venerdì 6 agosto 2010

Chiuso per Ferie

Finalmente un po' di vacanze, riposo e famiglia, STOP. Il Blog riprenderà la sua attività a settembre.
Buone vacanze a tutti.
Dario Campolo

Ninni è tornato a casa, grazie a Roberto

di Mastro Titta e Redazione 19Luglio1992.com

Tra i tanti testi di commemorazione degli scomparsi Antonino Cassarà (37 anni) e Roberto Antiochia (23 anni) abbiamo scelto e riadattato quello di Mastro Titta che, con qualche licenza narrativa, ci ha raccontato l'ultimo ritorno a casa dei giovani poliziotti Ninni e Roberto.


"6 Agosto 1985, Ninni non era preoccupato. Sapeva che, col mestiere che aveva scelto di fare (proprio a Palermo, poi) era inutile essere preoccupati. Bisognava essere fatalisti. Giuliano era il miglior poliziotto che avesse conosciuto, eppure la mafia lo aveva colpito, in pieno giorno, in un bar affollato, senza dargli possibilità di scampo; e Montana? Il grande Beppe Montana, il suo maestro, il Capo della Squadra Mobile da cui aveva appreso tutto e della cui morte non riusciva ancora a darsi pace era stato colpito anche lui, senza scampo. No, Ninni non era preoccupato. Aveva compreso che lui doveva solo pensare a fare il suo dovere e poi lasciare il destino nelle mani di Dio.
La moglie, al contrario, non riusciva più a dormire. Ogni mattina lo guardava con quegli occhi apprensivi e chiedeva “torni, Ninni? A che ora torni?” . Non lo sapeva il commissario Ninni Cassarà a che ora sarebbe tornato. “Non ti preoccupare, amore mio, ti giuro che torno.” Certo che sarebbe tornato, dalla sua famiglia, che anche quella sera sicuramente stava li ad aspettarlo alzata.
Ninni salutò l’autista, Roberto Antiochia, 23 anni. Roberto quel giorno era in ferie ed era tornato apposta da Roma per accompagnare Ninni nelle sue indagini e per proteggerlo. “caro Roberto, oggi mia moglie sarà contenta, sono tornato presto…”. Roberto fece un segno di assenso col capo pensando alla sua fidanzata che fra pochi mesi sarebbe diventata sua moglie. Già la vedeva sull'uscio della loro futura casa: braccia aperte e sorriso di bimba "Amoreeee, sei a casa!!!".
Ninni prese il vialetto del giardino che lo avrebbe portato a casa. Non c’era nessuno in giro. Si sentivano solo i suoi passi sulla ghiaia e quelli di Roberto che stava tornando verso l'auto. Fu a pochi metri dall’ingresso che, girandosi per salutare ancora Roberto, vide degli uomini nel buio. Comprese subito. Fece uno scatto verso l’ingresso e sentì gli spari. Roberto fece da scudo col suo corpo e morì subito, senza il tempo di accorgersi che la sua giovane vita era spezzata, ma un colpo, un solo colpo trapassò il torace di Ninni. “I polmoni…” pensò “quando colpiscono i polmoni si hanno solo pochi minuti..”. Era nell’androne di casa. Sperò che il killer si fosse allontanato e cominciò strisciando a fare gli scalini che lo avrebbero portato al primo piano, a casa. Gradino dopo gradino, il lungo rivolo di sangue dietro di lui, cercò di chiamare ma non riusciva più a udire la sua voce. Sulla soglia dell’appartamento la moglie apparve terrorizzata, aveva assistito impotente al vile agguato dalla finestra. Quando lo vide apparire urlò di disperazione, si buttò sul corpo del marito morente che con le ultime forze le disse: “Non piangere Laura, non piangere Amore mio…”
Ninni era tornato. Ninni era tornato a casa.


su Ninni Cassarà:
Fu un Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato in forza presso la questura di Palermo e il vice dirigente della squadra mobile. Fu ucciso dalla mafia nel 1985, all'età di 37 anni.
Nel 1982 andava in giro per Palermo insieme all'agente Calogero Zucchetto per indagare sui clan di Cosa nostra. In quest'occasione lui e Zucchetto riconobbero i due killer latitanti Pino Greco e Mario Prestifilippo ma non riuscirono ad arrestarli perché scapparono. Tra le numerose operazioni cui prese parte, molte delle quali insieme al commissario Giuseppe Montana, la nota operazione "Pizza Connection", in collaborazione con forze di polizia degli Stati Uniti.
Cassarà fu uno stretto collaboratore di Giovanni Falcone e del c.d. "pool antimafia" della procura di Palermo e le sue indagini contribuirono all'istruzione del primo maxiprocesso alle cosche mafiose. Era sposato e padre di tre figli.

