare che il capitano, nonostante le indagini e le polemiche sorte attorno alla sparizione dell' agenda rossa di Paolo Borsellino, non aveva mai rivelato a nessuno. Nei filmati s' intravede anche il capitano Arcangioli vicino a Giuseppe Ayala, ex magistrato ed allora deputato eletto nelle file del Partito Repubblicano. Interrogato dai magistrati della procura di Caltanissetta che coordinano le indagini sulle stragi Falcone e Borsellino, Ayala ha ricordato di avere visto la borsa in mano al capitano Arcangioli: «Gli dissi di consegnarla al magistrato di turno», ha sostenuto il parlamentare. L' ufficiale dei carabinieri è stato sentito un paio di settimane fa (siamo nel 2006) e sarà nuovamente interrogato perché la sua versione dei fatti non convincerebbe del tutto. Il capitano Arcangioli ha ammesso di avere prelevato la borsa e di averla aperta, ma non avrebbe chiarito e saputo spiegare come mai, una volta prelevata, la stessa borsa sia stata rimessa al suo posto e non consegnata al magistrato che coordinava l' inchiesta o a un altro dei tanti colleghi di Borsellino che si trovavano in via D' Amelio. «Mio marito non si separava mai da quell' agenda rossa - ha sempre sostenuto la vedova del magistrato - e anche il giorno in cui fu ucciso l' aveva con sé». Ed in quell' agenda secondo i principali collaboratori di Borsellino c' era scritta "la verità sulla strage Falcone".


Nel faccia a faccia Arcangioli prima avrebbe sostenuto di avere consegnato la borsa al magistrato, poi di averla rimessa al suo posto. Ayala ha sostenuto che quel giorno il capitano Arcangioli gli mostrò la borsa del giudice Paolo Borsellino ma di non averla presa perché, non essendo più magistrato, non ne aveva titolo. Una versione che è stata confermata dall' inviato del Corriere della Sera, anch' egli ascoltato a Caltanissetta (sempre nel 2006).

Adesso parliamo dell'intervista che Ayala ha rilasciato al sito affaritaliani.it che giudico penosa per via delle risposte dello stesso,

Affaritaliani.it: Magistrato Ayala, si indaga sulla ipotesi che le istituzioni abbiano avviato una trattativa con la mafia nei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D'Amelio. Che cosa ne pensa?

Ayala: La metterei diversamente. Sembra accertato che Cosa Nostra abbia tentato di avviare una trattativa e non lo Stato. Trattativa che non è andata a buon fine per Cosa Nostra. E' compito dei magistrati capire cosa sia accaduto nel dettaglio, grazie anche agli accertamenti che verranno fatti. Ma insomma, francamente mi sento di escludere l'ipotesi che questa trattativa abbia avuto uno sbocco positivo. E' stata tentata da Cosa Nostra in un particolare momento storico, mentre stava cercando di aumentare il suo potere. Strumentali a questo fine sono state le stragi del 93 a Roma, Firenze e Milano. Ma la trattativa non è andata comunque in porto.

Mio commento: Ayala sembra di sapere tutto, ha già letto il famoso PAPELLO??? Inoltre mi sembra che sia lo Stato a cercare la tregua e non viceversa....Inoltre caro Ayala, non sai che siamo a cavallo tra la fine della prima repubblica e la nascita della seconda? Questo già è un tassello importante......

Affariitaliani.it: Pensa che la morte di Borsellino sia in qualche modo legata alle richieste della mafia allo Stato e che l'uccisione del giudice sia stata accelerata proprio perché Cosa Nostra voleva restringere i tempi della trattativa?

Ayala: Non ho elementi per sapere se è così, perché non conosco le carte dei processi già celebrati e molti dei quali definiti in sentenza. Francamente a legare la trattativa con la morte di Falcone avrei qualche dubbio. Su quella di Borsellino mi pare ci sia invece una correlazione. E chi sta indagando si muove in questo senso. Con l'eccidio di Borsellino un nesso si può ritrovare ed è oggetto di un' indagine che mi pare sia in fase di non avanzato sviluppo. Faccio fatica a pensare a quello di Falcone, ma per quella di Borsellino l'ipotesi è seria. Naturalmente da approfondire e da verificare.

