lunedì 29 novembre 2010

Io ci sarò, Marcello dell'utri presenta i diari di mussolini




Marcello DellUtri presenterà i diari del duce (veri o presunti che siano)
Fogola Editore In Torino Di L. Fogola E C.S.N.C. - Letteratura Varia
Piazza Carlo Felice, 19, 10123 Torino 011 541512

andiamo a dargli un saluto ...

giovedì 25 novembre 2010

Salvatore Borsellino ad AnnoZero (RaiDue) - 25 nov. 2010



Perché dopo la condanna in appello di Marcello Dell’Utri il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non prende le distanze da lui? Secondo i giudici, Dell’Utri fu, almeno fino al 1992, il mediatore fra la mafia e Silvio Berlusconi; secondo Dell’Utri, la sentenza è un attacco politico a Berlusconi. I teorici della trattativa fra lo Stato e la mafia sono stati smentiti definitivamente da questa sentenza? E le rivelazioni di Massimo Ciancimino sono da considerarsi inattendibili? E le conclusioni a cui arriva la Relazione del Presidente dell’Antimafia Giuseppe Pisanu?

Ospiti in studio: Massimo Ciancimino, il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana, il vicedirettore di Libero Franco Bechis, l’editorialista del Corriere della Sera Pierluigi Battista e l’inviato dell’Espresso Lirio Abbate. In collegamento da Milano Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D’Amelio.

Il paese in ginocchio e il Re vive in un mondo tutto suo



di Dario Campolo

Il paese è nel caos TOTALE,
ministri che per sbaglio votano con le opposizioni (Gelmini e Alfano), studenti in piazza, forze dell'ordine stremate, economia in ginocchio, imprenditori sempre più in crisi, politica inesistente, illegalità dirompente ovunque etcc...., e il re?

Il re alias Silvio Berlusconi vive nel suo mondo, ma che sia chiaro, un mondo tutto suo.

E' da giorni che i Finiani votano con le opposizioni facendo cadere il governo ripetutamente e il Re continua a viaggiare per fatti suoi, dando, a volte l'impressione di soffrire di alzheimer, infatti ieri ha parlato del piano per il sud, oggi ha detto che martedì in consiglio dei ministri varerà la riforma della giustizia e così via, devo ridere? Non lo so.

A questo punto mi chiedo: ma sta bene? Mi sa di no, ovviamente la poltrona non può lasciarla perché altrimenti il legittimo impedimento creato per evitargli di andare in tribunale per rispondere alla legge non lo avrebbe più, quindi finché la barca va lasciala andar con l'aiuto dell'altro malato (immaginario?) Umberto Bossi.

Sveglia Italia, e comunque siamo sulla strada giusta.

mercoledì 24 novembre 2010

Roma, Studenti, irruzione al SENATO

Lo Stato dimentica la bomba agli Uffizi



di Maria Vittoria Giannotti

Lo Stato si è dimenticato delle vittime delle stragi di mafia. A differenza del Comune di Firenze e della Regione Toscana, lo Stato non si è costituito parte civile nel processo per le stragi di mafia del ’93 - i Georgofili, ma anche Milano e Roma - che si è aperto ieri mattina a Firenze. Sono le dieci quando la voce del boss Francesco Tagliavia rompe il silenzio dell’aula bunker di Santa Verdiana. In realtà il capo della famiglia palermitana di Corso dei Mille si trova a centinaia di chilometri di distanza, nel carcere di Viterbo, dove sta già scontando due ergastoli: seguirà le udienze che lo vedono imputato in videoconferenza.

Ma i grandi assenti in aula, ieri mattina, erano gli avvocati dello Stato. E la loro mancanza non è di quelle che passano inosservate. Il primo a sottolinearla, con ironia velata di amarezza, è il procuratore capo della Repubblica di Firenze, Giuseppe Quattrocchi. «Non so se l’avvocatura dello Stato è in ritardo» commenta, nella prima pausa dell’udienza. La replica dei diretti interessati arriva subito dopo. «Non ci siamo costituiti parte civile perché non ne siamo venuti a conoscenza - spiegano dalla sede fiorentina dell’avvocatura - Non c’è stato notificato nulla per iscritto né verbalmente, ma solo per pubblici annunci». «La notifica è stata fatta per pubblici proclami. Sta nella Gazzetta Ufficiale. Così si fa» ribatte Quattrocchi. Del processo, per inciso, hanno dato notizia non solo tre quotidiani nazionali, ma anche lo stesso sito internet del Ministero della Giustizia.

LE REAZIONI
Le polemiche non si fanno attendere. «Da non credere» scrive a caldo su Facebook il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. Protesta l’opposizione - Veltroni parla di scelta «gravissima», Di Pietro definisce la dimenticanza come «inquietante», «una vergogna» stigmatizza Lumia - ma voci di sgomento si levano anche dalla maggioranza. «È vergognoso e indegno» tuona Carolina Lussana, vicepresidente dei deputati della Lega Nord. «Non credo che questo Governo possa consentire che lo Stato e cioè i cittadini italiani non siano parte civile al processo. Mi auguro che si possa trovare una soluzione che ripari quanto sin qui si è verificato» augura Carlo Vizzini, senatore del Pdl, presidente della Commissione Affari Istituzionali. Auspicio che pare destinato a cadere nel vuoto, dal momento che il processo, celebrato con rito abbreviato, è ormai aperto.

Oltre alle istituzioni locali, ieri mattina, a costituirsi parte civile, anche una trentina dei familiari delle vittime. La più piccola, Caterina Nencioni, aveva solo 50 giorni quando il Fiorino carico di 250 chili di tritolo esplose sotto la sua abitazione, nel piazzale degli Uffizi.
Per le stragi di Cosa Nostra, ci sono già 17 ergastoli per boss del calibro di Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i Graviano, ma anche Bernardo Provenzano e Salvatore Riina. Ma mella lista degli esecutori mancherebbe ancora un nome: secondo i magistrati fiorentini, che hanno raccolto le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, è quello di Francesco Tagliavia, 56 anni, due ergastoli da scontare, per l’omicidio, tra gli altri, del giudice Borsellino.

l'unita.it


martedì 23 novembre 2010

Tutti i sindacati di polizia critici sull'intervento di Maroni da Fazio



di Alberto Custodero

Il tono è più o meno lo stesso per tutti i commenti raccolti a caldo tra i rappresentanti delle organizzazioni di entrambi gli orientamenti politici. Non è piaciuta soprattutto la difesa della Lega da parte di un ministro che dovrebbe opporsi ai tagli alle forze dell'ordine

Il ministro dell'Interno a Vieni via con me ha suscitato critiche bipartisan da parte dei sindacati di polizia. Per le associazioni sindacali, Roberto Maroni alla trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano non ha detto nulla di nuovo rispetto alla linea seguita in questi due anni di governo. In compenso, non è piaciuta la difesa d'ufficio della Lega Nord da parte del titolare del Viminale il quale, secondo i sindacati, avrebbe dovuto difendere con la stessa veemenza, in qualità di ministro, le forze dell'ordine dai tagli del governo. Ecco i commenti dei segretari dei principali sindacati di polizia di entrambi gli orientamenti politici raccolte a caldo, subito dopo l'intervento di Maroni alla trasmissione di RaiTre.

Enzo Letizia, segretario dell'Associazione nazionale funzionari di polizia. "Ringraziamo il ministro Maroni per gli elogi alle forze dell'ordine. Tuttavia non siamo d'accordo con il suo modello federale della polizia per combattere le mafie. I nostri studi hanno evidenziato che la polizia locale, poiché subisce le pressioni degli amministratori, perde indipendenza, imparzialità e terzietà. Se la polizia non è forte e autonoma dalla pubblica amministrazione, rischia di "non controllare" eventuali comportamenti corruttivi dei pubblici amministratori che rappresentano la gran parte delle cause degli scioglimenti dei comuni per infiltrazioni mafiose. Se oggi, con una polizia forte e autonoma, non è stato concesso dal governo lo scioglimento del comune di Fondi richiesto
dallo stesso ministro Maroni, figuriamoci che cosa potrà succedere nel caso in cui la polizia sarà alle dipendenze di amministrazioni colluse con le mafie. Non si arriverà neppure alle richieste di scioglimento".

