giovedì 30 settembre 2010

La cazzata

di Dario Campolo

Dopo una sana dormita in senato il premier si sveglia e dice:

"Banche USA salve grazie a me"

Ahhhhhhhh Ahhhhhhh,

Berlusconi continua dormire che è meglio.


Diretta

La cazzata

Mafia, indagato Schifani


di Lirio Abbate

L'ultima volta che il boss Filippo Graviano ha parlato a Gaspare Spatuzza dell'avvocato Renato Schifani, è stato nel carcere di Tolmezzo. Correva l'anno 2000 e i due mafiosi palermitani, passeggiando nel cortile del penitenziario, commentavano le immagini dell'allora senatore di Forza Italia apparse nei telegiornali: "Hai visto che carriera ha fatto l'avvocato di Pippo Cosenza?", chiedeva Graviano a Spatuzza nominando l'imprenditore del quartiere Brancaccio di Palermo che tra il '91 e il '92 aveva messo a disposizione del boss un capannone dove questi incontrava altri mafiosi e dove, appena uscito dagli arresti domiciliari, aveva creato il proprio ufficio di capomafia. In quegli anni il suo guardaspalle era Spatuzza, che oggi racconta ai magistrati quel che ricorda di quei contatti riservati, alcuni dei quali riguarderebbero anche il presidente del Senato che all'epoca era un avvocato: un esperto in diritto amministrativo e in urbanistica che aveva tra i suoi clienti molti mafiosi preoccupati che lo Stato mettesse le mani sui loro beni.

Di questa vicenda, che lega il nome di Graviano a quello di Schifani, Gaspare Spatuzza aveva già parlato con i pm di Firenze: gli investigatori della Dia l'avevano sintetizzata in una nota, depositata dalla procura generale nel processo d'appello in cui Marcello Dell'Utri è stato condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Quelle dichiarazioni non sono sfuggite ai pm di Palermo che per questo hanno voluto riascoltare il mafioso, in qualità di "dichiarante" e non come collaboratore di giustizia, visto che poco prima dell'estate non è stato ammesso al programma di protezione per i pentiti perché - come ha motivato il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano - avrebbe reso dichiarazioni sul conto di Dell'Utri e di Silvio Berlusconi oltre il limite dei sei mesi dal primo verbale imposto dalla legge (il provvedimento è stato impugnato dai suoi difensori e si attende la decisione del Tar). Eppure Spatuzza è ritenuto attendibile da tre procure oltre che dalla Direzione nazionale antimafia. L'interrogatorio è avvenuto il 20 settembre scorso, è durato oltre due ore e mezzo e ha riguardato gli incontri nel capannone di Brancaccio e il ruolo svolto nei primi anni Novanta dall'avvocato Schifani.

Il nome di Schifani è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa: un atto dovuto, si dice in ambienti giudiziari. Già in passato il politico era stato indagato con l'accusa di partecipazione a Cosa nostra nell'ambito di inchieste su appalti pilotati dalla mafia a Palermo, e la sua posizione era poi stata archiviata. E anche in quel caso le principali accuse arrivavano da collaboratori di giustizia. Adesso, in seguito alle rivelazioni di Spatuzza e a quelle di un altro pentito, Francesco Campanella - il mafioso-politico che tra l'altro fornì una falsa carta d'identità a Bernardo Provenzano per consentirgli di farsi operare in Francia - i riflettori sono tornati ad accendersi su Schifani. Il verbale con le dichiarazioni del guardaspalle dei Graviano trasmesso dai magistrati di Firenze e un esposto presentato da Campanella proprio nei confronti del presidente del Senato hanno convinto i pm palermitani della necessità di esercitare l'obbligatorietà dell'azione penale. Il fascicolo che riguarda il presidente del Senato è stato aperto pochi mesi fa e gli interrogatori in corso hanno come oggetto il suo passato di avvocato civilista, i suoi rapporti con gli uomini dei Graviano e il suo presunto ruolo di collegamento fra lo stragista di Brancaccio e Dell'Utri nel periodo che ha preceduto la nascita di Forza Italia.
Una fonte, persona attendibile che conosce il presidente del Senato da oltre vent'anni e ne custodisce molti segreti, ha rivelato a "L'espresso" che molti anni fa lo accompagnò a vedere un capannone alla periferia di Palermo e che, giunti sul posto, l'avvocato si allontanò per parlare, in modo riservato, con qualcuno: "Fu uno strano sopralluogo perché Schifani non mi presentò nessuno e mi tenne lontano da quelle persone, di cui non ho visto il volto. Ho avuto l'impressione che avesse un appuntamento e volesse utilizzarmi come copertura", dice la fonte che ha chiesto a "L'espresso" la garanzia dell'anonimato. E aggiunge: "Incontri misteriosi, di cui non ha mai voluto parlare sono anche quelli della fine degli anni Ottanta a Milano: lo accompagnavo in macchina in centro e mi chiedeva di scendere prima del luogo in cui aveva appuntamento. Non mi diceva nulla di queste riunioni, nemmeno se si trattasse di clienti o meno. Ho la sensazione che potesse essere gente di Palermo con la quale non voleva far sapere di essere in contatto".

Secondo Spatuzza, l'avvocato Schifani potrebbe essere stato il tramite fra i Graviano, i capimafia autori delle stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze, e Dell'Utri. Come arriva a queste conclusioni? Sono fatti o deduzioni? Il dichiarante ha ricordato ai pm di Palermo che in quel periodo era stata avviata una trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato: i mafiosi erano alla ricerca di nuovi referenti politici dopo l'uccisione di Salvo Lima e stava per nascere la seconda Repubblica. E Giuseppe Graviano, fratello di Filippo, incontrando Spatuzza al bar Doney a Roma nel 1993, gli aveva confidato di avere raggiunto un accordo con Marcello Dell'Utri e Berlusconi. E aveva commentato: "Abbiamo il Paese nelle mani".
Spiega Spatuzza: "Quando in carcere Filippo Graviano, sorridendo, fa riferimento a Schifani, mi scatta automaticamente il collegamento tra i protagonisti di questa storia: penso alle visite a Brancaccio dell'avvocato di Pippo Cosenza, alle parole dei Graviano ("Abbiamo il Paese nelle mani") e al fatto che Schifani, entrato in politica, era rapidamente diventato uno dei berlusconiani più importanti, fino a ricoprire la seconda carica dello Stato". Supposizioni? Fatti? Deduzioni? Ai pm tocca adesso cercare eventuali riscontri alle affermazioni del dichiarante. Ed è quello che faranno nei prossimi giorni: si allunga l'elenco delle persone da ascoltare e altri nomi sarebbero stati aggiunti a quelli di Spatuzza e Campanella e dell'imprenditore Giovanni Costa, un ex cliente di Schifani, condannato a nove anni per riciclaggio di soldi provenienti da ambienti mafiosi.

Lette le indiscrezioni sulle dichiarazioni di Spatuzza ("L'espresso" n. 35 e 36), il presidente del Senato si è detto "indignato e sereno", ha sempre smentito ogni ipotesi di collusione con ambienti mafiosi ("Non ho mai avuto rapporti con Filippo Graviano, e non l'ho mai assistito professionalmente") e ha assicurato la "massima disponibilità con l'autorità giudiziaria qualora decidesse di occuparsi della questione".

l'espresso

martedì 28 settembre 2010

Ferraro: ''Dopo Capaci incontrai De Donno e lo dissi a Borsellino''

Palermo. Dopo la strage di Capaci e prima della strage di via D'Amelio, l'allora direttore degli Affari Penali Liliana Ferraro ha incontrato il capitano Giuseppe De Donno. E il 28 giugno del '92 ne parlò con Paolo Borsellino. A confermarlo è stata la stessa Ferraro deponendo al processo al generale Mario Mori. De Donno - ha affermato - «me lo presentò Giovanni Falcone: non avevo una conoscenza diretta ma sapevo chi era». Sull'incontro la Ferraro ha detto: «Per quello che ricordo non so se era un appuntamento. In quel periodo chi veniva al Ministero e faceva parte del gruppo di Falcone, entrava in qualunque momento». La Ferraro ha ripercorso brevemente la sua carriera, prima da magistrato e poi alla vicedirezione e alla direzione degli Affari Penali al Ministero della Giustizia, chiarendo che a chiamarla a Roma era stato il giudice Giovanni Falcone. Era stato Claudio Martelli a dire in aula che la Ferraro avrebbe appreso da De Donno della cosiddetta 'trattativà tra lo Stato e Cosa nostra e che ne avrebbe parlato a Paolo Borsellino.

Ferraro: ''De Donno mi parlò dei contatti con Massimo Ciancimino''

Palermo. «Il capitano De Donno durante il nostro incontro negli uffici della Direzione Affari penali al Ministero della Giustizia disse che bisognava fare di tutto per prendere gli assassini di Giovanni Falcone. Si ricordava di avere conosciuto il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino di recente e che forse valeva la pena contattare il padre per vedere se era disponibile a una collaborazione». Lo ha detto l'ex direttore degli Affari penali Liliana Ferraro, deponendo al processo al generale Mario Mori. L'ex magistrato ha affermato di non ricordare se «De Donno aveva già preso contatto o ancora no con il figlio di Vito Ciancimino». «Parlare di quel periodo - ha ammesso - mi provoca ancora forti emozioni». De Donno avrebbe chiesto alla Ferraro se fosse il caso di parlarne con l'allora ministro della Giustizia Martelli, ma «io - ha affermato l'ex direttore degli Affari Penali - dissi a De Donno che forse era il caso di parlarne con Paolo Borsellino».

''Falcone capì che con morte Lima tutto era possibile''

Palermo. «Quando uccisero Salvo Lima ero negli Stati Uniti per lavoro, mi avvertì Giovanni Falcone che mi disse: 'Ora può succedere di tuttò e io tornai subito a Roma». Lo ha detto Liliana Ferraro, ex direttore degli Affaro penali ricordando nella sua deposizione al processo Mori a Palermo le tensioni seguite all'omicidio di uno degli esponenti di spicco della Dc siciliana. In quell'occasione «avevo avvertito una grande tensione - ha detto - nella voce di Falcone».

Ferraro: ''Dissi a Borsellino che Ros voleva contattare Ciancimino''

Palermo. «Incontrai Paolo Borsellino il 28 giugno del '92 all'aeroporto di Bari e gli dissi che il Ros voleva contattare Vito Ciancimino. Borsellino non ebbe reazioni particolari e disse: 'Ora ci penso io». Lo ha detto l'ex direttore degli Affari penali Liliana Ferraro, proseguendo la sua deposizione in aula al processo in corso a Palermo al generale Mario Mori.