Mio commento: però, siamo nel 2009 e finalmente ha capito che....

Affaritaliani.it: Che cosa pensa delle parole pronunciate dal capo dei capi Totò Riina dal carcere?

Ayala: Non enfatizziamo queste parole. Proprio perchè le pronuncia Riina, vanno prese con le pinze. Anzi neanche le pinze bastano. Riina ha cercato di scagionare se stesso. E scagionando se stesso dalla strage di Borsellino tenta di scagionare Cosa Nostra. Una cosa normale visto che ne è il capo.

Mio commento: Sarà, ma secondo me Riina ha voluto lanciare un messaggio a qualche politico (non c'entrerà nulla ma la Sicilia ha avuto 4 miliardi e passa di euro venerdì scorso deliberati frettolomaente da un Berlusconi sotto pressione di Lombardo e Miccichè) così come ha ricordato che Mancino sapeva del suo arresto e così come misterid'italia.it segnala che in quello stesso periodo Scalfaro in Tv a reti unificate pronuncia un discorso anomalo dicendo ripetutamente "io non ci sto".

Affaritaliani.it: Ma secondo lei qual era il fine delle sue parole? Voleva mandare un messaggio a qualcuno?

Ayala: Secondo il procuratore di Caltanissetta i veri destinatari del messaggio siamo noi che indaghiamo. Per me è un'ipotesi possibile. Nel senso che Riina sta cercando di indurre i magistrati ad approfondire questa parte mai chiarita delle responsabilità estranee a Cosa Nostra. Io le devo dire che la questione per me è molto più banale. Il problema vero è che Riina non ne può più del 41 bis. Perché è da 16 anni in carcere, si avvicina alla soglia degli 80 anni e puntualmente gli rinnovano il regime duro.
Questo è probabilmente un tentativo per cercare di inserire una qualche novità nelle indagini che possa in qualche modo far ritenere ammorbidita la sua posizione e quindi agevolare una revisione del 41 bis.

Mio Commento: Ma per favore, Ayala!!! Con tutte le accuse a suo carico in questo e altri processi il Riina è talmente stupido da pensare una cosa del genere??????

Affaritaliani.it: Ma cosa bisogna aspettarci da Totò Riina?

Ayala: In ogni caso non ci aspettiamo nulla anche se lui potrebbe, ma non lo farà mai, raccontare cose attinenti alle attività di Cosa Nostra in generale e nello specifico sull'attività omicidiaria. Se lui però sostiene "Non c'entro niente, sono stato oggetto della trattativa e non partecipe", e soprattutto "Borsellino lo hanno ammazzato loro (cioè appartenenti allo Stato) cosa vuole che ne sappia". E' certo che la sterilità di questa fonte ipotetica è una sterilità denunciata. Se lui dice noi non c'entriamo niente…Cosa vuole che dica su ciò che è accaduto. Lui sostiene solo che non è stata Cosa Nostra. Ma allora come fa a sapere chi è stato, chi ha deciso, chi ha organizzato? Se tutto è accaduto fuori da Cosa Nostra lui non ne sa nulla. Penso però che sia corretto interrogarlo. Ma nessuno coltiva l'illusione che dall'interrogatorio possa venire fuori qualche elemento processuale valido. Se non il tentativo di scagionarsi…

Mio Commento: Ayala forse stai consigliando a qualcuno cosa è valido e cosa no processualmente parlando? E poi, lo sanno tutti che l'esplosivo, il telecomando e il luogo da dove è stato premuto il bottone (castello Utveggio-Sede Sisde) viene fatto in collaborazione con uomini dei servizi deviati.