L'assassinio
Il 6 agosto 1985, rientrando dalla questura nella sua abitazione a via Croce Rossa (al civico 81) a Palermo a bordo di un'Alfetta e scortato da 2 agenti, scese dall'auto per arrivare al portone della sua abitazione quando un gruppo di nove uomini armati di fucile AK-47, appostati sulle finestre e sui piani dell'edificio in costruzione di fronte alla sua palazzina (al civico 77), sparò sull'alfetta. L'agente Roberto Antiochia, che era uscito dall'auto per aprire lo sportello a Cassarà, venne violentemente colpito dagli spari e morì, e Natale Mondo restò illeso (ma sarebbe stato ucciso anch'egli il 14 gennaio 1988). Cassarà, che era stato colpito dai killer quasi contemporaneamente ad Antiochia, spirò sulle scale di casa tra le braccia della moglie Laura, accorsa in lacrime dopo aver visto l'accaduto insieme alla figlia dal balcone della sua abitazione. È seppellito nel Cimitero di Sant'Orsola a Palermo.

su Roberto Antiochia:
nato a Terni il 7 giugno 1962, vi aveva vissuto fino al 1967. Arruolatosi in Polizia a 18 anni, dopo il corso di formazione venne assegnato dapprima alla Questura di Torino, poi alla Criminalpol di Roma ed infine alla Squadra Mobile di Palermo. A Palermo collabora con il dottor Peppe Montana, Capo della Sezione Catturandi, e con il dottor Ninni Cassarà, Capo della sezione investigativa; funzionari ai quali era legato da sincera amicizia. A luglio del 1985, poco prima dell’omicidio del dottor Montana, Roberto Antiochia viene trasferito a Roma ma, appresa la notizia dell’agguato mortale al dottor Montana, avvenuto sulla banchina di Porticello il 29 luglio, Roberto decide di ritornare a Palermo, aggregato alla squadra Mobile, per concorrere nelle indagini sull’omicidio del funzionario e per essere vicino al dottor Cassarà, considerato oramai prossimo obiettivo della mafia. Durerà poco questo suo impegno di amore straordinario, perché una settimana dopo l’omicidio Montana, alle 15.20 del 6 agosto 1985, a Palermo, in via Croce Rossa 81, un commando già organizzato e appostato, uccide Cassarà ed Antiochia ferendo altri due agenti. Roberto Antiochia muore subito perché con il suo corpo ha cercato di proteggere il suo commissario dai colpi di Kalashnikov sparati dai Killer della mafia. Il Presidente della Repubblica il 26 settembre 1986 lo ha insignito della medaglia d’oro al valor civile.

Nel 1997 alla sua memoria venne intitolata la nuova sede del Commissariato di Orvieto e successivamente la via della nuova Questura. Alle due cerimonie partecipò la mamma di Roberto, la signora Saveria, scomparsa nel 2001, che per anni è stata una delle donne che a Palermo e in Sicilia hanno portato avanti l'impegno antimafia e numerose battaglie per la legalità , con grande dignità e forza d' animo, impegnandosi strenuamente nella denuncia e nell' impegno contro la mafia e per la libertà della Sicilia. Da allora, la signora Saveria ha investito ogni minuto del suo tempo e ogni energia scaturita dalla sua indignazione per ricordare a tutti il valore civile della memoria e l’irrinunciabilità della giustizia (si veda Associazione Saveria Antochia OMICRON Onlus - Osservatorio milanese sulla criminalità organizzata al Nord). I mandanti e gli esecutori materiali dei due omicidi, tutti appartenenti a Cosa Nostra, sono stati individuati e condannati da tempo all’ergastolo.

giovedì 5 agosto 2010

Una barba di storia: Nino Agostino. Ammazzato per niente.

di Giulio Cavalli

Durante un matrimonio, matrimonio mica da persone normali, ma tra fecce di mafia. Quei matrimoni con il sapore acre del gangsterismo e per di più nel dorato Canada. A sposarsi è Nicola Rizzuto, uomo di Cosa Nostra trapiantato nel profondo nord americano, e tra un flute di champagne e una mezza ostrica e saliva Oreste Pagano intercetta un bisbiglìo: “Ero al matrimonio di Nicola Rizzuto, in Canada. C’era un rappresentante dei clan palermitani, Gaetano Scotto. Alfonso Caruana mi disse che aveva ucciso un poliziotto perché aveva scoperto i collegamenti fra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva, per questo morì.” Una storia di desolazione mica normale, quella del poliziotto Nino Agostino ammazzato con la moglie Ida Castellucci a Villagrazia di Carini il 5 agosto del 1989. Con una nascitura di cinque mesi nel grembo morta prima di nascere, come quelle storie che finiscono sempre per essere di seconda mano. Perché se muori ammazzato d’agosto sulle strade che portano al mare senza favole o poesie ma solo a forma di due cadaveri e mezzo e un cespuglio folto di punti di domanda, nel nostro disperato Paese, finisce che sei pure un morto ammazzato di serie b. Nella gogna del ricordo che divora vittime come fosse un gorgo. Eppure Nino Agostino era un poliziotto di quelli che ci credono al proprio lavoro, di quelli che in missione ci sono da sempre, senza decreti di governo o premi in busta paga, in una Sicilia assolata che in quegli anni passa sui morti come fossero un colpo di sole. Eppure Nino Agostino, da vivo prima che da morto, è una storia italiana con tutti gli ingredienti della melma: un collega e (presunto amico) Guido Paolilli, oggi in pensione, che indaga sul caso e chiude il faldone parlando di “delitto passionale”. Come nelle più becere e scontate storie di pavidità d’indagine; una presunta collaborazione di Nino con i servizi segreti e un coinvolgimento nelle indagini per la cattura del boss dei boss Bernarso Provenzano; un foglietto, stropicciato, nel portafoglio in cui si legge “Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa”, e nell’armadio di casa, ovviamente, arriva prima di tutti una perquisizione che verbalizza di non avere trovato nulla di interessante.