Filippo Girella, segretario nazionale Ugl (area centrodestra). "Gli arresti sono merito dei poliziotti e dei carabinieri grazie al loro spirito di responsabilità e sacrificio, nonostante le sempre più esigue risorse messe a disposizione dal governo. Ieri sera il ministro ha avuto il buon senso di riconoscere (contrariamente a quanto ha sempre fatto), che quegli arresti non sono merito del governo ma delle polizie. A proposito della lotta alla mafia, dal ministro gradirei però in futuro sentir parlare di misure che garantiscano la certezza della pena. Gradirei sentir parlare di misure legislative che consentano a polizia e carabinieri di continuare a fare indagini senza avere limitazioni alle intercettazioni. Gradirei che il ministro proponesse l'adozione di sgravi fiscali per finanziare la produttività delle forze dell'ordine. Visto che gli stipendi non ce li possono aumentare, che almeno ci concedano sgravi fiscali a riconoscimento dei grandi meriti da loro stessi riconosciuti nella lotta alla mafia".

Claudio Giardullo, segretario nazionale Silp-Cgil. "La caccia ai latitanti è ovviamente un'attività fondamentale nel contrasto all'attività mafiosa. Si deve però sapere che se dovesse essere promosso per meriti straordinari qualcuno di quei poliziotti che hanno arrestato il boss della camorra Iovine, prenderebbe solo una qualifica sulla carta. Ma non percepirebbe alcun trattamentto economico perché la Finanziaria di quest'anno ha tagliato i fondi per i premi. Se arrivasse quella promozione, sarebbe poco più che una beffa. La caccia ai latitanti sbandierata da Maroni è un'attività fondamentale, ma non l'unica: le mafie sono ormai delle holding e per quanto in difficoltà, riescono sempre a sostituire il boss-amministratore delegato che finisce in carcere. Accanto alla caccia ai superlatitanti andrebbe anche fatto il contrasto al loro radicamento nel territorio. Il piano straordinario contro la mafia di quest'estate contiene ottime norme come quelle sulla tracciabilità dei flussi finanziari, ma ha l'enorme limite che non prevede alcun potenziamento degli apparati delle forze dell'ordine. La lotta alla mafia non è solo una questione di norme. Il merito di Saviano è di aver interrotto la tendenza della rimozione della mafia al Nord dove la questione sicurezza è relegata al mero controllo del territorio. Dalle inchieste emerge invece un enorme problema di mafia anche nel Settentrione".

Franco Maccari, Coisp (area centrodestra). "Maroni che c... è andato a dire di nuovo? Mi spiace dirlo perché lo ritengo un uomo di spessore, purtroppo, però, da due anni continua a ripetere sempre la stessa tiritera trita e ritrita degli arresti dei latitanti. Ma come ha detto il procuratore di Reggio Calabria Gratteri, quei risultati vengono grazie ad anni di indagini. Anzi, la dico tutta: questo governo di leggi che servano all'operatività delle polizie non ne ha fatta mezza. A noi poliziotti non ci ha aiutato per nulla. Forse un aiuto arriverà un domani quando sarà disponibile il fondo di soldi sequestrati alla mafia, soldi propagandati dal governo come gli aerei di Mussolini. A oggi non è stato impiegato un solo euro di quel fondo, però hanno creato le strutture che li gestiranno. Concludo con una battuta: se Maroni vorrà essere al cento per cento ricordato come un grande ministro, dovrà farsi ascoltare dal resto del governo. In questi due anni a tal proposito ha fallito su tutta la linea. Voglio ricordargli che gli arresti li facciamo noi, con i nostri sacrifici, mentre il governo propone leggi vergogna che ci impediranno di fare intercettazioni".

Felice Romano, segretario generale Siulp. "Rispetto alle roboanti premesse sullo scontro Saviano-Maroni, ho preso atto con molto piacere che il ministro ha rispettato il suo ruolo istituzionale. Ho preso atto altresì della foga con la quale ha difeso il suo partito da quelle che riteneva accuse infondate. Quando ha parlato della vittoria dello Stato, però, mi sarei aspettato che con la stessa fermezza con la quale ha difeso la Lega avesse difeso anche le forze dell'ordine dai tagli disastrosi e devastanti che questo governo sta facendo. Al di là della presunta panacea del Fondo unico giustizia, la realtà è che l'esecutivo è impegnato nel ridurre risorse alle polizie e quindi alla sicurezza del Paese. Stiano tranquilli però sia Maroni sia il ministro della Giustizia Alfano, perché i poliziotti, che il governo cada o no, continueranno ad arrestare i latitanti e i mafiosi fino a quando avranno almeno in tasca quei quattro soldi dello stipendio con il quale fino a oggi hanno anticipato la benzina e gli alberghi per poter catturare quei latitanti di cui ora tutti si vantano. Stiano tranquilli, perché, nonostante l'andazzo del governo, sembra che lo stipendio non sia ancora stato messo in discussione".

repubblica.it

lunedì 22 novembre 2010

La mafia a Milano c’è da quarant’anni. Ce la portò Dell’Utri



di Saverio Lodato

Ora non solo sappiamo che la mafia a Milano c’è e c’è sempre stata. E da alcuni decenni. Ma sappiamo anche chi ce l’ha portata: Marcello Dell’Utri. Molti dovranno farsene una ragione. Le motivazioni della sentenza della seconda sezione di corte d'appello di Palermo che ha condannato per concorso in associazione mafiosa a sette anni, in appello, uno dei fondatori di Forza Italia, costituisce un illuminante promemoria. Parliamo di «promemoria» perché le 641 pagine depositate non contengono, a volere essere rigorosi, scoperte o rivelazioni giudiziarie o sociologiche , sul fenomeno dell’infiltrazione di Cosa Nostra, racchiudendo invece - naturalmente - una caterva di fatti che riguardano l’imputato (anche se lui è convinto di cavarsela dicendo che i giudici di secondo grado hanno “ricicciato” il lavoro di quelli di primo grado).

Il promemoria ci ricorda quando, negli anni 60 e 70, i vertici di Cosa Nostra ritennero che i tempi fossero ormai maturi perché l’organizzazione criminale cercasse fortuna, ramificazioni e insediamento sociale, proprio al Nord. Già gli atti della commissione parlamentare d'inchiesta, istituita nei giorni immediatamente precedenti la strage di Ciaculli (1963), indicano, nella città di Milano, il nuovo palcoscenico delle cosche palermitane, così dimostrando, sin da allora, che la favoletta di una mafia made in Sicily non corrispondeva più alla realtà. Non è infatti un caso che, poco dopo, inizio anni 70, l’industria del sequestro di persona, bandita in Sicilia per volere di Luciano Liggio - uno dei primi capi corleonesi, antesignano di Riina e Provenzano - e con apposito pronunciamento della «commissione», iniziò a essere praticata nel Nord Italia (Lombardia e Piemonte).

L’ultimo sequestro a Palermo, quello dell'imprenditore Luciano Cassina (avvenuto il 16 agosto 1972 e concluso il 7 febbraio 1973 dietro pagamento di oltre un miliardo di riscatto) aveva infatti portato i capi mafia alla conclusione che fossero più i contro che i vantaggi, poiché la pressione delle forze dell'ordine aveva inevitabilmente contraccolpi negativi sui traffici di Cosa Nostra. Da qui la decisione della “commissione” di dichiarare la Sicilia “terra non disponibile” per i sequestri. Gli effetti furono immediati. 18 dicembre 1972: rapimento, a Vigevano, di Pietro Torielli Junior (riscatto pagato da un miliardo e mezzo); 14 novembre 1973: Luigi Rossi di Montelera, rampollo di una famiglia patrizia torinese, ostaggio dei mafiosi sino al 14 marzo del 1974, quando i poliziotti lo ritrovarono in una cella nelle campagne di Treviglio; 10 marzo 1974: rapito, a San Donato Milanese, Emilio Baroni, rilasciato, 12 giorni dopo, con pagamento di un altro miliardo.

Sono solo i casi più eclatanti e che, per quei tempi, ebbero enorme ricaduta mediatica. Gli anni del contrabbando di sigarette volgevano al termine. E l’introito dei sequestri andava a finanziare, da parte dei siciliani, i primi cartelli dell'eroina la cui raffinazione - sino ad allora - era esclusivo appannaggio della malavita corsa e marsigliese. Ma l’insediamento al Nord, come si diceva, non risaliva alla stagione dei sequestri, ma al decennio precedente. A quando, cioè, il clan dei fratelli Salvatore e Angelo La Barbera, palermitani doc, dimostrò intuito manageriale non indifferente scegliendo la “piazza” di Milano per allargare i confini del mercato delle “bionde”.

