giovedì 29 luglio 2010

IL REGIME PERDE LA TESTA


Nel giorno in cui la condanna di Aldo Brancher spiega perché il premier lo aveva nominato ministro (bloccare il suo processo), il coordinatore del Pdl Denis Verdini convoca una conferenza stampa. Lunedì Verdini, indagato per la nuova P2, in otto ore di interrogatorio aveva scaricato tutto su Dell'Utri. Adesso, il politico toscano si proclama innocente e assicura che "Dell'Utri è un uomo per bene". Ma il clima si fa subito teso. Di fronte alle domande dei giornalisti intervengono i giannizzeri del Cavaliere. Giorgio Straquadanio accusa la collega de L'Unità, Claudia Fusani, di dire "una montagna di cazzate". Mentre Giuliano Ferrara, ex ministro di Berlusconi e direttore de Il Foglio - edito anche da Verdini - l'aggredisce verbalmente. E la invita "a non dare lezioni di moralità". Un'intimidazione legata al caso di alcune telefonate intercettate tra la collega e una sua fonte: Pio Pompa. Più di un paradosso visto che lo spione Pompa, dopo aver patteggiato un pena per favoreggiamento, è diventato un collaboratore proprio de Il Foglio. Il regime, insomma, passa alle minacce di Amato, Perluigi, Vecchi

ilfattoquotidiano.it

mercoledì 28 luglio 2010

Bernardo Provenzano e i misteri di Luigi Ilardo e Attilio Manca

di Lorenzo Baldo

Nell'ottava puntata di Complotti - il programma condotto dal giornalista Giuseppe Cruciani, in onda oggi mercoledì 28 luglio alle 23.55 su La7.
Attraverso due storie esemplari, il programma proverà a far luce su una vicenda ancora insoluta e che potrebbe prevedere anche un legame tra mafia e istituzioni. La prima è quella di Luigi Ilardo, l'unico infiltrato che ha svelato dall'interno di Cosa Nostra tutta la rete di protezione costruita intorno al boss. La seconda è quella del chirurgo Attilio Manca, morto in circostanze misteriose, forse dopo aver operato e curato Provenzano. Tra gli intervistati i magistrati Nino Di Matteo e Marzia Sabella, il giornalista Nicola Biondo e i familiari di Attilio Manca.

La morte di Attilio Manca

Attilio Manca venne ritrovato cadavere il 12 febbraio 2004, verso le ore 11. Il suo corpo era riverso trasversalmente sul piumone del letto (il letto era intatto ed in ordine, come se non fosse andato a dormire), seminudo. Dal naso e dalla bocca era fuoriuscita un’ingente quantità di sangue, che aveva finito per provocare una pozzanghera sul pavimento.

Dalle fotografie effettuate si ricavano i seguenti elementi: il volto di Attilio presentava una vistosa deviazione del setto nasale; sui suoi arti erano visibili macchie ematiche; l’appartamento era in perfetto ordine; nella stanza da letto si trovava ripiegato su una sedia il suo pantalone, mentre inspiegabilmente non furono rinvenuti i boxer né la camicia; altrettanto inspiegabilmente sullo scrittoio erano poggiati suoi attrezzi chirurgici (ago con filo inserito; pinze, forbici), che egli mai aveva tenuto a casa; sul pavimento, all’ingresso del bagno, si trovava una siringa da insulina, evidentemente usata, cui era stato riposizionato il tappo salva-ago; in cucina non v’era traccia di cibo, consumato o residuato; sempre in cucina, nella pattumiera si trovavano, tra l’altro, un’altra siringa da insulina, evidentemente usata, cui erano stati riapposti il tappo salva-ago ed anche quello proteggi-stantuffo, e due flaconi di Tranquirit (un sedativo), uno dei quali era completamente vuoto mentre l’altro solo a metà. Il medico del 118, alle ore 11,45, effettuando l’accertamento del decesso, attestava che Attilio Manca era morto circa dodici ore prima, quindi a cavallo della mezzanotte fra l’11 ed il 12 febbraio 2004. Veniva disposta immediatamente l’autopsia, che veniva affidata alla dr.ssa Ranalletta, medico legale, curiosamente moglie del prof. Rizzotto, primario del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo, nel quale prestava servizio Attilio. Al momento dell’incarico alla dr.ssa Ranalletta, peraltro, il marito era già stato sentito come testimone dalla polizia. La relazione autoptica, pur lacunosissima (tanto che in seguito il Gip si è trovato costretto a ordinarne un’integrazione), e quella tossicologica attestano che: nel sangue e nelle urine di Attilio Manca erano presenti tracce di un rilevante quantitativo del principio attivo contenuto nell’eroina, di un consistente quantitativo di Diazepam, principio attivo contenuto nel sedativo Tranquirit, e di non ingente sostanza alcoolica; la causa della morte di Attilio Manca va ricondotta all’effetto di quelle tre sostanze, che provocarono l’arresto cardio-circolatorio e l’edema polmonare; sul corpo di Attilio Manca erano visibili, al braccio sinistro, due segni di iniezioni (corrispondenti quindi alle due siringhe ritrovate), una al polso ed una all’avambraccio; su tutto il resto del corpo non era visibile traccia alcuna di iniezioni, recenti o datate. Attilio Manca era un mancino puro e compiva ogni atto con la mano sinistra. Tutti coloro che lo hanno conosciuto sanno che aveva scarsissima praticità con la mano destra. Tutti i suoi colleghi e amici frequentati nell’ultimo anno di vita, sentiti come testimoni nell’immediatezza, dichiaravano che era da escludersi che Attilio assumesse sostanze stupefacenti e che avesse ragioni per suicidarsi. Veniva anche accertato che, a partire dalle ore 20 circa del 10 febbraio, Attilio non aveva più avuto contatti, telefonici o di presenza, con amici e colleghi. La sera del 10 febbraio aveva deciso di non partecipare, contrariamente al solito, ad una cena fra colleghi. Nei giorni precedenti aveva chiesto e ottenuto un appuntamento per la sera dell’11 febbraio a Roma con il prof. Ronzoni, primario di urologia al policlinico Gemelli, reparto nel quale Attilio si era specializzato e aveva lavorato per anni. Inspiegabilmente e senza alcuna comunicazione preventiva, Attilio Manca non si presentò a quell’appuntamento. Rimane anche un mistero, che la Procura e la Squadra mobile di Viterbo non hanno fatto nulla per sciogliere, che cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca fra la sera del 10 febbraio e il momento della sua morte, avvenuta, come si è detto, nella notte fra l’11 ed il 12 febbraio 2004. Un dato certo, però, proviene dalla testimonianza del vicino di casa, il quale, sentito lo stesso 12 febbraio, dichiarò che la sera prima, verso le 22,15 dell’11 febbraio 2004, aveva sentito il rumore della porta di casa di Attilio che veniva chiusa. Questo dato attesta che in quel momento Attilio tornava a casa o, viceversa, che qualcuno, ancora oggi non individuato, usciva da casa sua, in un’ora molto vicina alla morte di Attilio. Nell’abitazione di Attilio a Viterbo vennero fatti gli accertamenti dattiloscopici dalla polizia scientifica. Vennero rinvenute impronte palmari e digitali in un certo numero: non tutte, però, appartenevano ad Attilio. Alcune, quindi, erano state apposte da persona o persone diverse. Alcuni mesi dopo, dalle comparazioni effettuate dal gabinetto centrale della polizia scientifica, risultò che il titolare di una delle impronte era il cugino di Attilio, Ugo Manca. Venne allora sentito dalla polizia Ugo Manca, pregiudicato per detenzione abusiva di arma e condannato in 1° grado per traffico di droga, oltre che frequentatore di molti personaggi di interesse investigativo, come Angelo Porcino, Lorenzo Mondello, Rosario Cattafi ed altri. Ugo Manca riferì alla polizia che quella impronta poteva averla lasciata nell’unica occasione in cui, a suo dire, era stato ospite del cugino, il 15 dicembre 2003, allorché si era recato a Viterbo, dove il giorno successivo venne ricoverato all’ospedale Belcolle ed operato proprio da Attilio, per un intervento in verità banale. Sennonché i genitori di Attilio Manca hanno riferito alla polizia come fra il 23 ed il 24 dicembre 2003 essi alloggiarono a Viterbo a casa di Attilio e come in quei giorni la signora, come ogni madre premurosa di un figlio che vive fuori sede da solo, aveva provveduto ad un’approfondita pulitura della casa, ivi compreso l’ambiente nel quale era stata ritrovata l’impronta di Ugo Manca. Tale evenienza contrasta con la tesi di Ugo Manca. Una decina di giorni prima di morire, Attilio, parlando con i suoi genitori, chiese loro notizie di un tale Angelo Porcino. Disse loro che era stato contattato telefonicamente dal cugino Ugo Manca e che questi gli aveva preannunciato che Porcino sarebbe andato a trovarlo a Viterbo perché aveva bisogno di un consulto. Contemporaneamente, in effetti, Ugo Manca disse a una terza persona, che di lì a poco sarebbe andato a Viterbo a trovare Attilio. Nessun accertamento è stato fatto dalla Procura e dalla Squadra mobile di Viterbo circa l’eventuale presenza di Porcino a Viterbo nei giorni precedenti la morte di Attilio. Né è mai stato verificato quale fosse la ragione che indusse Ugo Manca, giunto nella mattina del 13 febbraio 2004 a Viterbo, a tentare di entrare nell’appartamento di Attilio ed a presentarsi in Procura per sollecitare il dissequestro dell’immobile ed il pronto rilascio della salma di Attilio. Comportamenti, peraltro, contraddittori con il distacco assoluto che, a partire dal 15 febbraio 2004, Ugo Manca riservò ai genitori di Attilio, ben prima che essi iniziassero a manifestare dubbi sull’uccisione del figlio. Altro accertamento finora mancante è quello relativo ad un viaggio effettuato da Attilio Manca nell’autunno del 2003 nel sud della Francia, asseritamente per assistere ad un intervento chirurgico, come egli disse ai suoi genitori. Nel 2005 nell’inchiesta che porta alla maxi operazione antimafia denominata “Grande Mandamento” emerge che Bernardo Provenzano è stato a Marsiglia: una prima volta dal 7 al 10 luglio 2003 per sottoporsi a radiografie e ad esami di laboratorio e in un secondo momento proprio nel mese di ottobre dello stesso anno per subire l’operazione alla prostata. Ed ecco che al mistero sulla morte di Attilio Manca si aggiunge questo inquietante tassello legato a questa strana “coincidenza”. Comincia la battaglia giudiziaria della famiglia Manca che non accetta minimamente l'idea che la morte di Attilio finisca archiviata come suicidio. Angelina e Gino Manca si affidano all'avvocato Fabio Repici, un penalista molto noto in Sicilia, legale di diversi familiari di vittime di mafia, difensore tra l'altro nel processo per l'omicidio di Graziella Campagna, così come per quello di Beppe Alfano. Attraverso una meticolosissima ricerca e un'infaticabile attività investigativa, l'avv. Repici ricostruisce pezzo per pezzo la strana morte del dott. Manca riuscendo così ad evitare l'archiviazione del caso come suicidio.

