venerdì 29 ottobre 2010

Il falso pentito scrive alla Borsellino "Mentii sull'attentato, mi hanno costretto"



ROMA - Chiede perdono e svela una sconvolgente verità: "Io non sapevo nulla sulla strage del giudice Borsellino e non avevo motivo di depistare le indagini. Ma hanno vinto "Loro", le indagini sono state depistate, oggi sono un uomo solo abbandonato da tutti e dalla famiglia". Dalla cella del carcere di Velletri dove sta scontando una pena ormai definitiva a 18 anni di reclusione, Vincenzo Scarantino, il "falso pentito" di tutti i processi per la strage di via D'Amelio, ormai definiti in Cassazione con condanne all'ergastolo, anche di persone innocenti, scrive ai familiari di Paolo Borsellino e ammette che quella da lui raccontata è una falsa verità, costruita a tavolino da uomini delle istituzioni, magistrati e poliziotti che lo avrebbero coartato e minacciato sin dal giorno del suo arresto.

Ecco cosa scrive Scarantino alla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, ed ai suoi figli. Una lettera inviata proprio in via D'Amelio, dove il 18 luglio del 1992 fu ucciso il magistrato insieme agli uomini della sua scorta, dilaniati da un'autobomba. Una lettera (contenuta nel libro "Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino" di Lorenzo Baldo e Giorgio Bongiovanni, Aliberti editore, di prossima uscita) alla quale la signora Borsellino ha risposto, accettando la richiesta di perdono di Scarantino.

"Cortese signora Agnese e figli, signora Rita e figli, signor Salvatore e figli, sono Scarantino Vincenzo che Le scrive e mi creda non è una cosa facile per me essendo con uno stato d'animo difficilissimo". Comincia così la lettera di Scarantino che racconta l'"assalto psicologico" subito da "Enti" (così definisce magistrati e poliziotti che lo interrogavano, ndr) che gli fecero credere di aver contratto l'Aids dal dentista del carcere.

L'azione di depistaggio, secondo il racconto del pentito, partì nell'immediatezza del suo arresto. "Sono stato oggetto e vittima di piani e strategie che non mi appartenevano. Questo già perché quando sono stato portato all'aeroporto militare di Boccadifalco (a Palermo per essere trasferito a Pianosa, ndr) ho subito evidenziato che io nulla sapevo sia della 126 imbottita di tritolo sia della strage".

Ma "loro" non era questo che volevano sentire. E ogni volta che il presunto mafioso provava a dirlo lo minacciavano "dicendomi che se non la smettevo mi toglievano i miei figli e mi allontanavano definitivamente da mia moglie e dalla mia famiglia. Questo mi uccideva mentalmente e ogni qualvolta che riprendevo il coraggio di dire che le indagini erano sbagliate e le verità erano altre, venivo zittito e minacciato a dover pensare ai miei figli ed a mia moglie che.. "era una bella donna"..." . Parole che potrebbero aggravare la posizione dei tre funzionari di polizia iscritti nel registro degli indagati della Procura di Caltanissetta con pesantissime ipotesi di reato. Sono gli investigatori del gruppo Falcone-Borsellino guidato dallo scomparso Arnaldo La Barbera, poi risultato al libro-paga dei servizi segreti. I funzionari di polizia, che gestirono Scarantino insieme ai magistrati che si sono avvicendati alla Procura di Caltanissetta e che oggi svolgono tutti importanti incarichi altrove, sono stati interrogati a Caltanissetta e hanno dato la loro versione dei fatti, ovviamente del tutto diversa. Ma Scarantino insiste: "Io non avevo nessun motivo di depistare le indagini nè tantomeno ne avevo voglia, ma per la mia fragilità nelle decisioni è diventata un'arma infallibile per chi invece ne aveva di motivi e di voglie per depistare tutto. Fatto sta che hanno vinto Loro. Le indagini sono state depistate".

Parole sconvolgenti quelle di Scarantino, che confermano la più recente ipotesi investigativa che entro la fine dell'anno porterà la Procura di Caltanissetta a chiudere l'inchiesta sugli esecutori materiali che vede indagati Spatuzza e Vittorio Tutino e a chiedere la revisione dei processi. Alle parole di Scarantino Agnese Borsellino ha voluto rispondere assicurando il suo perdono, ma chiedendogli di fare ulteriormente chiarezza. "Caro Vincenzo - gli scrive - ti fa onore che tu abbia avvertito il bisogno di chiedermi perdono, è un sentimento che io accetto. Mi chiedo tuttavia quali siano i motivi per i quali mi chiedi perdono, quale ribellione ha la tua coscienza, come sei stato coinvolto in questa immane tragedia? Dopo la strage di via D'Amelio quali sono le persone che ti hanno "zittito" e "minacciato"? Quali istituzioni avevano interesse a depistare le indagini? E secondo te perché?".

repubblica.it

giovedì 28 ottobre 2010

Disabile preso a pugni per un graffio sull'auto

ROMA - Credeva che gli avesse rigato l'automobile e così lo ha aggredito prendendolo a pugni e colpendolo al viso più volte. Vittima a Roma un disabile di 38 anni che ha sporto denuncia ai carabinieri. L'aggressione è avvenuta mercoledì all'ora di pranzo, in via Agostino Mitelli, a Tor Bella Monaca, alla periferia della Capitale.

DAVANTI ALL'ASILO - La vittima, un disabile, stava aspettando il figlio fuori dall'asilo nido, intorno alle 13, quando, l'aggressore, 25 anni, incensurato, arrivato in auto, è sceso dal mezzo e lo ha colpito più volte al volto con dei pugni. Poi è fuggito. Il disabile, ricoverato nell'ospedale di Tor Vergata, ha riportato la frattura dello zigomo e giovedì sarà sottoposto a un intervento chirurgico. L'uomo rischia anche di perdere l'uso di un occhio. «Prendersela con un disabile è una vigliaccata», ha commentato il fratello dell'uomo aggredito che lavora a Multiservizi. «Mio fratello - ha aggiunto - al momento non può essere operato perchè ha la faccia troppo gonfia per le botte ricevute. Ora sta facendo degli accertamenti e potrebbe essere operato domani o sabato. Rischia di perdere l'uso di un occhio».

IL LITIGIO - Prima dell'aggressione i due, secondo quanto si apprende, avevano già avuto un litigio per motivi di viabilità, probabilmente per un parcheggio. Per questo motivo il 25enne, trovando l'auto rigata, avrebbe pensato che il responsabile potesse essere lui. L'aggressore, che non ha precedenti penali, lavora come magazziniere. I carabinieri della stazione di Tor Vergata ora ascolteranno i testimoni dell'aggressione. L'uomo, che a quanto riferito ha una disabilità motoria alle braccia per la quale riesce a muoverle parzialmente, è ricoverato al policlinico Tor Vergata con 40 giorni di prognosi. Il ragazzo denunciato si sarebbe allontanato dopo averlo colpito, ma rintracciato poco dopo si è recato in caserma.

«CHIEDO SCUSA» - «Mi dispiace per quello che ho fatto, sono rammaricato, andrò a chiedere scusa al ragazzo in ospedale». Queste le parole dette dal 25enne al comandante della stazione dei carabinieri di Tor Vergata, secondo quanto riferito dalla sorella dell'uomo aggredito. Il ragazzo è stato individuato e denunciato per lesioni personali aggravate dai carabinieri della Stazione di Tor Vergata. Il ragazzo che abita a Tor Bella Monaca, dove è avvenuta la violenza, è conosciuto alle forze dell'ordine.

«ZONA DIFFICILE» - «Tor Bella Monaca è sicuramente il quartiere più difficile di Roma, per il degrado sociale, ma anche per il degrado ambientale e urbanistico». Così risponde il sindaco della capitale Gianni Alemanno, a margine di una conferenza stampa sul bilancio di metà mandato, a chi lo interpella sull'episodio. «Il nostro obiettivo è una ricostruzione integrale di Tor Bella Monaca, insieme al piano di riqualificazione lanciato dalla Regione Lazio - sottolinea il sindaco - è fondamentale per dare un segnale lì e fare in modo che la stragrande maggioranza degli abitanti, che sono persone civili ed educate, possano realmente rimpossessarsi del loro quartiere».

corriere.it

Ruby, le feste e il Cavaliere "La mia verità sulle notti ad Arcore"





Queste sono le foto messe on line da Ruby, la ragazza al centro dell'inchiesta milanese sul presunto sfruttamento minorile della prostituzione in cui sono indagati Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, l'ex igienista dentale del premier oggi consigliere regionale in Lombardia. Sono tutte fotografie che fino a ieri erano pubbliche, sul profilo di Facebook della ragazza. Leggi l'inchiesta

L'Espresso

''automatico, ma rinunciabile''



di Dario Campolo

Lodo si o lodo no?
Reiterabile o no?
Lo Votiamo si, lo votiamo no?
L'utlima trovata del Lodo Alfano per Silvio Berlusconi è:
''automatico, ma rinunciabile'' , così i Finaini paladini della giuistizia lo possono firmare tranqullamente perchè non è più reiterabile.