Ferraro: ''Mori mi disse che Ciancimino voleva passaporto''

Palermo. «Il colonnello Mori nell'autunno del '92 mi informò che Vito Ciancimino voleva il rilascio del passaporto. Lo dissi al ministro Martelli che si arrabbiò moltissimo». Lo ha detto l'ex direttore degli Affari penali Liliana Ferraro proseguendo la sua deposizione al processo Mori a Palermo. «Pensavo che il rilascio del passaporto rientrasse nei rapporti tra il Ros e Vito Ciancimino per indurlo a collaborare - ha aggiunto - ma non ricordo se glielo chiesi. Informai subito il ministro Martelli perchè gli dicevo qualsiasi cosa. E lui si arrabbio tanto».

''Raccontai tutto a pm Chelazzi''

Palermo. «Il dottor Chelazzi (pm di Firenze poi deceduto n.d.r) che indagava sulle stragi mafiose del 1993 mi mostrò l'agenda di Mori e mi chiese il perchè dei nostri incontri. Io gli raccontai tutto quello che era accaduto tra le stragi di Capaci e Via D'Amelio». Lo ha detto l'ex direttore degli Affari Penali del ministero della Giustizia Liliana Ferraro deponendo al processo per favoreggiamento aggravato al generale Mario Mori. «Poi si affacciò Vigna, allora procuratore di Firenze, - ha proseguito - e Chelazzi disse» 'sto seguendo un mio filone ma penso che ti dovrò risentirè«.

antimafiaduemila.com

Processo Mori


PALERMO - Le presunte lettere di Vito Ciancimino sono falsi creati ad arte da suo figlio Massimo per avvalorare le sue tesi. Lo sostiene il generale Mario Mori, processato per favoreggiamento alla mafia, indicato dal figlio dell'ex sindaco di Palermo come protagonista della trattativa tra Stato e mafia insieme al colonnello Mauro Obinu. In particolare l'ex direttore del Sisde ha evidenziato a suo dire «incoerenze ortografiche ed evidenti manipolazioni» nella lettera attribuita a Vito Ciancimino e indirizzata a Silvio Berlusconi. Secondo il generale, Massimo Ciancimino grazie a programmi informatici avrebbe aggiunto a manoscritti del padre pezzi ulteriori, in questo modo creando un documento diverso, così come avrebbe fatto con alcuni «pizzini» che il padre avrebbe scritto al boss Provenzano.

NUOVA AUDIZIONE - Intanto il pm Antonino Di Matteo ha chiesto una nuova audizione di Massimo Ciancimino su una lettera consegnata dallo stesso alla procura che sarebbe stata scritta dal padre e indirizzata all'ex governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Le difese di Mori e di Obinu si sono opposte alla nuova audizione.

DEPOSIZIONE FERRARO - Dopo il generale Mori, ha deposto l'ex direttore degli affari penali Liliana Ferraro. «Il capitano De Donno mi disse che bisognava fare di tutto per prendere gli assassini di Falcone. Si ricordava di avere conosciuto il figlio di Ciancimino e che forse valeva la pena contattare il padre per vedere se era disponibile a una collaborazione», ha detto Ferraro. L'ex magistrato ha affermato di non ricordare se «De Donno aveva già preso contatto o meno con Massimo Ciancimino». De Donno avrebbe chiesto alla Ferraro se fosse il caso di parlarne con l'allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli, ma «io gli dissi che forse era il caso di parlarne con Paolo Borsellino». La deposizione di Liliana Ferraro è decisiva per datare l'inizio della trattativa tra Stato e mafia. «Non ricordo la data precisa, ma credo che il dialogo avvenne una settimana prima del 28 giugno 1992», ha detto Ferraro. Se il funzionario confermasse la data indicata da Martelli - giugno 1992 - smentirebbe Mori che colloca l'inizio dei suoi rapporti con Vito Ciancimino dopo la strage di via D'Amelio. Inoltre se Ferraro confermasse di aver riferito a Borsellino degli incontri tra il Ros e l'ex sindaco, significherebbe che Borsellino avrebbe appreso della trattativa prima della sua morte. Ciò darebbe corpo alla pista secondo la quale il giudice venne ucciso proprio per evitare che potesse opporsi alla decisione dello Stato di scendere a patti con la mafia.

corriere.it

L'offshore del Cavaliere

di Giuseppe D'Avanzo

Quello che vale per ciascuno di noi, vale per Silvio Berlusconi? L'etica pubblica che vincola gli attori politici, obbliga anche il Cavaliere? E, soprattutto, la legge è uguale anche per il capo del governo? Sono le domande che attendono una risposta mercoledì quando Berlusconi terrà alla Camera un discorso che i suoi annunciano memorabile. Vedremo se lo sarà davvero.

Di certo, il capo del governo è atteso a una prova decisiva e ci si augura che, come al solito, non giochi la partita da parolaio fumigante trasformando la notte in giorno, il bianco in nero. Anche perché quegli interrogativi si sono irrobustiti dopo il pubblico chiarimento offerto dal presidente della Camera. Bene, c'è un bruscolo nell'occhio di Gianfranco Fini. È colpevole forse di aver dato fiducia a un "cognato" scavezzacollo. Ipotizziamo la scena peggiore (finora non dimostrata). Il "cognato" ha imbrogliato il presidente della Camera. Ha simulato la compravendita della casa di Montecarlo. In realtà, se l'è comprata nascondendo la proprietà diretta dietro il paravento di una società off-shore dell'isola caraibica di Santa Lucia. Se così fosse, Fini si dimette (è il suo impegno). È responsabile di "ingenuità". Ecco il peccato perché, come ricorda, "non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno; non è coinvolta l'amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c'è corruzione né concussione". A sollecitare questo atteggiamento c'è un archetipo del sentimento morale - la vergogna - e il tormento di una coscienza che avverte come propria anche la colpa altrui che non si è riuscito a intuire, prevedere, annullare. Le dimissioni mi sono imposte, dice Fini, dalla "mia etica pubblica", anche se "sia ben chiaro, che personalmente non ho né denaro, né barche né ville intestate a società off-shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse".

È sotto gli occhi di tutti la disarmonia tra quel che viene rimproverato, urlato a Fini e quel che viene perdonato o addirittura colpevolmente dimenticato di Berlusconi. Come è stravagante non scorgere il disequilibrio tra i possibili esiti politici. Per i libellisti della "macchina del fango" organizzata dal Cavaliere - e anche per qualche corista che si dice neutrale - Fini deve scomparire. Un peccato di ingenuità in un affare privato dovrebbe determinare le sue dimissioni da presidente della Camera mentre, al contrario, una diretta, documentata, consapevole responsabilità in comportamenti criminali che hanno corrotto gli affari pubblici e provocato un danno alle casse dello Stato dovrebbe essere così trascurabile da consentire a Berlusconi di governare fino alla fine della legislatura prima di ascendere addirittura al Colle più alto come presidente della Repubblica. Le memorie deperiscono in casa nostra. Conviene rianimarle con quale fatto.

La KPMG, una delle più prestigiose società di revisione contabile del mondo, un colosso dell'accounting, l'arte della certificazione di bilancio, deposita - il 23 gennaio del 2001 - 800 pagine di un'analisi tecnico-contabile di sette anni di bilanci della galassia societaria Fininvest, dal 1989 al 1996, quella che per brevità è stata chiamata "All Iberian". Si sa quel che dice il Cavaliere di "All Iberian" ("Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario", Ansa, 23 novembre 1999).

Il documento di KPMG racconta come vanno le cose nella società di Berlusconi: Fininvest sommerge buona parte della sua contabilità. Nascosta da un doppio registro, movimenta, nei 7 anni analizzati dalla perizia, almeno 3 mila e 500 miliardi, 884 dei quali occultati su piazze off-shore. "Per alterare la rappresentazione della situazione economica, finanziaria e patrimoniale nel bilancio consolidato Fininvest", scrive KPMG. Si scopre che la Fininvest opera attraverso due comparti societari. Il "Gruppo A" - ufficiale - e il "Gruppo B", riservato. Lo spiega l'avvocato inglese David Mills, che ne costruisce l'architettura riferendone direttamente anche a Silvio Berlusconi: "Il Gruppo B è un'espressione utilizzata per differenziare le società ufficiali del gruppo A da quelle, pur controllate nello stesso modo dalla Fininvest, che non dovevano apparire come società del gruppo per essere tenute fuori dal bilancio consolidato. Un promemoria definiva le società del gruppo B "very discreet" (molto riservate), perché il collegamento con il gruppo Fininvest rimanesse segreto".
La KPMG individua 64 società off-shore su tre livelli. Al primo appartengono 29 sigle, distribuite geograficamente in quattro aree. "Ventuno società hanno sede nelle Isole Vergini inglesi, cinque nel Jersey, due alle Bahamas, una a Guernsey". "Altre tredici società - anch'esse off-shore - formano il secondo livello. Si tratta di "controllate" da società del primo livello da cui non si distinguono né per funzioni, né per organizzazione societaria". Caratteristica comune anche alle 22 sigle del terzo ed ultimo livello. Ancora KPMG: "La gestione (di queste società) è a cura di amministratori e personale del gruppo Fininvest". I reali beneficiari (beneficial owner) sono "amministratori, dirigenti, consulenti o società del gruppo Fininvest". Dalla Fininvest "dipende quasi esclusivamente il loro finanziamento che avviene attraverso le medesime banche e società fiduciarie".