Il 18 ottobre 2006 il Gip del tribunale di Viterbo, Gaetano Mautone, riapre il fascicolo sulla morte di Attilio Manca. Il Gip accoglie il ricorso con il quale la famiglia di Attilio si è opposta per la seconda volta alla richiesta di archiviazione del caso avanzata dalla procura della Repubblica di Viterbo, secondo la quale il giovane si sarebbe suicidato. Il Gip di Viterbo dà mandato al pm di far eseguire, entro tre mesi, l'esame del Dna su alcuni mozziconi di sigarette e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati su un tavolo nell'abitazione di Attilio Manca. In particolare il Gip dispone che il Dna venga confrontato con quello di Angelo Porcino.

Il 9 marzo 2007 la procura della Repubblica di Viterbo emette dieci avvisi di garanzia nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Attilio Manca. Gli avvisi di garanzia sono finalizzati a mettere a confronto il Dna di tutte le persone che hanno frequentato la casa di Attilio con quello rilevato su un mozzicone di sigaretta e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati nell'appartamento di Attilio.

Nell'ambito degli accertamenti sulla morte del medico, uno degli avvisi di garanzia emessi dalla procura di Viterbo viene notificato ad Angelo Porcino, già in carcere con l'accusa di tentata estorsione con l'aggravante mafiosa. Tra gli indagati c'è anche il cugino di Attilio Manca, Ugo Manca.

Il 17 marzo 2007 viene disposto lo svolgimento di un incidente probatorio, per accertamenti relativi al Dna dei dieci indagati. Su richiesta del Pm il Gip di Viterbo stabilisce che il Dna delle dieci persone raggiunte nei giorni precedenti da avviso di garanzia per i reati di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto e omicidio colposo, venga comparato con quello rilevabile sia nelle cicche di sigaretta sequestrate nell'abitazione di Attilio che sugli strumenti chirurgici trovati nella sua camera da letto, al fine di risalire alla persona sulla quale siano stati eventualmente utilizzati.

Il giorno 1 luglio 2008 il Gip di Viterbo dispone un ulteriore supplemento d'indagine sulla morte di Attilio Manca. Il gip Mautone, su richiesta del legale della famiglia Manca, dispone il confronto delle impronte digitali trovate nell'appartamento di via Santa Maria della Grotticella (dove fu trovato il cadavere di Attilio), con quelli di due concittadini del medico, collegati con ambienti mafiosi barcellonesi, che erano a Viterbo quando il medico morì.

Il 14 novembre 2008 si conclude l'incidente probatorio. Davanti al Gip Gaetano Mautone avviene l'audizione del perito che nei giorni precedenti aveva presentato una relazione scritta inerente le impronte digitali rinvenute a casa di Attilio Manca.

La perizia riscontra che 14 delle impronte rilevate sono di Attilio. Una particolarità della perizia riguarda una impronta ritrovata su una piastrella del bagno che corrisponde, con canone di assoluta certezza, ad Ugo Manca, cugino di Attilio.

Un'altra ancora riguarda la presenza di 3 impronte che non appartengono a nessuno degli indagati, ne tanto meno ai familiari del giovane urologo.

In virtù del fatto che nel periodo di Natale del 2003 Angelina, Gino e Luca Manca erano stati ospiti a casa di Attilio e che in quella occasione la signora Angelina aveva provveduto a fare una pulizia a fondo dell'appartamento del figlio, il ritrovamento dell'impronta del cugino di Attilio resta un giallo.

Ugo Manca ha sempre dichiarato di aver fatto visita alla casa di Viterbo del cugino tra il 15 e il 16 dicembre del 2003 e non dopo.

Non si spiega quindi come dopo un'accurata pulizia di tutto l'appartamento eseguita dalla signora Angelina nei giorni di Natale di quello stesso anno sia risultata un'impronta di Ugo Manca proprio nel bagno. Il bagno è di fatto il luogo dove è presente una maggiore umidità che è la causa primaria del deperimento delle impronte, ma ciononostante l'impronta di Ugo Manca è rimasta.

Così come il mistero che ruota attorno a lui.

A conclusione dell'incidente probatorio gli atti sono stati restituiti al Pm, il dott. Renzo Petroselli, che si è riservato le decisioni da assumere.

Nel frattempo resta ancora da sciogliere il nodo delle responsabilità di Bernardo Provenzano nella morte del giovane urologo.

Solamente dopo potremo avere la chiave per comprendere fino in fondo la storia di Attilio Manca.


attiliomanca.it

Anniversario omicidio Beppe Montana

8 luglio 1985 - 28 luglio 2010

Palermo. Beppe Montana un poliziotto giovane e intelligente che non dava tregua ai latitanti. E’ questo uno dei motivi per il quale Cosa Nostra decise di interrompere l’attività investigativa di Montana con il piombo.

La sera del 28 luglio del 1985 due killer di Cosa Nostra in un angolo buio del piccolo porto di Porticello con quattro colpi di calibro 38 uccisero il capo della sezione catturandi della squadra mobile di Palermo. Passarono nove giorni e furono uccisi Ninni’ Cassarà e l’agente di scorta Roberto Antiochia. Ma.C.


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antimafiaduemila.com

Omsa: che gambe (levate)!

Anche le gambe delle gemelle Kessler se ne vanno. Omsa chiude in Italia per andare in Serbia come la Fiat Auto. In Serbia conviene, possono pagare stipendi da fame e i nuovi stabilimenti, come nel caso Fiat, sono finanziati quasi interamente dalla UE, anche grazie alle tasse degli italiani.