Oggi Nino Agostino è un fantasma. Un fantasma con in tasca una storia sempre troppo poco conosciuta e un serie di incroci che lambisce anche Bruno Contrada. Suo padre Vincenzo, insieme alla moglie Augusta, caracolla per l’Italia raccontando di una famiglia sparata prima ancora di sbocciare rivendicando la giustizia. Ha la rabbia degli onesti traditi senza risposte e lo sguardo lieve di chi non ha mica smesso di voler essere padre di suo figlio, e una barba lunga che gli si appoggia all’altezza del cuore che non taglierà finché non avrà risposte.

Nel calderone altisonante della mafia epica la storia di Nino e Ida Agostino é una barba di storia. Nella quotidianità della memoria esercitata la storia di Nino e Ida Agostino é una storia da tenersi in tasca. Per ricordarsi almeno quante storie ci dimentichiamo, dimenticandoci che non ce le hanno nemmeno raccontate per intero.

giuliocavalli.net

Senza Parole



Parte 1



Parte 2

mercoledì 4 agosto 2010

Ciao Ciao Silvio

Respinta Mozione Caliendo ma la maggioranza non c'è più


299 no, 229 sì e 75 astenuti

"Spatuzza pentito attendibile" - Un giudice "promuove" il collaboratore

Per il Gup di Palermo Troja, il dichiarante (non ammesso dal Viminale al programma di protezione) è stato fondamentale per condannare i sequestratori del piccolo Di Matteo. L'ex boss di Brancaccio aveva parlato anche dei presunti rapporti tra Cosa nostra, Dell'Utri e Berlusconi in relazione alle stragi del 1993


Prima patente di attendibilità per il dichiarante Gaspare Spatuzza. Il giudizio positivo sulle dichiarazioni del pentito arriva da un giudice di Palermo, che ha valutato e ritenuto determinante il suo contributo alle indagini: bocciato dalla commissione ministeriale sui programmi di protezione, Spatuzza viene "promosso" (ed è la prima volta che succede) dal Gup Daniela Troja, che, col rito abbreviato, il 30 marzo scorso, condannò Cosimo Lo Nigro, Benedetto Capizzi e Cristofaro Cannella. I tre imputati ebbero 30 anni ciascuno per il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, concluso con la morte dell'ostaggio: Spatuzza è stato fra i collaboratori che il giudice Troja ha ritenuto determinanti per la sua decisione. In precedenza anche il procuratore Antimafia Pietro Grasso aveva sottolineato la validità delle affermazioni di Spatuzza: "Sono stato il primo ad ascoltarlo - ha ricordato qualche giorno fa Grasso - mi ha detto 'Non posso più sopportare che ci siano tanti innocenti condannati e colpevoli che sono rimasti a piede libero, nemmeno sfiorati dalle indagini'". "Le sue dichiarazioni - si legge nella sentenza - hanno trovato da un lato riscontro nell'attività investigativa e dall'altro nelle dichiarazioni rese da numerosi altri collaboranti. La valutazione è positiva, sia in punto di credibilità soggettiva, sia in punto di attendibilità intrinseca. Le dichiarazioni rese da Spatuzza appaiono dotate del requisito dell'attendibilità, essendo sicuramente spontanee e sostanzialmente coerenti. Esse inoltre non appaiono ricollegarsi ad alcuna situazione di coercizione o di condizionamento". La commissione del Viminale ha invece respinto la richiesta di ammissione al programma di protezione, proposta dalle Procure di Firenze e Caltanissetta, con l'adesione di quella di Palermo, perchè l'ex boss di Brancaccio avrebbe reso dichiarazioni "a rate" e oltre i 180 giorni previsti dalla legge.