Ricapitoliamo: c'è un comparto segreto, protetto all'estero, ne fanno parte 64 società direttamente controllate da Fininvest. In nome e per conto di Fininvest, concludono transazioni in settori ritenuti strategici per il Gruppo. I loro bilanci sono invisibili, ma solo alla contabilità ufficiale, perché i dirigenti di Fininvest ne hanno il pieno controllo. Come abbiamo già detto, tra il 1989 e il 1996 attraverso il comparto B sono stati stornati dai bilanci Fininvest 884 miliardi e 500 milioni. Cifre parziali, sostiene KPMG, perché "i conti cui è stato appoggiato per sette anni il comparto migrano verso le Bahamas. A Nassau, in Norfolk House, a Frederick Street, ha sede la Finter Bank & Trust. Qui, su nuovi conti sarebbe affluita la ricchezza del fu comparto B".
A meno che Silvio Berlusconi non l'abbia fatta rientrare in Italia protetta dallo "scudo" costruito dai suoi governi, si può ragionevolmente dire che ancora oggi egli custodisce in paradisi fiscali una parte del suo patrimonio. Può Berlusconi muovere l'arsenale politico, economico, mediatico che ha sottomano per liquidare un presidente della Camera dissidente chiedendogli conto di un indimostrato bruscolo (una fiducia mal riposta) che quello, Fini, ha negli occhi e restare al suo posto nonostante le prove dell'affarismo societario che fanno di lui, Berlusconi, un primatista indiscusso? Quale "regime personale" può giustificare questa difformità? Quale assuefazione dello storto sul diritto? Nessuna ragione potrebbe spiegarla, se non un abuso di potere o un potere che si fa violenza o la colpevole rassegnazione a un peggio che non trova mai un limite. A ben vedere, anche il conflitto con Gianfranco Fini chiama il presidente del Consiglio a un passo memorabile, alla necessaria decisione di rivelare di quale trama è fatta la sua etica pubblica, di dimostrarsi finalmente all'altezza della sua responsabilità e della sua ambizione. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo. Berlusconi rinunci alla tentazione di stringere intorno al collo del Paese la corda dei suoi affanni. Non sprofondi il Parlamento in una nuova stagione di leggi ad personam (immunità costituzionale, legittimo impedimento, processo breve, limiti agli ascolti telefonici). Difenda il suo onore, come ha fatto Gianfranco Fini. Pretenda di dimostrare nei processi che lo attendono a Milano la trasparenza della sua fortuna. Eserciti nell'aula di un tribunale e non nel Palazzo del Potere i diritti della difesa. Rivendichi con dignità di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami - egli - l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte i suoi affanni e ossessioni per lasciare libera la politica - il governo, il Parlamento - di affrontare le difficoltà del Paese. Si deve tornare a chiederglielo. Presidente, domani, con solennità vuole dire e finalmente dimostrare che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?

repubblica.it

Italia, rischio manovra da 130 miliardi

La Ue studia un piano per rimettere in ordine i conti dei paesi con i più alti debiti pubblici. Sanzioni durissime per chi viola i parametri. Per il nostro Paese è prevista una riduzione dell'8% in 3 anni


di Matteo Cavallito

Ristrutturazione dei conti e severe sanzioni pronte ad abbattersi implacabilmente sui trasgressori. I dettagli delle proposte sul nuovo Patto di Stabilità europeo saranno resi noti soltanto mercoledì ma per le nazioni più indebitate del Continente, Italia in primis, l’allarme è già scattato, ed è un allarme che sembra presagire lacrime e sangue e in Finanziaria.

In attesa di presentare in via ufficiale il proprio progetto il commissario Ue Barroso e il numero uno agli affari monetari dell’Unione Holli Rehn avrebbero già incassato un sostegno importantissimo: quello della Germania. A rivelarlo il Financial Times, citando una lettera inviata dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ai 26 colleghi europei. Una missiva, quella di Berlino, che conterrebbe proposte serissime pensate con un solo obiettivo: sistemare i conti dell’Unione prima che sia troppo tardi.

Al centro della questione, ovviamente, c’è la drastica dieta dimagrante da imporre al disavanzo pubblico. I Paesi caratterizzati da un rapporto debito/Pil superiore al 60% dovranno infatti tagliare l’eccesso del proprio debito di almeno un ventesimo all’anno se vorranno evitare di incorrere nelle sanzioni di Bruxelles. Per una Paese come la Francia, che secondo le previsioni dovrebbe chiudere il 2010 con debito pari all’83% del prodotto nazionale si tratterebbe di tagliare 4 punti percentuali all’anno per i prossimi tre anni. Per l’Italia, che con il suo 116% detiene il peggior quoziente d’Europa, sarebbe necessario tagliarne ben otto. Per un totale di circa 130 miliardi. Proprio Italia e Francia, manco a dirlo, rappresentano oggi i leader indiscussi della linea “morbida” di chi si oppone al piano tedesco e, in particolare, al principio delle sanzioni automatiche pronte a scattare senza appello di fronte al mancato raggiungimento degli obiettivi.

Il progetto tedesco, sostenuto anche da Olanda e Gran Bretagna, sembra rimarcare in modo inequivocabile ciò che per molti analisti è già una verità consolidata: in Europa non c’è più tempo da perdere. La crisi greca, i guai di Spagna, Irlanda e Portogallo, e il generale deterioramento dei conti pubblici prodotto dagli interventi di soccorso al sistema finanziario rischiano di scavare una voragine incolmabile nei bilanci degli Stati membri. Alla fine del 2009, il Fondo Monetario Internazionale aveva lanciato l’allarme sull’evoluzione del rapporto debito/Pil nelle economie più avanzate. Secondo le previsioni del Fmi, il valore del quoziente tedesco dovrebbe passare dal 78,7 all’89,3% entro il 2013, quello inglese dal 68,7 al 98,3, quello francese dall’83 al 96,3. Lo stato dei conti italiani, infine, sarebbe pronto ad andare fuori controllo facendo segnare ancora una volta un poco invidiabile primato: 128,5%. In assenza di drastiche manovre, insomma, la situazione sarebbe destinata ad esplodere.

Le sanzioni

In questo quadro, sembrano molto rigide anche le ‘punizioni’ per chi trasgredirà i limiti. Multe milionarie per chi non riuscirà a ridurre sufficientemente il proprio debito, tagli ai fondi per lo sviluppo e ai sussidi agricoli, sospensione del diritto di voto nel Consiglio dei ministri dell’Unione per quegli Stati membri incapaci di adeguarsi alle direttive. Le ipotesi lanciate da Schäuble identificano una linea strategica ancor più radicale del previsto. Già da qualche giorno, infatti, si era parlato apertamente di requisiti contabili più stringenti rispetto al passato ma le proposte tedesche sulle sanzioni rischiano ora di cogliere di sorpresa anche coloro che ultimamente si erano preparati al peggio.

In attesa di sapere se la linea tedesca saprà prevalere, il contenuto generale del piano Barroso-Rehn ha già inflitto una chiara sconfitta alle velleità espresse nel recente passato dal governo italiano. In estate, Giulio Tremonti aveva espresso soddisfazione per la decisione dell’Ue di includere il debito netto dei privati nel suo indice di sostenibilità sovrana. Una scelta che penalizzava nazioni come la Gran Bretagna caratterizzate da più elevati livelli di indebitamento presso famiglie, banche e imprese. Il nuovo Patto di Stabilità, al contrario, rilancia prepotentemente il peso del rapporto tra debito pubblico e prodotto nazionale. Un vero e proprio tallone d’Achille per l’Italia che, nella classifica mondiale per valore del quoziente, è superata da appena cinque Paesi.

ilFattoquotidiano.it

lunedì 27 settembre 2010

Le domande che non avrei voluto fare

di Salvatore Borsellino

Ero rimasto a disagio, e non è la prima volta che mi succede, nel leggere le dichiarazioni di Giuseppe Ayala riguardanti le scorte dei magistrati e in particolare dei magistrati di Palermo. Mi era sembrata una dichiarazione inopportuna, stonata e stranamente sincrona con una analoga dichiarazione dell’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo che aveva addirittura lamentato un preteso spreco di risorse pubbliche per “quanto si spende per le cene dei magistrati con scorta”. Delle affermazioni del monsignore non vale nemmeno la pena di parlare, basterà ricordargli i 2,5 milioni di euro che verranno dilapidati per la visita del Papa a Palermo – una città con enormi problemi di ogni tipo – in opere delle quali alla città non rimarrà nulla, o chiedergli perché invece di lamentarsi dei fondi per pretese cene dei magistrati con scorta, che non mi risultano avvenire abitualmente o essere a carico dello Stato, non abbia parlato invece dei costi della politica istituzionale non per scorte ma piuttosto per escort e al costo dei voli di Stato adoperati per trasferire in ville in Sardegna nani, ballerine e menestrelli di ogni tipo.

Ad Ayala che afferma, tra l’altro che “Cosa nostra è cambiata, da oltre 18 anni non uccide più” e che auspica per questo “una responsabile, se pur graduale rivisitazione delle scorte in circolazione” avrei voluto ricordare i progetti di attentati, per fortuna scoperti in tempo grazie a quelle intercettazioni che si vorrebbero abolire, nei confronti di magistrati come Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Sergio Lari, Giovanbattista Tona e gli attentati, progettati o anche realizzati seppure finora per fortuna senza esiti mortali, nei confronti di magistrati calabresi.

Ma piuttosto che a disagio sono rimasto ora indignato nel leggere la replica di Ayala alle sacrosante reazioni dell’Anm e in particolare del presidente della giunta di Palermo, Nino Di Matteo che dice, e le sue parole mi sento di sottoscrivere pienamente, “L’intervento di Ayala mi lascia veramente perplesso. Evidentemente il collega, anche per la sua lunga militanza politica è da troppi anni ben lontano dalla trincea e dall’attualità delle inchieste e dei processi di mafia. Proprio questa attualità dovrebbe semmai indurre gli organismi preposti ad una rinnovata attenzione”. Nella sua risposta Ayala, che ha perso ancora una volta un’ottima occasione per tacere, replica, quasi ironizzando, definendo Nino Di Matteo “un collega che ha cominciato a muovere i primi passi da magistrato soltanto nel 1993”, quasi che questo costituisse una colpa e senza accorgersi di quanto le sue parole siano tristemente simili a quelle di Francesco Cossiga quando credeva di bollare con l’epiteto di “giudice ragazzino” quel Rosario Livatino la cui grandezza è semmai accresciuta proprio da quella definizione che il Presidente Emerito aveva usato in maniera spregiativa. Poi Ayala non si esime, come è suo costume, di pavoneggiarsi citando i suoi “dieci anni nel pool antimafia e i diciannove anni di vita blindata”. Peccato che del pool antimafia Ayala non abbia mai fatto parte essendo il pool diretto dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto e formato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, tutti magistrati facenti parte dell’Ufficio Istruzione presso il Tribunale di Palermo. Non ne poteva far parte Giuseppe Ayala che esercitava il suo ruolo di Magistrato presso la Procura di Palermo e che ricoprì il ruolo di Pubblico Ministero al primo maxiprocesso insieme a Domenico Signorino, morto suicida dopo le accuse da parte di Gaspare Mutolo di essersi venduto alla mafia a causa degli ingenti debiti di gioco. Ma Ayala ha sempre giocato sull’equivoco proclamando in ogni occasione la sua appartenenza al pool antimafia e non se ne capisce la ragione , se non quella di volere concentrare l’attenzione su di sé, quando invece dovrebbe essergli sufficiente , senza alterare la verità, citare il fatto di avere, in qualità di pm, sostenuto al processo il procedimento istruito proprio dal pool di Falcone e Borsellino.