"Chiuso a Faenza lo stabilimento Omsa. La proprietaria Golden Lady Company ne aprirà un altro in Serbia. Licenziamento di 350 dipendenti, molte donne. A dare notizia dell'accordo con il ministro dell'Economia serbo è la Filctem-Cgil. Il gruppo, che detiene i marchi Omsa, Golden Lady, Sisi', Philipe Matignon, Filodoro, ha 7.000 dipendenti, 9 stabilimenti in Italia, 4 in Usa, 2 in Serbia, che presto saranno 3." Mr SPOCK, VG

beppegrillo.it


Stragi Mafia, pm: depistaggi della polizia Pisanu: la verità è ancora lontana

ROMA (21 luglio) - Mentre il mondo della politica s'interroga e polemizza intorno alle dichiarazioni di Sergio Lari, che oggi ha parlato di errori o depistaggi della polizia, proseguono le indagini della magistratura siciliana e toscana per arrivare alla verità sulle stragi di via D'Amelio e di Capaci e sulle bombe esplose a Roma, Firenze e Milano nel 1993-94. Verità che, secondo il presidente dell'Antimafia Beppe Pisanu è lontana.

Pisanu definisce «una scena increspata da qualche incomprensione» il quadro creatosi dopo le dichiarazioni di ieri del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e dell'aggiunto Nico Gozzo, rese prima dell'audizione all'Antimafia, che avevano parlato di indagini vicine a una svolta, chiedendosi se la politica sarebbe stata in grado di sopportare la verità. «Ribadisco - ha detto Pisanu - che nel corso delle audizioni nessuno della Commissione ha avuto la sensazione che la magistratura fosse a un passo dalla verità. Inoltre ritengo che le forze politiche siano in grado di fare i conti con la realtà». Oggi il capogruppo del Pdl in commissione, Antonino Caruso, ha chiesto che Lari sia risentito, affinchè chiarisca quanto affermato ieri. Richiesta avanzata anche da altri componenti della commissione.

Sull'eventuale coinvolgimento delle istituzioni nella stagione delle stragi, Pisanu ha spiegato che «le responsabilità risalgono a coloro che nel tempo le esercitavano» e ha aggiunto che «le posizioni di singoli servitori dello Stato devono essere meglio inquadrate».

Le inchieste sono state al centro della riunione del Copasir, che oggi ha sentito il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, Gianni Letta. Quest'ultimo ha assicurato la piena e attiva collaborazione da parte dei servizi con gli organi inquirenti. Anche quelle di mafia, quindi, che vedono coinvolti 007.

A essere chiamato in causa un personaggio tuttora appartenente all'intelligence e indagato dalla procura di Caltanissetta per la strage di Via D'Amelio: Lorenzo Narracci, già al Sisde e tuttora all'Aisi. Sia il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, sia diversi componenti del Comitato avrebbero posto con forza il problema della presenza nelle file dei servizi di un soggetto sui cui pesa un'accusa pesante, concorso in strage, chiedendone un definitivo allontanamento.

D'Alema: a via D'Amelio persone al servizio dello Stato. D'Alema non crede che vi siano contraddizioni tra quanto sostiene Pisanu e quanto hanno dichiarato alcuni magistrati. Il presidente del Copasir sottolinea che «le indagini hanno messo in evidenza novità che colpiscono. Si è capito che le precedenti indagini erano sbagliate e che la verità processuale non era la verità. Emergono altri responsabili, un altro contesto in cui l'attentato di via d'Amelio sarebbe stato preparato. Ed emerge che lì non c'era solo la mafia, ma c'erano anche persone al servizio dello Stato. Uno scenario molto preoccupante, anche grazie a Spatuzza che ha detto cose convalidate dalle indagini. Non so quanto siamo vicini alla verità ma le indagini vanno rispettate, non possono esserci indagini spettacolo ma certo che il quadro emerso fin qui è già molto inquietante». Come presidente del Copasir «ci siamo dati il compito di fare in modo che gli organi di sicurezza collaborino pienamente con la magistratura mettendo a disposizione tutti i documenti senza alcun segreto per far piena luce sulle stragi del '92-'93».

Errori o depistaggi della polizia. Sergio Lari ha intanto rilasciato oggi un'intervista a Rainews 24, nella quale esclude che dalle indagini emergesse un ruolo di Berlusconi sulla strage di via D'Amelio, ma parla di «errore clamoroso o di un vero e proprio depistaggio da parte di organismi investigativi della polizia di Stato. Non credo che questo possa far tremare la politica. Anzi». Lari assicura che entro l'anno sarà chiusa la prima delle indagini su via D'Amelio: «Le più mature sono quelle nate dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sulla fase esecutiva della strage. Sulle altre, quelle sui possibili ruoli di soggetti esterni e sulla trattativa, non sono in grado di fare previsioni». Il procuratore ha anche ricordato che «le indagini furono condotte dal gruppo Falcone-Borsellino diretto da Arnaldo La Barbera». Poi ha aggiunto: «le persone che hanno ritrattato ci hanno detto che le ragioni delle false accuse vanno ricercate nel fatto di essere stati soggetti a pressioni investigative».

Il magistrato è stato chiarissimo sulla trattativa mafia-Stato: «Abbiamo elementi investigativi precisi circa la presenza di soggetti estranei a Cosa nostra, che avrebbero avuto un ruolo con riferimento alla strage di via D'Amelio, ma non solo con riferimento a questa».

I filoni di indagine. Sono le bombe che nel 1992 uccisero Falcone e Borsellino e quelle fatte scoppiare a Roma, Firenze Milano nel 1993-94, il ruolo oscuro dei servizi segreti, i depistaggi, gli eventuali collegamenti con la trattativa tra Stato e mafia. I pm di Caltanissetta hanno riaperto le indagini sulle stragi del 1992 di Capaci e via D'Amelio. Un altro filone conduce all'Addaura, teatro nel giugno 1989 del primo fallito attentato a Giovanni Falcone.

Emerge anche qui una spaccatura all'interno dei servizi: un gruppo avrebbe tramato per appoggiare il progetto di Cosa nostra di uccidere il magistrato, un altro sarebbe intervenuto per fermare i sicari.

Il caso Borsellino. E' su questa indagine che stanno emergendo le novità più rilevanti tanto che i magistrati hanno annunciato di essere arrivati vicino a verità clamorose. In alcune dichiarazioni è stata avanzata perfino l'ipotesi che le stragi siano state concepite per accelerare il crollo del sistema politico. A via D'Amelio si sarebbero mossi 007 e pezzi deviati delle istituzioni mentre l'impianto dei tre processi, conclusi con undici condanne definitive all'ergastolo, sarebbe stato inquinato da quello che il procuratore Sergio Lari ha definito oggi un «colossale depistaggio».

Gli uomini guidati dal vice questore Arnaldo La Barbera, morto qualche anno fa, avrebbero proposto una ricostruzione basata sulla falsa confessione del pentito Vincenzo Scarantino, smentita e rovesciata ora da Gaspare Spatuzza. Il nuovo indirizzo investigativo ipotizza che la versione di Scarantino sia stata «ispirata» da investigatori infedeli (così li ha definiti Lari) e attribuisce invece piena attendibilità a Spatuzza. Spatuzza è il pentito che ai pm toscani e siciliani raccontò, tra l'altro, che il boss Giuseppe Graviano gli avrebbe indicato, come referenti, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.

Anche le indagini sulla strage Falcone, che hanno già provocato 24 condanne all'ergastolo, sono state riaperte per sviluppare tra l'altro il filone dei mandanti dal «volto coperto». Da tempo sono state archiviate le posizioni di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri quali referenti politici di Cosa nostra sui quali, ha ribadito oggi il procuratore Lari, le indagini non sono state più riaperte.

Si indaga con molta attenzione sul ruolo di apparati deviati dello Stato di cui ha parlato Spatuzza e di «talpe» istituzionali. A maggio c'è stata una svolta con cinque nuovi indagati dalla Procura di Caltanissetta: Gaetano Scotto, condannato anche per la strage di via D'Amelio, il boss Salvino Madonia, Raffaele Galatolo e il nipote Angelo, il collaboratore di giustizia Angelo Fontana. Un sesto personaggio, Pino Galatolo fratello di Raffaele, è deceduto. Sarebbe stato lui a procurare il telecomando dell'esplosivo piazzato sulla scogliera dell'Addaura. Decisivi sarebbero stati gli uomini dei servizi sia tra gli organizzatori dell'attentato sia tra quelli che lo sventarono appena in tempo.