Quindi? Napolitano potrà rinunciare e il nostro Silvio Berlusconi NO!!!!

Che dire?

Ma VAFFANCULO. C'avete rotto i coglioni!!!!!!

A volte mi chiedo se ci state prendendo per il culo, perchè non è possibile, una crisi che mette il paese in ginocchio , mille cose che non vanno e noi stiamo qui a fare una porcata per difendere una persona malata e frequetatrice di ragazze minorenni a dire della moglie e non solo......

Quindi Basta,
è arrivato il momento di cancellare questa seconda REPUBBLICA nata sul ricatto senza nè Legalità nè Moralità.


Patti oscuri, ricatti e depistaggi




di Attilio Bolzoni

C'è chi ha trattato e c'è chi ha partecipato. Nelle stragi, due sono stati i livelli di commistione fra la mafia e gli apparati di sicurezza. Non è stata solo Cosa Nostra ad uccidere Falcone e a far saltare in aria Borsellino, non è stato solo Totò Riina il macellaio dell'estate siciliana del 1992.

Tutto quello che era rimasto sotto traccia per tanto tempo adesso risale dalle viscere fangose della nostra Italia che ogni primavera e ogni estate celebra solennemente i suoi "eroi", i due magistrati che un pezzo di Stato voleva morti. Dall'Addaura a via Mariano D'Amelio, passando per Capaci e per un intrico dopo l'altro, quei misteri di Palermo che hanno segnato un quarto di secolo di strategia della tensione. Bombe. Bombe nella frontiera più lontana e inafferrabile, la Sicilia. Tutto quello che era rimasto nell'oscurità ora viene fuori. Patti. Ricatti. Scambi. Protezioni. E poi, poi i morti più eccellenti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È stato l'atto finale.

Paolo Emanuele Borsellino, procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo, è stato assassinato cinquantasei giorni dopo il direttore generale degli Affari penali della Giustizia Giovanni Falcone. Neanche due mesi, 23 maggio e 19 luglio. Neanche due mesi erano trascorsi dal "botto" sull'autostrada, neanche due mesi e la Cosa Nostra di Corleone - secondo quanto è stato raccontato e spacciato per anni - ha deciso praticamente di "suicidarsi" con un altro clamoroso attacco allo Stato. "La verità è che Totò Riina è stato giocato, è stato messo nel sacco da qualcuno", ci hanno confessato alcuni investigatori qualche mese fa mentre indagavano sui primi coinvolgimenti dei servizi nelle stragi siciliane. Qualcuno che ha spinto i boss corleonesi - la mafia più violenta che si fosse mai vista - a dichiarare guerra aperta allo Stato. Come è andata a finire, lo abbiamo capito poi: Totò Riina e i suoi usati alla bisogna e poi scaricati, mandati avanti con il tritolo e poi seppelliti per sempre nei bracci del 41 bis.

La vicenda che sfiora o si abbatte su Lorenzo Narracci è soltanto una, è solo uno dei tanti "episodi" che hanno marchiato la spaventosa escalation della strategia della tensione siciliana. Iniziata con i delitti politici nei primi Anni Ottanta - Mattarella, La Torre, Reina, dalla Chiesa, Costa, Terranova, Chinnici, per citarne solo alcuni - e messa in scena in tutta la sua perfezione nel giugno del 1989 sugli scogli dell'Addaura. Fu allora, ma lo abbiamo scoperto solo oggi, che cominciarono a intravedersi sui luoghi delle stragi quelle "presenze estranee" a Cosa Nostra. All'Addaura i boss portarono l'esplosivo accompagnati da altri personaggi, "uomini dei servizi". Chi scoprì la trappola di Stato fu ucciso. Due poliziotti: Nino Agostino ed Emanuele Piazza. "Emanuele mi disse che in quell'attentato c'entrava la polizia", ha rivelato a Repubblica appena qualche giorno fa Gianmarco Piazza, il fratello di Emanuele. Per vent'anni non aveva parlato perché aveva paura, perché avrebbe dovuto confidarsi proprio con quegli investigatori che - secondo il fratello - erano coinvolti nell'attentato a Falcone.

Un'altra storia sembra Capaci, ma è sempre la stessa storia. Con le impronte dei funzionari del servizio segreto civile sparse sul luogo della strage (appunti dei cellulari di Narraci), con i depistaggi a seguire, con gli identikit dei sicari che non si trovano più, con le carte dell'inchiesta sepolte sotto lo sterco dei topi e corrose dall'umidità. Un'altra storia sembra via Mariano D'Amelio, ma è sempre la stessa storia. Con una squadretta di agenti appostata su Castel Utvegio, proprio sopra la strada della morte. Con i tabulati di Gaetano Scotto - il boss dell'Arenella che teneva i rapporti fra le "famiglie" e gli 007 - scomparsi dal fascicolo processuale. Con le agende sparite, per esempio quella rossa che Paolo Borsellino portava sempre con sé e che mai più si è ritrovata. In ogni strage siciliana hanno lasciato il loro odore quelli là, hanno lasciato il tanfo i "soggetti esterni", gli spioni.
Che cosa si scoprirà ancora è difficile intuirlo. Ma se è vero che Totò Riina è stato il mafioso che ha scatenato la guerra allo Stato italiano alla fine del secolo scorso, è ormai abbastanza certo che non ha fatto tutto da solo. Molto probabilmente il boss di Corleone non parlerà mai. E se ne andrà nella tomba da sconfitto. Consapevole di avere fatto la fine del sorcio: utilizzato fino a quando serviva, latitante fino a quando faceva comodo, potente fino a quando qualcuno lo convinse - prendendolo in giro- che avrebbe risolto tutti i suoi problemi mettendo quelle bombe.

repubblica.it

Spatuzza riconosce un uomo dei servizi "Era vicino all'autobomba per Borsellino"



PALERMO - C'era un uomo estraneo a Cosa Nostra nel garage in cui si preparava l'autobomba che avrebbe ucciso il giudice Paolo Borsellino in via D'Amelio. Un uomo che, secondo il pentito di mafia Gaspare Spatuzza, somiglia a Lorenzo Narracci, funzionario dei servizi segreti attualmente in servizio all'Aisi. Spatuzza lo ha indicato per due volte: prima in foto, poi, oggi, in un confronto all'americana presso la Dia di Caltanissetta. La procura raccomanda prudenza, sottolineando che il pentito non ha potuto dirsi certo "al cento per cento" che Narracci e l'estraneo che vide nel garage nel '92 siano la stessa persona. Ma Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, dichiara che "forse oggi siamo a un passo dalla verità".

Il riconoscimento di Spatuzza. In un confronto all'americana, a Spatuzza sono state mostrate più persone simili di aspetto, dietro a un vetro. Tra queste il funzionario dei servizi. E il pentito non avrebbe avuto esitazioni nel riconoscere in Narracci lo stesso individuo mostratogli in foto nei mesi scorsi e da lui allora indicato come somigliante "alla persona estranea a Cosa nostra" che era nel garage dove fu imbottita di tritolo l'auto usata per la strage di via D'Amelio. Ma, ha affermato Spatuzza, secondo quanto si è appreso successivamente, di non essere certo al 100 per cento che si tratti della stessa persona presente ai preparativi dell'eccidio, pur ribadendo la somiglianza tra i due.

Lo 007 già indagato per via D'Amelio. Narracci, ex funzionario del Sisde tuttora in servizio all'Agenzia per la sicurezza interna (Aisi), è già indagato dalla procura di Caltanissetta nell'ambito dell'inchiesta sulla strage del '92 in via D' Amelio a Palermo in cui vennero fatti saltare in aria con un'autombomba il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque poliziotti di scorta. Il funzionario, dopo la notizia del suo coinvolgimento nell'inchiesta, è stato allontanato dal suo precedente incarico e destinato ad altri compiti all'interno dell'Aisi.

Alla Dia Narracci è stato riconosciuto anche da Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo colluso con la mafia, che da mesi racconta ai magistrati i retroscena sulla cosiddetta 'trattativa' tra lo Stato e Cosa nostra. Per Massimo Ciancimino, Narracci è "l'uomo che in un'occasione incontrò il padre nella sua abitazione". Oltre alla "ricognizione", tra Ciancimino e l'agente c'è stato anche un confronto: Narracci ha negato di avere mai visto Ciancimino e suo padre.