Affaritaliani.it: I procuratori hanno riaperto le inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio ripescando vecchi fascicoli. Crede che esistano soggetti esterni a Cosa Nostra che volevano la morte di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone?

Ayala: Io mi avvalgo del sostegno di una persona a cui ero molto legato, Giovanni Falcone. Lui in un'intervista fatta dopo il tentativo di uccisione dell'Addaura nel giugno '89, disse: "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi. Sto assistendo all'identico meccanismo che portò all'eliminazione del generale Dalla Chiesa. Il copione è quello. Basta avere occhi per vedere". L'ipotesi dei poteri occulti fu la prima cosa a cui pensò Giovanni Falcone. Li chiamò centri di potere occulti. L'ipotesi che nella tragedia di Borsellino e della scorta ci possa essere la mano di pezzi deviati dei servizi, non dei servizi segreti, ma schegge deviate, suscita in me qualunque sentimento, tranne che quello della sorpresa.

Mio Commento: Falcone era una persona molto cauta nell'esprimersi a differenza dell'amico Paolo Borsellino più impulsivo. Ayala, forse dovresti analizzare meglio quelle parole traducendole dalla diplomazia che Falcone adoperava. Inoltre non vedo differenza fra pezzi deviati e schegge deviate....

Affaritaliani.it: Ma secondo lei esiste davvero il famoso "Papello" di cui Ciancimino Junior continua a parlare durante le interviste?

Ayala: Sembra di sì. Ciancimino sostiene che è pronto a farlo visionare ai magistrati. Ma che si trova all'estero e ci sono difficoltà burocratiche per riuscire ad averlo. Mi sembra strano che insista su questo argomento e soprattutto mi sembra strano che questo non esista. Credo quindi che esista. Poi chi l'abbia scritto rimane un mistero...

Mio commento: Lo vedremo presto......

Affaritaliani.it: L'agenda Rossa e i suoi tanti misteri . La stessa che non si trova, l'appuntamento di Borsellino segnato su una delle pagine, e soprattutto Mancino che dice di non aver mai, e sottolinea mai, incontrato Borsellino...

Ayala: Io ho parlato con Nicola Mancino, per diversi anni mio collega al Senato. Lui ha avuto un incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero.

Mio Commento: In questo caso cito un commento preso da un blog relativo all'interivsta, molto interessante: "IL PRIMO GIORNO DI INSEDIAMENTO AL VIMINALE FU IL 29 GIUGNO 92. IL PRIMO LUGLIO 92 ERA GIA’ IL TERZO GIORNO! LUI ASCOLTAVA INSIEME A PARISI CON LA CIMICE L'INTERROGATORIO DI MUTOLO. MUTOLO EVIDENTEMENTE DISSE QUALCOSA CHE NON GLI ANDAVA BENE PER CUI PROPRIO LUI MANCINO CONVOCO’ D'URGENZA BORSELLINO AL VIMINALE. “MI HA CHIAMATO IL MINISTRO” DISSE BORSELLINO ALLA PRESENZA DEL COLLEGA ALIQUO’. QUEST’ULTIOMO LO ACCOMPAGNO’ FINO ALL’USCIO DELLA STANZA DEL MINISTRO DOVE INVECE DI ESSERCI LUI, MANCINO, C’ERA VINCENZO PARISI, IL CAPO DELLA POLIZIA……………………."

Affaritaliani.it: Ma lui continua a negare l'incontro...