Un nuovo processo per gli attentati del 1993-1994 a Roma, Milano e Firenze è uno dei risultati dell'inchiesta fiorentina sulle stragi , che ha individuato un altro presunto responsabile, Francesco Tagliavia, già all'ergastolo per l'omicidio di Paolo Borsellino. Il 17 marzo, giorno dell'ordinanza per Tagliavia, il procuratore capo a Firenze, Giuseppe Quattrocchi, spiegò che l'inchiesta va avanti. I magistrati fiorentini sono arrivati a Tagliavia grazie alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Il processo a Tagliavia, accusato di aver messo a disposizione i suoi uomini per l'esecuzione delle stragi, si aprirà il 9 novembre a Firenze.

ilmessaggero.it

martedì 27 luglio 2010

Bavaglio, si chiudono i giochi

di Valeria Abate

Per il premier sembrava una questione di vita o di morte. Poi c'è stata la mezza marcia indietro. E tra pochi giorni il Parlamento varerà la legge definitiva. Videostoria di una piccola grande vergogna italiana

lunedì 26 luglio 2010

Cosa sta succedendo alla Fiat?

di Nichi Vendola

Ma che sta succedendo alla Fiat? Davvero si pensa che rievocare grottescamente un vallettismo d’antan possa rilanciare l’industria automobilistica nel nostro Paese? Davvero si pensa che con ‘politiche coloniali’ - trasferendo le produzioni in Paesi con condizioni più favorevoli per l’azienda, ma senza innovare, senza piani industriali complessivi, ‘dando la colpa’ di quello che accade a sindacati non accomodanti – si faccia fare un passo in avanti al gruppo automobilistico torinese?
Sono preoccupato per quello che sta accadendo.
Sono preoccupato per le migliaia di famiglie che passerrano un’estate di inferno anche a Torino.
Sono preoccupato per il rilancio del sistema impresa italiano.
Qualche settimana fa si parlava di Pomigliano come di un caso isolato, e proprio per la sua specificità si era tentato di convincere i lavoratori che era necessario sottostare alle condizioni umilianti decise dall’azienza. I lavoratori giustamente non li hanno creduti. Poi è venuto il caso di Melfi con le ritorsioni ai delegati sindacali. Ora il caso di Mirafiori.
Evidentemente non siamo più di fronte ad una casualità, ma a scelte precise che mettono in discussione la credibilità del piano industriale della Fiat e del suo management.
E tutto accade questo mentre siamo di fronte alla vera emergenza nazionale dell’Italia: la perdita ogni giorno di migliaia di posti di lavoro, il quotidiano passaggio di migliaia di famiglie da una vita dignitosa alla povertà.
Sono invidioso dei miei colleghi stranieri che di fronte alle crisi dei gruppi industriali nei propri Paesi vedono il loro governo parte attiva nel risolvere le vertenze. Questo non accade in Italia. Oltre al degrado morale che sta accompagnando la fase conclusiva della stagione berlusconiana, impressiona il disprezzo e il disinteresse con cui da Palazzo Chigi si seguono le vicende dell’economia italiana: il ministro fantasma dello sviluppo economico potrebbe oggi avere un ruolo chiave nell’imporre alla Fiat di aprire un tavolo con le organizzazioni sindacali dei lavoratori. Ma questo governo da due mesi questo ministro non lo ha. Il confronto invece tra azienda e parti sociali deve avvenire con urgenza.
Deve essere chiaro, alla Fiat innanzitutto, che le scelte autoritarie porteranno esclusivamente al disastro che deve essere assolutamente evitato. Non si puo’ pensare che, chiuso il secolo del ‘900, invece di entrare nel terzo millennio, si voglia ritornare al all’800: il riconoscimento dei diritti dei lavoratori e di una retribuzione dignitosa sono conquiste che non possono essere cancellate, neanche attraversando il mare Adriatico…

nichivendola.it

“Cento nomi nascondono i segreti delle stragi”

di Marco Travaglio

Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?

Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.

E chi sarebbero tutte queste persone?

Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori, tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.

Chi altri sa?

È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima.

Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella, ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […]. Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito derivabile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”. Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta. In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.

Andiamo avanti.

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa” , come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.

Chi manca, alla “lista della spesa”?

Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.

E poi?

L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali come Scarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri…

Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”.

Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.

Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale?

Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno.

Be’, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto…

Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati.

Perché dice “ennesimo war game”?

Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia.

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza?

Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi.

È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità?

Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato.

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è?

Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista.

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi?

A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare una storia collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.

ilfattoquotidiano.it

giovedì 22 luglio 2010

Mantovano, esposto al Csm contro il procuratore Lari

Un esposto al Csm “perché valuti l’opportunità di richiamare i magistrati al riserbo e del rispetto delle istituzioni”. Lo ha annunciato il sottosegretario all’Interno e presidente della Commissione sui programmi di protezione, Alfredo Mantovano, dopo le critiche arrivate dalla procura di Caltanissetta in merito alla mancata ammissione del pentito Gaspare Spatuzza al programma di protezione. In un’intervista al Corriere della sera, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, spiega che le critiche di due giorni fa del pm Domenico Gozzo “non si riferivano alla politica nel suo complesso, ma alla mancata concessione dello status di collaboratore a Gaspare Spatuzza. Forse ce l’ha con Mantovano?”. Il sottosegretario replica ricordando che “la Commissione sui programmi di protezione, che presiedo, è composta, oltre che da me – unica figura con rilievo politico – da due magistrati e da cinque appartenenti a vario titolo alle forze di polizia e alla Dia, particolarmente specializzati nel contrasto alla criminalità mafiosa. I suoi provvedimenti sono motivati e sono sottoposti, se impugnati, al giudizio del Tar Lazio. Far coincidere quest’organo amministrativo con ‘la politica’ qualifica quindi non questa Commissione ministeriale, ma chi ha usato queste espressioni”. Da esponente politico, invece, prosegue Mantovano, “resto sconcertato per la superficialità con cui magistrati impegnati nelle indagini sulle stragi producano ‘battute rilasciate in fretta – sono parole del dottor Lari -, nella calca dei giornalisti che ti pressano’, seguite da altrettanto improvvide correzioni di rotta, in cui, forse per distrarre l’attenzione dalle prime dichiarazioni, si polemizza con altri organi dello Stato. Avendo avuto per non pochi anni l’onore di svolgere il lavoro di magistrato, ricordo una stagione in cui i compianti predecessori di certi attuali pm dedicavano tutto il loro tempo all’accertamento della verità e non a costruire incidenti istituzionali”.

Pochi minuti prima, invece, il ministro della Giustizia Alfano aveva espresso il proprio personale sostegno nei confronti del magistrato: “Ho grande stima – ha detto Alfano - del procuratore della Repubblica di Caltanissetta Lari, che è una persona seria, che non fa comizi per strada, che non cerca consenso politico e lavora per l’accertamento della verità. Il procuratore Lari – ha aggiunto Alfano – ha dichiarato che il lavoro che si sta svolgendo per accertare la verità sulla strage, un lavoro che noi sosteniamo fortemente, vede ovviamente esclusi Berlusconi ed i politici attuali. Si tratta di vicende del 1992. Questa affermazione del procuratore Lari per quanto ci riguarda chiarisce definitivamente la questione. Spero serva da monito -a tutti i magistrati – ha concluso il ministro - che invece di cercare la verità fanno sociologia. Se si vuol diventare sociologi possono laurearsi in sociologia e scrivere i libri, non fare i magistrati”.

livesicilia.it


Veltroni: «Le stragi volute dall'Antistato ma la verità è vicina»

di Concita De Gregorio

C'è solo da continuare a cercare. Chi cerca la verità non lo fa a vantaggio di qualcuno, è chi depista lo fa per occultare qualcosa, proteggere qualcuno. Le cose stanno come avevamo immaginato in questi anni e anche peggio. Torno da questi tre giorni in Sicilia con la certezza che quei magistrati, se non si impedirà loro di lavorare, potranno dire al Paese la verità che fin qui è stata nascosta».