In particolare Spatuzza aveva parlato dei presunti rapporti tra i boss Giuseppe e Filippo Graviano, il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in relazione alle stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Bocciato dalla commissione, promosso dal Gup Troja, il cosiddetto "Tignusu" (calvo, in dialetto palermitano) è in attesa di conoscere il motivo per cui i giudici del processo d'appello contro Dell'Utri, pur condannando l'imputato a sette anni per i fatti avvenuti fino al 1992, lo ha assolto per le vicende successive. Proprio quelle su cui c'era stato il contributo dello stesso Spatuzza.

repubblica.it

Firenze indaga sul premier

di Telesio Malaspina

La Procura di Firenze ha ottenuto dal gip l'autorizzazione per riaprire l'inchiesta sui presunti mandanti occulti della strage di via Georgofili (1993) già indicati come indicati come Autore uno e Autore due (cioè Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri). La notizia è trapelata dal capoluogo toscano, sebbene non sia ufficiale: il codice di procedura penale impone infatti la segretezza delle indagini nel caso di reati di mafia.

'L'espresso' aveva anticipato tuttavia - in diversi articoli firmati da Lirio Abbate nei mesi scorsi - che era in corso la riapertura della vecchia inchiesta fiorentina (in un primo tempo archiviata) sui mandanti sull stragi del 1993

I pm Quattrocchi, Nicolosi e Crini avevano motivato la richiesta di riapertura dell'inchiesta con l'esigenza di nuove indagini che prendono spunto dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, uno dei quali, Gaspare Spatuzza, direttamente coinvolto nell'esecuzione dell'attentato di via dei Georgofili.

Il gip, autorizzando la riapertura, ha indotto i pm a procedere alla nuova iscrizione nel registro delle notizie di reato, inserendo il fascicolo a "modello 21", quello in cui compaiono i nomi degli indagati. Questa iscrizione viene considerata negli ambienti giudiziari «un atto dovuto». Per gli indagati rappresenta una garanzia perché dall'iscrizione decorrono i termini massimi di durata delle indagini preliminari che sono fissati in 24 mesi.

Per il momento, visto anche il reato contestato aggravato dall'avere avvantaggiato Cosa nostra, i magistrati non hanno previsto di inviare alcuna comunicazione giudiziaria agli indagati. Tutto procede con il massimo riserbo. L'inchiesta durerà per altri due anni, prima che i magistrati decidano se chiedere il rinvio a giudizio o una nuova archiviazione. Ma il ciclone giudiziario è innescato.

Intanto la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, che ha riaperto l'inchiesta sulle stragi Falcone e Borsellino, sta trovando molti punti in comune con l'istruttoria eseguita dai colleghi di Firenze. Le due procure si stanno coordinando per sviluppare le dichiarazioni rese nel '96 da Pietro Romeo, quando affermava di aver saputo da Giuseppe Graviano che «un politico di Milano» sarebbe stato in grado di dare informazioni sui luoghi in cui vivevano i collaboratori di giustizia Giovanni Drago, Giuseppe Marchese e Salvatore Contorno.

La grande paura di Berlusconi è dunque nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, detenuti da 15 anni e condannati definitvamente all'ergastolo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dallo stesso Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafiosi fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia.

Ora i giudici sperano di ottenere la collaborazione di Giuseppe Graviano: mentre infatti il fratello Filippo in aula lo scorso dicembre ha smentito di conoscere Dell'Utri, Giuseppe non ha voluto deporre accampando motivi di salute: «Quando potrò sarà mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste», ha scritto ai magistrati. Un messaggio di possibile apertura, probabilmente da contrattare con un cambiamento del regime di detenzione (durissimo) a cui è al momento viene sottoposto.

Spatuzza ha detto che proprio Giuseppe Graviano, già nel gennaio del '94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c'è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l'aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.

Il premier lo scorso settembre ha attaccato i magistrati di Firenze affermando che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del '93 e del '92 e del '94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese».

L'Espresso

martedì 3 agosto 2010

In panne contro la mafia

di Umberto Lucentini

Le auto che dovrebbero proteggere i giudici e i testimoni minacciati sono vecchie, scassate e si fermano in mezzo alla strada. L'incredibile denuncia del sindacato di polizia siciliano

Sono giorni di tensione altissima a Palermo. Il ministero dell'Interno lancia l'allarme attentati: Cosa Nostra starebbe progettando nuove stragi. E dagli addetti alle scorte di "personalità a rischio" parte di nuovo un grido: siamo pochi e con mezzi inadeguati. L'urlo lo lanciano gli uomini senza volto e senza nome che a Palermo e in Sicilia proteggono magistrati antimafia minacciati dalle cosche, imprenditori che si sono ribellati al racket delle estorsioni, testimoni di giustizia chiamati a confermare le accuse a boss ed esattori del "pizzo" durante i processi. Poliziotti costretti all'anonimato dalle rigide regole del corpo ma che denunciano: le auto blindate che utilizziamo per proteggere le "personalità a rischio" spesso sono inadeguate.

