mercoledì 30 giugno 2010

Negli inferi comunque insieme allo stalliere


di Saverio Lodato

Se sette anni vi sembran pochi. Se sette anni vi sembrano un soffio, un buffetto sulla guancia, un’amichevole pacca sulle spalle. Se sette anni di galera, per concorso in associazione mafiosa, per un senatore della Repubblica in servizio permanente effettivo, per l’uomo che insieme a Silvio Berlusconi diede vita a Forza Italia, per il pioniere Fininvest, per il politico palermitano che trasmise le stimmate di Cosa Nostra nella variopinta corte di Arcore, vi sembrano un nonnulla. Se sette anni, insomma, vi sembrano un tantino di meno rispetto ai nove che erano stati inflitti in primo grado dalla Seconda Sezione del Tribunale presieduta da Leonardo Guarnotta, allora vuol dire che non avete capito nulla di cosa significhi, in Italia, metter mano nel ginepraio dei rapporti secolari fra mafia, politica, economia istituzioni e servizi segreti; altro che «pezzi dei servizi», molto più spesso servizi «presi per intero». Ieri, 29 giugno 2010, nel giorno del martirio di Pietro e Paolo, la seconda corte d’appello di Palermo, presieduta da Claudio Dell’Acqua - giudici a latere, Salvatore Barresi e Sergio La Commare - dà finalmente ragione, a distanza di quindici anni, a quella tanto vituperata Procura di Gian Carlo Caselli che aveva osato portare alla sbarra un politico importante e pesante, potente e conosciuto, protetto e riverito, persino bibliofilo e bene accolto nel bel mondo. Ci sarà tempo per la Cassazione.

Però, come non vedere? Come non vedere che a una condanna a nove anni, ne fa seguito un’altra a sette? E sempre per il medesimo reato che - lo si ammetterà facilmente – infamante lo è, soprattutto per un esponente delle istituzioni. E come non vedere che il Tribunale non ha prescritto, non ha svuotato l’impianto accusatorio, sostenuto da un battagliero procuratore generale, Antonino Gatto, per il quale, come è ovvio, si sarebbe forse potuto adoperare una mano ancor più pesante nei confronti dell’imputato, ma lo ha esaminato da cima a fondo, regolandosi in base al suo libero convincimento? Non ci sembra una sentenza da buttar via, tutt’altro. La giustizia, bene che vada, non è perfetta. In questo caso, ha operato una distinzione cronologica fra il “prima” e il “dopo” 1992. La sentenza ci dice che Marcello Dell’Utri, sino a quella data, da un lato ispirò gli atteggiamenti estorsivi di Cosa Nostra, dall’ altro si presentò con spirito amicale a Silvio Berlusconi, invitandolo a trattare. Quante balle, alla luce di questo verdetto, ci ha raccontato in questi anni il senatore con innegabile bonomia. Che Vittorio Mangano, per lui, altro non era che una persona per bene, di fiducia, indefesso lavoratore nel mondo dei cavalli . Altro che lo stalliere trasferito da Palermo a Milano, su sua esplicita richiesta, per farlo assumere proprio come cinghia di trasmissione fra gli ambienti mafiosi e malavitosi, in cui era immerso lo stesso Dell’Utri, e Silvio Berlusconi e i suoi cortigiani.

Ma vogliamo capire, una volta per tutte, che quando il duo Berlusconi-Dell’ Utri beatificava al rango di «eroe» il Mangano non si comportava come un duo comico in un numero da varietà, ma faceva, proprio nella apparente paradossalità, una estrema scelta di autodifesa? Un duo tragico, allora, non un duo comico. Cade su Mangano Vittorio, mafioso ed eroe, il senatore della Repubblica Italiana, Marcello dell’Utri. Ma cade anche su altri cognomi, altrettanto pesanti, il senatore. Stefano Bontate non Blaise Pascal, spesso citato da Dell’ Utri fra una pausa e l’altra dei suoi processi. Mimmo Teresi, non Seneca, dalle cui pagine l’imputato attinse durante la maturità tante certezze sul dolore terreno. Francesco Di Carlo, non San Tommaso, ché, se avesse seguito San Tommaso alla lettera, ci avrebbe davvero messo il naso per scoprire che Mangano delinquente era, altro che eroe. Totò Riina, non Leonardo Sciascia. Jimmy Fauci, non Gesualdo Bufalino. E il tutto sin dal lontano 1974.