Ma di Lorenzo Narracci si sarebbe parlato anche in una delle ultime sedute del Copasir. Il 13 ottobre, nel corso dell'audizione del direttore dell'Aisi, Giorgio Piccirillo, alcuni componenti del Comitato per la sicurezza della Repubblica avrebbero chiesto la rimozione del funzionario e in particolare dall'Aisi. Una rimozione già sollecitata precedentemente, quando a inizio luglio il comitato affrontò il caso di fronte al direttore del Dis, Gianni De Gennaro

Salvatore Borsellino: "Nessuno intralci i magistrati". "Da anni sostengo che mio fratello è stato ucciso perché si è messo di traverso alla trattativa tra la mafia e lo Stato. Forse siamo a un passo dalla verità". Così Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso nella strage di via D'Amelio. "Speriamo che nessuno intralci quei magistrati eccezionali che stanno stanno togliendo il velo per arrivare alla verità: Antonino Ingroia, Nino Di Matteo e Sergio Lari". Borsellino, in qualità di responsabile del movimento delle Agende Rosse, annuncia di aver organizzato per il 20 novembre una manifestazione in quattro città (Palermo, Roma, Firenze e Milano) "per sostenere proprio questi magistrati". "Ho grande paura che possa succedere qualcosa - avverte il fratello di Paolo Borsellino -. Il pericolo può arrivare da quelle stesse persone che hanno messo le bombe in via D'Amelio, e non mi riferisco ai mafiosi. Tutto è legato a quell'infame trattativa tra Stato e mafia".

repubblica.it

mercoledì 27 ottobre 2010

Spatuzza: "Un uomo dei servizi nel garage dove si preparò l'autobomba per Borsellino"

PALERMO - Il funzionario dell'Aisi Lorenzo Narracci, indagato dai pm di Caltanissetta nell'ambito dell'inchiesta sulle stragi mafiose del '92, è stato riconosciuto dal pentito Gaspare Spatuzza, durante una ricognizione, come "il soggetto estraneo a Cosa nostra visto nel garage mentre veniva imbottita di tritolo la Fiat 126 usata nell'attentato al giudice Paolo Borsellino".

repubblica.it


Mori indagato per concorso esterno


Il generale dei carabinieri Mario Mori è indagato dalla procura palermitana per concorso esterno in associazione mafiosa. L’inchiesta è quella sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Lo confermano in ambienti investigativi. (segue servizio)

LiveSicilia.it

Rapporti con la mafia Ciancimino jr indagato



di Francesco La Licata

Massimo Ciancimino è indagato dalla Procura di Palermo. L’ipotesi di reato contenuta nell’avviso, notificatogli lunedi mattina, fa riferimento al concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il provvedimento dei magistrati palermitani, l’iscrizione nel registro degli indagati del figlio dell’ex sindaco democristiano scaturisce dalle sue stesse dichiarazioni, ma soprattutto dal “materiale probatorio” consegnato nel tempo ai magistrati. Dunque dai “pizzini”, dalla “corrispondenza” che il giovane rampollo di don Vito Ciancimino riceveva dagli uomini di Cosa nostra e dallo stesso Bernardo Provenzano per smistarla, poi, al padre anche quando questi era in carcere o al soggiorno obbligato.

Tra le numerose carte consegnate ai giudici, ovviamente, anche il famigerato “papello”, cioè la lista con le richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per ottenere benefici (legislativi e giudiziari) in cambio di uno stop alla strategia stragista dei corleonesi di Totò Riina. Sembra che l’avviso di garanzia a Massimo Ciancimino sia già abbastanza datato (il procedimento in questione risale al 2008, anno in cui è cominciata la sua collaborazione), ma sia stato notificato soltanto adesso, alla vigilia di importanti adempimenti che l’indagato si appresta a svolgere. Oggi Massimo Ciancimino sarà sentito dai magistrati di Caltanissetta, che indagano sulle stragi del ‘92 (Capaci, via D’Amelio e l’attentato a Falcone all’Addaura del 1989) e sul coinvolgimento, in quei torbidi avvenimenti, di pezzi delle Istituzioni e dei Servizi di sicurezza. E’ probabile che a Ciancimino venga chiesto di sottoporsi ad un confronto con il funzionario dell’ex Sisde, l’agente da lui indicato come uno dei tramiti fra gli apparati di sicurezza e il padre. Un altro confronto potrebbe rendersi necessario, domani a Palermo, con un altro agente (anche questi identificato in foto) descritto da Massimo Ciancimino come “il capitano”, l’uomo cioè che - con minacce - avrebbe in ogni modo cercato di disincentivare la sua collaborazione coi magistrati.

Il nuovo procedimento palermitano avrebbe già causato l’iscrizione di un certo numero di indagati, quindi non il solo Massimo Ciancimino. Ma su questo aspetto il muro di riservatezza della magistratura appare insuperabile.

Si intuisce che sulle dichiarazioni del figlio di don Vito sono stati svolti accurati accertamenti risultati utili al preseguimento dell’inchiesta. Si tratta di ricerche e ricostruzioni su tutto quanto dichiarato da Ciancimino in merito ai contatti del padre, sia con Provenzano e con gli uomini di Cosa nostra, sia con funzionari dello Stato infedeli. Ma sembrano essere gli “accertamenti tecnici”, la chiave della svolta. I “pizzini” tenuti da don Vito e oggi in possesso dei giudici, sembrano essere per nulla dei “falsi”. Certo, il “papello” non risulta essere stato scritto da nessuno dei 27 uomini di Cosa nostra sottoposti a perizia, nè dallo stesso Riina. Ma questo non toglie che sia stato offerto a Ciancimino come base di discussione per la trattativa con lo Stato.

Ecco: è proprio per questo tipo di attività di “postino” che oggi Massimo si trova indagato. Fu lui - per sua stessa ammissione - a prendere dalle mani del medico Antonino Cinà (mafioso e medico curante di Riina) la busta con “papello” e a portarla al padre. Fu lo studio medico di Cinà a funzionare da “centro raccolta” per la corrispondenza tra Riina e Vito Ciancimino. Ma non solo: tante altre lettere sono state recapitate a don Vito, anche mentre si trovava detenuto a Rebibbia. Una corrispondenza andata avanti nel tempo, pure dopo il fallimento dei contatti coi carabinieri del Ros. Era il tempo in cui don Vito chiedeva all’amico Bernardo Provenzano di interessarsi della sua “condizione” (di detenuto ndr) insopportabile. E il vecchio corleonese lo tranquillizzava, promettendo interventi politici. Promesse forse irrealizzabili ma che servivano a rabbonire l’ex sindaco e ad evitare che raccontasse i suoi misteri.

LaStampa.it


martedì 26 ottobre 2010

Nastro Fassino-Consorte, indagato Paolo Berlusconi



Il file fu consegnato ad Arcore nel Natale del 2005. Il Giornale ne pubblicò il testo pochi giorni dopo. Adesso Berlusconi jr. è indagato per millantato credito e violazione del segreto "in favore del premier"



Fino a pochi giorni fa il presidente del Consiglio non perdeva occasione per prendersela con le intercettazioni e chiedere un bavaglio contro la stampa. "Non è possibile - diceva - vivere con il terrore di usare il telefono". Eppure, secondo la procura di Milano, è stato proprio lui a trarre il massimo vantaggio dalla pubblicazione di una conversazione, non ancora trascritta e depositata: il colloquio in cui l'ex segretario dei Ds dice "Allora, siamo padroni della banca?" I pm hanno notificato l'avviso di chiusura indagini al fratello del premier e altre tre persone. Uno, Roberto Raffaelli, è l'ex titolare di una importante azienda di intercettazioni telefoniche. Gli altri due sono un amico di Raffaelli e un imprenditore, Fabrizio Favata, già socio di Paolo Berlusconi. Inoltre, Favata è accusato di estorsione per aver preteso da Raffaelli soldi in cambio del proprio silenzio. E di tentata estorsione a danno delle "parti lese" Paolo e Silvio Berlusconi. Dietro tutta la vicenda, infatti, si staglia l'ombra del presidente del Consiglio. Secondo Favata il nastro gli fu fatto sentire ad Arcore la notte di Natale del 2005. Poi il Giornale pubblicò la notizia e all'improvviso i sondaggi che davano il centrodestra in pesante svantaggio rispetto all'Unione cominciarono a risalire. Le politiche del 2006 finirono in sostanziale pareggio. Anche perché quella conversazione pose definitivamente fine al mito della diversità della sinistra.

ilfattoquotidiano.it

giovedì 21 ottobre 2010

Mafia, indagato uno 007 per la trattativa "E' il capitano che minacciò Ciancimino"



di Salvo Palazzolo

La Dia notifica un avviso di garanzia a un funzionario del centro Aisi di Palermo. Secondo la Procura è lui il braccio destro del misterioso "signor Franco" che intimò al figlio dell'ex sindaco di non parlare dei contatti mafia-Stato e di Berlusconi. Ciancimino l'ha riconosciuto in foto. Lo 007 è indagato per violenza privata con l'aggravante di aver favorito Cosa nostra

Si stringe il cerchio delle indagini attorno al "signor Franco", il misterioso agente dei servizi segreti che secondo Massimo Ciancimino sarebbe stato uno dei registi della trattativa fra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni, durante le stragi Falcone Borsellino. La Procura di Palermo ritiene di aver individuato il suo braccio destro, il "capitano", come si presentava: l'uomo che per ben due volte avrebbe minacciato Massimo Ciancimino, invitandolo a tacere sulla trattativa con i padrini, ma anche sui rapporti del padre Vito con Silvio Berlusconi.