«Ci sono vetture che hanno percorso 270 mila chilometri e si guastano troppo spesso, Croma con i vetri blindati bloccati e con l'aria condizionata fuori uso, altri mezzi che si fermano all'improvviso perché la batteria va in tilt o perché i radiatori vanno in ebollizione», scrivono gli agenti nelle denunce che finiscono sulla scrivania dei dirigenti sindacali del Siulp. Tanto che i sindacati adesso rilanciano: «L'ufficio scorte di Palermo, che in fatto di importanza è uno dei più grandi d'Italia sia per numero di persone impiegate in tali servizi sia per numero di persone da scortare, continua ad essere afflitto dai problemi di carenza di auto e di personale», dicono al Siulp. Tutto documentato, e segnalato da mesi, da poliziotti rimasti finora inascoltati.

L'ultimo caso di una blindata rimasta in panne a Palermo riguarda l'imprenditore Rodolfo Guajana: il 31 luglio del 2007, all'alba, la sua azienda è stata devastata da un incendio, lui ha denunciato tutto e da allora vive sotto protezione. L'auto blindata su cui viaggiava si è guastata di sera lungo la strada che porta a Mondello, la borgata marinara di Palermo: per il poliziotto addetto alla guida, e per il collega armato che segue Guajana come un'ombra, è scattato il massimo allarme. Anche perché l'impianto di illuminazione pubblico era spento. Una volante della Polizia Stradale li ha raggiunti in pochi minuti, l'imprenditore è stato portato a destinazione sano e salvo.

«Nell'ultimo anno», racconta Roberto Falcone, dirigente sindacale del Siulp, «si sono aggiunti tanti servizi di protezione soprattutto per imprenditori vittime della mafia che hanno deciso di denunciare il pizzo. Ma a questo aumento di servizi non ha corrisposto né un potenziamento del personale né un miglioramento del parco auto».

A Palermo sono dieci, negli ultimi mesi, i nuovi "obiettivi a rischio" che la polizia deve scortare e questo – secondo i sindacati – non ha portato al rafforzamento di uomini e mezzi. I poliziotti parlano di turni di servizio che vanno ben oltre le 6 ore previste e un taglio automatico allo straordinario che ogni mese tocca il 20 per cento delle ore effettivamente svolte.

Nel Reparto scorte lavorano 280 agenti con 20 auto blindate per 40 "personalità" da tutelare. Il tutto mentre in Italia, secondo il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, si scopre che ci sono circa 690 mila le "auto blu" utilizzate da politici per i loro spostamenti che costano allo Stato 4 miliardi di euro all'anno. Il guasto all'auto di Guajana non è il solo, recente intoppo di un sistema di sicurezza che dovrebbe girare come un orologio svizzero. Tra le vittime delle blindate che restano in panne anche il figlio del presidente del Senato, Renato Schifani: a febbraio l'avvocato che ha ricevuto minacce di morte è rimasto bloccato per mezz'ora nella galleria di Isola delle Femmine, lungo l'autostrada che da Palermo porta all'aeroporto.

Mesi prima, a subire uno stop imprevisto per un guasto, erano stati Annamaria Palma, magistrato della Dda di Palermo e ora capo di gabinetto del presidente del Senato, e Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo e titolare di delicatissime indagini anti-mafia (la sua auto blindata si bloccò lungo l'autostrada per Caltanissetta) in una zona deserta. «Il più delle volte, i poliziotti che devono iniziare il loro turno di scorta», racconta Vittorio Costantini, segretario generale del Siulp Sicilia, «aspettano in caserma che rientri il turno smontante per avere un'auto disponibile. I mezzi sono tropo pochi. A Palermo servono almeno altre dieci auto blindate per garantire un servizio a regime». Lo Stato arranca. E Cosa Nostra affila le armi.

L'Espresso

Continua la caccia ai mandanti

Prorogata l’indagine su «autore 1 e 2». La Procura smentisce ma sono state ritenute attendibili le rivelazioni di Spatuzza sul patto mafia-Stato


di Antonella Mollica

La Procura di Firenze continuerà ad indagare sulle stragi di mafia. Il procuratore capo Giuseppe Quattrocchi ha chiesto e ottenuto nei giorni scorsi l’autorizzazione per mandare avanti le indagini sui mandanti di quella stagione che nel ’93-’94 seminò morte e terrore a Firenze, Roma e Milano. Per altri sei mesi gli inquirenti potranno portare avanti l’inchiesta. Sul registro degli indagati della Procura ci sono due nomi criptici, «Autore uno» e «Autore due». Con quei nomi, nell’inchiesta fiorentina archiviata nel ’98 dopo due anni di indagini, erano indicati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