Si chiude così l’analisi dei fatti che Walter Veltroni fa all'indomani della lunghissima audizione dei magistrati siciliani in commissione Antimafia. Audizione secretata nel merito della quale - dice subito - «non entrerò per rispetto istituzionale ed etico del segreto. Posso però dire che sono stati giorni straordinari, di grande valore storico ed emotivo. Ne esco con la conferma che ciò che abbiamo detto in questi anni è assolutamente vero. È vero ciò che scrissi su questo giornale nella notte delle stragi, quasi vent’anni fa. È vero ciò che ha detto il presidente Pisanu parlando di “convergenza di interessi tra mafia, logge massoniche, pezzi di apparati deviati, settori politici”. Ripeto ciò che ho detto in questi mesi e che ora è da tutti confermato: le stragi del ‘92-’93 sono state stragi dell'Antistato, non solo stragi di mafia. C'è stato un disegno volto al condizionamento della vita politica nazionale e non era certo Totò Riina a guidarlo. Dico Antistato perché non voglio smettere di pensare che lo Stato siano Falcone, Borsellino, Caponnetto, gli uomini delle scorte, coloro che hanno speso la loro vita in difesa della legalità. Non importa quale grado gerarchico, quale posizione nella vita pubblica avesse chi ha complottato contro Falcone e Borsellino: era antistato».

Stiamo alle dichiarazioni pubbliche rese dai magistrati fuori dall'audizione: siamo davvero a un passo dalla verità?
«Sembra emergere, hanno detto alla stampa i magistrati, che l’assassinio di Borsellino è stato spiegato negli anni seguendo un depistaggio spaventoso. Una falsa verità costruita ad arte. Le dichiarazioni di Spatuzza fanno ripensare a quel che anni fa disse Brusca: per via D'Amelio ci sono innocenti in galera. Si sono evidentemente fatti passi avanti nel disvelare una gigantesca menzogna. Ma se Scarantino non è il responsabile dell'assassinio di Paolo Borsellino: perché qualcuno si è accusato di responsabilità che non aveva e per questo ha accettato condanne dure? Su mandato e per coprire chi, che cosa? Se si lasciano lavorare i magistrati, se avranno il sostegno delle istituzioni, se i mezzi di informazione non si lasceranno trascinare in pericolose operazioni di depistaggio (le fughe di notizie sono uno dei modi classici), se chi indaga sarà messo in grado di accedere alle fonti di informazione, ecco, allora davvero la verità sarà a portata di mano. Il sistema politico non deve avere paura della verità. Mi ha davvero colpito che il procuratore Lari abbia detto: il sostegno del capo dello Stato è importante. Sono importanti i segnali politici così come i gesti concreti: i colpi ai vertici della mafia, certo, ma poi sconcertano le contraddizioni. Negare la protezione a Spatuzza è messaggio pericolosissimo: se collabori non sei protetto. Una decisione assurda, mi rivolgo al governo: ci ripensi».

Spatuzza è stato oggetto di una campagna di discredito. Ci si domanda se sia credibile.
«Le parole di chi collabora con la giustizia devono trovare riscontri. Non bisogna delegittimare né credere a prescindere: bisogna verificare quello che dicono. Senza i pentiti né la mafia né il terrorismo sarebbero stati colpiti. Come ci ha detto un procuratore: le parole dei pentiti offrono una panoramica, poi ci sono altri strumenti per lo zoom. Le intercettazioni sono uno di questi. Il ddl sulle intercettazioni è pericoloso perché nega ai magistrati la possibilità di indagare: anche in materia di mafia, poiché come ciascuno sa molti reati di mafia sono emersi a partire da indagini che con la mafia in origine non avevano a che fare. E' questo il nodo della legge in discussione, questa la posta reale».

Ogni volta che si parla di stragi di stato, o di antistato, c'è chi ironizza sui complottisti e i dietrologi. È ora di uscire dalla panoramica ed entrare nel dettaglio: nomi, circostanze, prove, dicono. Dicono anche: come mai solo adesso, 18 anni dopo?
«È maturo il momento. Io non sono complottista né dietrologo. Guardo la realtà per quella che è. Piazza Fontana, Bologna, Piazza della Loggia, Ustica, la precisa composizione del commando che ha rapito Moro: se ancora non si sa con certezza come siano andate le cose non è per caso. Assassini rossi o neri, le mafie che hanno provato a distruggere il tessuto civile di questo paese non hanno mai agito da sole. Mi domando: perché si coprono verità cosi devastanti? Politicamente ci siamo già dati le risposte. I magistrati indagano quando sono in condizioni di farlo. Quando c'è chi collabora, per esempio. Oggi lo stanno facendo con serietà, con scrupolo, rischiando molto».

Un'altra domanda interessante è perché la mafia abbia smesso di fare stragi. È lo snodo del ragionamento di chi sostiene: perché lo scenario politico successivo alle stragi la garantiva.
«È un dato di fatto che le stragi finiscono in coincidenza con l’aprirsi, dopo il governo Ciampi, di una nuova fase politica, ed è altrettanto chiaro che le stragi non sono il linguaggio della mafia. La mafia uccide. Il Velabro, i Georgofili uomini come Riina non sanno neppure cosa siano. Un'altra mano, dal '69 in poi, c'è stata dappertutto. Perché la banda della Magliana compie il depistaggio del lago della Duchessa, perché rapisce Emanuela Orlandi, perché il suo capo è sepolto a Sant'Apollinare? Quando Grasso parla di "entità" non indica la Spectre ma un sistema di interessi che si coagula di volta in volta. Per me non vale solo per la mafia. È stato così per piazza Fontana, nel '78 con Moro. Qualcuno ha eseguito ma ci hanno messo le mani in molti. Nel libro di Flamigni dedicato a via Gradoli c'è una sorta di outlet del terrorismo: sul pianerottolo nell'appartamento di fronte a quello di Moretti e Balzarani il cognome sul campanello era Mokbel. La storia di questi anni è così. Che fine hanno fatto l'agenda rossa di Borsellino? Quella di Ilaria Alpi? Gli appunti di Cassarà, il file del computer di Falcone, la videocassetta di Rostagno? Ecco. Siamo forse oggi in condizione di arrivare a dirsi qualcosa che non si poteva dire prima. D'altronde la storia non è fatta della fretta bulimica dei giorni né dei mesi, è fatta di fasi. È arrivato il momento della verità ed è questo il tempo in cui chi sa ha il dovere di parlare: lo faccia. Il nostro paese ha diritto alla verità sulla sua storia».

A chi si rivolge?
«Ci sono molti testimoni viventi che hanno avuto in quegli anni responsabilità istituzionali e politiche. C'è stata per molto tempo una strategia destabilizzante. Guardiamo agli eventi di quei due anni. La mafia ha colpito prima i suoi referenti politici colpevoli di non aver ammorbidito la sentenza del maxiprocesso. Falcone, a Roma, stava arrivando al cuore del sistema finanziario e politico mafioso, è stato ucciso quando è stato lasciato solo. Poi la trattativa con l'Antistato - lo Stato non può trattare con la mafia. Non va a buon fine o Borsellino si oppone. Poi le stragi del ’93-’94, appena formato il governo Ciampi. Bisognava intervenire sull'esito della vita politica nazionale. L'alternativa è che fosse in corso un'altra trattativa. Oggi sappiamo che anche l'attentato all'Addaura non è andato come hanno voluto far credere. Agostino e Piazza, due agenti, sono stati uccisi in circostanze misteriose. Falcone diceva “menti raffinatissime”, e non penso si riferisse a Riina. Abbiamo avuto il nemico in casa, annidato dentro lo Stato. Siamo vicini, sì, a conoscere la verità ma è importante proprio per questo, proprio adesso il messaggio politico che si manda. La frase su Mangano non può essere dimenticata».

"Un eroe", per Berlusconi e Dell'Utri.
«Un uomo che ne ha sciolto un altro nell'acido, condannato a più ergastoli. Un segnale precisissimo, quella frase. Mi fa piacere che oggi se ne accorgano anche altri ma meglio sarebbe stato forse dirlo prima. Due anni fa per esempio, quando gli italiani andavano a votare: sarebbe stato bello sentirlo dire allora. No, Mangano non è un eroe».

unita.it


mercoledì 21 luglio 2010

Pm: "Vicini a verità su stragi mafia la politica non reggerà il peso"

PALERMO - "Siamo a un passo dalla verità sulla strage di via D'Amelio. E la politica potrebbe non reggerne il peso". A 18 anni dall'assassinio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, i magistrati di Caltanissetta Sergio Lari e Nico Gozzo non hanno dubbi. Nonostante i depistaggi, le "amnesie" istituzionali, le false prove e i falsi pentiti, le indagini sono prossime a una svolta. "Il problema - si chiede l'aggiunto Gozzo, ascoltato a lungo, oggi, dalla commissione nazionale Antimafia a Palermo assieme al procuratore Lari - è capire se c'è una politica in grado di raccogliere tutto questo".