Ayala: Ma lui mi ha detto che lo ha avuto. Mi ha fatto vedere anche l'agenda con l'annotazione. Anche se francamente non ho elementi per leggere la dietrologia di questo incontro. C'era Borsellino al Viminale che parlava con il capo della polizia di allora che era Parisi. Parisi gli disse che c'era Borsellino e se voleva salutarlo. Mancino rispose "Si figuri". Così lo accompagnò nella sua stanza, in mezzo ad altre persone. Lì ci fu una stretta di mano. Ma non ho alcun elemento per pensare che il ruolo di Mancino fu un altro. E in ogni caso con la scomparsa dell'agenda rossa faccio fatica a trovare il collegamento tra i due. E sono certo che l'agenda sia scomparsa. Anche Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, ha detto che suo marito l'aveva e che la teneva sempre con se. E visto che non si trova a casa, non si trova in ufficio…


Mio Commento: Paolo Borsellino arriva al Viminale alle 18 e parla con Parisi fino alle 19. Dalle 19 alle 19,30 con Mancino, è tutto annottato nell'agenda grigia rimasta alla famiglia. La sera quando è a casa dice alla moglie Agnese "Ho visto la mafia in diretta" e la stessa sera Borsellino vomitò perchè si sentì male.



Affaritaliani.it: Scomparsa?

Ayala: Non c'è dubbio. La borsa nera di Borsellino l'ho trovata io, dopo l'esplosione, sulla macchina. Che ci fosse nessuno lo può sapere meglio di me, perché l'ho presa io. Non l'ho aperta io perchè ero già deputato e non avevo nessun titolo per farlo. A differenza di quanto si ricordi, io sono andato in Parlamento prima della morte di Borsellino e quindi non avevo nessun titolo per aprirla. Ma io sono arrivato per primo sul posto perché abito a 150 metri. Anche prima dei pompieri. Quando l'ho trovata l'ho consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. E' verosimile che l'agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire.

Mio Commento: Non mi piace questa risposta, non mi piace per niente!!! Molto vaga...

Affaritaliani.it: Quella dell'agenda è stata una sparizione isolata?

Ayala: No. Non era la prima volta che succedeva. Anche documenti del computer di Falcone sono stati cancellati. Non sono state trovate delle annotazioni molto delicate della Procura Pubblica di Palermo, che lui mi lesse personalmente. Documenti che lesse anche a Borsellino e a Leonardo Guarnotta. Mi sono chiesto come sia stato possibile. I documenti erano numerosi e dettagliati. La conferma della loro esistenza me le diede il pool antimafia. Ma non è stato trovato nulla. Un'operazione simile a quella dell'agenda rossa. Nel libro ne parlo. Fatta sparire con un intervento sospetto e tempestivo. Come capitò con la cassaforte del generale Dalla Chiesa, trovata vuota dopo la sua uccisione. O, in uno scenario completamente diverso, con la borsa di Aldo Moro. I misteri sono tanti…

Mio Commento: quindi non siamo di fronte a schegge deviate caro Ayala!!!! Ma a qualcosa di peggio...

Affaritaliani.it: Ma cosa è davvero cambiato nella mafia dalle stragi di Falcone e Borsellino?

Ayala: Una cosa è cambiata in modo radicale. E' cambiata la strategia di Cosa Nostra. Dopo quell'ultimo conato dell'estate '93 con le stragi inusuali fuori dalla Sicilia, non ammazzano più. Soprattutto se noi ricordiamo cos'era accaduto nei 15 anni precedenti, e facciamo l'elenco di servitori dello Stato ammazzati partendo dal presidente della Regione Sicilia, Ninnì Cassara, Dalla Chiesa, Giuliano. Quando la mafia non ammazza e non accende i riflettori "Non gliene fotte niente a nessuno".

Affaritaliani.it: Ma sono sempre pericolosi...

Ayala: E si stramuovono sul territorio. Non credo che Cosa Nostra attraversi un periodo di salute felice ma l'ammalato è lungi dall'essere in rianimazione. I colpi importanti che ha subìto ci sono stati e l'hanno colpita, quindi non è in salute. Ma è solo ricoverata…

Affaritaliani.it: L'ultima domanda, forse la più difficile. Chi erano e cosa rappresentavano per lei Falcone e Borsellino?