Il "capitano" oggi ha un nome. Dopo il riconoscimento fatto da Ciancimino in fotografia, gli investigatori della Dia hanno svolto diversi accertamenti. E sarebbero arrivati i primi riscontri. Così, è scattato un avviso di garanzia per un funzionario di polizia in forza al servizio segreto civile, l'Aisi. Si chiama Rosario Piraino, ha 53 anni. Adesso è accusato di essere stato l'autista e il collaboratore più stretto del misterioso signor Franco. Il provvedimento che gli è stato notificato porta la firma dei sostituti procuratori Nino Di Matteo e Paolo Guido nonché del procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Allo 007 viene contestato il reato di violenza privata, con l'aggravante di aver favorito l'organizzazione Cosa nostra.

È una svolta a sorpresa per l'indagine sulla trattativa. Piraino è uno degli agenti più stimati del centro Aisi di Palermo. Nel 1992 dirigeva l'agenzia di Caltanissetta dell'allora Sisde, che si occupò anche delle indagini sulle stragi di Capaci e via d'Amelio. Da qualche tempo, ormai, lo 007 non segue più le vicende di mafia. È diventato un esperto di eversione e controlla il sottobosco degli ultrà più violenti degli stadi siciliani.

Massimo Ciancimino non ha avuto alcun dubbio nel riconoscerlo. "Si presentò con il nome di capitano mentre ero agli arresti domiciliari - ha raccontato al processo che vede imputato il generale Mario Mori - chiese se mi ricordavo di lui con il signor Franco". Era il 2006. "Disse: Non ti chiederanno niente i magistrati - così prosegue il racconto di Ciancimino - ma qualora lo faranno non è il caso che tu prenda argomento di carabinieri o di rapporti con Berlusconi. Tutte queste situazioni lasciale al di fuori del tuo processo". Quel giorno del 2006 ci sarebbero stati degli uomini con la divisa da carabiniere a scortare il misterioso capitano durante la sua visita a casa Ciancimino, nel centro di Palermo.

Lo 007 si sarebbe materializzato anche l'anno scorso, nell'abitazione bolognese del super testimone della Procura. "Bussò bruscamente - ha raccontato Ciancimino - mi disse: La reputavo un po' più intelligente, mi sembra invece che lei è una gran testa di cazzo. Se non si vuole preoccupare per la sua incolumità, è il caso che rifletta per l'incolumità di suo figlio".

Adesso, la Procura di Palermo spera presto di poter dare un nome anche al signor Franco, ma la strada appare in salita. Il numero di telefono con cui Massimo Ciancimino lo contattava, un 337, è risultato inesistente alla Tim. I magistrati, attraverso la Dia, hanno disposto altre verifiche: è emerso così che negli anni sono stati attivati tutti i numeri immediatamente prima e dopo la sequenza di quel 337. Davvero un giallo, che agli inquirenti fa pensare a un'utenza riservata. Nei prossimi giorni, Piraino sarà interrogato in Procura.

repubblica.it

mercoledì 20 ottobre 2010

"Caro Garimberti, così non andiamo in onda"



di Roberto Saviano

Caro presidente Rai, una dichiarazione del direttore generale Masi assicura che Vieni via con me andrà in onda senza problemi. Purtroppo non è vero. La favola sui compensi "astronomici" degli ospiti - agitata dai vertici Rai - è appunto, una favola, un ultimo pretesto per metterci i bastoni tra le ruote. Tutte le persone che abbiamo invitato si sono dette pronte a dimezzare i loro compensi e persino a intervenire gratis, pur di partecipare al nostro progetto: eppure, oggi, a meno di tre settimane dalla prima puntata nessuno dei loro contratti è stato ancora firmato.

Ma a parte il fatto che sarebbe ingiusto chiedere a chiunque di lavorare gratuitamente, la verità è che i soldi non c'entrano: anche perché Vieni via con me sarebbe comunque un grande affare per la Rai, viste le cifre a cui sono stati già venduti gli spazi pubblicitari. Il danno economico per la tv di Stato sarebbe cancellarlo.

La Rai ha fatto di tutto in questi mesi per boicottare il nostro lavoro: ci hanno ridotto lo studio, gli attori, gli ospiti, hanno tentato di tagliare le puntate da quattro a due, ci hanno messo in programma prima contro le partite di coppa e poi contro Il Grande fratello. Nel continuo braccio di ferro con l'azienda abbiamo avuto al nostro fianco solo la direzione di Raitre. Alla fine è stato chiaro, ci troviamo di fronte ad un paradosso: un editore che, non avendo la forza per bocciare una trasmissione, fa di tutto per farla andare male, per ridurne al minimo l'audience e costringerla in una nicchia dove non dà più fastidio. Noi avremmo voluto fare un programma ambizioso, di qualità, con ospiti importanti e destinato ad un grande pubblico per raccontare un'Italia che raramente appare in tv. Volevamo parlare di macchina del fango, di mafia e politica, di come funzionano i voti di scambio, delle bugie sul terremoto, del business dei rifiuti: guarda caso, quando i dirigenti Rai hanno conosciuto la scaletta delle trasmissioni, tutto è diventato più difficile. È allora evidente che sono i contenuti della trasmissione a fare paura: ma sui contenuti nessuno di noi è disposto a trattare, sono la nostra libertà.

In questo clima, con un editore che rema contro, e che fa di tutto per ridurre mezzi, spazio, possibilità, non possiamo né vogliamo lavorare. Non ci sono la condizioni per andare in onda. I vertici dell'azienda hanno fatto di tutto per dimostrarci di non volere Vieni via con me. La Rai dimostri che non è così, se ne è capace. Caro presidente, ci dica con chiarezza se questo programma si può fare liberamente, oppure no.

repubblica.it

"Le ville di Berlusconi ad Antigua sicure grazie ai lampioni pagati dai milanesi"




Sul sito del governo caraibico l'accordo siglato con Letizia Moratti per finanziare i lavori nell'isola



Le strade che portano alle cinque ville di Silvio Berlusconi ad Antigua sono state illuminate a spese dei milanesi. Un accordo siglato nel marzo 2008 tra il sindaco, Letizia Moratti, e il governo guidato da Baldwin Spencer, impegna infatti la città di Milano a inviare fondi per l’illuminazione delle strade, così da garantire una maggiore sicurezza nel paradiso fiscale; individuare e finanziare un progetto di ricerca per salvare la barriera corallina e tutelare le risorse marine e costiere; costruire una scuola di calcio con un impianto sportivo completo, realizzare corridoi di transito per la navigazione commerciale e un centro di canottaggio. Opere da realizzare intorno ad Emerald Cove, la collina in cui sorgono le cinque ville del presidente del Consiglio italiano. Tutto ciò risulta dai documenti del Governo di Antigua, rintracciabili sul sito della repubblica caraibica.

Nell’accordo, inoltre, Moratti si impegnò formalmente anche a rafforzare i collegamenti aerei, investire nei mezzi di trasporto locali, intensificare gli scambi commerciali e creare delle borse di studio riservate agli universitari provenienti da Antigua e Barbuda per laurearsi negli atenei milanesi. Un accordo a senso unico, che non prevede alcun beneficio per la città di Milano. Ma che fu siglato in vista del voto al Bie per aggiudicarsi Expo 2015 contro Smirne. Persino Spencer si disse “grato della generosità del sindaco Moratti e del Comune di Milano”.

Va detto che Antigua è una piccola isola, povera di infrastrutture. Saint John’s, capitale e sede del Governo, conta 35.650 abitanti. La rete stradale si estende per circa 50 chilometri di vie asfaltate. Da Saint John’s al capo opposto dell’isola, English Harbour, vanno percorsi appena 18 chilometri. Mentre per raggiungere la collina di Emerald Cove, affacciata su Nonsuch Bay, se ne devono percorrere poco più di 16. L’illuminazione delle strade di Antigua è considerata una notizia dai giornali locali: il servizio realizzato dalla tv caraibica Abs News è stato ripreso e pubblicato sul canale youtube del Governo per pubblicizzare i traguardi raggiunti. Il video mostra chiaramente anche lo stato delle strade di collegamento. Nel progetto Spencer è riuscito a coinvolgere, con Libia e Marocco, anche Cina, Spagna e Italia.

Il 13 marzo 2008 fu lo stesso primo ministro di Antigua a comunicare di aver ricevuto la conferma scritta “dal sindaco del comune di Milano, Letizia Moratti, che la sua amministrazione è pronta a avviare l’attuazione immediata di una serie di iniziative nei settori dell’istruzione, sport, delle risorse marine e costiere, e il rafforzamento dei collegamenti aerei e di altri mezzi di trasporto”, si legge in una nota del governo diramata all’epoca che dava notizia dell’accordo. Stretto, scrisse, grazie al “nostro ambasciatore delle Nazioni Unite John W. Ashe”, ritratto in una foto mentre stringe la mano a Letizia Moratti.

Spencer annunciò che avrebbe ospitato un gruppo di studio proveniente da Milano in visita ad Antigua per “incontrare i funzionari locali, al fine di definire le modalità di attuazione delle iniziative”. Il primo passò fu il finanziamento e l’installazione dei lampioni. “Con questo impegno, il Comune di Milano diventa il terzo partner, insieme a Libia e Marocco, ad aver contribuito a questa importante iniziativa”, continuò Spencer.