Le dichiarazioni dei due pm sono state subito smentite dal presidente dell'Antimafia e senatore, Giuseppe Pisanu. "Dopo aver ribadito che non si può riferire alcunchè dello svolgimento dei lavori della Commissione in seduta segreta - ha detto - nego decisamente che i magistrati di Caltanissetta abbiano dichiarato di essere ad un passo dalla verità sulla strage di Via d'Amelio e che la politica non sarebbe in grado di reggere il peso di tale verità", ha dichiarato.

Stando però alla versione dei pm di Caltanissetta, il pentito Gaspare Spatuzza starebbe dando un contributo determinante, e soprattutto attendibile, alle indagini sulle stragi del 1992. Le sue testimonianze avrebbero smantellato la vacillante ricostruzione di Vincenzo Scarantino, pentito dalle alterne vicende che potrebbe essere uno dei tasselli del clamoroso depistaggio.

Di questo sono convinti Lari, Gozzo e i sostituti procuratori Nicolò Marino e Giovanni Di Leo. L'audizione, che è stata secretata, si è concentrata sulla svolta investigativa degli ultimi tempi, in base alla quale il procuratore Lari, conversando con i giornalisti prima di essere ascoltato dall'Antimafia, ha detto di trovarsi di fronte a un passaggio cruciale. Il riferimento è alla strage di via D'Amelio, nella quale furono uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della scorta.

Prima di incontrare la commissione guidata da Giuseppe Pisanu, Lari aveva ribadito la convinzione che "non sia stata solo la mafia a volere la strage". Da tempo la Procura di Caltanissetta ipotizza il coinvolgimento di pezzi deviati dello Stato e dei servizi segreti. E ora Spatuzza avrebbe fornito elementi di riscontro all'impianto investigativo messo a punto dai magistrati.

La lunga audizione del procuratore Lari e dei suoi collaboratori ha toccato anche il tema scottante della "trattativa". Lari ha parlato, incontrando i giornalisti, di "soggetti che, pur avendo dovere di fedeltà verso le istituzioni, hanno tradito questi principi". Gli scenari delineati dai magistrati nisseni lasciano intuire collegamenti opachi e contengono elementi che le indagini stanno approfondendo. Per questo la commissione ha ritenuto opportuno apporre il segreto al contenuto dell'audizione.

repubblica.it

sabato 17 luglio 2010

Diretta - Via D'Amelio Strage di Stato



Watch live streaming video from 19luglio at livestream.com

Si parte per Palermo

di Dario Campolo

Fino a martedì il blog sarà fermo per via della 3 giorni che si terrà a Palermo per rispondere al richiamo di Paolo Borsellino.

Il sottoscritto quindi sarò presente a Palermo per presidiare in via D'Amelio, sul blog sarà presente la dirette dell'evento organizzata dal sito 19luglio1992.com


RESISTENZA !!!!!!

giovedì 15 luglio 2010

Finocchiaro infuriata al Senato !!!


Core 'ngrato

di Massimo Gramellini

Lo conosci alla Statale di Milano che non hai ancora vent’anni. A ventitré cominci a lavorare per lui. A trentatré diventi il suo segretario personale e segui i lavori di ristrutturazione della sua villa: impianti elettrici e antifurto umano, un certo Mangano stalliere. A quarantuno entri nella sua concessionaria di pubblicità e gliela trasformi in una macchina da soldi. A cinquantadue converti la concessionaria in un partito politico ed è grazie a te se vince le elezioni. A cinquantaquattro vieni arrestato a Torino per un’indagine sui fondi neri della sua azienda, ti ritiri dietro le sbarre con un’edizione rilegata dei Promessi Sposi e sopporti tutto in silenzio, persino il chiasso di Sgarbi quando corre a visitarti in carcere. A cinquantotto patteggi una pena di due anni e tre mesi per frode fiscale e false fatture relative a un’azienda il cui proprietario è lui. A sessantanove sei condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa e intanto rilasci interviste sulla sua bontà e su quella di Mussolini, lo consigli, lo proteggi, ti fai intercettare in conversazioni curiose con un coordinatore del suo partito e un piduista sardo. E lui, invece di dedicarti un monumento a cavallo con stalliere o almeno un vialone di villa Certosa con vista sulle ballerine, che cosa fa? Ti definisce «pensionato sfigato».

Bell’amico si è scelto, dottor Dell’Utri.

LaStampa.it

Caliendo story. Dal passaporto di Calvi al Lodo Alfano

di Claudia Fusani

Quella della memoria è un’attività sana, che va tenuta in esercizio. Per questo è sano oggi rileggere gli atti e la relazione finale della Commissione Anselmi che nell’84 spiega i veri obiettivi della P2 di Gelli e mette in guardia, una volta per tutte, dalle associazioni segrete. La legge che porta il nome della senatrice dc è oggi tra le ipotesi di reato contestate a Carboni, Martino, Lombardi (in carcere) nonché a Verdini, Cosentino, Dell’Utri e un’altra dozzina di persone.

La Commissione Anselmi dedica un intero capitolo della relazione finale al tema dei rapporti con la magistratura. Che comincia così: «Sono presenti negli elenchi della Loggia P2 sedici magistrati in servizio e cinque membri del Csm, due togati - Pone e Buono - e tre segretari (Pastore, Croce e Palaia)». Il Piano di rinascita democratica del maestro venerabile Licio Gelli «prevedeva la necessità di stabilire un accordo morale e programmatico con la corrente di Magistratura Indipendente dell'Anm che raggruppa oltre il 40 per cento dei magistrati italiani su posizioni moderate per avere un prezioso strumento operativo all'interno del corpo anche ai fini di rapidi aggiustamenti legislativi che riconducono la giustizia a elemento di equilibrio e non di eversione». Sappiamo quali erano, allora, questi aggiustamenti: gli stessi di cui parla oggi il presidente del Consiglio che, per inciso, era titolare della tessera n° 1816 codice E.19.78 della P2. E, quindi, separazione delle carriere tra giudici e pm; pm e Csm sotto l’esecutivo eccetera.

Ma quello che colpisce di più è imbattersi, scorrendo le righe della relazione Anselmi, nell’allora giovane membro togato del Csm Giacomo Caliendo, della corrente di Mi per l'appunto, che su mandato di un altro membro togato Domenico Pone (consigliere di Cassazione iscritto alla P2) e dell’allora vice del Consiglio Ugo Zilletti faceva «pressione» sul procuratore di Milano Mauro Gresti per far riavere il passaporto a Roberto Calvi, il vice-banchiere di Dio presidente dell'Ambrosiano, nei guai giudiziari fino al collo per una sfilza di reati valutari e societari.

Diciamo subito che il passaporto a Calvi, nonostante le pressioni dei vertici del Csm, non fu restituito. Il banchiere riuscì comunque a scappare, ad arrivare a Londra per finire morto sotto il ponte dei Frati Neri. Caliendo è oggi il sottosegretario alla Giustizia amico di Lombardi, Martino e Carbone, tanto da partecipare con loro alle cene in casa Verdini, e l'uomo che in questi due anni ha mosso tutti i fili delle «riforme»: Lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento, intercettazioni.

Nell’81 Calvi è sotto indagine a Milano e tra le misure interdittive c’è il divieto di espatrio e il ritiro del passaporto. La P2, i cui elenchi sono stati scoperti il 17 marzo 1981 a Castiglion Fibocchi, si attiva attraverso per dare una mano al potente banchiere caduto in disgrazia inviando più volte dal procuratore di Milano Mauro Gresti il giovane Caliendo per trovare il modo di far riavere il passaporto a Calvi. Le «pressioni», nel marasma che si scatena in Italia dopo la scoperta delle liste, diventano oggetto di un’inchiesta a Brescia in cui sono coinvolti Ugo Zilletti, numero due del Csm eletto nell’80 all’unanimità dopo l’assassinio di Bachelet e Domenico Pone, giudice di Cassazione e membro togato del Csm. Contro di loro la testimonianza-denuncia del procuratore generale di Milano Carlo Marini, anche lui avvicinato per riconsegnare il passaporto a Calvi e sollecitato da Zilletti e Caliendo. Zilletti e Caliendo non risultano iscritti alla P2. Pone viene messo sotto procedimento disciplinare dal Csm. Il giudice istruttore di Roma Ernesto Cudillo decide con sentenza-ordinanza del 17 marzo 1983 di assolvere tutti. La procura generale di Roma rinuncia a fare appello. Non solo per il passaporto, del resto.