Storia che risale a decenni orsono e che in molti farebbero bene a non scoprire ogni volta per la prima volta, trattandosi di fatti che hanno avuto consacrazione in atti giudiziari e parlamentari. Citiamo, a mò di esempio, un passo della biografia di Angelo La Barbera, contenuta nei 10 profili di altrettanti boss, firmati da Girolamo Li Causi, a compendio della relazione parlamentare d’inchiesta a inizio anni '70: «Dalle umili condizioni originarie, da quando cioè aiutava il padre a raccogliere sterpi e legna da ardere nella borgata Partanna - Mondello, a Palermo, Angelo La Barbera, nello spazio di un decennio, più o meno, si eleva al rango di facoltoso imprenditore... concedendosi un tenore di vita raffinato... frequenti viaggi... numerose e costose relazioni extraconiugali… dalla assiduità negli alberghi più lussuosi e in locali notturni ...come al Caprice di Milano».

E sarebbe stato Tommaso Buscetta, coevo, sotto il profilo mafioso, proprio dei La Barbera, testimone privilegiato della stagione delle stragi culminata in quella di Ciaculli, a ricostruire fedelmente il fenomeno migratorio in Lombardia (e all’estero) proprio quando venne sciolta la “commissione” di Cosa Nostra, per timore di una reazione dello Stato e in attesa di tempi migliori. Son cose pubblicate, che gli addetti ai lavori sanno. Ne sono stati scritti libri e girati film. Ma veniamo a Dell’Utri. Le sentenze ci dicono che fu il rappresentante di Cosa Nostra Lombarda Parte 3. Non più sigarette di contrabbando. Non più eroina. Ma il mondo vorticoso degli appalti in edilizia, dove far confluire (Vito Ciancimino docet) i proventi accumulati in decenni di traffici illegali.

C'è un aspetto che forse è stato sottovalutato: lo stalliere Vittorio Mangano fu assunto alla corte di Arcore, dietro presentazione da parte di Dell’Utri, proprio come deterrente per eventuali sequestri che potessero colpire i familiari di Berlusconi. Il che, quantomeno, dimostra che Berlusconi quella storia dei sequestri la conosceva benissimo. Fa sorridere che il ministro Maroni queste cose le stia scoprendo oggi dalla viva voce di Roberto Saviano. E farebbe bene a tenerne conto lunedì, nella puntata di Vieni via con me , dove lo hanno “invitato” a seguito di un rumorosissimo “autoinvito”. Infine se Maroni cercasse autentico riscatto, gli basterebbe ricordare la sentenza di Palermo su Dell’Utri. Non accadrà. Ché il rapporto mafia-politica, per gli esponenti di questo governo, non è “cosa che si mangia”. L’argomento, in altre parole, è incommestibile.

l'unita.it

venerdì 19 novembre 2010

Dario Campolo a Milano per Nino Di Matteo



Dario Campolo con le Agende Rosse di Torino il 20 novembre 2010 sarà a Milano per Nino Di Matteo, di seguito tutti i dettagli.



Basta 'sparare' sui magistrati
In piazza per Nino Di Matteo - 20 novembre 2010

Il 20 novembre sarà una giornata particolare. Le Agende Rosse, il Movimento fondato da Salvatore Borsellino (il fratello del Giudice Paolo, assassinato il 19 luglio 1992) ed il Comitato Scorta Civica saranno in presidio davanti ai Tribunali di Milano, Firenze, Roma e Palermo. Al fianco delle Agende Rosse saranno l'Associazione tra i familiari delle Vittime di Via dei Georgofili e l'Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia.


Non è la prima volta che le Agende Rosse e la Scorta Civica presidiano le Procure. Già in passato, la Scorta Civica ha presidiato i tribunali di Caltanissetta e di Palermo portando in piazza i cittadini per sostenere i magistrati attaccati dalla criminalità organizzata. Questa volta l'appuntamento si è reso necessario per esprimere il nostro appoggio ai Magistrati che indagano sulle stragi del biennio ’92-93 ed in particolare al Sostituto Procuratore Antonino Di Matteo che sta conducendo a Palermo delicate inchieste sulle collusioni mafia-potere. Di Matteo é finito nel mirino per alcune opinioni espresse come presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati di Palermo.


Il 13 giugno 2010 Di Matteo si era espresso a tutela dei colleghi magistrati dopo l'ennesimo attacco denigratorio mosso dal premier Silvio Berlusconi nei confronti dei giudici da lui definiti "politicizzati" e desiderosi di "rovesciare per via giudiziaria il risultato elettorale, il voto degli italiani". Di Matteo aveva replicato a nome dell'ANM palermitana con queste parole: "Continua la sistematica e violenta offensiva di denigrazione e isolamento di quei magistrati che credono ancora nel principio dell'uguaglianza di tutti davanti alla legge. Noi resisteremo perché crediamo nella Costituzione sulla quale abbiamo giurato. Mi chiedo con quale faccia continuino a collaborare con questo Governo i colleghi distaccati al ministero della Giustizia che hanno giurato sulla stessa Costituzione".

Il 14 giugno gli uffici del Ministero di Grazia e Giustizia avevano segnalato all'allora vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, le dichiarazioni di Di Matteo chiedendo l'apertura di una pratica a tutela delle toghe che lavorano al ministero. La richiesta era stata archiviata il 1 luglio e la procura generale della Cassazione aveva successivamente trasmesso la richiesta di accertamenti alla procura generale di Palermo. E’ notizia dell’undici novembre che il PG di Palermo Luigi Croce ha risposto con una relazionein cui afferma che le dichiarazioni di Di Matteo sono state fatte come presidente dell'Associazione nazionale magistrati di Palermo e che, quindi, esse non sarebbero suscettibili di valutazioni disciplinari. Adesso la decisione conclusiva spetta alla procura generale della Cassazione.


Il Movimento ‘Le Agende Rosse’ e la ‘Scorta Civica’ sottoscrivono parola per parola le frasi pronunciate da Antonino Di Matteo. Riteniamo in particolare che le sue affermazioni in difesa dei magistrati che credono ancora nell’articolo 3 della Costituzione siano oggi più vere e necessarie che mai. Difficilissime indagini stanno cercando di fare luce sulla stagione delle stragi del biennio 1992-93 e sulle persistenti collusioni mafia-potere. Le notizie riguardanti pesanti minacce rivolte dalla criminalità organizzata agli inquirenti impegnati in queste delicate indagini si moltiplicano ogni giorno. E' indispensabile che tutta la società civile e le Istituzioni reagiscano facendo scudo attorno ai destinatari di queste minacce, difendendoli e tutelandoli in ogni modo possibile. Rendiamoci conto che l’attacco delle cosche mafiose ed i tentativi di delegittimazione da parte di pezzi delle Istituzioni contro i più esposti esponenti dell’antimafia, indipendentemente dalla causalità degli avvenimenti, mettono in serio pericolo la vita di queste persone, perché i tentativi di isolamento potrebbero essere interpretati come un maggiore incentivo a portare avanti progetti stragisti.


Vogliamo pertanto esprimere pubblicamente il nostro incondizionato sostegno a Di Matteo e ai Magistrati che indagano sulle stragi del biennio ’92-93. Sabato 20 novembre ci troveremo tutti assieme davanti ai Tribunali di Palermo, Roma, Milano e Firenze alle ore 10.00 per manifestare la nostra solidarietà.

Le adesioni sono aperte a tutti coloro che credono nella Costituzione e nei principi di eguaglianza, democrazia, giustizia e libertà in essa racchiusi.

E’ importante tenere presente che questa iniziativa sarà identificata solo ed esclusivamente con i cittadini e le associazioni che vorranno partecipare, nel senso che non ci sarà alcuna riconducibilità a partiti o personaggi politici, che, se vorranno e come spesso accade, parteciperanno così come qualsiasi altro cittadino. Gli esponenti politici potranno ovviamente aderire spontaneamente all’evento con la loro presenza davanti ai tribunali o con altre forme di solidarietà (comunicati ecc.). Non ci sarà alcuna forma di personalizzazione che possa consentire alla criminalità e ai mezzi di informazione di ridurre la portata e il significato della mobilitazione. Invitiamo pertanto tutti i cittadini ad unirsi a noi senza esporre bandiere di partito. I nostri simboli saranno la bandiera italiana, l’Agenda Rossa e la Costituzione.

Gli interventi saranno riservati a magistrati, giornalisti e cittadini.