«Non ci sono procedimenti su cui chiedere la proroga», taglia corto Quattrocchi. Una smentita obbligata, la sua. Il codice di procedura penale impone la segretezza delle indagini nel caso di reati di mafia. È il pentito Gaspare Spatuzza a chiamare in causa ancora una volta Berlusconi e Dell’Utri: l’ex fedelissimo di Leoluca Bagarella, uno degli esecutori delle stragi del ’93, venne arrestato nel ’97 a Palermo e condannato all’ergastolo per l’omicidio di don Pino Puglisi. Dall’estate 2008 riempie verbali su verbali raccontando della trattativa tra mafia e Stato andata avanti, dice lui, fino al 2003. È stato Spatuzza a descrivere ai magistrati fiorentini il boss Giuseppe Graviano, raggiante, in un incontro a Roma, al caffè Doney in via Veneto, nel 1994, perché — avrebbe detto — «ci siamo messi il Paese nelle mani». I referenti di Cosa Nostra, racconta Spatuzza, erano Berlusconi e Dell’Utri. Dopo la strage di Firenze i due boss si incontrarono per programmare l’attentato a Roma all’Olimpico — attentato fallito in cui dovevano morire cento carabinieri — e di fronte alle perplessità per tutti quei morti, Graviano avrebbe risposto che presto sarebbero arrivati i benefici, soprattutto per i carcerati. «Graviano era molto contento — racconta Spatuzza — disse che grazie alla serietà di queste persone avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro "crasti" dei socialisti».

I magistrati di Firenze che indagano sulle stragi — il Procuratore Quattrocchi insieme ai sostituti Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi — aspettano ora le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Palermo che ha condannato il senatore Marcello Dell’Utri a sette anni. Ma l’interesse degli inquirenti è puntato soprattutto sulla figura di Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio. Mentre il fratello Filippo in aula lo scorso dicembre ha smentito di conoscere Dell’Utri, Giuseppe non ha voluto deporre in aula spiegando che il suo stato di salute gli impedisce di farlo. «Quando potrò — ha scritto nella lettere inviata quel giorno ai giudici — sarà mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste». In quella frase — che fa parte di una lettera lunga in cui si lamenta del carcere duro e del fatto che non può scambiare una carezza al figlio di 12 anni — sembra esserci una piccola apertura. La stessa dimostrata nei confronti dei magistrati di Firenze che lo interrogavano sulle stragi: «Sono disposto a parlare... a fare confronti.... Se dobbiamo scoprire la verità posso dare una mano d’aiuto. Trovate i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, grigi...e sono sempre innocenti questi...ve la faccio dire io da chi sa la verità». I nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri per due anni sono stati iscritti sul registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Il procuratore aggiunto Giuseppe Soresina, nel novembre 1998, nella sua richiesta di archiviazione aveva spiegato che «l’ipotesi di indagine aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità» ma che «durante questi anni di lavoro non è stata trovata conferma alle dichiarazioni di due pentiti».

Tutti gli indizi raccolti, aveva spiegato, non bastavano a sostenere l’accusa in giudizio. Nella richiesta di archiviazione firmata dai magistrati Gabriele Chelazzi, Giuseppe Nicolosi, Alessandro Crini, Francesco Fleury e Piero Grasso, oggi procuratore nazionale antimafia, venne utilizzato il verbo «congelare». Indagine congelata in attesa di altri riscontri. «Potremo riaprire le indagini solo se qualcuno parla», avevano detto i magistrati. Nell’estate 2008 sono arrivate le dichiarazioni di Spatuzza. La Procura prima dell’estate 2009 aveva chiesto di riaprire le indagini. E adesso, dopo Spatuzza, si spera che un nuovo pentito possano seguire la stessa strada.

corrierefiorentino

Inchiesta sulle bombe del ’93, Berlusconi e Dell’Utri indagati per strage

Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Firenze. Per strage. Lo scrive oggi il quotidiano l’Unità, rivelando che il presidente del Consiglio e il senatore Pdl compaiono nel fascicolo numero 11531 del 2009 con generalità protette, “Autore Uno” e “Autore Due”, come già successe nella prima indagine sulle stragi del 1993, poi archiviata nel 1998. “Da settimane, forse da mesi”, scrive sull’Unità Claudia Fusani, “risultano iscritti nel registro degli indagati della Procura di Firenze che da 17 anni indaga senza sosta sui mandanti occulti di quelle bombe che hanno ucciso sette persone, ne hanno ferite decine e messo in ginocchio l’Italia, che in quella primavera, dopo le bombe che nel 1992 avevano ucciso Falcone e Borsellino, si trovò a un passo dall’abisso e dal golpe”.
Il salto di qualità dell’inchiesta è stato determinato innanzitutto dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, il boss di Brancaccio, vicino ai fratelli Graviano, poi diventato collaboratore di giustizia. “I Graviano mi dissero che gli attentati di Firenze, Milano e Roma non ci appartenevano. Quello era terrorismo. Ma mi dissero anche che era bene portarsi dietro questi morti, così chi si doveva muovere si sarebbe mosso”. E ancora: “Giuseppe Graviano mi disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Mi parlò di Berlusconi e Dell’Utri: con loro ci eravamo messi il paese nelle mani”.
Ora l’indagine di Firenze, coordinata dai sostituti procuratori Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini e dal procuratore Giuseppe Quattrocchi, dopo un anno di lavoro, ha ottenuto una proroga di altri sei mesi. Dovrà trovare riscontri alle dichiarazione “de relato” di Spatuzza sulle bombe del 1993 agli Uffizi, al Pac di Milano, a due basiliche romane e sul fallito attentato allo stadio Olimpico della capitale.