Questo è solo uno degli episodi di interferenza P2-magistratura. La Commissione ne elenca altri. La vedova di Roberto Calvi ha raccontato che il marito pagava un fisso all'aggiunto di Milano Gino Alma per avere informazioni sulle inchieste. Un altro magistrato di Como (Ciraolo) andava a fare spesso visita a Calvi. Ernesto Pellicani, braccio destro di Carboni, racconta dei contatti con due magistrati di Milano (Carcasio e Consoli) per favorire la nomina di Consoli a procuratore generale a Milano e di riunioni conviviali a Roma alla presenza di deputati per far assolvere Calvi. Rizzoli parla di somme di danaro versate ai giudici per ottenere la riunificazione dei procedimenti a Roma. Cosa che è poi avvenuta.

Vicende del tutto sovrapponibili a quanto oggi nelle carte dell’inchiesta Insider della procura di Roma: le riunioni in casa Verdini per il lodo Alfano; le pressioni in Cassazione per togliere dai guai Casentino e quelle sul Csm per le nomine di procuratori e presidenti di Corti e Tribunali; le intercettazioni in cui Caliendo prende ordini da Lombardi; il capo degli 007 ministeriali Arcibaldo Miller che spiega come richiedere l’ispezione ministeriale (questione lista Formigoni).
La Commissione Anselmi si chiude dicendo che i contatti operativi con la magistratura «prescindevano dall'iscrizione o meno alla Loggia». A tal proposito ricorda come «la riunificazione a Roma, disposta dalla Cassazione, di tutti i procedimenti relativi alla Loggia non abbia giovato alla speditezza dell'istruttoria e al raggiungimento di un risultato concreto». E si sofferma sulla requisitoria del procuratore Gallucci che il 29 maggio 1982 «rappresentò la P2 come un fenomeno associativo di scarsa pericolosità». Più meno come «i quattro sfigati pensionati» di cui parla oggi il premier Berlusconi. Che, sempre dalle carte anche se questa volta del processo Dell’Utri, risulta fin dal 1980 in affari in Sardegna con Flavio Carboni e Romano Comincioli, il suo compagno di classe e oggi deputato.

unita.it


P3, spunta "Cesare" pseudonimo del premier Silvio Berlusconi

di Emanuele Lauria Maria Elena Vincenzi

"Cesare". È un nome che ricorre decine di volte nelle conversazioni della banda Carboni. Il ministro
Nei verbali dei carabinieri una nota spiega il riferimento al premier. Così come nei dialoghi intercettati dei tre membri dell'associazione segreta rubricata come "P3" E per i carabinieri non ci sono dubbi: "Cesare", quella persona che ritorna frequentemente nelle parole del faccendiere Flavio Carboni, del tributarista Pasquale Lombardi e dell'imprenditore campano Arcangelo Martino, altri non è che Silvio Berlusconi. "Cesare" è lo "pseudonimo utilizzato dai soggetti per riferirsi al presidente del Consiglio": così è scritto in una breve nota che segue un'informativa agli atti della Procura di Roma. Carboni, Lombardi e Martino fanno riferimento a contatti ripetuti con "Cesare", alludono a incontri da organizzare con il capo. Dando corpo al sospetto che il premier fosse a conoscenza degli affari e delle manovre occulte della combriccola. A partire da quelle per condizionare la Consulta sul lodo Alfano.

Niccolò Ghedini, l'avvocato del premier, non ci crede. E smentisce i carabinieri: "L'interpretazione data negli atti oltre che inveritiera è ridicola. Mai per queste vicende nessun contatto, diretto o indiretto, vi è stato fra il presidente Berlusconi e i soggetti indicati". La magistratura sta valutando con attenzione il rapporto del nucleo investigativo dell'Arma. In Procura c'è chi lavora su un'ipotesi alternativa, per la quale Cesare potrebbe essere in realtà Marcello Dell'Utri. Anche se non mancano conversazioni in cui i due nomi - quelli di Cesare e Marcello - compaiono insieme. Come quella in cui Martino annuncia a Ernesto Sica, l'ex assessore della giunta campana che avrebbe contribuito al dossier infamante su Caldoro, che l'obiettivo di una sostituzione del candidato governatore sta per essere raggiunto: "Sono già al cambio della guardia. Domani mattina arriva Cesare... Però già ha parlato con Marcello...".

"AMMA VEDÈ CESARE"
Una storia che lascia interrogativi inquietanti. Soprattutto perché lo pseudonimo di Cesare viene utilizzato prima e dopo l'ormai famoso pranzo del 23 settembre 2009, a casa Verdini, in cui - alla presenza di Dell'Utri e del sottosegretario Caliendo - si sarebbe studiato un piano per interferire sulla Consulta in vista del giudizio sul lodo Alfano. Subito dopo l'incontro, Lombardi dice a Caliendo che è andato via in anticipo: "Antonio (Antonio Martone, ex avvocato generale in Cassazione, ndr) poi ha completato, ha fatto un'ottima relazione. Siamo stati fino alle quattro lì. E abbiamo vis... Poi amma vedè Cesare quanto prima... Abbiamo fatto un discorso per quanto riguarda la Corte Costituzionale. Bisogna vedere quanti sono i nostri e quanti sono i loro, per cui se potimm' correre ai ripari, mettere delle bucature, siamo disponibili a fare tutto". E ancora a Caliendo: "Ogni giorno... Ogni settimana ci dobbiamo vedere, capire dove sta o' buono e dove o' malamente. Vagliò, tu hai la strada spianata per fare o' ministro".

"L'UOMO È SODDISFATTO?"
Poi Lombardi parla con Antonio Martone e gli dice di fare una "ricognizione sui favorevoli e i contrari. Per vedere come raggiungere i contrari". Quindi al telefono con Dell'Utri: "È stato un ottimo incontro", dice il senatore riferendosi ancora al pranzo. Lombardi: "Ti informo perché domani mi daranno altre notizie". Dell'Utri: "Tienimi informato, eh". Lombardi: "Era soddisfatto l'uomo, sì?". "Sì, sì. Comunque soddisfatto, sì". E l'uomo, secondo gli inquirenti, potrebbe essere sempre Cesare, ovvero il premier.

"DIGLIELO!"
In una successiva telefonata, Carboni parla con Martino del complotto per screditare la candidatura di Caldoro alla presidenza della Regione Campania. Carboni, alludendo al falso dossier su Caldoro, dice: "Credo sia già arrivato nelle stanze di Cesare. I tribuni hanno già dato notizia". Sempre dopo la riunione del 23, Lombardi al telefono rassicura Martino: "Più tardi (Carboni, ndr) mi darà un colpo di telefono, perché parlerà pure con Cesare". Poi Martino chiama lo stesso Carboni: il tema spinoso è sempre quello della pronuncia della Consulta sul Lodo Alfano, dei voti dei giudici costituzionali da conquistare. "Servono queste informazioni, se bisogna fare l'incontro con Cesare, con gli altri, e questa cosa dei numeri...", dice Martino. Il 25 settembre l'imprenditore campano si dice "molto ottimista" sull'esito della vicenda. E sprona il sodale Carboni a farlo sapere a chi di dovere: "Diglielo a Cesare!".

IL "CUGINO"
Il 30 settembre la "P3" sta preparando una nuova riunione a casa di Verdini e ancora Martino dice all'amico Lombardi: "Dobbiamo vederci assolutamente alle 15 allo stesso posto, perché mio cugino Cesare vuole sapere prima delle cose, hai capito?". Dopo dieci minuti lo stesso Martino si vanterà: "Mi ha chiamato mio nipote Cesare. Concretezza e risultati". E l'imprenditore dà per "probabile" la presenza del fantomatico Cesare alla riunione in programma di lì a qualche ora.