Ayala: Difficile. Innanzitutto il nostro era un gruppo che credeva nell'idea innovativa di Falcone. Ci abbiamo creduto e ci siamo lanciati, mai avremmo creduto di ottenere successi così brillanti nel nostro lavoro. Non eravamo eroi né Superman. E come tutti, anche Giovanni e Paolo erano persone normali, semplici, che amavano la vita, capaci di una grande ironia. E alla fine si sono ritrovati a fare i martiri. Nessuno deve pensare che erano diversi, che lavoravano sempre. Falcone amava nuotare, amava la musica. Per 10 anni abbiamo praticamente convissuto.
Borsellino era un esempio, di serietà, di dedizione. Quello che tutti vorremmo essere insomma. Era simpatico e divertente. Falcone era Falcone. Se posso fare un esempio, un po' forzato: prima c'era la scienza, poi con Galileo è diventata storia. Con Falcone era lo stesso: prima c'era l'attività giudiziaria nei confronti della mafia, poi è arrivato Falcone e tutto è cambiato. Era un innovatore. Era un uomo che aveva una missione sia nelle sue cose che nel mestiere che svolgeva. Non ho nessuna remora ad inserirlo nell'elenco dei più grandi uomini di questo Paese. Non che non lo fosse Paolo, ma Falcone aveva qualcosa in più.

Mio Commento: Condivido le parole su Falcone ma non su Borsellino che è sempre rimasto nell'ombra ma sicuramente non per questo aveva qualcosa in meno, direi piuttosto che Falcone era Falcone e Borsellino era Borsellino!!! e trovo difficile trovare uomini come Borsellino anzi impossibile, Paolo ha affrontato gli ultimi giorni di vita lavorando per la giustiza e la legalità senza venire a compromessi con nessuno e per rendere giustizia al suo GRANDE AMICO DI SEMPRE GIOVANNI FALCONE!!!

Ayala dovremmo imparare tutti da Paolo e Giovanni, NO?

.....e poi per dirla come lo spot del tuo sito (www.ayalagiuseppe.it):
Un Magistrato, un Giudice.... un Uomo


Concludo con alcuni post che ho trovato sprsi per il web e che pubblico perchè interessanti e liberi:

  • Mi ricordo nel 92, quando ci furono le stragi, pensai: Adesso fanno fuori pure Ayala.... Ma non lo fecero: adesso capisco perchè!

  • Ayala entrò in Parlamento con il Partito Repubblicano che prima di lui eleggeva a Palermo l'on.le Aristide Gunnella, amico del giudice Domenico Signorino e conseguentemente di Bruno Contrada.

  • C'è nel partito repubblicano chi nutre una certa diffidenza nei confronti di Ayala, il quale ha comportamenti equivoci. A volte è a fianco della famiglia Borsellino, a volte - come nel caso di specie - è contro.

  • Già in quei tempi annusai la cosa istintivamente, da tanti fattori capii che non era come Falcone e Borsellino, era una mia impressione che vedo fu azzeccata!

  • Ayala disse che pochi giorni prima dell'attentato a Paolo Borsellino scese appositamente a Palermo da Roma, ove era parlamentare, per parlare con lui ma che, in quell'occasione, non parlarono delle indagini che Borsellino stava facendo.

  • Dal canto suo Paolo Borsellino in una delle ultime intervesterese prima dell'attentato trasmesse dalla Rete (You Tube) disse che "un amico" gli aveva consigliato in quei giorni di ritirarsi dalla Magistratura.
    E fuori dalla Magistratura, Borsellino non avrebbe certamente più dato fastidio a nessuno ..............

  • Ayala è un Magistrato, conosce la storia, capita sul posto di una tragedia "attesa" in tempo reale, gli affidano una borsa che apparteneva ad un Suo prestigiosissimo collega, attorno a lui tutto è "orrore" e Ayala che fà ?...si ricorda che nell'ambito delle sue funzioni non è (scegliete Voi il termine) opportuno prendere in custodia la borsa !!! la dà ad un Capitano dei CC e arrivederci... qua mi fermo perchè non ho nient'altro da poter dire. Mi viene in mente il colonnello Riccio che in un film dichiara che se potesse tornare in dietro si rifiuterebbe di eseguire l'ordine del Gen. Mori e avrebbe proceduto all'arresto di Provenzano ben 15 anni prima .... forse se anche Ayala si fosse dimenticato delle Sue funzioni magari... Perdonatemi queste sono solo chiacchiere... rimane un fatto: dov'è l'agenda di Borsellino ???