ilfattoquotidiano.it

Granata: "Infiltrazioni mafiose nelle Regioni"

ROMA - E' stato "violato il codice etico Antimafia" perché "alcuni partiti e alcuni candidati alla Presidenza delle Regioni non hanno vigilato come era richiesto e doveroso". Lo sostiene il vicePresidente della commissione Antimafia Fabio Grranata che annuncia: "alla ripresa riferiremo alle Camere".

"Nonostante la condivisione teorica al codice etico promosso dalla commissione Antimafia, sia tra le candidature che tra gli eletti - spiega il finiano - ci sono infiltrazioni e zone d'ombra. Nonstante la carente collaborazione delle Prefetture stiamo ricomponendo il quadro e riferiremo alle Camere. La politica rompa ogni ambiguità nella lotta alla mafia".

repubblica.it

lunedì 2 agosto 2010

L'anti antimafia

di Giorgio Bongiovanni

Siamo alla frutta. Ed è una gran bella notizia!
In occasione della presentazione dell’ultimo numero della rivista “Icocervo” gli emeriti delinquenti Cirino Pomicino, condannato per la tangente Enimont e salvato in calcio d’angolo con un patteggiamento per corruzione, Fabrizio Cicchitto, l’incappucciato piduista e persino Renato Farina, lo spione betulla in vendita al miglior offerente, sono stati chiamati a disquisire di “Delitti di mafia e teoremi improbabili” con particolare riferimento alle stragi del biennio ’92 e ’93. No, non è uno scherzo. E’ proprio così. Pomicino, Cicchitto e Farina che parlano della morte di Falcone e Borsellino!
E le loro teorie sono davvero imperdibili, altro che teoremi improbabili. Secondo il loro brillante stravolgimento dei fatti, che sibillinamente rielabora il dato certo delle false dichiarazioni di Scarantino, la chiave di interpretazione delle stragi non riconduce, come logica vorrebbe, al depistaggio di Stato su cui sta indagando la Procura di Caltanissetta. Questo significherebbe in effetti il fastidioso dover ammettere ciò che è ormai evidente agli occhi di tutti i cittadini con un minimo di capacità cognitive: le stragi rientrano in un disegno politico-mafioso ben preciso che ha una continuità nella storia del potere e della mafia sin dagli albori della Repubblica e avevano come scopo certo l’insediamento di una nuova forza politica capace di garantire, non più tanto le esigenze atlantiche, scemate con la caduta del muro di Berlino, quanto piuttosto un assetto che doveva essere moderato e conducesse ad una cauta ma efficace riforma della Costituzione.
Niente affatto. Ecco la verità vera, frutto delle limpide diaboliche meningi.
Secondo Pomicino le bombe cessano, non perché finalmente i mafiosi pensano di aver trovato l’accordo che cercavano, ma perché i pentiti hanno cominciato ad ottenere i benefici previsti dalla legge per la loro collaborazione. E per Farina, chi ha sbagliato nella gestione di Scarantino, attenzione i magistrati!, non i funzionari della polizia già sotto inchiesta, che indagano oggi non potrebbero farlo per un evidente conflitto di interessi. Strano. Non risulta che a Caltanissetta ci sia nessuno di coloro che investigò su Capaci e Via D’Amelio a quel tempo, di chi mai starà parlando il dotto betulla?
Poi c’è il teatrino con Veltroni. Cercano di rimpallarsi la responsabilità della trattativa. Con chi dialogava Totò Riina a suon di bombe sulla pelle di due degli uomini migliori del nostro Stato, di valorosi servitori delle Istituzioni e di inermi innocenti? Con la prima repubblica che crolla? Con la sinistra che vince a singhiozzi? Con il partito costruito su misura per Berlusconi da Marcello Dell’Utri, cerniera tra Cosa Nostra e mondo politico già condannato per concorso esterno in ben due gradi di giudizio nonostante i suoi intrallazzi tra massoneria, P3, Opus Dei, politica, affari e circoli di ogni risma?
Un bel dilemma, non c’è che dire. Sta di fatto che in tutti questi anni nessuno dei governi in carica ha messo in atto un vero, serio programma di lotta alla mafia e l’ha lasciata diventare una potenza economica tale da essere la prima azienda d’Italia, e di cui non possiamo fare a meno, con i suoi referenti comodamente assisi in Parlamento. Destra, sinistra, centro? Che buffoni!
Mi verrebbe da chiamarli scimmioni, se non fosse per la loro mente consapevolmente malvagia che cerca di confondere, sporcare, depistare…
Allora dov’è la buona notizia, vi domanderete?
Beh, mi viene da pensare che se quello stesso potere che ha ordito le stragi si è ridotto ad assoldare questi personaggi dal curriculum indifendibile per difendersi con teorie astruse e ancora più compromissorie per l’intera classe politica, è proprio al declino. Gli sono rimasti giusto gli ultimi colpi in canna se ha bisogno di un Pomicino, scaricato persino dalla Camorra, per addentrarsi nei percorsi mentali più contorti pur di ammonticchiare il marciume sotto il tappeto ormai logoro.
Quindi benché il disgusto istintivo dell’intelligenza costretta a leggere di queste fandonie, ci possiamo consolare.
Si sta sbriciolando il sistema nato dal sangue delle stragi, e sebbene la strada per la verità sia ancora lunga e impervia, possiamo cominciare a sperare che almeno spariscano ai nostri poveri occhi queste brutte facce.