Strana coincidenza, questa dei debiti, che accomuna i due pm del maxiprocesso, ma che a uno, Domenico Signorino, costarono il volontario addio alla vita spinto dal tormento del rimorso per aver ceduto ai ricatti della mafia, all’altro, Giuseppe Ayala, soltanto un provvedimento disciplinare da parte del Csm e il volontario trasferimento al tribunale di Caltanissetta nelle more di un inspiegabile ritardo nell’attuazione del provvedimento di spostamento dal tribunale di Palermo per incompatibilità ambientale.

Non conoscevo di persona Ayala prima della morte di Paolo, né avevo sentito parlare proprio per il suo ruolo di pm al maxiprocesso e dopo la strage di Capaci mi aveva colpito, e non favorevolmente, il suo continuo accreditarsi come l’amico più intimo di Giovanni Falcone, per cui una volta mi capitò di parlarne con Paolo in una delle poche telefonate che avemmo in quei tragici 57 giorni che intercorsero tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio. Mi ricordo che mi disse, in quel dialetto in cui abbiamo sempre amato esprimerci tra di noi, e mi sorprese il tono, quasi di fastidio, che usò allora “chistu l’avi a chiantari, pari ca fussi sulu iddu amicu di Giovanni” (“questo la deve piantare, sembra che fosse solo lui amico di Giovanni”). In seguito ho incontrato Ayala poche volte, in occasione di incontri ai quali eravamo stati invitati entrambi come relatori e ogni volta ho ascoltato quasi con avidità i suoi racconti, è dotato di spiccate dosi di affabulatore, di episodi e di aneddoti della vita di Paolo, cosa che faccio ogni volta che incontro una persona che ha avuto l’occasione di condividere con Paolo una parte di quei 23 anni di vita in cui io, che sono andato via da Palermo a 27 anni, gli sono stato, per la maggior parte del tempo, lontano.

Più volte mi è invece capitato, a fronte di episodi nei quali è stato coinvolto Giuseppe Ayala, di sentire la necessità di porgli delle domande, delle domande su pesanti dubbi che mi erano nati a fronte di certi episodi che lo hanno coinvolto dopo la morte di Paolo, ma mi sono sempre trattenuto pensando ai rapporti di amicizia che lo legavano a Paolo di cui mi ha sempre parlato nei suoi racconti. Ma adesso a sentirlo vantarsi, nella sua replica a Nino Di Matteo, del suo “self control”, a sentirlo irridere chi, parlando della situazione attuale in Sicilia parla di “trincea”, scrivendo testualmente: “Accantono ogni pudore. Non credo proprio che riuscirò mai a dimenticare le vittime della barbarie mafiosa di quell’orrendo periodo. Le vedove e gli orfani ai quali ho donato una carezza consolatoria. I miei dieci anni nel pool antimafia e i diciannove di vita blindata. E non aggiungo altro. Altrimenti qualcuno mi accuserà di volere infierire”, dato che il pudore lo ha veramente accantonato, sono io ad abbandonare ogni remora e a fargli finalmente quelle domande che da tanto tempo rimugino nella mente . Perché, se si ha avuto la sorte di partecipare a quei funerali soltanto da spettatore e non da vittima, si deve avere il pudore di non ascrivere a proprio merito le “carezze consolatorie” che si è riusciti a “dispensare” e non si può rinfacciare i propri “diciannove anni di vita blindata” conclusi peraltro con l’abbandono, per di più temporaneo, della magistratura ed il passaggio ad una più agiata vita da parlamentare, a chi invece la vita blindata la conduce ancora oggi.

E allora eccole, rivolte ad Ayala e in attesa di una risposta, le domande che non avrei voluto fare.

La prima domanda riguarda l’Agenda Rossa di Paolo e la sparizione di questa dalla borsa che sicuramente la conteneva dato che la moglie di Paolo, Agnese, gliela aveva vista riporre prima di partire per il suo appuntamento con la morte. Delle circostanze relative al rinvenimento e al prelievo di questa borsa Ayala, che è testimone diretto visto che fu uno dei primi ad arrivare sulla scena della strage, ha dato, in successione e in tempi diversi almeno quattro versioni differenti.

La prima è dell’ 8 aprile 1998 e fu resa quindi da Giuseppe Ayala, che il 19 luglio 1992 era deputato della Repubblica, sette anni prima del coinvolgimento del Capitano Giovanni Arcangioli.

Tornai indietro verso la blindata della procura anche perché nel frattempo un carabiniere in divisa, quasi certamente un ufficiale, se mal non ricordo aveva aperto lo sportello posteriore sinistro dell’auto. Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiature e tuttavia integra, l’ufficiale tirò fuori la borsa e fece il gesto di consegnarmela. Gli feci presente che non avevo alcuna veste per riceverla e lo invitai pertanto a trattenerla per poi consegnarla ai magistrati della procura di Palermo”.

In questa prima versione è dunque un ufficiale in divisa ad aprire la portiera, ad estrarre la borsa e a fare il gesto di consegnarla ad Ayala, ma lui rifiuta di prenderla in mano.

Il 2 luglio 1998, al processo Borsellino Ter, Ayala dichiara di essere residente all’hotel Marbella, a non più di 200 metri in linea d’aria da Via D’Amelio. Sente il boato nel silenzio della domenica pomeriggio. Si affaccia, ma non vede nulla perché davanti c’era un palazzo. Per curiosità scende giù, si reca in via D’Amelio e vede “una scena da Beirut”. Dal momento dell’esplosione “saranno passati dieci minuti, un quarto d’ora massimo”. Dice di non sapere che lì ci abitava la madre di Paolo Borsellino. Camminando comincia a vedere pezzi di cadavere. Vede due macchine blindate, una con un’antenna lunga, di quelle che hanno solo le macchine della procura di Palermo. Pensa subito a Paolo Borsellino. “Ho cercato di guardare dentro la macchina, ma c’era molto fumo nero”. Ayala afferma che proprio in quel momento stavano arrivando i pompieri. Osserva il cratere e poi torna indietro. “Sono tornato verso la macchina, era arrivato qualcuno… parlo di forze di polizia. Ora, il mio ricordo è che a un certo punto questa persona, che probabilmente io ricordo in divisa, però non giurerei che fosse un ufficiale dei carabinieri, (….) ciò che è sicuro è che questa persona aprì lo sportello posteriore sinistro della macchina di Paolo. Guardammo dentro e c’era nel sedile posteriore la borsa con le carte di Paolo, bruciacchiata, un po’ fumante anche… però si capiva sostanzialmente… lui la prese e me la consegnò (….) Io dissi: – Guardi, non ho titolo per… La tenga lei. –“.

In questa versione, leggermente ritoccata rispetto alla prima, non c’è più la sicurezza di un ufficiale in divisa che apre la portiera, ma permane la certezza che sia stata questa persona ad aprire la portiera e a raccogliere la borsa. Ayala, in ogni caso, nega assolutamente di avere preso in mano ed aperto la borsa. “Io poi mi sono girato, sono andato di nuovo verso questo giardinetto, e poi ho trovato il cadavere di Paolo (…). Io ci ho inciampato nel cadavere di Paolo, perché non era una cadavere… era senza braccia e senza gambe”.

Le corrispondenti dichiarazioni rilasciate il 5 maggio 2005 dal Capitano Arcangioli, l’ufficiale cui fa riferimento Ayala, sono completamente differenti. Ayala parla di un ufficiale in divisa mentre Arcangioli dice che è in borghese, Ayala dice di avere esaminato la macchina con l’ufficiale mentre Arcangioli dice che Ayala era rimasto in un posto diverso. Ayala dice che la borsa era bruciacchiata mentre Arcangioli dice di no. Ayala dice di avere rifiutato la borsa e di non averla mai aperta ed esaminata mentre Arcangioli dice che addirittura la aprirono e la esaminarono insieme. E’ chiaro che almeno uno dei due mente, se non entrambi.

Il 12 settembre 2005 Ayala cambia completamente versione.

Afferma di essere arrivato sul luogo subito dopo l’esplosione, di avere identificato il cadavere di Paolo Borsellino e di avere notato l’auto del magistrato con la portiera posteriore sinistra aperta. “Scorsi sul sedile posteriore una borsa di pelle bruciacchiata. Istintivamente la presi, ma mi resi subito conto che non avevo alcun titolo per fare ciò, per cui ricordo di averla affidata immediatamente ad un ufficiale dei carabinieri che era a pochi passi. Nell’affidargli la borsa gli spiegai che probabilmente era la borsa appartenente al dottore Borsellino”. Quando gli viene mostrata la foto di Arcangioli, Ayala dichiara: “Non ricordo di avere mai conosciuto, né all’epoca successivamente il capitano Arcangioli. Non posso escludere ma neanche affermare con certezza che detto ufficiale sia la persona alla quale io affidai la borsa. Per quanto possa sforzarmi di ricordare mi sembra che la persona alla quale affidai la borsa fosse meno giovane, ma può darsi che il mio ricordo mi inganni. Insisto comunque nel dire che l’ufficiale ricevette la borsa e poi andai via. Escludo comunque in modo perentorio che all’inverso sia stato l’ufficiale di cui si parla a consegnare a me la borsa”.

Cambia tutto dunque. Non è più l’ufficiale in divisa ad estrarre la borsa dalla macchina, ma Ayala in persona, che aveva precedentemente escluso di avere mai preso in mano la borsa.

E’ lui a questo punto a consegnarla all’ufficiale e questa volta esclude “in modo perentorio” che sia avvenuto l’inverso.

L’8 febbraio 2006 Ayala modifica di nuovo la propria versione dei fatti: “Ebbi modo di vedere una persona in abiti borghesi (…) è certo che non fosse in divisa, la quale prelevava dall’autovettura attraverso lo sportello posteriore sinistro una borsa. Io mi trovavo a pochissima distanza dallo sportello e la persona in divisa si volse verso di me e mi consegnò la borsa (…). Dato che accanto alla macchina vi era anche un ufficiale in divisa quasi istintivamente la consegnai al predetto ufficiale.”

Cambia tutto di nuovo. Questa volta Ayala si dice certo che la persona non fosse in divisa, ma in borghese. Non fu lui quindi ad estrarla, ma la prese in mano e la consegnò poi ad un altro ufficiale, in divisa. Questa dichiarazione di Ayala è talmente confusa che lui stesso chiaramente sbaglia quando dice “la persona in divisa si volse verso di me”, visto che due secondi prima si era detto certo che non fosse in divisa. La ritrattazione di Ayala non potrebbe essere più traballante e incoerente di così.