  • a proposito del giudice Signorino(altra "lacuna" di Ayala è il suo comportamento in Via D'Amelio ma di questo si è ormai troppo e inutilmente parlato visto che non si è arrivato a nulla di utile). Dicevo di Signorino: Ayala dice che sì, ci sarà stato qualcosa, ma assolutamente nulla che avesse potuto giustificare un procedimento penale. Capisco che le sue parole possano essere frutto dalla perdita di quello che per lui era un vero amico, ma Ayala non dovrebbe avere sempre a mente le parole di Paolo Borsellino sull'equivoco tra quello che è accertabile penalmente e quello che è riscontrabile dall'opinione pubblica?

Ayala: "Salvatore Borsellino è un caso umano"





Nel guardare questo video sono stato assalito da un senso di nausea, nel riguardarlo, più e più volte, la nausea si è trasformata in rabbia, quel sentimento forte che mi ha aiutato in passato a superare la perdita della speranza e che mi ha aiutato, alla fine, a ritrovarla e che spesso mi da la forza per restare in piedi quando le energie mi si esauriscono.

Non voglio commentare la meschinità delle parole del Sig. Ayala, il suo accennare a pretesi problemi di salute mentale che mi riguarderebbero, il suo chiamare al suo fianco "altri" che la penserebbero come lui, non voglio entrare nel merito dei suoi balbettamenti relativamente ad equivoci che continua a sostenere come verità, come quella di aver fatto parte del pool antimafia, voglio solo ribadire che io non ho fatto altro che porre ad Ayala delle domande e che quelle domande aspettano ancora risposta

Credo che a questo punto la sua tattica sia quella di ignorare quelle domande a cui non può o non sa dare delle risposte, e nel frattempo continuare a spargere, nei suoi ambienti dell'antimafia istituzionale benpensante, i suoi veleni nei miei confronti.

Continuerà nel frattempo a mercificare il ricordo di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone e mi chiedo come possa, da magistrato di nuovo in servizio anche se profugo da una lunga esperienza politica, partecipare da protagonista a spettacoli a pagamento.

Io sono alieno da minacce di querele e di giudizi civli, finora è toccato a me essere querelato da una persona che avevo eletto come compagno di battaglia e che ha scelto invece di pugnalarmi alle spalle e da un magistrato assolto da una pesante accusa per l'inutizzabilità delle prove portate a suo carico che oggi occupa il posto che è stato di mio fratello alla Procura di Marsala, ma oggi non posso lasciare passare sotto silenzio queste infamie pronunciate nei miei confronti, io starei a Paolo come Caino sta ad Abele,quindi non restano che due alternative:

o il Sig. Ayala ritratta pubblicamente quanto ha detto e risponde nel contempo alle mie domande finora inevase o non potrò far altro che adire le vie giudiziarie nei suoi confronti e chiedergli, davanti alla legge, ragione delle sue intollerabili parole.







giovedì 2 dicembre 2010

WikiLeaks: "Berlusconi rovinato dai party" Le confidenze di Cantoni agli Usa, citato Letta


LA DIRETTA Lo stato di salute e il momento politico del premier. Nuovi documenti diplomatici: parla il presidente della Commissione Difesa del Senato. I dispacci dell'ex ambasciatore Usa a Roma sull'amicizia con la Russia. Il Cavaliere: "Faccio interessi dell'Italia" (mappe Limes). Dal premier elogi al padre-padrone del Kazakistan. L'avvocato di Assange: "Molti Paesi sanno dove è" dall'inviato FRANCESCO BEI

repubblica.it

mercoledì 1 dicembre 2010

Ciancimino, una talpa accanto a Falcone "Così portammo in Svizzera 2 miliardi"