E' prevista la diretta streaming sul sito www.19luglio1992.com.

MOVIMENTO ‘LE AGENDE ROSSE’ – COMITATO SCORTA CIVICA

Per informazioni:
Tel. 02 45077753
19luglio1992@gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. scortacivicapalermo@gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


Il link con tutte le info


giovedì 18 novembre 2010

Piccolo pensiero su Grillo



di Dario Campolo

Ahimè so che con questo post mi tirerò dietro tanti ma tanti insulti ma l'ho sempre detto e pensato, condivido parecchie cose di Beppe Grillo ma non tutto, a volte lo riconosco in un Berlusconi all'opposto, mancanza di democrazia.
Questa, ovviamente è una mia opinione e come tale va presa e archiviata, anche perchè nion toglie tutto ciò di positivo che l'ondata di Grillo ha portato.
Tutto si può dire del pd, ma non criticargli le primarie, a Milano ha vinto un Vendoliano? Bene, adesso si aprano le danze, la possibilità il Pd l'ha data, ha sperato in un suo candidato è ovvio ma non è stato votato punto e a capo, adesso si va avanti.
Di seguito un post molto interessante che ho trovato sul blog di Marco Bracconi e che condivido e sottoscrivo PIENAMENTE.

Dal vaffanculo alle bugie

Le primarie, che schifo. I partecipanti al voto? Nemmeno un quartiere semiperiferico. I candidati a Milano? Tutti coi capelli bianchi, solo slogan e manifesti. ”I milanesi hanno potuto scegliere solo i loro faccioni, e non il programma”. Insomma, “elezioni posticcie”

Puntuale, arriva il Grillo-pensiero sulle consultazioni del centrosinistra nel capoluogo lombardo. Con il quale il comico-blogger compie un deciso e importante salto di qualità: dal vaffanculo alle bugie.

Dice il sito ufficiale grillino che gli elettori hanno votato solo facce e slogan. “Questa non è democrazia”, si scandalizza la home page dei nuovi rivoluzionari. E ancora: ”Prendono solo per i fondelli gli elettori”.

Eppure basta cliccare un paio di volte su Google (Grillo ne dovrebbe essere capace) per scoprire che sul sito web di Boeri c’è un programma completo suddiviso in quindici schede tematiche. Magari è un programma orrendo, ma è online da settimane. Lo stesso sul sito di Giuliano Pisapia. Anche lì si tratterà certamente di proposte vecchie e da sfanculare seduta stante, ma basta cliccare e si trovano schede tematiche dagli anziani alle periferie, dalla casa alla cultura.

Evidentemente, dalle parti del Movimento Cinque stelle, si pensa ormai in grande. Prima si crea una schiera di fan con il mix ”buone idee più antipolitica”. Poi, creata la platea, gli si dà in pasto la pura propaganda.

Un bravo comico, dal palcoscenico di un teatro tenda, direbbe che questo sistema somiglia sinistramente a quello dello psiconano. E che il passo dall’antipolitica alla politica, quella peggiore, qualche volta è proprio breve.

il blog dell'autore

Gli uomini di B. sparano su Saviano



di Elena Rosselli

"Bla, bla, bla. Chi parla? Saviano". Dopo la raccolta firme contro Fini, il quotidiano di Paolo Berlusconi ci riprova. E questa volta alza il tiro contro il giornalista, reo di avere portato in prima serata i rapporti tra mafia e politica al Nord e di avere fatto arrabbiare il ministro dell'Interno Roberto Maroni tirando in ballo la Lega. Campione della legalità? Macché, per il quotidiano di via Negri, il giornalista è uno "scopiazzatore" che scrive "cronache redditizie". "Dov'è il suo coraggio?" si chiede Vittorio Sgarbi: "Dov'è la sua minaccia alla mafia che lo insegue per ucciderlo?". Saviano è infallibile? Certamente no. Si può criticare Saviano? Certamente sì. Ma resta il fatto che ciò che lo scrittore ha detto è documentato. Non solo nelle (poche) cronache dei giornali che si occupano dell'infiltrazione mafiosa al Nord. E' lo Stato stesso a mettere nero su bianco l'allarme sull'integrazione tra potere criminale ed economico, da ultimo con la relazione della direzione distrettuale antimafia resa nota ieri (leggi l'articolo di Antonio Massari e David Perluigi). Brutte "coincidenze" e "tempismo singolare", secondo il quotidiano. Peccato che, come ammette lo stesso Maroni, l'ultima firma sul documento spetti al ministro dell'Interno. Insomma, il ritornello è lo stesso di sei mesi fa, quando Berlusconi puntò il dito contro Saviano e chiunque parli di mafia facendo fare "una brutta figura" all'Italia: "E' la sesta al mondo – disse – ma è la più conosciuta" a causa di serie come "la Piovra e della letteratura, Gomorra e tutto il resto" .

ilfattoquotidiano.it

mercoledì 17 novembre 2010

Colpo al cuore dei Casalesi arrestato Antonio Iovine



CASAL DI PRINCIPE - Colpo al cuore della cosca di Gomorra: la polizia ha arrestato il latitante numero uno del temibile clan, Antonio Iovine, conosciuto con il soprannome di 'O Ninno.

Il capo della camorra era in fuga dalla giustizia da ben sedici anni ed era tra le priorità investigative nell'azione di contrasto alla criminalità organizzato. Il blitz è stato messo a segno dalla Squadra mobile di Napoli, dalla sezione Criminalità guidata dal vicequestore Andrea Curtale assieme ai colleghi di Caserta che seguivano da tempo le sue tracce.

IL NASCONDIGLIO - Si trovava in un covo di Casal di Principe, nella quinta traversa di via Cavour, in casa di un uomo considerato adesso un suo fiancheggiatore. In questi minuti l'ex primula rossa sta per essere trasferita alla questura di Napoli, in via Medina.

IL CURRICULUM CRIMINALE - Iovine ha quarantasei anni ed è già stato condannato all'ergastolo nel processone alla camorra chiamato Spartacus uno è implicato in indagini che rigaurdano almeno sei omicidi.

LA GIOIA DEL VIMINALE - "Oggi è una bellissima giornata per la lotta alla mafia, tra pochi minuti vedrete...". E' quanto ha affermato il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, conversando con i giornalisti a Montecitorio appena pochi minuti prima che arrivasse l'annuncio dell'arresto del boss Antonio Iovine, latitante da oltre 14 anni. Pochi minuti dopo la notizia della cattura del superboss.

repubblica.it

Maroni vuole querelare Saviano ma la DIA conferma i racconti




La polemica dopo le accuse a Vieni via con me: "In tv ci andrò travestito da Sandokan". Allarme dell'antimafia sulla collusione nell'area lombarda (mappa) tra 'ndrangheta, imprenditoria, pubblici amministratori locali e tecnici


repubblica.it

martedì 16 novembre 2010

"Amato avvocato di mio padre su ordine di uomini dello Stato"



Ciancimino jr svela i motivi della nomina dell'ex direttore Dap. L'alto funzionario si difende: "Il 41 bis l'ho voluto io". Ma Martelli smentisce: "Lui era contrario". Ieri sequestrati beni per 22 milioni al clan Madonia: "Gestivano gli affari dal carcere duro"

di Salvo Palazzolo

PALERMO - L'ultimo tassello della complicata indagine sulla trattativa fra Stato e mafia fra il '92 e il '93 l'ha portato ieri mattina Massimo Ciancimino in Procura. Il figlio dell'ex sindaco mafioso, ormai il teste principale di questa inchiesta, ha consegnato un ricordo ben preciso al pm Nino Di Matteo: "È affiorato dopo le polemiche di questi giorni, sulla revoca del 41 bis chiesta all'inizio del '93 dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di Nicolò Amato", spiega Ciancimino a Repubblica. "Poi, Amato diventò l'avvocato di mio padre. Il suo nome fu suggerito e imposto da uomini delle istituzioni". Il figlio dell'ex sindaco aggiunge: "All'epoca, la cosa ci sembrò molto strana in famiglia, mio padre aveva fior di avvocati. Lui disse: "Bisogna fare così"". E ancora una volta a Ciancimino junior fu chiesto di fare da postino: "Ricordo che andavo spesso nello studio dell'avvocato Amato, per consegnare o prendere delle buste chiuse".

L'appunto di Nicolò Amato al ministro della giustizia Conso, che il 6 marzo '93 ufficializzava una decisa contrarietà al 41 bis, è adesso al centro delle attenzioni anche della Procura di Caltanissetta, che indaga sulle stragi Falcone e Borsellino. Il procuratore Sergio Lari ha già sequestrato il documento.