Di questo traguardo, Moratti non ha mai parlato né dato notizia attraverso il suo ufficio stampa. L’unica dichiarazione in merito la riporta sempre il sito del governo di Antigua. “Sono lieta che il mio comune possa contribuire a questa iniziativa, che rientra nella lotta alla criminalità nel vostro paese”, ha detto il sindaco che, sempre secondo quanto riporta il sito, ha “anche ringraziato l’Ambasciatore Ashe per il modo professionale con cui ha perorato le motivazioni del governo di Antigua e Barbuda”. Nel comunicato del Governo guidato da Spencer è ricordato come il sindaco di Milano sia “sposata con il magnate del petrolio Gianmarco Moratti, fratello di Massimo Moratti, proprietario dei giganti del calcio italiano dell’Inter”. Elementi rilevanti, considerato anche l’impegno a sviluppare scambi commerciali e realizzare un “impianto di calcio per formare giovani calciatori in tutta la regione orientale dei Caraibi”.

Non è possibile sapere a che punto siano i lavori, né a quanto ammontino gli stanziamenti già avviati. Nel sito del Comune di Milano non è rintracciabile alcun documento relativo all’accordo con Antigua e sull’argomento, a Palazzo Marino, il riserbo è massimo. Il sindaco Moratti, interpellato ieri da ilfattoquotidiano.it, ha risposto di non saperne niente. In tarda serata i suoi collaboratori hanno fatto marcia indietro: “Sì, l’accordo è stato effettivamente siglato nell’ambito delle iniziative volte all’assegnazione dell’Expo di Milano, ma non ci risultato spese o progetti portati avanti dal comune nell’isola”. A parte, prosegue la versione ufficiosa del sindaco, “un progetto da 140mila euro sviluppato dalla fondazione ‘Milano per l’Expo’”. Il portale del governo caraibico, ben più trasparente di quello meneghino, non riporta l’ammontare dell’impegno economico ma elenca punto per punto gli impegni previsti dall’accordo. E si aspetta siano rispettati.

Al momento l’obiettivo raggiunto, secondo quanto riportato dal sito, risale al febbraio scorso ed è relativo al rafforzamento dei collegamenti aerei dall’Italia, promesso da Moratti nel 2008 e mantenuto: la compagnia aerea Livingston, riporta il sito di Antigua, “aumenterà in modo significativo i voli charter da Milano dal primo settembre 2010 così da aumentare ulteriormente la presenza di turisti italiani sull’isola già cresciuta grazie alla trasmissione televisiva Donnavventura registrata sull’isola” e mandata in onda su Rete 4. Ma l’impegno non ha avuto seguito perché dal 14 ottobre scorso l’Enac ha sospeso la licenza di trasporto aereo a Livingston. I vertici della società sono stati convocati dal neoministro allo sviluppo economico, Paolo Romani, ma ad Antigua ancora non è stato comunicato.

ilfattoquotidiano.it

Per Nino Di Matteo - "Io ci sarò" -





19 ottobre 2010.
L’illegalità crescente nella politica, nell’economia e in alcuni pezzi dello Stato sta determinando un livello di crisi inaccettabile in tutti i principali ambiti della vita del paese.

Accanto ai cittadini onesti, magistrati di diverse parti d’Italia stanno lavorando con coraggio e determinazione per ripristinare i principi di Legalità, Giustizia, Democrazia ed Uguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione.

E’ per tale ragione che la criminalità organizzata sta lanciando messaggi di minacce di attentati, soprattutto contro i magistrati che stanno conducendo delle indagini che potrebbero portare alla luce la verità sulla trattativa fra mafia e pezzi dello Stato che ha portato alle stragi del ’92 e del ’93 e alla nascita della seconda Repubblica.

E’ chiaro che si tratta di un sistema criminale da “colletti bianchi”, ed è altrettanto evidente che le conseguenze di questo comportamento delinquenziale le stiamo pagando tutti quanti: come si può sperare nell’applicazione del principio di Democrazia e di Uguaglianza, del diritto alla Salute e al Lavoro se pezzi dello Stato trattano con i criminali che si arricchiscono rubando le risorse che dovrebbero essere destinate ai cittadini?

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono barbaramente uccisi perché decisero di combattere questo tipo di sistema, ed il loro sacrificio rappresenterebbe il nostro più grande fallimento se noi permettessimo alla mafia e all’ndrangheta di minacciare i magistrati che oggi stanno portando avanti la stessa battaglia di Legalità e Giustizia dei loro predecessori.

Riteniamo inaccettabile l’atteggiamento del ministro Angelino Alfano che, poco dopo le recenti minacce contro i giudici siciliani e calabresi (nel mirino anche giornalisti), attacca per mezzo degli uffici del ministero della Giustizia il pm antimafia Nino Di Matteo per aver criticato in qualità di Presidente dell'ANM palermitana la collaborazione di alcuni colleghi con lo stesso ministero.

Di Matteo, sostituto procuratore della Dda di Palermo, si occupa di molte delicate inchieste: dalla trattativa tra pezzi dello Stato e mafiosi per fermare le stragi (e che potrebbe aver provocato l'accelerazione dell'uccisione di Paolo Borsellino nel '92) alle dichiarazioni dell'ex boss Gaspare Spatuzza e del collaboratore Francesco Campanella che parlano del presidente del Senato, Renato Schifani, del suo passato di avvocato civilista e degli uomini dei boss Graviano (cit.).

Rendiamoci conto, senza troppi giri di parole, che l’attacco delle cosche mafiose ed i tentativi di delegittimazione da parte di pezzi delle Istituzioni contro i più importanti esponenti dell’antimafia, indipendentemente dalla causalità degli avvenimenti, mettono in serio pericolo la vita di queste persone, perché i tentativi di isolamento potrebbero essere interpretati come un maggiore incentivo a portare avanti progetti stragisti.

Teniamo bene a mente che attualmente siamo in una fase delicatissima delle indagini relative alle stragi del ’92 e del ’93 portate avanti dalle procure antimafia di Palermo, Caltanissetta, Milano e Firenze. In questo contesto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi pone in essere una violenta campagna denigratoria contro la magistratura che va ad alimentare quel pericoloso clima di isolamento che già condusse Giovanni Falcone e Paolo Borsellino alla morte.
Non possiamo e non dobbiamo lasciarli soli: il nostro ed il loro futuro dipende dalla capacità di restare uniti e di difenderci a vicenda.

INVITIAMO SINGOLI CITTADINI E ASSOCIAZIONI AD UNIRSI A NOI PER LANCIARE UN MESSAGGIO FORTE, CHIARO E DECISO A CHI HA INTENZIONE DI PORTARE DEFINITIVAMENTE ALLA DERIVA IL NOSTRO PAESE: GLI ITALIANI DIFENDERANNO I PROPRI MAGISTRATI E NON SI REALIZZERA’ ALCUN ISOLAMENTO. SAREMO LA LORO SCORTA.

A tal fine, abbiamo messo in programma due tipi di iniziative:

- una grande giornata di manifestazione nazionale, e cioè un sit-in davanti alle procure di Palermo, Roma, Firenze e Milano alle ore 10.00 di sabato 20 novembre 2010;

- una serie di iniziative, anche simboliche, da attuare nell’arco di brevissimo tempo nel caso in cui prima del giorno 20 novembre si mettesse in atto un provvedimento disciplinare contro il giudice Di Matteo.

E’ importante tenere presente che queste iniziative saranno identificate solo ed esclusivamente con le associazioni che vorranno partecipare, nel senso che non ci sarà alcuna riconducibilità a partiti o personaggi politici, che, se vorranno e come spesso accade, parteciperanno così come qualsiasi altro cittadino. Pertanto, non ci sarà alcuna forma di personalizzazione che possa consentire alla criminalità e ai mezzi di informazione di ridurre la portata e il significato della mobilitazione.

Gli esponenti politici potranno ovviamente aderire spontaneamente all’evento con la loro presenza davanti ai tribunali o con altre forme di solidarietà (comunicati ecc…).

Per la prima volta, forse, riusciremo noi a disorientare Cosa Nostra e a indebolire i suoi intenti criminali. In altri termini, dobbiamo presentarci come una massa di persone “in prima linea” identificabile solo nei valori di Legalità e Giustizia.


MOVIMENTO AGENDE ROSSE – COMITATO SCORTA CIVICA

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"Dopo l'Addaura Emanuele mi disse: in quell'attentato c'entra la polizia"



Parla Gianmarco Piazza, suo fratello con un collega salvò Falcone. "Non ne ho parlato fino ad ora perché avevo paura, non mi fidavo di quelli che indagavano"

di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano

PALERMO - Cosa le ha confidato Emanuele? "Mio fratello mi ha detto che ad organizzare il fallito attentato contro il giudice Falcone non era stata la mafia, ma era coinvolta la polizia. Ricordo ancora le sue parole: "C'entra la polizia"... ". E perché ha tenuto nascosto tutto questo per tanto tempo? "Perché avevo paura, perché quello che sapevo avrei dovuto riferirlo proprio alla polizia che indagava sul fallito attentato e sull'uccisione di mio fratello".