Il figlio dell'ex sindaco di Palermo svela ai magistrati che nell'estate 1984 il misterioso signor Franco, il tramite fra Stato e mafia che è ancora senza nome, avvertì per tempo il padre delle dichiarazioni di Buscetta e delle indagini che presto avrebbero portato al sequestro dei beni. Vito Ciancimino ebbe tutto il tempo di vendere fittiziamente una società e conservare all'estero una parte del suo patrimonio

di SALVO PALAZZOLO

Il personaggio chiave della trattativa fra Stato e mafia continua ad avere solo un soprannome, "il signor Franco": Massimo Ciancimino ha detto ai magistrati di Palermo di non conoscere la sua vera identità, però nelle ultime settimane ha messo a verbale tutte le volte che il misterioso personaggio avrebbe anticipato al padre notizie riservate sulle indagini in corso. La rivelazione più eclatante sarebbe stata nell'estate 1984, mentre il giudice istruttore Giovanni Falcone raccoglieva ancora in gran segreto le dichiarazioni di Tommaso Buscetta. Una talpa tradì Falcone.

Racconta Massimo Ciancimino che il padre seppe quasi in diretta che il primo grande pentito di mafia stava facendo il suo nome. "Venne il conte Romolo Vaselli ad avvertirci - ha ricordato Ciancimino junior ai pm Di Matteo, Guido e Ingroia - ma mio padre sapeva già, grazie al signor Franco". E partirono subito le contromisure di Vito Ciancimino per salvare una parte del suo patrimonio. "Mio padre simulò la vendita della Etna costruzioni a Vaselli - così prosegue il racconto di Massimo Ciancimino - due miliardi e quattrocento milioni delle vecchie lire che si trovavano in alcuni libretti al portatore gestiti dallo stesso Vaselli furono svincolati e messi al sicuro in Svizzera".

I magistrati hanno chiesto riscontri al racconto. Ciancimino ha dato una pista d'indagine: "Andate a controllare nel registro dell'hotel Billia a Saint Vincent. Ci restammo quasi un mese in quell'estate 1984. Con la scusa di dover fare delle cure particolari in Svizzera, due volte alla settimana attraversavamo il confine. E i soldi viaggiavano assieme a noi".

Il supertestimone della Procura ha invitato i magistrati a guardare anche nelle carte di Falcone. Il giudice aveva capito. Appena otto giorni prima del sequestro dei beni per Ciancimino (firmato l'8 ottobre 1984) le quote della Etna costruzioni erano state trasferite a Vaselli. Falcone fece di tutto per ripercorrere a ritroso la strada fatta dai due miliardi. Il giudice interrogò anche il conte Romolo Vaselli, che all'inizio provò a sostenere "l'effettività" di quella cessione del pacchetto azionario, poi ammise che già il primo settembre Ciancimino gli aveva chiesto la "cortesia" di intestarsi fittiziamente il capitale della società: "Mi riferì che erano possibili indagini patrimoniali su uomini politici e che, pertanto, aveva la necessità di disfarsi della titolarità di tali azioni, gestite fiduciariamente dalla Figeroma".
I soldi erano ormai al sicuro in una banca Svizzera. Falcone non scoprì mai chi l'aveva tradito. Vito Ciancimino finì invece in manette, il 3 novembre 1984.

Per i magistrati di Palermo, l'ultimo racconto di Massimo Ciancimino è un altro tassello per cercare di dare un volto e un nome al misterioso "signor Franco". Il suo numero di cellulare, un 337, svelato ai magistrati dal figlio dell'ex sindaco, è risultato alla Tim come "inesistente". Davvero strano, perché i dieci numeri prima e dopo sono invece in funzione. Quel numero inesistente sa tanto di utenza riservata.

repubblica.it