Amato precisa: "Della trattativa tra Stato e mafia non so nulla. Il fatto che l'allora ministro Conso non rinnovò 140 decreti di 41 bis nel novembre '93 l'ho appreso solo in questi giorni. Io me ne andai a giugno dal Dap". Amato nega di avere avuto "suggeritori", nega soprattutto di essersi consultato con l'allora ministro dell'Interno Mancino. L'ex direttore del Dap rivendica piuttosto di aver chiesto in quel documento "una serie di misure, come la registrazione dei colloqui tra i detenuti mafiosi - spiega - se fossero state attuate per tempo avrebbero evitato altre stragi". Amato conclude: "Il 41 bis l'ho introdotto io, d'accordo con Claudio Martelli, nell'estate 1992".
Ma queste ultime parole non sono piaciute affatto all'ex ministro della Giustizia: "Non è vero che elaborammo insieme il 41 bis - taglia corto Martelli - non avanzo alcun sospetto, ma una cosa la voglio contestare: di aver elaborato il decreto Falcone con Amato". L'ex Guardasigilli è categorico: "Lui era contrario al 41 bis, tant'è che non firmò il decreto di trasferimento dei boss a Pianosa e all'Asinara. A farlo dovette essere il ministro, cioè io".

Sono polemiche senza precedenti. Il senatore del Pd Giuseppe Lumia chiede che la commissione antimafia acquisisca i verbali di tutti i comitati per l'ordine e la sicurezza convocati al Viminale fra il '92 e il '93. "Come facevano i capimafia a sapere che si discuteva delle revoca del 41 bis al vertice dello Stato? - si chiede Lumia - E come facevano alcuni vertici dello Stato a sapere che in Cosa nostra c'era una fazione che cercava il dialogo? Solo i protagonisti della trattativa potevano sapere". Per i prossimi giorni, l'Antimafia ha in programma le audizioni di Luciano Violante e di Gianni De Gennaro.

Il tema del 41 bis resta di grande attualità. A Palermo, le indagini del Ros hanno portato il tribunale a confiscare beni per 22 milioni di euro. Sono il tesoro dei boss di Resuttana, i due fratelli Madonia rinchiusi al carcere duro. Tramite parenti e alcuni insospettabili prestanome riuscivano a gestire aziende edili e attività commerciali. Nel tesoro del clan c'era anche il purosangue Irak, che all'ippodromo della Favorita aveva già vinto diverse gare.

repubblica.it

Ingroia: “Quella volta che interrogai Berlusconi a Palazzo Chigi”



di Antonio Ingroia

Uno stralcio dell'ultimo libro del procuratore aggiunto di Palermo. Il testo sarà presentato oggi pomeriggio a Milano

Nel 2002, a Palermo, Palazzo di Giustizia, nell’aula della quinta sezione del Tribunale si svolgeva il processo Dell’Utri, nel quale l’imputato era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Con il mio collega Domenico Gozzo, anch’egli pubblico ministero, avevo chiesto di sentire in qualità di teste assistito Silvio Berlusconi, in quell’anno già in carica come presidente del Consiglio. [...] Berlusconi aveva assunto Mangano nella villa di Arcore e solo lui poteva spiegare sulla base di quali referenze il mafioso di Porta Nuova era stato scelto, il ruolo che Dell’Utri aveva avuto in quella assunzione, quali fossero le mansioni di Mangano, fino a quando aveva mantenuto tale incarico e le ragioni del licenziamento. [...] C’era anche l’annosa questione dei flussi finanziari alle origini delle società del gruppo Fininvest e di certi “buchi neri” in quella ricostruzione che andavano chiariti. [...]

Finalmente, dopo estenuanti tentativi, si concorda una data, 26 novembre 2002. È la data in cui si può andare a interrogare il Presidente a Palazzo Chigi, perché il Presidente si è avvalso della prerogativa che la legge gli riconosce, quella di essere esaminato a domicilio. [...] Scendiamo dall’auto, accolti con cordiale professionalità dal personale addetto al cerimoniale di Palazzo Chigi. [...]

Trattamenti differenziati
Tutti gentili, forse fin troppo, di una cordialità quasi sospetta. Infatti, l’impressione diviene certezza quando ci rendiamo conto che ci hanno messo in corsie separate. I pubblici ministeri, ospiti non proprio desiderati, da una parte, i difensori, che sembrano i veri padroni di casa, dall’altra. I giudici, invece, vengono accompagnati direttamente in una grande sala dai decori eleganti, dove vengono accolti personalmente dal Presidente, che si intrattiene con loro, amabile, e offre caffè e pasticcini. Ai pm niente, a digiuno: cosa che, a pensarci bene, è normale. Non sono forse i pm i magistrati più pericolosi, i talebani, gli eversori da cui difendersi? Comunque, alla fine, veniamo accompagnati nella sala dove si svolgerà questa strana udienza. [...] Appena entriamo ci vengono assegnati i posti a tavola, come se fossimo a cena… E scopriamo così che noi pubblici ministeri siamo posizionati a un’estremità del tavolo, mentre il Presidente siederà all’estremità opposta…

[...] Da un portone sulla destra si odono tre mandate di chiave, sorde, neanche fossimo in un castello antico, e il portone, pesante, si apre. I cinefili forse si aspettano che dall’oscurità esca Nosferatu e invece viene fuori un commesso, un piccolo commesso che fa strada a Lui, che esce svelto. Saluta e si accomoda accanto ai suoi avvocati. Lo intravedo, è distante, molto distante. In tutti i sensi. Ci separano quasi venti metri. [...] Tutto secondo copione, e perciò, secondo copione, un presidente dà la parola all’Altro. E quest’ultimo dichiara solennemente che ha deciso di seguire i consigli dei suoi legali, e di avvalersi quindi della facoltà di non rispondere. Tutto secondo copione. È improvviso e imprevisto, perciò, il fuori copione che introduco io. Chiedo la parola al presidente Guarnotta, che è un po’ colto di sorpresa. [...]

Attacco subito, rivolgendomi direttamente a chi, seppur distante, mi sta di fronte. Faccio infatti un vero e proprio appello al Presidente Berlusconi. Dico che intendo rivolgergli un appello. Mi appello al suo senso dello Stato, certo che tutti i presenti in aula hanno uguale interesse che sia accertata la verità sui fatti oggetto del processo. [...] C’è un silenzio irreale e pesante intorno. Vedo il Presidente Berlusconi attento e teso, le mascelle serrate, lo sguardo fisso su di me. Intenso, senza espressione apparente, ma serio e severo. [...]

D’improvviso, il presidente Guarnotta mi interrompe, con malcelato fastidio per l’imprevisto “fuori programma”, arrestando bruscamente l’elencazione delle domande che avremmo voluto porre: “Pubblico ministero, sappiamo bene quali sono le domande per le quali è stato ammesso l’esame del teste. Non c’è bisogno di ricordare tutti i temi di prova su cui si dovrebbe articolare l’audizione. È il caso, semmai, di interpellarlo, a questo punto, per chiedergli se conferma la sua intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere”. E così fa. Lo interpella, gli chiede cosa intende fare [...]. Silenzio, lunghissimi minuti di silenzio. Il tempo sembrava essersi sospeso. Tutti gli occhi dei presenti erano puntati su di Lui, teso, i lineamenti contratti. Mi guardava.

La via d’uscita onorevole
E io ebbi la sensazione che mi stesse fissando. Era come se avesse percepito il mio intervento più come una sfida che come un appello. E sembrava che fosse tentato di raccoglierla quella sfida, di reagire, di rispondere. [...] E giunse invece, forse provvidenziale, l’intervento dell’avvocato Ghedini che chiese al presidente Guarnotta di poter intervenire. Ghedini intervenne, abile e cordiale: “Ringrazio, presidente, per avermi dato l’opportunità di intervenire, per fare presente e ribadire che a questa difesa, e al nostro assistito, al Presidente Berlusconi, sta ovviamente molto a cuore l’accertamento della verità, così come al pubblico ministero. E non avremmo difficoltà ad aderire all’appello del pubblico ministero. La questione, però, è un’altra. La testimonianza del nostro assistito potrebbe aggiungere poco alla verità che è stata acquisita. Perché la verità è che tutto è stato accertato, tutto è stato chiarito, tutto è chiaro e trasparente. [...]”.