La domanda che a questo punto mi preme fare a Giuseppe Ayala è la seguente: ma come è possibile che un magistrato della sua esperienza, abituato a vagliare le deposizioni dei testimoni e degli imputati, possa dare versioni così contrastanti e contraddittorie di una circostanza di cui lui stesso è non testimone ma attore diretto, come è possibile che si sia prestato ad alterare la scena del delitto prelevando la borsa e poi consegnandola ad una persona della quale non ricorda neppure chiaramente se fosse in divisa o in borghese, come è possibile che avendo avuto in mano un reperto così fondamentale come la borsa contenente l’agenda rossa di Paolo non lo abbia protetto per assicurarsi, se egli come dice “non aveva titolo” per prenderlo in consegna, che fosse almeno consegnato ad una persona di sua assoluta fiducia.

Giuseppe Ayala ha avuto in mano l’agenda di Paolo, la cui sottrazione è stata uno dei motivi di quella strage e non la ha saputa proteggere come avrebbe potuto e dovuto?

O c’è qualche altra, agghiacciante, risposta ?

Ma c’è un altro episodio, sempre relativo a Paolo Borsellino che mi ha fatto nascere forti perplessità su Giuseppe Ayala e riguarda l’incontro del 1° luglio 1992 tra lo stesso Paolo e Nicola Mancino nel suo studio del Viminale dove Mancino si era appena insediato come ministro dell’Interno. Io ho sempre sostenuto che quest’incontro non solo ci fu ma che nel corso di esso Mancino parlò a Paolo di quella scellerata “trattativa” che era stata avviata tra la criminalità organizzata e pezzi dello Stato, e di cui Mancino, come da recenti rivelazioni di alcuni collaboratori di Giustizia, costituiva il “terminale istituzionale”. Sostengo anche da tempo che deve essere stata la reazione violenta e senza appello di Paolo a quella proposta che deve avere affrettato la necessità della sua eliminazione e l’attuazione della strage del 19 luglio 1992. Di quell’incontro resta la testimonianza diretta di Paolo che nella sua agendina grigia che, diversamente dalla sua agenda rossa non è stata sottratta subito dopo la strage, annota “1° luglio – Ore 19:30 – Mancino”. Mancino ha però sempre negato l’incontro, sostenendo addirittura, e qui la sua affermazione risulta assolutamente inverosimile, che anche se avesse incontrato Paolo non potrebbe ricordarlo perché “non lo conosceva fisicamente”. E a fronte dell’esibizione da parte mia dell’agenda di Paolo che prova il contrario di quello che egli afferma, ha esibito in televisione una sua agenda ‘planning’, cioè quelle agende che riportano sulla stessa pagina i giorni di tutta una settimana nella quale, per quel giorno, non risulta alcun appuntamento. Ora a parte il fatto che ciò non prova nulla perché l’appuntamento potrebbe non averlo annotato, è la stessa agenda ad essere inverosimile perché in tutta la settimana sono annotate soltanto tre righe e non è pensabile che tutta l’attività settimanale di un ministro della Repubblica, appena nominato, riesca a riempire solo tre righe di un planning.

Su questa storia dell’incontro e dell’agenda Giuseppe Ayala ha dato a Mancino un maldestro assist cadendo anche in questo caso in evidenti contraddizioni come nel caso dell’agenda rossa.

Il 24 luglio del 2009, durante un’intervista ad Affari Italiani, Ayala dichiara: “lo stesso Nicola Mancino mi ha detto che il 1° luglio incontrò Paolo Borsellino. Le dirò di più, Mancino mi ha fatto vedere la sua agenda con l’annotazione dell’incontro”.

Ma poche ore dopo, questa vota sul settimanale Sette ribalta completamente la precedente dichiarazione e afferma: “Si è trattato di un lapsus. In realtà volevo dire che non ci fu nessun incontro. Anzi Mancino tirò fuori la sua agenda per farmi vedere che non c’era nessuna annotazione”.

Ci risiamo, per la seconda volta, e sempre in relazione a Paolo Borsellino, Ayala si contraddice in maniera evidente e fa dichiarazioni che, da magistrato, avrebbe pesantemente contestato a qualsiasi testimone, imputato o collaboratore di Giustizia. E non si tratta di una contraddizione da poco perché riguarda un incontro che, come io ritengo, è stato la causa o almeno ha affrettato la fine di Paolo Borsellino.

Può chiarire Ayala questa contraddizione e questa circostanza? Perché si è prestato a sostenere questa versione e su sollecitazione di chi ha poi ritrattato? Finora non lo ha fatto perché della sua prima dichiarazione esiste la registrazione audio e quindi non può in alcuna maniera affermare di essere stato frainteso.

Un’ultima cosa. Ayala continua a ricordare in ogni suo intervento la sua amicizia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e senza dubbio in un certo periodo della sua vita questa amicizia c’è stata, ma proprio per questo dovrebbe evitare di mercificarla e sono rimasto veramente allibito quando, qualche giorno fa, ho letto testualmente di un “recital-spettacolo“ dal titolo “Chi ha paura muore ogni giorno” nel quale il “consigliere preso la Corte D’Appello dell’Aquila, debutta a teatro” E, in coda è riportato : “Prezzi: Poltronissima 40,00; Poltrona I settore 35,00; Poltrona II settore 25,00; Tribuna 15,00. Siamo alla svendita dell’amicizia e dei ricordi.

Anche se poi oggi forse non è più tanto conveniente vantarsi di essere stato amico di Paolo, come in tanti, troppi, dopo la sua morte hanno preso l’abitudine di fare, se, come hanno testimoniato due magistrati che lavoravano con Paolo a Marsala, Alessandra Camassa e Massimo Russo, a pochi giorni dalla strage del 19 luglio, essendo andati a trovare Paolo nel suo ufficio alla Procura di Palermo, lo trovarono sconvolto e in pianto mentre, con la testa tra le mani, ripeteva “Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito”. E nell’ agenda rossa sparita Paolo Borsellino avrà sicuramente annotato anche il nome di quel traditore.

ilFattoquotidiano.it

giovedì 23 settembre 2010

Il Governo della Vergogna


di Dario Campolo

La Germania ha fatto delle leggi e ha messo dei contributi non indifferenti per dare una accelerata alla ripresa, dal settore dell'auto al settore agricolo cercando di tamponare l'emergenza; i risultati si vedono.
La Francia dal canto suo si sta adoperando a più non posso e Sarkozy si impegna fortemente tramite i propri ministri, anche se i risultati sono minori rispetto alla Germania non possiamo che fare i complimenti anche al Premier Francese.
Obama non ha bisogno di pubblicità perché chi segue regolarmente il Presidente degli Stati Uniti saprà perfettamente i contributi economici e non solo che sta mettendo sul piatto per il bene del paese e quindi non dico altro.
Spagna, Inghilterra, Svezia e altri ancora stanno cominciando a vedere la luce e NOI?

Noi siamo impegnati a capire se la casa in cui abita Tulliani il cognato di Fini a Montecarlo è di sua proprietà o no.
Noi siamo impegnati a capire se possiamo permettere ai giudici che ne hanno chiesto prima l'arresto e poi l'utilizzo delle intercettazioni telefoniche a carico di Cosentino perché penalmente rilevanti OVVIAMENTE NEGANDO ARRESTO E INTERCETTAZIONI (grazie a BOSSI e Berlusconi).
Noi siamo impegnati nuovamente a tempo pieno e velocemente a garantire un scudo giudiziario per il nostro amato premier (RE) Silvio Berlusconi.
Noi siamo impegnati a fare leggi che permettano al nostro amato premier (RE) di pagare una probabile multa da 8,6 milioni (il 5% della sanzione senza interessi) invece dei 350 milioni.
Noi siamo impegnati a reperire parlamentari di ogni colore per garantire vita ad un governo ballerino senza il supporto dei Finiani.
Noi siamo impegnati a dividere i sindacati garantendo a imprenditori e manager mani libere.
Noi siamo impegnati a creare leggi ad HOC per creare più scompiglio possibile ai giudici.
......

E Bossi e Berlusconi?
Il primo pensa a mettere marchi leghisti nelle scuole per personalizzare il più possibile il territorio, alle banche perché come lui stesso ha detto tempo fa vuole piazzare i suoi uomini; il secondo invece non ha bisogno di commenti perché basta guardarlo in faccia.

Intanto il paese è nella merda, disoccupazione record, aziende in crisi, furti in aumento, suicidi per lavoro......e così via.

Termini Imerese a fine anno chiuderà su disposizone di Marchionne, il ministro per le attività produttive alias Scaiola stava gestendo le trattative per rimpiazzare la Fiat, a parte il fatto che dopo 142 giorni non abbiamo ancora un ministro e visto il momento attuale di crisi economica non è il massimo, ma vedrete che arriveremo a fine anno e nessuno si sarà occupato del problema ma la colpa sarà dei soliti comunisti.

Buona giornata.

mercoledì 22 settembre 2010

Lo scalpo di Profumo

L'addio di Profumo è una semplice questione di soldi. L'amministratore di una banca rimane in sella per due motivi, o può essere funzionale al sistema come Passera di IntesaSanPaolo (remember Alitalia?), e in qualche caso E' addirittura lui il Sistema, come Geronzi, o produce profitti, distribuisce dividendi, arricchisce gli azionisti. Profumo appartiene a questa ultima categoria di banchieri.
Unicredit da tempo non è una fonte di reddito per i suoi azionisti, lo scorso anno i dividendi sono stati distribuiti sotto forma di azioni. Le azioni hanno però diminuito costantemente il loro valore. Un'azione nel 2009 valeva 2,64 euro dai valori massimi pre crisi di 6,50, e ieri solo 1,94 euro, oggi sarà peggio, ci sarà una pioggia di vendite. L'utile 2009 è sceso a 1,7 miliardi, un risultato più che accettabile con l'attuale congiuntura, ma molto al di sotto degli oltre 6 miliardi del 2007. Gli azionisti hanno finanziato nell'ultimo biennio la banca con aumenti di capitale miliardari senza ricevere in cambio nulla. I loro soldi evidentemente non sono stati sufficienti se è stato necessario imbarcare il cavaliere bruno Gheddafi che è ora, salvo sorprese, l'azionista di riferimento del primo istituto italiano di credito con il 7,5%.
Profumo ha sempre pagato la sua parziale indipendenza dando agli azionisti la loro libbra di carne, ma Unicredit non è la sua banca, non è di sua proprietà, lui è un impiegato, il primo e il più importante, ma di fatto un impiegato. Dietro la sua cacciata dopo 15 anni, salvo ultimi ripensamenti del Sistema, ci sono anche tutti coloro che sono stati tenuti fuori dalla porta da Profumo, dalla Lega di Boss(ol)i, quella del fallimento di Credieuronord, che vuole le banche, alle Fondazioni comandate dai partiti e dai loro tirapiedi, a Geronzi, l'ultrasettantenne presidente delle Generali, che allo scalpo di Arpe aggiunge quello di Profumo, alle lobby legate alla Banca di Roma e al Banco di Sicilia inglobate in Unicredit. La lista dei nemici di Profumo è lunga come lo Stivale, il suo scudo fino a oggi sono stati i risultati e la protezione di Allianz, azionista tedesco che ne promosse 15 anni fa la candidatura.
Profumo è un banchiere, non un santo, ma era uno dei pochi stimati in Europa, come Matteo Arpe espulso a suo tempo dal Sistema. Dietro di loro è rimasto il nulla, i partiti. Le banche da oggi sono ancor più Cosa Loro.

beppegrillo.it

Mi vergogno

di Dario Campolo

Ohhhh, sono veramente soddisfatto di questa votazione, la Camera ha vietato l'uso delle intercettazioni per Cosentino, sono altamente soddisfatto,
e sapete perché?
Semplice, perché si conferma che la mia teoria è vera, siamo in mano a dei fantocci!!!