Nella sua bella casa di Palermo Gianmarco Piazza, avvocato civilista, quarantasei anni, uno dei quattro fratelli di Emanuele - l'agente dei servizi scomparso nel marzo del 1990 mentre cercava di scoprire cosa era accaduto all'Addaura - in quest'intervista con Repubblica svela per la prima volta un segreto su quei candelotti di dinamite piazzati nel giugno del 1989 davanti alla villa di Giovanni Falcone. Emanuele sapeva molto anche sull'uccisione di Vincenzo Agostino, il poliziotto assassinato con sua moglie Ida neanche tre mesi dopo il fallito attentato. Sia Piazza che Agostino - secondo le ultime inchieste - sarebbero stati colpiti perché avevano salvato Falcone da chi lo voleva morto. L'avvocato Gianmarco Piazza, un paio di settimane fa, ha consegnato una memoria ai procuratori di Palermo sui misteri dell'Addaura. Nei prossimi giorni sarà interrogato anche dai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi.

Avvocato, Emanuele le disse proprio quelle parole: c'entra la polizia...
"Con Emanuele avevo un rapporto molto stretto, avevamo vissuto insieme dal 1986 al 1988 in quella casa di Sferracavallo dove lui viveva quando è scomparso. Fra la fine di giugno e l'inizio di luglio del 1989, a Palermo si parlava tanto del fallito attentato contro Falcone, ne parlavamo naturalmente anche a casa, tra noi fratelli, con mio padre. Sulla vicenda Emanuele mi raccontò che lui era sicuro che non era stata Cosa Nostra a fare quell'attentato".

E lei gli chiese chi era stato?
"Prima lui lasciò intendendere che quella notizia l'aveva appresa per motivi di servizio. Poi, quando gli feci la domanda, rispose secco, senza fare altri commenti: "C'entra la polizia, c'entra qualcuno della polizia...". Io lo sapevo che Emanuele era un collaboratore del Sisde, che era a conoscenza di tante cose... ".

Non le disse altro Emanuele?
"Non mi disse altro. Io non ho mai saputo un nome o un cognome, sono vent'anni che penso a quella frase di Emanuele sulla polizia, mi arrovello, mi tormento".

Quella confidenza non l'ha mai comunicata a nessuno, perché? Solo per paura?
"Dopo la scomparsa di Emanuele, tutti i rapporti fra noi e la polizia li ha tenuti mio padre. Dal 1990 nessuno mi ha mai chiesto niente, né sulla scomparsa di mio fratello né sull'attentato all'Addaura. Io, fin dal primo momento, non ho voluto raccontare queste cose agli inquirenti semplicemente perché non avevo fiducia in loro. Come potevo avere fiducia di un commissario - Salvatore D'Aleo - che per scoprire gli assassini di mio fratello seguiva una pista passionale? Come potevo avere fiducia quando un altro poliziotto, grande amico di mio fratello - Vincenzo Di Blasi - dopo la scomparsa di Emanuele non venne mai a trovarci. Mio fratello era legatissimo a lui, non venne a salutarci neanche una volta. A volte, per capire, bastano pochi dettagli. E quello fu un dettaglio che a me diceva tutto. L'unico di cui si fidava mio padre - e ci fidavamo tutti - era Falcone".

Furono in molti che cominciarono a depistare, a sviare le indagini sulla morte di suo fratello?
"Cominciarono con me, qualche ora dopo la scomparsa di Emanuele. Mi accorsi che qui, vicino a casa mia, un'agente donna mi seguiva e mi stava fotografando con un teleobiettivo. Ero sconcertato. Perché seguivano me? Perché cominciavano le indagini proprio da me? Perché non cercavano invece di salvare Emanuele, che in quei giorni di marzo forse era ancora vivo? Poi, per anni, a casa nostra siamo stati tempestati di telefonate, qualcuno faceva squillare il telefono e poi non rispondeva mai. É come se ci volessero avvertire perennemente. E non erano certo mafiosi".

Lei ha idea di cosa avesse scoperto Emanuele sul fallito attentato all'Addaura?
"Io so soltanto che dal giorno dell'Addaura mio fratello era diventato sempre più taciturno. E poi, dall'autunno del 1989, sempre più cupo. Era preoccupatissimo. Passava quasi tutti i giorni da casa di mio padre, arrivava di umore nero e di umore nero se ne andava. Poi fece due stranissimi viaggi, lui che non amava viaggiare, gli piaceva stare a Palermo. Nell'estate del 1989 partì per la Tunisia. Ritornò in Tunisia anche nel dicembre di quell'anno. Io credo che abbia fatto quei viaggi per allontanarsi da qui".

Torniamo agli amici di Emanuele: perché quel poliziotto, così legato a suo fratello, secondo lei non venne mai a trovare voi familiari dopo la scomparsa?
"Fin dall'inizio della sua collaborazione con i servizi segreti, Emanuele naturalmente non parlava molto del suo lavoro. Si limitava a dirci con chi era in contatto. Ci parlava di un capitano dei carabinieri e di due angeli custodi, così li chiamava lui... uno era quel poliziotto, Enzo Di Blasi, con il quale erano stati compagni in palestra, facevano lotta libera a 18 anni. E poi si ritrovarono tutti e due a Roma in polizia. Mio fratello gli voleva bene, ma lui - dopo la scomparsa di Emanuele - non lo abbiamo più visto".

Lei sostiene di non avere mai avuto fiducia negli inquirenti. Ci sono stati altri episodi che l'hanno spinta a non dire niente in tutti questi anni?
"Molti. E soprattutto uno. Dopo la scomparsa di Emanuele è sparito anche un vigile del fuoco molto amico suo, Gaetano Genova. Si vedevano sempre con Emanuele. Una sera venne a casa mia un giovanissimo poliziotto per cercare di capire cosa sapevo io del loro rapporto. Anche in quella occasione sentii di non fidarmi. Non gli dissi nulla".

Perché oggi ha deciso di raccontare quello che sa?
"Perché stano affiorando frammenti di verità sulla morte di Emanuele e sull'Addaura. Perché, vent'anni fa, a parte la sfiducia nei confronti degli inquirenti, non potevo sapere che la morte di mio fratello potesse essere in qualche modo collegata al fallito attentato contro il giudice Falcone".

repubblica.it

martedì 19 ottobre 2010

"Retroattivo lo stop ai processi" blitz in commissione sul Lodo Alfano


Approvato l'emendamento del presidente Carlo Vizzini relativo alla sospensione dei processi alle alte cariche anche per fatti precedenti l'assunzione della carica. A favore Pdl, Lega, un senatore Fli e uno Mpa. La protesta di Pd e Idv: "Cosi' si prepara la strada dell'immunità per Berlusconi se andra' al Quirinale''

repubblica.it

Ne hanno salvato un altro, "Fate Pena"



Ragazzi,
Lunardi è stato salvato nuovamente dalla Camera, che SCHIFO.
Ma come si fa.......

E la Lega???? Sembra essere all'opposizione!!!!
E i Finiani? Quest è la legalità che sbandierano a destra e manca!!!!
Leghisti SVEGLIATEVI!!!!!!!

Fate pena!!!

Ecco l'Ansa:
Negata l'autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro delle Infrastrutture, accusato di aver acquistato da Propaganda Fide, nel 2004, al prezzo di favore di 3 milioni di euro, un intero palazzo

“Pressioni da Zimbawe” e la Rai censura anche il duo Benigni-Saviano


Dopo Annozero, il direttore generale Mauro Masi ha bloccato i contratti del comico toscano e dell'autore di Gomorra. E a Porta a Porta scatta il processo a Santoro

Roberto Benigni e Roberto Saviano che dialogano dei rapporti tra Silvio Berlusconi e la malavita in diretta su Raitre: il peggior incubo del direttore generale Mauro Masi poteva diventare realtà nel nuovo programma Vieni via con me. Testi già scritti (di cui il premio Oscar e lo scrittore di “Gomorra” vanno anche molto fieri) ed esordio previsto per l’8 novembre. Ma gli autori non hanno tenuto conto delle “pressioni da Zimbabwe” che anche questa volta il Cavaliere deve aver esercitato sui vertici di viale Mazzini. Così è arrivato, ufficiale, il veto della Rai che ha bloccato i contratti di Benigni, Antonio Albanese e Paolo Rossi, i quali erano disposti a lavorare anche a titolo gratuito.

La trattativa con il produttore Endemol, che detiene i diritti del format, va avanti da mesi, ma non è andata a buon fine perché l’azienda non voleva contrattualizzare Saviano. Lo scrittore, rappresentato proprio da Endemol, doveva debuttare da conduttore assieme a Fabio Fazio per quattro puntate pronte dallo scorso febbraio.