Il gioco è fatto. Ghedini aveva trovato la soluzione “onorevole”, e Lui si adeguò subito, affrettandosi a rimarcare che si limitava a seguire i suggerimenti dei suoi legali, e perciò manteneva l’intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere. [...] Prima ci fu la reazione sorpresa di Berlusconi quando il presidente Guarnotta, finita l’udienza, gli disse: “Presidente, prego si accomodi”. Come dire, vada. Può rientrare nei suoi appartamenti. [...]

Quindi raggiunse verso il drappello di difensori e consulenti per stringere le mani. Qui accadde qualcosa di festoso, si creò una calca per farsi strada, per raggiungerlo, potergli stringere la mano. E fu così che nella precipitazione e nella confusione qualcuno urtò anche una sedia che si capovolse fragorosamente. Storie d’Italia, storie di italiani. Poi, Lui uscì dalla sala. Lasciò la scena, inghiottito dall’oscurità al di là della porta pesante, che lo aveva introdotto. [...] Restammo soli e si chiuse presto l’udienza. Poi toccò ai convenevoli e ai saluti di commiato. Tornò l’uomo alto e distinto del cerimoniale che ci aveva accolto. Ci accompagnò cortesemente ma rapidamente verso l’uscita, e ci consigliò, per ragioni di sicurezza e discrezione, di uscire dal retro del Palazzo, invece che dall’ingresso principale. Così andammo via. Qualche ora dopo, vedendo i telegiornali, mi resi conto che analoga cautela non era stata consigliata ai legali di Dell’Utri e Berlusconi, che uscirono dall’ingresso principale, dove erano appostati giornalisti e telecamere.

ilfattoquotidiano.it

venerdì 12 novembre 2010

Ciancimino a colloquio con Berlusconi gli incontri milanesi confermati dalla vedova



L'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino incontrò l'allora imprenditore Silvio Berlusconi in tre occasioni, a Milano, dopo il '72. A due dei colloqui, avvenuti in un ristorante di Milano, partecipò anche Epifania Scardino, moglie del politico corleonese. A confermarlo ai pm di Palermo Paolo Guido e Nino Di Matteo, durante un interrogatorio che è stato secretato, è stata la stessa vedova. La donna, sentita alla presenza dell'avvocato, ha anche ricordato che i due parlarono di affari.

E' la prima volta che Scardino rivela ai pm la sua presenza ai colloqui tra Berlusconi e il marito. Interrogata a luglio e settembre scorsi, infatti, aveva riferito di aver saputo dall'ex sindaco che i due si erano visti tre volte, ma non aveva fatto cenno alla sua partecipazione, di cui invece aveva parlato il figlio Massimo Ciancimino durante una trasmissione televisiva su La7.

L'incontro sarebbe avvenuto in un ristorante di via Diaz a Milano. La Procura sta indagando sui presunti investimenti illeciti del tesoro di Vito Ciancimino che secondo il figlio Massimo sarebbe in parte finito nel complesso edilizio Milano 2. Epifania Scardino viene sentita anche dal pm Sergio De Montis e dall'aggiunto Antonio Ingroia sul caso del giornalista Mauro De Mauro, scomparso a Palermo nel '70. La donna dovrebbe riferire sui rapporti di amicizia tra il marito e l'ex procuratore di Palermo Pietro Scaglione ucciso il 5 maggio del 1971.

La decisione di interrogare la vedova è stata presa dopo la consegna da parte del figlio ai pm di Palermo, che per il delitto processano il boss Totò Riina, degli appunti manoscritti del padre in cui si sostiene che l'omicidio del giornalista inaugurò una stagione di delitti in cui Cosa nostra avrebbe agito su input istituzionali. Massimo Ciancimino, poi interrogato dai magistrati, ha anche raccontato di avere saputo che il padre parlò delle sue intuizioni sul caso De Mauro al procuratore Scaglione di cui era amico. Il figlio dell'ex sindaco deporrà venerdì prossimo al processo de Mauro. Secondo indiscrezioni il boss Totò Riina, in quella sede, potrebbe fare dichiarazioni spontanee.

Massimo Ciancimino sarà sentito nel processo per De Mauro il 19 novembre. Ha riferito ai Pm, fornendo anche dei documenti, che suo padre avrebbe fatto da mediatore tra "ambienti istituzionali romani" e i corleonesi proprio per il sequestro del giornalista. (AGI)

repubblica.it

giovedì 11 novembre 2010

Roberto Cota, Delega al posacenere




di Massimo Gramellini

Quando era soltanto un leghista, Roberto Cota poteva reggere il posacenere di Bossi o sostituirsi a esso con mani d’amianto. Poteva persino sventagliare la nuca del suo signore come uno schiavo nubiano. Ma da alcuni mesi Cota è alla testa di una Regione italiana di una qualche importanza: il Piemonte.

Questo significa che, qualsiasi cosa faccia, non è più il leghista che la fa, ma il governatore del Piemonte. E Cavour non combinò tutto quell’ambaradan perché i suoi eredi finissero a reggere il posacenere del pronipote di Alberto da Giussano in una prefettura di Vicenza dove tra l’altro sarebbe pure vietato fumare.

È legittimo che Cota nutra per il suo futuro progetti ambiziosi, come reggere il posacenere al prossimo presidente della Repubblica Padana. Però, nell’attesa che più alti destini si compiano, dovrebbe almeno far finta di rappresentare la Regione che lo ha votato. Per quanto possa sembrargli strano, Cota incarna un’istituzione. Quindi via le camicie, le cravatte, i fazzolettini verdi. E i posacenere, per favore, sul tavolino.

LaStampa.it

mercoledì 10 novembre 2010

Facciamoci sentire, "Cari abbonati Rai votate sfiducia a Masi"


ROMA - Fino a domani sera, gli abbonati della Rai possono votare la sfiducia al direttore generale Masi on line su Valigia Blu e su Articolo 21. Mentre all'interno della Rai saranno aperte le urne "reali" per tutti i giornalisti, le due associazioni hanno creato un seggio elettronico virtuale aperto a tutti gli abbonati aperto sino alle 23 del l'11 novembre. "Vogliamo sostenere come società civile il voto dei giornalisti e, contemporaneamente, animare la discussione sul futuro della tv di Stato tra gli abbonati che, con il pagamento del canone, vogliono affermare il loro diritto ad esprimersi sul futuro dell'azienda di servizio pubblico radiotelevisivo".

martedì 9 novembre 2010

La Lega del SENATUR



di Dario Campolo

Scusate se è poco, ma navigando sul corriere ho visto l'ennessima cazzata della Lega:

«La Rai è assente, ha mancato alla sua missione di servizio pubblico, i soldi del canone vadano agli alluvionati». Lo ha detto l'on. Caparini (Lega)

Ma la Lega pensa che siamo dei coglioni?

Allora bisognerebbe spiegare ai leghisti che i vari "MASI", "MINZOLINI" etcc... ce li hanno messi loro.
SVEGLIA ITALIA.


lunedì 8 novembre 2010

Lega democratica



di Dario Campolo

Dopo le parole di Fini di ieri a Perugia, ecco la Lega Nord riunita al completo per discutere quelle stesse parole.
Partiamo da un presupposto, tutto quello che Fini ha detto secondo il mio modesto parere è vero ma mi sorge spontanea una domanda: "Fini dove sei stato fino a ieri?", stessa cosa per l'amico Bossi che come tutta la sua Lega Nord sembra essere eternamente all'opposizione senza aver capito che sta governando in questo paese ma ovviamente a furia di votare leggi ad personam e varie.....
Occhio però, perché è notizia di oggi che i malumori leghisti aumentano, pensate che gli amministratori del forum Giovani Padani hanno dovuto bloccare e censurare i vari messaggi di sfogo leghisti anti Berlusconi perché fuori controllo ma,
d'altronde cosa ci si può aspettare da un partito che ha al comando un uomo solo e sempre lo stesso da oltre 20 anni: BOSSI? Nulla ovviamente.

A questo punto cari miei i giochi sono aperti,
prossimamente vedremo UDC, PDL, FLI e LEGA uniti felici e contenti, con un unico obbiettivo:

LODO PER SILVIO, e si ricomincerà da capo.