Scrutinio segreto, si vergognano pure di fare vedere a chi votano, uomini senza palle, VERGOGNA!!!

Non va bene, Cosentino dovrebbe già essere in carcere e noi siamo qui a discutere se il magistrato può usare le intercettazioni.

Mi vergogno di essere ITALIANO.


E LA LEGA HA VOTATO CON BERLUSCONI, NEGANDO L'USO DELLE INTERCETTAZIONI, BRAVO BOSSI E BRAVA LEGA, SIETE RIDICOLI QUANDO PARLATE DI LEGALITÀ'.

A questo punto mi chiedo per chi e per cosa bisogna rispettare la legge, o siamo tutti uguali o qui si sta cominciando a rompere la corda. Prima tutti a difendere Berlusconi, tutti giudici di sinistra, c'è una congiura contro di lui. Poi tutti contro Verdini, c'è una congiura contro di lui. Adesso tutti contro Cosentino, c'è una congiura contro di lui. Epperò, Bisogna mettersi in testa che se io vengo chiamato dal fisco per il controllo del mio 730 di 3 anni per degli scontrini della farmacia debba rispondere e subito, e invece questi signori ben pagati de ne sbattono altamente.
NON VA BENE.

Qui bisogna cambiare registro, o la legge è uguale per TUTTI (Italiani e NON. CAPITO BOSS!!!!!!!!!) oppure
via alle danze, chi è più bravo vive, e allora cari VERDINI, BERLUSCONI, COSENTINO etcc....preparatevi perchè partecipo anche io al gioco.........

Buona giornata.

martedì 21 settembre 2010

Rosario Livatino il ''giudice ragazzino'' oggi avrebbe 58 anni

di Saverio Lodato

Se non fosse stato abbattuto dai sicari in una scarpata a colpi di pistola, braccato comela preda in scene di caccia grossa, oggi avrebbe 58 anni, e forse i capelli bianchi. Più o meno la stessa età che hanno oggi gli Ingroia, i Di Matteo, gli Scarpinato, i Lo Forte.
E che sarebbe diventato nel frattempo? Esattamente come loro, sarebbe diventato un “giudice rosso”, magari contrario all’abolizione delle intercettazioni telefoniche, ai “Lodi” in favore di uno solo, alle leggi ad personam; un Torquemada giustizialista, uno di quei tanti “tarati mentali” che hanno scelto la carriera in magistratura, per dirla con il pedagogico ammonimento del papà di Silvio Berlusconi, a prender per buone le parole che lo stesso premier attribuisce al suo genitore, tanto sui generis. Invece, più modestamente, a Rosario Livatino, magistrato in quel di Canicattì, provincia di Agrigento, dove bastava smuovere un masso per trovare verminai di Cosa Nostra, e di cui ricorre oggi il ventesimo anniversario del sacrificio, toccò sorte diversa. Non morì da “giudice rosso”, bensì, più semplicemente, da “giudice ragazzino”, secondo la trombonesca, e malevola, definizione cui ricorse l’emerito capo dello Stato, Francesco Cossiga, a giustificazione di quanto era accaduto; esecuzione spaventosa (né la prima, né l’ultima in terra di Sicilia) che aveva sconvolto l’Italia. Ma che intendeva dire Cossiga? Intendeva che se lo Stato manda in trincea i “ragazzini” (il “ragazzino”, però, di anni ne aveva 38) deve mettere in conto che i mafiosi li spazzeranno via a cannonate. In altre parole, la propensione militarista di Cossiga lo portava a ritenere che, sotto sotto , anche Livatino se la fosse cercata, in quanto è dovere della vittima predestinata essere all’altezza del suo tragico destino e Livatino, in quanto troppo giovane, non lo era. Il tempo cancella vittime e ricordi. Oggi sarà ricordato Rosario Livatino. Qualche settimana fa, è stato ricordato Francesco Cossiga, ma il nome di Livatino, quel giorno, non lo ha fatto nessuno. E il suo nome andava fatto invece, eccome se andava fatto.

l'unità.it

Cavaliere, ci dica se la legge è uguale per tutti


di Giuseppe D'Avanzo

DUNQUE, martedì prossimo Silvio Berlusconi è atteso in Parlamento per un discorso che i suoi desiderano sia addirittura memorabile. Che cosa si intende per "memorabile"? Quando e come le parole di un uomo di Stato diventano storiche? Vediamo.

Si sa che il premier, nel suo intervento, illustrerà i cinque punti programmatici (giustizia, Mezzogiorno, fisco, federalismo e sicurezza) per rilanciare la corsa di un governo a corto di fiato. Berlusconi chiederà ai suoi alleati ostili (Fini) o delusi (Lega) di sottoscrivere intorno alle cinque questioni un "patto" per concludere la legislatura con un decoroso rispetto delle urgenze del Paese e degli impegni elettorali.
L'iniziativa può avere due esiti. Il primo, miserello. Berlusconi si accontenta di una risicata maggioranza che certifichi la sopravvivenza del suo governo e - insieme - la morte di ogni autarchia della sua leadership, costretta in una condizione di minorità politica a mendicare - di volta in volta - il consenso di Bossi, l'approvazione di Tremonti, la non belligeranza di Fini e il benestare finanche del governatore siciliano Raffaele Lombardo, di Storace, dei transfughi dell'Udc. Una pietosa baraonda senza futuro.

Il secondo approdo, imprevedibilissimo, è nello stile del signore di Arcore che, figlio viziato della politica della Prima Repubblica, si è inventato campione dell'antipolitica nella Seconda Repubblica (qualsiasi cosa questa formula significhi). Minorità? Autonomia limitata? Vaniloquio, cicaleccio di politici di professione - lo immaginiamo dire ai suoi - posso farne a meno di queste preoccupazioni ché sono capace di scrivere l'agenda dell'attenzione pubblica come voglio e quando voglio; ché la mia leadership non dipende dalle manovre romane - me ne fotto - ma dal rapporto diretto - che ho - con il popolo, con i suoi umori che sapientemente posso mescolare e maneggiare. Qualcuno pensa che non sia più in grado di farlo?

Le sabbie mobili
Si fa fatica a credere che Berlusconi, a un passo dal suo traguardo (la corsa al Quirinale), si accontenti di vivacchiare mediocremente fino a quando Fini sarà pronto con il suo nuovo partito o magari, per qualche seggiola in meno o finanziamento caduto, Lombardo o per dire un Cuffaro spengano le macchine che tengono in vita il governo. È più probabile che, come gli consigliano, Berlusconi provi la posa dello "statista" (è accaduto una sola volta il 25 aprile 2009 a Onna nel giorno del ricordo della Resistenza). È plausibile che egli tenti di tirarsi fuori dalle sabbie mobili che lo stanno inghiottendo con un'invenzione che "generi la politica dall'antipolitica, l'ordine dal caos".

Certo, può accadere anche questo, anche questa volta. Berlusconi ha dato in questi sedici anni prova di come possa governare il Barnum italiano con la frusta, con il sorriso, con una menzogna strepitosa, con la pura energia della sua teatralità, con lo sciagurato favore di un'opposizione inconcludente fino allo sconforto, ma il passaggio che il presidente del Consiglio affronterà tra una settimana appare finale perché questa volta - e in modo definitivo - pare in discussione lo stesso "contratto emotivo" che il popolo della destra ha sottoscritto identificandosi in lui, rappresentandosi in lui più che essere da lui rappresentato.

In questa curva dell'avventura berlusconiana, appare in gioco la "forza del sogno" che il Cavaliere ha indotto da tre lustri nel metabolismo sociale del Paese alimentando l'illusione, come è stato detto, di una potenza individuale e di gruppo, di una felicità e un benessere possibile, raggiungibile da chiunque, per chiunque a portata di mano se fossero stati gettati per aria - come egli prometteva - alcuni ostacoli: i "comunisti", i migranti, l'informazione, il sindacato, i magistrati, la Rai pubblica, la cultura "giustizialista", il fisco, la Costituzione... Bene, la maggioranza elettorale degli italiani ha creduto nell'Italia che aveva in mente ("Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme un nuovo miracolo italiano"). Gli hanno detto: fallo, facci felici. Gli hanno consegnato in tre occasioni (1994, 2001, 2008) le chiavi del Palazzo e che cosa gli hanno visto combinare? Pochissimo. Quasi nulla. Quasi niente.

L'uomo del fare
L'uomo del fare, oculatissimo a coltivare il suo particulare, si è dimostrato un incapace quando i beni sono collettivi e gli affari pubblici. Nessuna delle strettoie che, nello schema illusorio di Berlusconi, ci trattengono sulla soglia della prosperità è stato mai rimosso con le riforme promesse. Nessuno. Nonostante le magie manipolatorie, chiunque ha potuto rendersi conto - anche i mafiosi di lui dicono: Iddu pensa solu a iddu - che in questi anni Berlusconi ha avuto una sola bussola: la sua tutela personale, la protezione della sua roba e quindi, soprattutto, l'assoluta necessità di evitare i processi che lo coinvolgono. Una dopo l'altra, le legislature vengono e vanno, quale che sia la forza della maggioranza che lo sostiene, in estenuanti fatiche parlamentari che devono assicurargli l'impunità.