LO SCAMBIO
Il 2 ottobre Lombardi contatta il sottosegretario Cosentino. E parla dell'incontro avuto "con l'amico nostro Marcello e Denis". Ai quali lo stesso tributarista e Martino avrebbero "mostrato i denti": "Visto come stanno le cose - dice Lombardi - la settimana prossima mi incontro pure con Cesare". Cosentino annuisce e Lombardi continua: "Lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il 6 (giorno della decisione del lodo Alfano, ndr) e allora giustamente quello che diceva Arcangelo: lui ci deve dare qualche cosa e ci deve dare te". L'allusione è a uno scambio: il sì alla candidatura di Cosentino in Campania come premio per le pressioni fatte dalla "combriccola" sui giudici costituzionali.

repubblica.it

Allarme Bankitalia e Bce a rischio lavoro e redditi

MILANO - In Italia, nel 2009, le famiglie in condizioni di povertà relativa sono state 2 milioni 657 mila e hanno rappresentato il 10,8% delle famiglie residenti; si tratta di 7 milioni 810 mila individui poveri, il 13,1% dell'intera popolazione. Sempre nel 2009, 1.162 mila famiglie (il 4,7% delle famiglie residenti) sono risultate in condizione di povertà assoluta per un totale di 3 milioni e 74 mila individui (il 5,2% dell'intera popolazione). Sia la povertà relativa, che quella assoluta - i dati sono contenuti nel rapporto Istat per il 2009 - sono risultate sostanzialmente stabili rispetto al 2008, sia a livello nazionale sia a livello di singole ripartizioni. La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per persona, che nel 2009 è risultata di 983,01 euro (-1,7% rispetto al valore della soglia nel 2008). L'incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

Peggiorano le condizioni delle famiglie povere del Sud e cresce la povertà assoluta (che misura i più poveri tra i poveri) di quelle operaie. In un quadro della povertà sostanzialmente stabile nel 2009, anche perché l’effetto della crisi è stato mitigato da due ammortizzatori (Cig e famiglia), la situazione si aggrava comunque tra gli operai e nel Mezzogiorno. Lo rileva l’Istat nel rapporto annuale sulla povertà in Italia.

Il Sud conferma infatti gli elevati livelli di incidenza della povertà raggiunti nel 2008 (22,7% per la relativa e 7,7% per l’assoluta) e mostra un aumento del valore dell’intensità della povertà assoluta (dal 17,3% al 18,8%) dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressoché identico, ma le loro condizioni medie sono peggiorate. L’incidenza di povertà assoluta aumenta, tra il 2008 e il 2009, per le famiglie con persona di riferimento operaia (dal 5,9% al 6,9%), mentre l’incidenza di povertà relativa per queste famiglie aumenta solo nel Centro (dal 7,9% all’11,3%). L’incidenza diminuisce invece a livello nazionale tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio (dall’11,2% all’8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3% per l’assoluta), più concentrate al Nord rispetto al 2008.

corriere.it

mercoledì 14 luglio 2010

Meno 3 Giorni, preparatevi il 19 luglio 2010 le agende rosse tornano a Palermo con Paolo Borsellino




Auto blu: ci costano 4 miliardi all'anno

ROMA - In tutta Italia le cosiddette «auto blu» sono 90 mila e per mantenerle si spendono 4 miliardi di euro all'anno. È stato il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, a rendere note le cifre aggiornate al 2010. «Penso che si possa spendere la metà facendo le stesse cose», ha commentato Brunetta. Le auto dei politici costano 150 mila l'una: sono 18-20 mila e hanno almeno due autisti. «È una cifra enorme, con 4 miliardi si rinnova un contratto del pubblico impiego», ha chiarito il ministro.

AUTISTI - Ma il costo principale non sono le auto in sé, ma gli autisti. Il costo del personale incide infatti per il 75%. Si spende infatti un miliardo di euro per consumi, manutenzioni e assicurazioni. Tre miliardi di euro costa invece il personale addetto (40 mila autisti in senso proprio, più 20 mila addetti amministrativi e generici). «Sessantamila autisti su 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici sono troppi», ha affermato il ministro. «In molti casi si tratta di personale assunto con altre mansioni che io vorrei si dedicasse a produrre beni e servizi. Anche perché un'auto a noleggio costerebbe 95 mila euro, con un risparmio di 55 mila euro. La strada da seguire è questa».

corriere.it


Manovra: serviranno altri 25 miliardi. E il debito pubblico schizza a livelli record


di Superbonus

Il debito pubblico è cresciuto, al netto della cassa, di 13 miliardi fra aprile e maggio di quest’anno, raggiungendo la cifra record di 1.827 miliardi. Anche se il ministro dell’Economia Giulio Tremonti minimizza dicendo che il fatto ha “importanza relativa”, facendo le proiezioni vuol dire che, anche supponendo che la manovra appena varata sia pienamente efficace e che il Pil italiano cresca nei prossimi tre anni dell’1,3 per cento, per mantenere gli impegni presi in Europa serve un’altra manovra da 25 miliardi di cui 16 nel biennio 2011/2012.

Gli operatori finanziari hanno concesso una tregua ai nostri titoli di Stato, la rigidità mostrata da Tremonti nella difesa dei conti pubblici e una minima ripresa economica hanno contribuito a mantenere su livelli accettabili i tassi d’interesse che l’Italia paga per rifinanziare il proprio debito. Questa apertura di credito durerà solo fino alle prossime verifiche dei numeri di finanza pubblica e di andamento dell’economia.

Il downgrading del Portogallo di ieri è un promemoria per ricordare che i problemi sono tutti sul tappeto e possono deflagrare in una nuova crisi da un momento all’altro. La politica estera del “cucù”, ufficializzata due giorni fa da Silvio Berlusconi non ha infatti convinto la Germania a recedere dal proposito di comprimere i propri consumi attraverso una politica di bilancio restrittiva e puntare tutto sulle esportazioni. Una ricetta economica tagliata su misura per il tessuto industriale, economico e sociale tedesco ma che stringe in una morsa recessiva tutti gli altri partner europei.

Alla fine del primo trimestre 2011 saremo alla resa dei conti di una politica economica basata sugli slogan e su messaggi chiari di benevolenza agli evasori fiscali. L’Istat ci dice che siamo il Paese con la più alta percentuale di economia sommersa, ogni anno 255 miliardi di euro di ricchezza prodotta sfuggono a qualsiasi controllo e chiaramente a ogni tipo di imposta. La fortunata formula politica “meno tasse per tutti” si è tradotta in una divisione economica e sociale fra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. L’evasione non è un fenomeno isolato, concentrato in alcuni settori o gruppi, è consolidato e diffuso dall’idraulico all’avvocato, dal fruttivendolo al grande imprenditore, chi più chi meno arrotonda i propri introiti pagando meno imposte. In questo andazzo diffuso anche il lavoratore dipendente dove può risparmia, tutti sanno che esistono due prezzi differenti per ogni bene e ogni servizio che si acquista: il prezzo con fattura e il prezzo senza fattura.

Il governo si troverà presto di fronte al dilemma di operare altri 25 miliardi di tagli alla spesa o di perseguire in maniera efficace l’evasione fiscale magari reintroducendo la norma sulla tracciabilità del contante varata da Romano Prodi e solo parzialmente ripresa nell’ultima finanziaria. C’è il ragionevole dubbio che Berlusconi e la sua maggioranza non abbiano la forza di fare né l’una né l’altra cosa, troppo deboli e minati nella credibilità dagli scandali per imporre nuovi sacrifici, troppo sbilanciati con il loro elettorato per stringere sui controlli fiscali.

La dura reazione del presidente della Lombardia Roberto Formigoni alla Finanziaria ci dice che anche la strada di scaricare sugli enti locali il peso dei tagli è difficilmente percorribile nell’immediato futuro. Intanto protesta anche il Pd per un emendamento che toglie il tetto di 20 alunni per le classi con bimbi disabili. Negli ambienti economici finanziari italiani cresce la preoccupazione di un esecutivo paralizzato di fronte a nuove necessità di cassa e prende sempre più forza l’idea di una maggioranza più ampia dell’attuale, di larghe intese o meno ma che garantisca all’establishment del Paese una guida certa dei conti pubblici e dell’economia.

In questo quadro la presenza di Cesare Geronzi e Mario Draghi alla cena in casa Vespa con Berlusconi e Casini non sembra né casuale né improvvisata: gli interessi della finanza italiana coincidono con le preoccupazioni del cardinale Bertone (altro commensale) sulla tenuta sociale del Paese. Probabilmente a casa di Vespa è iniziato un ragionamento sul futuro dell’Italia che andrà al di là e oltre le portate servite al tavolo e che riemergerà con le scadenze di bilancio dei prossimi dodici mesi. Noi speriamo vivamente che sia così, anche per dare un senso alla presenza a quella cena del governatore di Bankitalia Mario Draghi che è anche presidente del Financial Stability Board. Se invece, come sostiene Vespa, alla cena non si è parlato di niente del genere saremmo veramente in pieno basso impero, epoca nella quale si può chiedere alla massima autorità monetaria del Paese di passarci il sale.

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