Meditate gente meditate.....


giovedì 4 novembre 2010

Schifani avvocato di mafia



Il 4 dicembre 1983 dal carcere dell'Ucciardone parte una raccomandata. È firmata da Giovanni Bontate, l'uomo più ricco di Cosa nostra, fratello del padrino Stefano che armi alla mano aveva lottato per fermare l'ascesa dei corleonesi ed era stato ucciso su ordine di Totò Riina: l'ultimo esponente della famiglia mafiosa più importante di Palermo. Giovanni Bontate è ancora temuto, ma tutte le sue proprietà - immobili e aziende per un valore di decine di miliardi di lire - sono finite sotto sequestro.

Per questo dalla cella decide di affidarsi a due difensori di fiducia, un penalista e un brillante civilista, Renato Schifani.
L'attuale presidente del Senato all'epoca aveva 33 anni ed era un giovane avvocato di belle speranze. Di quell'incarico, che segnò il suo ingresso tra i nomi di rilievo del foro di Palermo, Schifani non ha mai parlato. Due mesi fa, di fronte alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza che ne hanno determinato l'iscrizione nel registro degli indagati con l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa, il suo portavoce ha precisato: "La sua pregressa attività di avvocato è stata sempre improntata al pieno e totale rispetto di tutte le leggi e di tutte le regole deontologiche proprie dell'attività forense".

"L'espresso" ha recuperato gli atti di quel procedimento, in cui come legale di Giovanni Bontate Schifani ha prodotto corpose memorie difensive, seguendo il tesoriere di Cosa nostra fino alla Cassazione. L'avvocato non si è mai occupato delle questioni penali, ma soltanto di contestare il sequestro dei beni ed impedire che venissero confiscati. Per quasi cinque anni ha assistito il boss, studiandone le proprietà per sostenere con minuziosi interventi la legittimità delle sue ricchezze e soprattutto cercando di dimostrare i limiti dell'attività degli investigatori. In ballo c'erano due grandi società di costruzione, decine di appartamenti ma si discute anche di alcuni agrumeti - acquistati negli anni Settanta per circa mezzo miliardo di lire - intestati a Giovanni e al fratello Stefano, nomi che dominavano le cronache di mafia dell'epoca.

Con precisione e competenza, l'avvocato Schifani analizza i fondi del suo assistito, fa le pulci alle iniziative della procura e della Guardia di Finanza. È una sorta di causa pilota, perché la legge Rognoni-La Torre era recentissima: era stata approvata meno di un anno prima, sulla scia dell'orrore per l'omicidio del parlamentare comunista Pio La Torre. Per questo l'avvocato Schifani congegna una difesa molto articolata, ispirata a principi garantisti, criticando l'uso di tutte le indagini precedenti la legge ai fini dei provvedimenti di sequestro. Analizza uno per uno i beni di Giovanni Bontate - una figura di mafioso borghese, laureato in legge e attivissimo dal punto di vista imprenditoriale mentre gestiva il traffico di droga con gli States - sottolineandone la congruità con il tenore di vita, anche se in un passaggio si fa riferimento al condono fiscale che rende difficile confrontare i redditi dichiarati con quelli reali. Discute nei dettagli vita e opere della Atlantide Costruzioni, un'azienda controllata dal suo assistito che poi nel 1996 verrà indirettamente citata nelle prime indagini sui presunti rapporti tra l'entourage berlusconiano e Cosa nostra.

Nella sua memoria difensiva, Schifani sottolinea più volte i "fondati e sostanziali rilievi di incostituzionalità della legge Rognoni-La Torre" che inverte l'onere della prova: sono i mafiosi a dover dimostrare come hanno fatto a guadagnare i loro beni per evitare che il sequestro divenga confisca. Proprio questo era stato l'elemento rivoluzionario di quel provvedimento, che aveva costretto Cosa nostra a riorganizzare l'investimento dei colossali profitti del narcotraffico sull'asse Palermo-New York dominato dai Bontate. Fenomeni criminali ampiamente descritti nella documentazione usata da Schifani nelle udienze per tutelare il suo assistito, che intanto veniva condannato a nove anni nel maxiprocesso.

L'attività legale prosegue fino alla Cassazione, cercando di evitare che lo Stato incamerasse il più grande sequestro di beni realizzato in quella drammatica stagione segnata dai novecento morti della guerra di mafia scatenata da Totò Riina. Ma a rendere superflua l'opera dell'avvocato furono i killer corleonesi: nel settembre 1988 Giovanni Bontate, agli arresti domiciliari per motivi di salute, e la moglie vennero assassinati in uno degli ultimi delitti eccellenti di quella stagione. Automaticamente, con la loro morte una parte del sequestro venne annullata e altre misure di prevenzione furono bloccate: case e terreni vennero riconsegnati agli eredi che ne sono ancora i legittimi proprietari (vedi articolo a pag. 58). Un buco nero nella legge Rognoni-La Torre, nata come provvedimento d'emergenza, cancellava infatti ogni misura al momento del decesso del boss.

Oggi il senatore Schifani ha un'altra linea e nei suoi interventi parlamentari si vanta di avere eliminato quella falla, che per 16 anni ha impedito di chiudere la rete intorno a molti tesori di Cosa nostra: "Questa legislatura ha dimostrato di essere partita bene per ciò che riguarda l'aggressione ai patrimoni dei mafiosi. In particolar modo sono state inasprite le norme che riguardano la possibilità di sequestrare i patrimoni, coprendo anche quelle zone d'ombra ancora esistenti nella legislazione che ci erano state segnalate da diversi magistrati. Tra queste spiccano norme che offrono la possibilità di sequestrare anche i beni di persone nel frattempo morte, rivalendosi sugli eredi".

È interessante notare la descrizione di quel periodo terribile che il presidente Schifani ha illustrato nel 2008 durante la presentazione del libro di Giuseppe Ayala, magistrato al fianco di Borsellino e Falcone: "Il momento in cui, all'inizio degli anni Ottanta, l'esplosione della "guerra di mafia", con la sua scia di morte, fece da riflettore su quella realtà criminale, scuotendo un'intera generazione da quella "colpevole indifferenza" che Paolo Borsellino arrivò a rimproverare addirittura a se stesso". Ancora più dura la condanna della mafia pronunciata durante la commemorazione del giudice Rocco Chinnici, ucciso da un'autobomba nel 1983. Secondo le sentenze, fu l'arresto di Giovanni Bontate a spingere Cosa nostra ad assassinare Chinnici. E in quel lontano 4 dicembre 1983, dalla cella dell'Ucciardone il boss oltre a Schifani nominò come suo difensore di fiducia anche un penalista: Paolo Seminara. Nel suo diario Chinnici, sentendo avvicinarsi la morte, aveva scritto: "Se mi succederà qualche cosa di grave i responsabili sono due". E uno dei due nomi elencati era proprio "l'avvocato Paolo Seminara". Uno sfogo rimasto agli atti ma senza nessuna rilevanza processuale: solo un altro elemento per rendersi conto di quanto fossero duri quegli anni a Palermo.

Fonte: l'Espresso (di Lirio Abbate e Gianluca Di Feo, 4 Novembre 2010)

NELLE MANI DELLA MAFIA



B. dice che lo scandalo escort potrebbe essere una "vendetta della malavita". E a Palermo si scopre che Schifani è stato avvocato di Giovanni Bontate, fratello del boss che per i giudici frequentava il premier

Il caso dei festini ad Arcore. Poi Ruby Rubacuori e il pasticcio delle indebite pressioni del Cavaliere sulla questura (leggi l'articolo). La buriana non si attenua e anzi rinforza. Il premier azzarda vie di fuga e stravaganti giustificazioni. L'ultima in ordine di tempo è un presunto complotto di Cosa nostra (leggi l'articolo). Una vendetta ordita da quei padrini che in passato hanno tessuto rapporti con gli uomini oggi più vicini a Berlusconi. Tra questi proprio Renato Schifani. Nel 1983 Giovanni Bontate, fratello del più noto Stefano, si affidò a un legale ancora poco noto. Quell'avvocato era la futura seconda carica dello Stato (leggi l'articolo). La notizia, pubblicata sul numero dell'Espresso in edicola domani, si aggiunge a molte altre che nel tempo hanno affiancato il nome di B. e dei suoi collaboratori ai boss. Su tutti, il pentito Francesco Di Carlo. Sarà lui, durante il processo di primo grado al senatore Dell'Utri, a descrivere gli incontri milanesi tra Stefano Bontate e il presidente del Consiglio negli uffici della Edilnord. E mentre il premier tenta singolari vie di fughe, da Milano rimbalza la notizia di un filone d'inchiesta su Lele Mora e i suoi presunti rapporti con uomini legati ai boss della 'ndrangheta (leggi l'articolo)
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2013 fuga da Alitalia Air France, fusione inevitabile



di Vitt
orio Malagutti

I conti migliorano. Il mercato riprende quota. Ma Alitalia non riesce a lasciarsi alle spalle vecchi dubbi e interrogativi. Uno su tutti: chi metterà i soldi nel futuro prossimo, quando non basterà più la dote di partenza garantita dalla cordata di imprenditori patrioti messa insieme da Silvio Berlusconi e Banca Intesa? Da tempo si parla di Air France, che già adesso è il principale azionista dell’ex compagnia di bandiera con il 25 per cento del capitale. A riproporre il tema ieri è stata l’anticipazione di un brano del nuovo libro di Bruno Vespa. L’amministratore delegato di Alitalia Rocco Sabelli, interrogato dal giornalista tv, ha spiegato che raccomanderà ai soci di “costruire una fusione con Air France per confluire in un aggregato più grande”. E tutto questo, ovviamente, non prima del 2013, quando scadrà il cosiddetto vincolo di lock up, cioè il divieto per i soci di vendere le loro quote.