La notizia dell’ultima censura ex ante in casa Rai arriva in un lunedì nero per Masi. Annozero continuerà nonostante la sanzione imposta dal dg a Michele Santoro. Il conduttore di Annozero ha annunciato di aver interrotto l’appello al suo pubblico perché, come prevede la legge, la sua richiesta di accedere all’Arbitrato ha sospeso l’applicazione della sanzione fino a che un giudice deciderà. Poi il caso Report: domenica l’avvocato del premier Niccolò Ghedini ha tentato, invano, di impedire la messa in onda della trasmissione condotta da Milena Gabanelli. E la faccia di Masi a Porta a Porta parlava da sola. Pur presente in collegamento dal suo studio in viale Mazzini (una foto con Benedetto XVI e un gagliardetto della Lazio) Bruno Vespa deve sperare che Masi sia particolarmente distratto.

Perché se ogni secondo il direttore generale invoca il pluralismo e il contraddittorio, né l’uno né l’altro hanno sfiorato le poltrone bianche di Porta a Porta, dove il conduttore ha inscenato un processo di un’ora e mezza a Santoro e Annozero, senza un rappresentante del programma. Di più: la platea era sbilanciata a destra con i direttori di Panorama (Giorgio Mulè), Libero (Maurizio Belpietro), e il senatore Maurizio Gasparri (Pdl). Dall’altra parte l’ambidestro Piero Sansonetti (Calabria Ora), il morbido Matteo Colaninno (Pd) e il segretario della Fnsi, Franco Siddi.

Masi aveva l’aria dimessa di chi deve incassare, anzi si condanna a subire l’ennesima sconfitta nella battaglia contro Santoro: “Questa faccenda ha stancato me e anche voi e spero che oggi sia l’ultima volta che torni a parlare del tema. Abbiamo applicato le norme della Rai e del diritto del lavoratore, e la sanzione sarà applicata quando il percorso sarà compiuto”. A differenza del “vedremo” detto con ghigno da Gianluigi Paragone, stavolta Masi sulla presenza in video di Annozero deve arrendersi alla legge.

Ma bastava leggere il titolo di Porta a Porta – “Le regole valgono per tutti?” – per capire il tenore della puntata. E l’introduzione di Cecilia Primerano – lodata da Masi – completava l’opera: “In una televisione fatta di insulti, ci sta pure il vaff di Santoro”. Il video della metafora viene stipato in due secondi per confondere le idee. E di ripresa in ripresa, come su un ring con un pugile solo, i protagonisti hanno seminato dubbi e bugie. Hanno fatto riferimento a una sospensione di Santoro per una puntata di Samarcanda su Salvo Lima, e non è vero. E Gasparri, mentendo a sua volta, allude al suicidio del maresciallo Antonino Lombardo nei giorni successivi a Tempo Reale: due sentenze hanno già condannato chi ha tirato in ballo Santoro. Informate Vespa.

ilFattoquotidiano.it

lunedì 18 ottobre 2010

Nessuna manipolazione nella lettera di Don Vito a Berlusconi



di Silvia Cordella

La lettera che Vito Ciancimino scrisse all’on. Berlusconi per “mettere a disposizione una delle sue reti televisive” è assolutamente autentica. È il responso dell’esame merceologico e grafico realizzato dai periti della polizia scientifica di Roma sul documento consegnato da Massimo Ciancimino ai pm, nell’ambito del processo a carico dell’ex comandante del Ros Mario Mori, accusato a Palermo di favoreggiamento alla mafia per la mancata cattura di Provenzano. Il documento, che alla scorsa udienza l’imputato, attraverso dichiarazioni spontanee, aveva cercato di far passare come un collage realizzato ad arte dal figlio dell’ex sindaco di Palermo, è pertanto un originale vergato da don Vito a matita in un periodo, stabilito dai funzionari della scientifica, tra il gennaio 1996 e maggio 2000. La grafite, hanno spiegato, è stata analizzata in laboratorio attraverso una tecnica di spettroscopia Raman che utilizza la luce laser. Questa pratica ha dimostrato che il documento non solo è autentico ma non presenta alcuna traccia di manipolazione. Niente copia incolla dunque ma solo (si fa per dire) lo scritto autentico di un potente ex sindaco democristiano mafioso indirizzato all’on. Berlusconi, l’imprenditore della Edilnord diventato Presidente del Consiglio, al quale minacciava di “uscire dal riserbo” se non avesse “messo a disposizione una delle sue reti televisive”.
Prive di fondamento risultano quindi le accuse di Mori e dei suoi sostenitori. Gli stessi che, con teorie approssimative e fantasiose hanno preso come buone le dichiarazioni di un imputato di mafia piuttosto che il responso scientifico. Per questo motivo Ciancimino jr. ha dato mandato al suo legale di querelare i giornalisti de “La Stampa”, “Il Giornale”, “Il Giornale di Sicilia” e altri pseudo articolisti che, affermando il falso, hanno dichiarato come certa la contraffazione del documento, danneggiando così anche l’immagine del teste. Nel complesso quindi le perizie dei funzionari della polizia scientifica sui documenti consegnati da Massimo Ciancimino ai procuratori di Palermo e Caltanissetta, sono risultati compatibili con quanto dichiarato dallo stesso testimone negli interrogatori in Procura. Su 55 fogli uno solo è risultato “alterato” ma si tratta, come lo stesso Ciancimino ha spiegato ai pm Lari e Di Matteo il 1° dicembre 2009, di “appunti misti” fotocopiati in vista della stesura di un libro che aveva in programma di realizzare tra il 2000 e il 2002 con suo padre. Un foglio fotocopiato in A4 in cui vi si trovano appunti dei due Ciancimino in merito ad alcuni argomenti da trattare: “Berlusconi-Ciancimino”, “Milano truffa assicurazioni”, “Milano-Gelli-Bono-Calvi”. Ed è lo stesso teste che ai magistrati aveva spiegato: “Guardando il foglio alla mia sinistra è la mia grafia, alla mia destra è la grafia di mio padre. Gli appunti più chiari sono scritti a matita da mio padre, infatti li ho fotocopiati per evidenziarli meglio. Quelli più scuri... è la mia grafia. Erano argomenti che mi ripromettevo di approfondire con mio padre”. A questo punto il pm chiedeva: “Quindi è un foglio misto?”. Ciancimino: “Sì, è un figlio misto”. Il Pm: “Quindi è un collage?”. Ancora Ciancimino: “Esatto”. Ed ancora l’inquirente: “Ridotto in fotocopia?”. E il dichiarante: “Sì”.
Perciò nessun fotomontaggio è stato scovato, né da parte di Massimo Ciancimino è emersa alcuna prova di manipolazione con lo scopo di rafforzare le dichiarazioni del padre. Solo ora quindi si può affermare l’autenticità dei manoscritti di don Vito portati a processo, come quello in originale scritto a matita su carta messa in commercio dall'ottobre '96 al febbraio 2001, acquisito durante l’ultima udienza. Un appunto attribuito anche questo, dai periti, a Vito Ciancimino in cui lo stesso, rifiutandosi di parlare in udienza a Firenze nel processo sulle stragi, affermava che Mori e De Donno in dibattimento avevano reso falsa testimonianza.

AUDIO Processo a Mauro Obinu e Mario Mori del 12 ottobre 2010


antimafiaduemila.com

Finanziere ai domiciliari, passava informazioni su politici e vip a giornalista di Panorama



ROMA - Un militare della Guardia di Finanza in servizio a Pavia è stato posto agli arresti domiciliari su ordine del Gip presso il Tribunale di Milano, per una seria di accessi abusivi agli archivi informatici delle Fiamme Gialle, "in violazione dell'articolo 615 ter del codice penale". Il finanziere, secondo l'accusa, avrebbe poi passato informazioni riservate al giornalista di "Panorama" Giacomo Amadori, riguardanti una serie di noti personaggi.

Le violazioni degli archivi si sarebbero verificate tra il gennaio 2008 e l'ottobre 2009, quando il finanziere ha eseguito, non per motivi di servizio, "numerose interrogazioni al terminale, passando poi le informazioni riservate a terze persone". Le "informazioni riservate" riguardano, tra gli altri, componenti della famiglia Agnelli, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, il giudice Mesiano, Beppe Grillo, Marco Travaglio e la escort Patrizia D'Addario. Informazioni riservate sarebbero state raccolte e fornite anche su Gioacchino Genchi, già consulente in vari procedimenti penali alcuni dei quali diretti dall'ex pm De Magistris.

Per il reato, precisa il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Pavia, che ha eseguito l'arresto, "è competente la Procura della Repubblica di Milano".

repubblica.it

Annozero deve continuare



Cari amici, vi ringrazio per le adesioni al mio appello che sono già migliaia, ma dobbiamo ottenere il massimo del risultato. Quindi vi chiedo di raccogliere anche le firme di chi non usa internet inviandole contemporaneamente a questi indirizzi:

annozerodevecontinuare@yahoo.it

segreteriapresidenza@rai.it

Il primo indirizzo è molto importante per avere il quadro completo delle adesioni raccolte. Potete utilizzare la formula seguente o un'altra con le stesse caratteristiche:

"Gentile presidente Paolo Garimberti, i sottoscritti abbonati Rai chiedono di non essere puniti al posto di Santoro e che Annozero continui ad andare in onda regolarmente."