Una gigantesca macchina politico, giudiziaria, mediatica ferma nel tempo, che divora ogni cosa, ogni altro problema, argomento, intelligenza, dibattito, cancellando il presente e le priorità del Paese. Ce n'è una sola, nel mondo dell'Egoarca: il suo destino minacciato dall'opacità dei comportamenti che ne hanno fatto un tycoon. È dal passato che l'Egoarca si deve proteggere. È una coazione a ripetere che conferma le ragioni originarie della corsa politica di Berlusconi. Non ci sono state nascoste, in verità. Ce le ha spiegate per tempo Fedele Confalonieri quali fossero: "La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel "lodo Mondadori"" (Repubblica, 25 giugno 2000). Ancora più recentemente, Confalonieri ripete: "Le leggi ad personam? Le fa per proteggersi. Se non fai le leggi ad personam vai dentro" (La Stampa, 2 novembre 2009).
Siamo esattamente - oggi - nello stesso punto dove la storia è cominciata sedici anni fa. Ieri come oggi, il primo e solo punto dell'agenda politica del Cavaliere è combinarsi un'impunità tombale. Lo svela, nella demoralizzazione cinica dei più, un altro turiferario delle cerimonie di Arcore: "Adesso và a spiegare alla gente che buona parte del gigantesco casino in cui si trova la politica italiana dipende dalle decisioni della Corte costituzionale". (Bruno Vespa, Panorama, 16 settembre 2010).

Rapido riepilogo per chi avesse perduto qualche battuta. Il 14 dicembre la Consulta decide se la legge del legittimo impedimento può vivere o è costituzionalmente nata morta. Quella legge che protegge l'Egoarca dai giudici per diciotto mesi dovrebbe dargli respiro e consentire di imporre al Parlamento una nuova legge immunitaria questa volta costituzionale, dopo gli scarabocchi ("lodi") di Schifani e Alfano. Naturalmente, Berlusconi non si fida né dei giudici costituzionali né dei parlamentari ed è già al lavoro con i suoi azzeccagarbugli per scavare trincee e alzare muri che possano fermare la mano del giudice. Un nuovo intervento sulla prescrizione. Il divieto di utilizzare sentenze passate in giudicato. Una nuova legge sul legittimo impedimento che possa indurre la Corte a rinviare, il 14 dicembre, ogni pronunciamento. Una nuova legge costituzionale che egli conta di far approvare in doppia lettura entro l'aprile del 2011 prima di contarsi con un referendum confermativo (sempre che l'opposizione, complice o intontita, scandalosamente non l'approvi). Una "road map" - come la chiamano allegramente - che impegnerà da oggi e per un anno il Parlamento, il confronto tra i partiti, l'opinione pubblica e i media, l'intero discorso pubblico.

Da questo punto di vista, il "gigantesco casino in cui si trova la politica italiana" è meno ingarbugliato di come pretendono di raccontarcelo. Se non ci si lascia ingabbiare da ipocrisie anestetiche e tartufismi, la sola questione che ha l'interesse di Berlusconi - tra le cinque che egli proporrà tra una settimana al Parlamento, chiedendo un voto di fiducia - è la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia la di lui preziosissima roba. Nessuna sorpresa. Berlusconi è esattamente questo: è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici. È una rotta sempre più problematica in un'Italia infelice con un prodotto interno congelato, una ripresa lentissima, il debito pubblico in aumento, l'occupazione ancora in ribasso, le entrate dello Stato in flessione a petto di un'evasione fiscale che tocca tetti mai sfiorati in un deserto di politiche pubbliche a favore del lavoro, delle imprese, delle famiglie, del Mezzogiorno disgraziatissimo. È questa contraddizione - l'intera vita parlamentare assorbita dalle urgenze del Capo e non dai bisogni del Paese - che può decidere il collasso della "forza del sogno", la rescissione di quel "contratto emotivo" che ha reso vincente il Cavaliere di Arcore. Anche perché quel che Berlusconi teme soprattutto è il cosiddetto "processo Mills" che è un processo assai rivelatore.

Il mito e la realtà
Breve memento per gli smemorati. Con il coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere, l'avvocato inglese David Mills dà vita alle "64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest". Le gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio da Berlusconi "somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali" che lo ricompensano della testimonianza truccata. Questa storia non è più aperta soltanto al sospetto, come si dice. È un complesso di fatti coerente, dotato di senso che illumina chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi. Si comprende con quali pratiche fraudolente, sia nato l'impero del Biscione. All Iberian è stato lo strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo.

Anche qui bisogna rianimare, per l'ennesima volta, qualche ricordo. Lungo i sentieri del "group B very discreet della Fininvest" transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi destinati non si sa a chi mentre, in Parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. La sentenza della Cassazione (che cancella per prescrizione la condanna di Mills confermandone i trucchi della testimonianza e la corruzione) documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la mitologia dell'homo faber ha il suo fondamento nel malaffare, nell'illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica. Consapevole di quanto questo ritratto di se stesso sospeso nella narrazione di David Mills contraddica la scintillante immagine del tycoon sempre vincente per genio fino ad umiliarne l'ideologia (è il mio trionfo personale che mi assegna il diritto di governare, sono le mie ricchezze la garanzia dell'infallibilità della mia politica), Berlusconi ha dovuto scavare tra sé e il suo passato un solco che lo allontanasse dall'ombra di quell'avvocato inglese. Questa necessità gli è stata sempre chiara negli ultimi dieci anni. Cosciente che se fosse prevalso il Berlusconi scorto nella trama svelata da David Mills, la sua avventura politica sarebbe apparsa il patetico sogno di grandezza di un briccone, in definitiva di un pover'uomo melodrammatico che vuole soltanto farla franca, il Cavaliere ha mentito a gola piena scommettendo però, in pubblico, la sua testa. "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario" (Ansa, 23 novembre 1999). "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia" (Ansa, 20 giugno 2008).

Bugiardo, corruttore, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli". Sono panni che non può indossare. Per non indossarli è disposto anche a farsi imbozzolare in una minorità politica, anche a tenere fermo il Paese - per un altro intero e lungo anno - nella palude del suo interesse personale ingaggiando, in nome della solita falsa rivoluzione, un nuovo scontro con la democrazia parlamentare, gli organi di garanzia costituzionale, con gli stessi principi della Carta, legge delle leggi.

La legge è uguale per tutti?
È per tirarlo fuori da questo labirinto che i consiglieri più accorti spingono il premier a fare del suo intervento del 28 settembre un discorso memorabile, "da statista". Hanno ragione, se non preparano le consuete fumisterie da fiera peronista. Noi crediamo - e lo diciamo anche con la convinzione del nostro disincanto - che ci sia un solo modo concreto e credibile, per Berlusconi, di dimostrarsi all'altezza della ambizione e responsabilità pubblica. Difenda il suo onore, la sua storia, la verità dei suoi giuramenti. Accetti di dimostrare nel solo luogo appropriato - il processo - l'irreprensibilità delle sue condotte e della sua fortuna. Eserciti in quel luogo - l'aula di un tribunale - i diritti della difesa. Le procedure proteggono quei diritti e a Berlusconi, sostiene, gli argomenti per farlo non mancano. Lo faccia. Martedì prossimo in Parlamento il presidente del Consiglio rivendichi di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami - egli - l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato a Milano senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte le sue personali preoccupazioni per lasciare libera la politica - il governo, il Parlamento - di affrontare le inquietudini degli italiani e le difficoltà del Paese. L'Italia ha dato tanto a Berlusconi, è giunto il tempo che Berlusconi dia qualcosa all'Italia che non sia una legge ad personam. Presidente, vuole dire - e finalmente dimostrare - che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?

repubblica.it

“Siamo vicini alla verità sull’impero di B.”

Secondo De Magistris, dopo le rivelazioni della vedova e del figlio di don Vito Ciancimino, siamo a un punto di non ritorno e la magistratura deve arrivare a svelare se il premier ha costruito la sua fortuna anche grazie ai soldi della mafia Epifania Scardino, moglie di Don Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, racconta ai magistrati di essere stata presente alle cene tra suo marito, Berlusconi e alcuni imprenditori siciliani. Cene che – secondo la signora – si sarebbero svolte a Milano in alcuni ristoranti nei pressi del Duomo, a pochi passi da via Chiaravalle, dove aveva sede le società “Inim immobiliare” di Francesco Paolo Alamia (presunto referente di Ciancimino, già assessore al Comune di Palermo, esponente di spicco della corrente cianciminiana) e di Alberto Dell’Utri, fratello del senatore condannato, e la “Edilnord” di Berlusconi. Pronta la risposta dell’onorevole Pdl Niccolò Ghedini nella veste di avvocato del premier: “Berlusconi non ha mai conosciuto Don Vito Ciancimino”. Eppure nel 1975-76-77, anni in cui sarebbero avvenuti gli incontri, Vito Ciancimino era solo l’ex sindaco di Palermo ed un esponente di spicco della Dc siciliana, e i costruttori Franco Bonura e Nino Buscemi non erano ancora stati inquisiti per mafia: dunque averli incontrati non sarebbe stato un reato. I primi guai giudiziari di Ciancimino, infatti, ebbero inizio negli anni ‘80 con le inchieste di Giovanni Falcone. Don Vito nei suoi appunti, decine e decine di fogli, scritti a mano e a macchina, si definisce con Dell’Utri e indirettamente con Berlusconi “figli dello stesso sistema… della stessa Lupa”. E si chiede come mai lui venga condannato e gli vengano sequestrati i beni, mentre Dell’Utri e Berlusconi restino persone “pulite” al di sopra di ogni sospetto.

Materiale prezioso al vaglio dei magistrati di Palermo e Caltanissetta, che per la prima volta potrebbero dare corpo ai tanti sospetti sull’origine del successo del Berlusconi imprenditore. È così, onorevole De Magistris?
Deve essere ineludibile la verifica giudiziaria di come sorge, prima ancora che il Berlusconi politico, il Berlusconi imprenditore. Siamo a un punto di non ritorno. La magistratura deve andare avanti per svelare quello che è il problema più inquietante: come ha realizzato il suo impero economico? Lo ha fatto davvero anche grazie ai soldi della mafia? Storie di collusioni che si riallacciano al ruolo decisivo di Dell’Utri – suo stretto consulente e poi co-fondatore di Forza Italia.