Ritorno al punto di partenza
Insomma, non c’è scelta. Per reggere alla concorrenza internazionale, Alitalia non può far altro che cercare riparo tra le braccia dei francesi. Questa perlomeno sembra essere l’opinione di Sabelli, così come è emersa ieri dall’anticipazione del libro di Vespa. Se davvero la profezia del manager dovesse avverarsi, Alitalia tornerebbe alla casella di partenza. Come in un gioco dell’oca miliardario, a pochi anni di distanza dal ribaltone del 2008, rientrerebbero in scena i francesi che già due anni fa, prima dell’intervento a gamba tesa di Berlusconi, erano arrivati a un passo dal comprare la compagnia italiana sull’orlo del crac. Piccolo particolare: nel frattempo il salvataggio di Alitalia è costato almeno 3 miliardi alle casse pubbliche.
Il primo a non essere d’accordo con Sabelli, però, pare proprio Roberto Colaninno, il quale ha subito stoppato il suo amministratore delegato. “E’ un parere personale di Sabelli, ma non è condiviso dai soci”, ha tagliato corto Colaninno, che è presidente nonchè azionista in proprio (con il 7 per cento) della linea aerea tricolore. Tra scherzi su Ruby e promesse sui rifiuti napoletani anche Berlusconi ci ha messo del suo (“Alitalia resti italiana”, ha scandito il premier), mentre politici d’opposizione e sindacalisti, tra cui il segretario uscente della Cgil Guglielmo Epifani, hanno chiesto chiarimenti al governo e all’azienda.

I conti degli altri
Tanto tuonò che alla fine lo stesso Sabelli si è esibito in una parziale marcia indietro. “Il tema dell’assetto azionario non è d’attualità”, ha precisato in serata il manager alle agenzie di stampa, aggiungendo che nell’intervista a Vespa aveva espresso solo una “valutazione personale legata ai processi di consolidamento sul mercato internazionale”. E’ la seconda volta in pochi mesi che Colaninno e Sabelli si contraddicono tra loro pubblicamente. In primavera avevano preso strade diverse sulla possibilità di un prossimo aumento di capitale di Alitalia. “Possibile” diceva il presidente. “Non c’è bisogno”, correggeva il tiro l’amministratore delegato. Resta il dubbio, allora come adesso, che il botta e risposta sia il frutto di un gioco delle parti tra i due manager.
Di certo, in prospettiva, il problema di trovare nuove risorse per coprire le perdite e finanziare lo sviluppo è tutt’altro che risolto per Alitalia, che nonostante i progressi degli ultimi mesi resta ancora lontana dal pareggio di bilancio. Superato il picco negativo del 2009, da mesi ormai il traffico aereo è in forte ripresa. Lo dimostrano i conti dei principali operatori internazionali, dalla tedesca Lufthansa a British Airways, fino a Emirates Airlines e Air China. Tutti cavalcano alla grande la ripresa, soprattutto sulle tratte intercontinentali e internazionali, tanto che a livello globale la Iata, l’associazione delle compagnie aeree, prevede utili complessivi vicini a 9 miliardi di dollari.
Anche Alitalia nel trimestre estivo chiuso a settembre, quello tradizionalmente più favorevole, è riuscita a far segnare un utile di 39 milioni. Nella migliore delle ipotesi, però, difficilmente la compagnia taglierà il traguardo di fine anno con perdite nette inferiori a 150 milioni, più probabilmente tra 160 e 170 milioni di euro.
La partita decisiva, quindi, si giocherà l’anno prossimo. Se Colaninno e Sabelli riusciranno ridurre il deficit a poche decine di milioni, Alitalia sarà decollata davvero. In caso contrario si ricomincia con il salvataggio. E se i soci patrioti, come sembra probabile, non vorranno metter mano di nuovo al portafoglio, bisognerà bussare alla porta di Air France. Come prevede Sabelli.

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Mafia, 7 anni all’ex vicesindaco del Pci Pio La Torre ne aveva chiesto l’espulsione



I giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo hanno condannato, complessivamente, a quasi 20 anni di reclusione, 8 tra imprenditori e amministratori locali accusati, a vario titolo, di concorso in associazione mafiosa, truffa e turbativa d’asta. Due le assoluzioni. Due i non doversi procedere per prescrizione dei reati.

La pena più alta, 7 anni, è stata inflitta ad Antonino Fontana, imprenditore ed ex consulente dell’amministrazione comunale di Ficarazzi (Palermo), poi sciolta per infiltrazioni mafiose. Vecchio esponente del Pci e dirigente delle coop rosse, Fontana entrò in contrasto con l’allora segretario regionale, Pio La Torre, poi ucciso dalla mafia, che ne chiese l’espulsione dal partito. Secondo gli inquirenti, Fontana avrebbe avuto stretti rapporti d’affari con diversi esponenti mafiosi della famiglia di Bagheria come Simone Castello, “postino” che smistava la corrispondenza del boss Bernardo Provenzano.

A un anno e 8 mesi sono stati condannati gli imprenditori Maria Calarco, Mario e Ignazio Potestio, Salvatore Fichera, Carmelo Spitale, Gandolfo Agliata e Andrea Caliri. Assolti Francesco La Michela e Calogero Librizzi. Mentre per Gioacchino Lo Re e Cosimo Ragusa è stato dichiarato il “non doversi procedere” per intervenuta prescrizione. Secondo gli inquirenti mettendosi d’accordo nella formulazione delle offerte e concordando i ribassi, gli imprenditori avrebbero costituito una sorta di cordata che riusciva a controllare e gestire le gare pubbliche bandite da diversi Comuni del palermitano. Il processo è cominciato nel 2004, ma il collegio giudicante ha più volte cambiato composizione e il dibattimento è dovuto ripartire da zero.

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martedì 2 novembre 2010

Conto alla rovescia, il re è nudo





Ormai è arrivato alla frutta,
ogni volta che parla si fa una figura di merda.
Basta guardarlo in faccia.

Buona giornata.

Esplode il Partito dell'Amore




I vertici del Popolo delle libertà mettono Gianfranco Fini di fronte a un aut aut: "O confermi l'appoggio al governo o ti prendi la responsabilità' di una crisi" (leggi l'articolo). E la Lega arriva addirittura a minacciare una rivolta se caduto Berlusconi non si andasse subito al voto. Un fatto però è certo: l'esecutivo è ormai agli sgoccioli (leggi l'articolo). Anche perché l'inchiesta sul favoreggiamento alla prostituzione in cui compare il nome di Ruby si allarga. La procura di Palermo sta per trasmettere a Milano i verbali di una ex militante di Forza Italia arrestata per spaccio internazionale arrestata a luglio. La donna, fino al 2007 assistente di un parlamentare azzurro, ha parlato di serate a base di coca a cui partecipavano anche politici di primo piano a Milano, in Emilia Romagna e in Sicilia. E soprattutto racconta di una ragazza immagine (in realtà una escort) invitata alle feste di Arcore e Villa Certosa. Se ha ragione questo spiega perché la notte del 27 maggio il presidente del Consiglio sia arrivato a spacciare con la Questura di Milano la sua amica minorenne per una parente di Mubarak (leggi la relazione della polizia). E abbia mandato a prenderla la bella consigliera regionale Nicole Minetti (articolo di David Perluigi). Ruby infatti doveva essere liberata a tutti i costi. Il rischio che raccontasse tutto era troppo alto

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