Vi prego di seguire queste semplici raccomandazioni e di far girare la nostra sottoscrizione usando la rete perché è l'unica opportunità che possiamo gestire con le nostre forze.

Un abbraccio

Michele Santoro

La Merda ci coprirà



di Dario Campolo

La merda ci coprirà.
Questo è quello che ho pensato ieri sera mentre guardavo la spettacolare puntata di Report.

Prima di parlare di Berlusconi mi piacerebbe sottolineare come funziona il nostro paese, avete visto e sentito quanti incarichi ha il vice presidente di Unicredit?
Avete visto e sentito come si sono fottuti l'Aci di Milano e come sta sparendo immersa dai debiti l'Aci Nazionale?

In Italia viene bruciato tutto da questi fanta manager incapaci persino di andare a farsi una cagata se non prendendo un lassativo.

Scusate la volgarità ma sono incazzato nero.

Ma avete visto come questi signori si infiltrano nelle istituzioni?
Ormai Berlusconi è finito ma il Berlusconismo si è radicato nel paese e sarà difficile da debellare se non ci SVEGLIAMO!!!

Poi la chicca finale,
abbiamo passato mesi a discutere della casa del cognato di Fini e adesso giustamente ci piacerebbe sapere quanto il nostro Premier ha pagato le proprietà nel paradiso fiscale di Antigua e quanto ha evaso per poi arrivare al presunto favore fatto al presidente di Antigua in veste di Premier Italiano in europa per la cancellazione del loro debito pubblio.

Certo, questa è solo la ciliegina, perchè non dobbiamo dimenticare i vari processi in essere a Berlusconi e i vari prescritti con leggi ad personam, per non dimenticare l'inizio della sua ascesa di imprenditore dove regna l'opacità di investimenti da parte di Bontade & C. Boss di Cosa Nostra verso le aziende di Silvio Berlusconi,

TO BE CONTINUED...

giovedì 14 ottobre 2010

L'Aquila, gli albergatori: "Non veniamo pagati Sospendiamo i servizi per i terremotati"



L'AQUILA - I soldi per i servizi erogati ai terremotati dopo il sisma del 6 aprile 2009 non sono arrivati e gli albergatori, esasperati da una situazione che ritengono sia divenuta insostenibile, sospendono "pulizia, cambio biancheria e ristorazione agli ospiti aquilani". "Preso atto che, nonostante le rassicurazioni ricevute dal commissario Chiodi, a oggi non risultano ancora pervenuti i pagamenti delle nostre spettanze, ci vediamo costretti, nostro malgrado, a sospendere dalla giornata di domani, come concordato in assemblea, i servizi agli ospiti aquilani", ha annunciato in una nota la vicepresidente di Federalberghi L'Aquila, Mara Quaianni.

"Siamo dispiaciuti - scrive - del fatto che a subire le conseguenze di tale incresciosa situazione saranno i nostri concittadini già come noi fortemente colpiti dal terremoto, ma non abbiamo purtroppo altri mezzi per sostenere le nostre ragioni che sono evidenti. Ovviamente - conclude - appena riceveremo quanto dovuto, riattiveremo i servizi che abbiamo assicurato, con grandi sacrifici e difficoltà finanziarie, sin dall'inizio del post-sisma".

Gli sfollati sostengono gli albergatori. Al fianco degli albergatori, che protestano da tempo, si erano schierati alcuni giorni fa anche gli sfollati loro ospiti. "La ricostruzione della nostra amata città - aveva scritto un gruppo di sfollati in una lettera aperta - non passa solo attraverso la ristrutturazione delle case, ma anche attraverso l'economia locale. Oltre ad ospitarci, i gestori degli alberghi danno lavoro a numerose persone che trovano così un reddito. Anche i proprietari degli hotel della città dell'Aquila - si leggeva ancora - sono degli sfollati e che hanno le loro giuste esigenze". Di qui l'appello alle istituzioni: "a nome dell'autentico impegno profuso dagli albergatori nei nostri confronti - scrivono gli sfollati - ci sentiamo in dovere di esprimere solidarietà e dare il nostro sincero appoggio alla loro protesta. Ci auguriamo - proseguiva la lettera - che chi di competenza onori gli impegni economici tanto propagandati a favore delle strutture ricettive".

E domani scade l'ultimatum lanciato dalla Federalberghi L'Aquila.

repubblica.it

Quei rapporti tra Cosa nostra e il nuovo partito di B. in Sicilia



di Davide Milosa

Questa mattina la Dia di Palermo ha sequestrato immobili a Franco Mineo. Molto vicino a Gianfranco Miccichè è sospettato di esser il prestanome dei boss. A settembre è stato indagato Michele Cimino, altro fedelissimo del sottosegratrio alla presidenza del Consiglio
Si chiama “Forza del sud” e sarà presentato ufficialmente il prossimo 30 ottobre. Eppure l’avventura del neopartito berlusconiano in Sicilia, voluto e pensato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Cipe, Gianfranco Miccichè inizia male. Anzi malissimo. In poco meno di un mese, infatti, due esponenti del nuovo movimento autonomista sono finiti sotto inchiesta. Il primo è Michele Cimino, 42 anni, assessore all’Economia fino ad alcuni giorni fa, prima della formazione del nuovo governo di Raffaele Lombardo. Il secondo è Franco Mineo, deputato regionale eletto nella lista del Pdl, il cui nome compare nel decreto di sequestro consegnatoli questa mattina dalla Dda di Palermo.

La notizia rilanciata dal sito di Repubblica, arriva a poche settimana dall’iscrizione di Cimino nel registro degli indagati con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Mineo, molto vicino a Miccichè, invece, è sospettato di essere il prestanome dei boss dell’Acquasanta, storico rione di Palermo. A incastrarlo, secondo quanto riporta l’ordinanza firmata dal gip, sarebbero diverse intercettazioni ambientali effettuate nella sua agenzia di assicurazioni. Per lui, la magistratura ha disposto il sequestro di tre immobili. I cui affitti, secondo l’accusa, venivano divisi con Angelo Galatolo, ufficialmente uscere dell’Asl 6 di Palermo, ma in realtà, scrivono i pm, cassiere dei clan dell’Acquasanta.

Ecco cosa scrivono i magistrati: “Mineo e Galatolo erano in società occulta”. Ipotesi supportata da diverse intercettazioni. “Solo, solo che partner che c’hai – dice il deputato regionale a Galatolo – guarda, un assegno di 3450 euro…”. Il figlio di Galatolo, anni fa, fu arrestato per estersioni. A chiamralo in causa diversi pentiti che lo decsrivevano come la facciata legale del clan. Mineo esprime anche giudizi su Angelo Fontana, l’unico pentio del clan Galatolo. “I Fontana – riporta il sito di Repubblica – con voi non hanno niente a che fare, non hanno la storia tua”.

L’indagine ora punta al livello politico. Mineo, da giorni al centro del dibattito politico per la nascita di Forza del sud, è accusato di trasferimento faudolento di valori, con l’aggravante di aver favorito l’organizzazione Cosa nostra. Oggi Mineo è indagato, ma già in passato il suo nome era stato associato ad ambienti mafiosi. Nel 1992, infatti, emersero contatti telefonici con Gaetano Scotto, boss dell’Acquasanta e al centro dell’inchiesta sulla strage di Borsellino.

Ancora più grave, invece, la posizione di Michele Cimino. A lui, l’avviso di garanzia arriva nel settembre scorso direttamente dalla procura di Agrigento. Si tratta dell’inchiesta che ha portato in carcere il sindaco del paese di Castrofilippo. Secondo l’ipotesi accusatoria Cimino avrebbe fatto favori alle cosche dell’agrigentino, anche attraverso l’assegnazione di appalti pubblici a imprese in odore di mafia, in cambio di soldi. A carico dell’assessore, le dichiarazioni del pentito ed ex capomafia Maurizio Di Gati. Che conferma: per l’appalto sarebbero stati promessi ”soldi sia al sindaco sia all’onorevole Cimino”.

ilFattoquotidiano.it

Occupato il Politecnico di Torino


di Ottavia Giustetti

Il Politecnico di Torino è occupato. Da questo pomeriggio dopo che la l'assemblea ha portato in giro per la città un corteo non autorizzato con blocchi del traffico nelle principali arterie torinesi, gli studenti sono tornati in sede e hanno annunciato l'occupazione. Era forse dagli Settanta che la sede dell'ateneo torinese non diveniva teatro di una protesta così dirompente.

LE IMMAGINI DELLA PROTESTA

Da questa notte perciò un presidio permanente di studenti si fermerà all'interno del Politecnico. Saranno organizzati gruppi di lavoro per seminari, organizzazione iniziative, comunicazione, installazioni artistiche. E già domani mattina partirà un nuovo corteo mentre è quasi certo che ci sarà un ulteriore blocco della didattica (oggi sospesa dalle 11.30 alle 14.30) dopo che sono state raccolte oltre un migliaio di firme per richiederlo al rettore.

repubblica.it