Questo spiegherebbe la ragione per cui Berlusconi avrebbe la necessità di salvarsi giudiziariamente da un lato e di salvare il suo impero economico dall’altro?
Certamente. Vuole salvarsi da un punto di vista giudiziario e vuole salvare l’impero. Quindi teme il processo Mills, che cerca di bloccare con il Lodo Alfano, e contemporaneamente teme le indagini, che cerca di bloccare negando il sistema di protezione ai collaboratori di giustizia come nel caso di Spatuzza. E lo fa attraverso i suoi sodali: il ministro Alfano e il sottosegretario all’Interno Mantovano.

E a quanto pare non dispensa neppure l’informazione, affinché i fatti che lo riguardano vengano oscurati e gli ospiti pericolosi come Massimo Ciancimino censurati.
È ovvio che il lavoro debba essere portato a termine e a questo pensano i sodali alla Rai e nei giornali. Alla magistratura impedisce di indagare e all’informazione di raccontare. Ci auguriamo che la verità venga ricostruita per il bene del Paese, affinché si capisca che per molti anni siamo stati governati da chi ha fatto affari con pezzi criminali, con la mafia. Questo spiega anche la ragione per cui continua a tenersi come consigliere Dell’Utri, condannato in appello per fatti di mafia.

Il solito giustizialista! Non siamo di fronte a una sentenza definitiva.
Alcuni fatti come quelli di cui è accusato Dell’Utri non hanno bisogno di sentenze definitive: politicamente sono sufficienti, o meglio, sarebbero sufficienti in un Paese normale per emettere un giudizio e forse anche per stare in galera.

Ritiene possibile che la soluzione per salvare se stesso e il suo impero possa essere quella, che molti accreditano, di un Berlusconi presidente della Repubblica o di sua figlia Marina, presidente della Mondadori, candidata premier?
Escluderei la prima ipotesi, visto che il partito dell’amore si è trasformato nel partito dell’odio. Che il sultano pensi di farsi sostituire da qualcuno della sua discendenza non lo escludo. Starà agli italiani impedirglielo. Con la speranza che abbiano aperto gli occhi.

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lunedì 20 settembre 2010

E adesso Berlusconi dà i numeri

di Davide Vecchi

Il Cavaliere deve rendere ininfluente Futuro e Libertà. Lo impone la Lega: se la fiducia ai punti programmatici passerà con l'apporto decisivo degli uomini che hanno seguito Gianfranco Fini, l'esecutivo andrà a gambe all'aria. E il Carroccio non sosterrà nessun governo tecnico, neanche a guida Giulio Tremonti: la minaccia è quella di accorpare le elezioni politiche anticipate alle amministrative di marzo. Se invece i voti di Fli saranno superflui, il senatùr garantirà il respiro fino al 2013. In cambio del ministero dello sviluppo economico o del dicastero all'agricoltura. Così Berlusconi gioca persino la carta della maggioranza Gomorra: accanto a Marcello Dell'Utri e Nicola Cosentino (sulla cui testa pende una richiesta d'arresto per fatti di camorra), siederanno Totò Cuffaro (sette anni in secondo grado per favoreggiamento aggravato alla mafia) e Saverio Romano (più volte indagato e archiviato per i suoi rapporti con i clan). Con l'appoggio del trasformista Raffaele Lombardo che in Sicilia sta dando vita a un nuovo governo assieme al Partito Democratico. Ma visto che i numeri ancora non tornano, nelle retrovie si muove uno specialista dall'altri tempi: l'ex democristiano Enzo Scotti. Sono insomma bastati due anni e mezzo di Berlusconi a Palazzo Chigi perché l'Italia tornasse alla prima Repubblica.

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Don Vito & Silvio

di Marco Lillo

Ciancimino senior scriveva: "Io, Dell'Utri e indirettamente Berlusconi figli dello stesso sistema"

Siamo figli della stessa Lupa”. Fa impressione leggere il documento che accomuna il sindaco di Corleone, il senatore palermitano e – indirettamente – il premier sotto le mammelle dello stesso sistema politico-mafioso. Se il documento che Il Fatto pubblica sarà attribuito dai periti a ‍Vito Ciancimino, come sostiene la sua famiglia, questa frase entrerà nella storia dei rapporti tra mafia e politica. I documenti sono stati consegnati nelle scorse settimane ai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo dalla signora Epifania Scardino in Ciancimino. Decine di fogli scritti a macchina e in parte annotati con una calligrafia che somiglia a quella del consigliori di Bernardo Provenzano. ‍Don ‍Vito ricostruisce i suoi rapporti imprenditoriali con Dell’Utri e Berlusconi e si scaglia contro i magistrati, colpevoli di avere condannato lui mentre Dell’Utri è stato prosciolto e Berlusconi è addirittura divenuto Cavaliere. Secondo Ciancimino Jr quei fogli risalgono al 1989 e ora sono studiati con attenzione dalla Scientifica per verificarne l’attendibilità. Dopo mesi di interviste e verbali sugli investimenti del padre e dei suoi amici costruttori Franco Bonura e Nino Buscemi (poi condannati per mafia) nei cantieri milanesi di Berlusconi ora arrivano le carte. E si scopre che il figlio di ‍don ‍Vito era così spavaldo quando parlava dei tempi lontani in cui Berlusconi girava per Milano armato perché aveva ben presenti gli appunti del padre. Basta rileggere le vecchie interviste per scoprire che le sue parole ricalcano quelle uscite all’improvviso dai cassetti di mamma Epifania. ‍Vito Ciancimino nelle lettere racconta di avere investito nelle imprese di Berlusconi ricavandone miliardi di vecchie lire. I magistrati hanno chiesto alla scientifica di fare presto. Se gli appunti fossero riscontrati, in teoria, il nome di Berlusconi potrebbe tornare sul registro degli indagati.



Ora che Il Fatto pubblica le carte su Berlusconi consegnate ai pm di Palermo dalla famiglia Ciancimino, si comprende perché Massimo Ciancimino, l’infamone come lo chiama Totò Riina, non deve andare in Rai. Il direttore generale Masi non gradisce le sue interviste. “C’è un veto contro di me”, dice al Fatto il figlio di don Vito. “Fin quando parlavo di Provenzano e dei mafiosi mi sopportavano. Ora che ho cominciato a parlare dei documenti su Berlusconi, la Rai mi vuole oscurare”.

Gli appunti presentati recentemente da sua madre ai magistrati di Palermo contengono rivelazioni su Silvio Berlusconi. Davvero sono stati scritti da suo padre?
Sì. Sono scritti a macchina e annotati di pugno da mio padre. Mia madre li ha presentati quando i pm di Caltanissetta mi hanno perquisito. Probabilmente il procuratore Sergio Lari dubitava di me e mia mamma ha pensato di aiutarmi portando queste carte ai pm perché confermano quello che avevo già dichiarato.

Nell’appunto consegnato ai pm, che Il Fatto pubblica, suo padre punta il dito contro Berlusconi e Dell’Utri e parla dei soldi siciliani investiti nei cantieri milanesi del Cavaliere. Cosa ci può dire?
Nulla, c’è un’indagine in corso. Comunque non scrivete che mio padre accusa Berlusconi. Il suo obiettivo polemico è la magistratura. L’appunto è uno sfogo nel quale don Vito, dopo la conferma in appello della confisca dei suoi beni, si infuria per il trattamento diverso ricevuto rispetto a Berlusconi.

Nell’appunto consegnato da sua madre si legge una frase di questo tipo: ‘Sia io, Vito Ciancimino, che altri imprenditori amici abbiamo ritenuto opportuno su indicazione di Dell’Utri investire in aziende riconducibili a Berlusconi. Diversi miliardi di lire sono stati investiti in speculazioni immobiliari nell’immediata periferia di Milano’.
Mio padre era arrabbiato perché lui e Berlusconi avevano subìto un trattamento diverso solo e unicamente per motivi geografici. Papà quindi non invocava la condanna di Berlusconi ma era convinto che se anche lui fosse stato indagato a Milano, come Dell’Utri, sarebbe stato assolto.

Al Fatto risulta che l’appunto si conclude con una considerazione sui soldi investiti a Milano da suo padre nei cantieri di Berlusconi. Quei soldi, si legge nell’appunto, hanno fruttato miliardi a don Vito che poi sono stati sottoposti a confisca. Mentre a Berlusconi – secondo l’appunto di suo padre – nessuno contestava nulla. A che anno risalirebbe questo scritto?
Probabilmente il 1989. In quel tempo Berlusconi era celebrato da tutti e mio padre si vedeva privato dei suoi miliardi. Papà considerava ingiusta questa disparità.

L’avvocato Niccolò Ghedini ha già smentito le indiscrezioni su queste carte. Il Cavaliere sostiene di non avere mai conosciuto suo padre.
In un secondo appunto consegnato ai magistrati da mia madre si parla di finanziamenti elettorali di Caltagirone, Ciarrapico e Berlusconi a mio padre. Mia mamma ha ricordi diversi su Berlusconi. Saranno i magistrati a stabilire la verità.

Forse è di queste rivelazioni che ha paura il Direttore generale della Rai Mauro Masi?
C’è un bando nei miei confronti da quando ho cominciato a parlare di Berlusconi. Le mie rivelazioni fanno paura perché permettono di ricostruire la continuità del rapporto tra imprenditori e mafia dai tempi del banchiere Sindona a quelli dei palazzinari legati alla Dc. Fino ai rapporti finanziari del 2000.

Il veto di Masi non sembra il problema più grande per lei in questo periodo. L’espresso ha raccontato ieri la conversazione intercettata in carcere tra Totò Riina e il figlio Giovanni. Il boss dice che lei e suo padre siete degli infami e che lei mente per salvare il patrimonio.
Riina, sapendo di essere intercettato, dice tre cose. Innanzitutto smentisce che Provenzano lo abbia tradito e in questo modo mantiene la pax mafiosa all’interno di Cosa Nostra, utile a tutti per fare affari. Poi dice che è sempre lui il capo dei capi. Infine, punta il dito contro di me lanciandomi le stesse accuse di Dell’Utri. Entrambi dicono che mento per salvare il tesoro di mio padre.

Lei ha paura?
Non sono un incosciente e capisco i messaggi di Cosa nostra. Riina e i suoi amici, a sentir lui – sarebbero vittima dei pentiti. Eppure non se la prende mai con uno di loro ma punta sempre il dito contro di me. Quello che sto dicendo colpisce al cuore Cosa Nostra perché ho rivelato il tradimento di un boss all’altro. Il giudice Falcone diceva che la mafia non dimentica. Non sarà oggi e non sarà domani, ma arriverà il giorno in cui me la faranno pagare.

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