AntimafiaDuemila.com

Il governo fugge anche dalla memoria


di Gianni Barbacetto

Il governo in fuga da Bologna (nessun rappresentante dell’esecutivo è presente oggi al ricordo della strage, 30 anni dopo) è la dimostrazione plastica di un’assenza politica: il governo e le forze che lo esprimono sono altrove, rispetto ai cittadini che chiedono, da tre decenni, la verità non solo sugli esecutori ma anche sui mandanti delle stragi italiane. La giustificazione dell’assenza fisica dalle manifestazioni di Bologna è la paura di ricevere, come ogni anno, i fischi di una parte della piazza. Ma può un governo pretendere di andare solo dove raccoglie applausi? E poi: i familiari delle vittime della strage hanno organizzato quest’anno il ricordo del 2 agosto 1980, decidendo che i politici e le autorità avrebbero parlato non in piazza, ma solo nell’incontro al chiuso; il rappresentante del governo non sarebbe stato dunque esposto alle contestazioni. Nonostante questo, il governo ha ribadito la sua assenza. Una scelta. Una scelta politica. Perché la strage di Bologna non è soltanto la più grave e sanguinosa delle stragi italiane, è anche l’unica per cui si è arrivati a una verità giudiziaria. A mettere la bomba alla stazione, quel 2 agosto, furono i fascisti Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, secondo quanto hanno stabilito le sentenze ormai definitive. E Licio Gelli, per mano di due ufficiali del servizio segreto militare, operò per depistare le indagini della magistratura e indirizzarle sul binario morto di una fantastica “pista internazionale”. Resta aperta, ancora 30 anni dopo, la domanda: chi armò la mano dei fascisti? Quale rete di poteri, sotto la direzione della P2, rese possibile la strage e tentò in ogni modo di avvelenare le indagini?

La “pista internazionale” ha i suoi sostenitori ancora oggi. Ancora oggi, tempi di “nuove P2″ e di piduisti al governo, c’è chi lavora per affermare che la più grande strage italiana è stata partorita in qualche segreta stanza lontano dall’Italia. Protagonisti evocati, a scelta o tutti insieme: il terrorista Carlos, i palestinesi, i servizi segreti israeliani e via almanaccando. Tutto ciò senza uno straccio di prova, e buttando via come fossero carta straccia le migliaia di pagine di atti giudiziari che hanno portato alle condanne definitive per i neofascisti italiani. Tranquillizzante, la “pista internazionale”: butta le responsabilità in un altrove lontano e fumoso, trasforma la strage di Bologna in una esotica spy story internazionale e toglie dagli impicci la P2, i servizi segreti italiani, i politici di casa nostra che sanno e che non vogliono parlare. Comodo. Rasserenante anche per chi, in buona fede, non vuole credere a una realtà troppo dura: che nella storia italiana abbiano agito forze che hanno usato, via via, l’omicidio politico, il tritolo, la strage. Che hanno coperto gruppi criminali (terroristi fascisti o cosche mafiose) usati spregiudicatamente per fare i “lavori sporchi”. La verità su questo passato italiano, anche trent’anni dopo, resta evidentemente troppo terribile. Meglio continuare a depistare, inseguendo “piste internazionali”. E scappando perfino dai luoghi della memoria: l’assenza del governo da Bologna, oggi 2 agosto, “parla” e dice più cose di cento discorsi.

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