Ma dopo il 1992, per la corte d’appello, il fatto non sussiste. Non regge, al vaglio dibattimentale, l’ipotesi della «trattativa» su Stato e mafia; non regge cioè il coinvolgimento di Dell’Utri in quell’altalena di papelli redatti dai boss di Cosa Nostra, contenenti le loro richieste, e recapitati al nemico istituzionale che si intendeva mettere in ginocchio. È il tremendo periodo delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio e quello, immediatamente successivo, delle stragi di Roma, Firenze e Milano, a non essere messo a fuoco da questa sentenza. Era compito di questa sentenza far chiarezza anche su quelle pagine nere? Dipende dai punti di vista. Se ne discuterà all’infinito. Che la trattativa ci fu, che ci furono i mandanti esterni a Cosa Nostra per quella ininterrotta teoria di stragi, ormai fa parte del senso comune. Non sono pochi, d’altronde, i colleghi giornalisti che sull’ argomento stanno scrivendo libri assai documentati (da «La trattativa», di Maurizio Torrealta per la Bur, all’«Agenda Nera» di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Chiarelettere).

Ci sarà tempo, perché il senso comune, ormai inoppugnabile, faccia il suo corso processuale e si traduca in sentenza. Ma che Dell’ Utri, nell’ immediato, sia stato sgravato da quest’ennesimo fardello, è stata ben magra consolazione, ieri mattina, nell’aula bunker dei Pagliarelli. Erano infatti disorientati i legali. E a ragion veduta. A parte i sette anni di condanna per il loro assistito, mai facili da digerire, il fatto che la corte abbia espunto la cosiddetta «stagione politica», ha finito con il togliere carburante, più in generale, alla gigantesca «macchina da guerra» dei media, scagliata in questi anni a folle velocità proprio contro i cosiddetti «processi politici». E Marcello Dell’ Utri? Ieri non si è visto. Curiosamente assente, quasi gli fischiassero le orecchie, mentre per anni e anni si era distinto in presenza e puntualità. Da Como, in conferenza stampa, ha ribadito: «Mangano per me resta un eroe». Chapeau alla sua coerenza. Chapeau per il pensiero rivolto al vecchio sodale mafioso, ormai scomparso che, salvo capovolgimenti di Cassazione, se l’è tirato giù, nel gorgo giudiziario, con tutto il peso di una pietra al collo.

unita.it


Pisanu: "Trattativa con mafia? Ci fu qualcosa del genere"

ROMA - Cosa Nostra, anche oggi, non ha rinunciato ad influire sulla politica. L'allarme e' stato lanciato oggi dal presidente della Commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Pisanu.
Concludendo le sue comunicazioni alla Commissione parlamentare riferite ai grandi delitti e alle stragi di mafia del 1992-93, Pisanu ha ricordato che da quegli anni ad oggi ''bloccato il suo braccio militare, Cosa Nostra ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere. Ma da allora ad oggi - ha proseguito Pisanu - ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia e' cresciuta grandemente una opposizione sociale alla mafia - ha ricordato - che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine''.
Anche per questo, ha proseguito Pisanu, Cosa Nostra ''ha forse rinunciato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica. Al contrario, con l'espandersi del suo potere economico - ha poi detto - ha sentito sempre piu' il bisogno di proteggere i suoi affari e i suoi uomini, specialmente con gli strumenti della politica comunale, regionale, nazionale ed europea''.

repubblica.it

Il gradino che non hanno costruito

di Salvatore Borsellino

Nel suo appello finale ai Giudici della Corte d’Appello di Palermo, nell’aula bunker di Pagliarelli, il sostiruto Procuratore Generale Nino Gatto aveva concluso la sua arringa con questa appassionata esortazione:

Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro paese. Oppure potete distruggerlo questo gradino”.

Con la sentenza promulgata oggi che condanna a sette anni di reclusione il sentatore Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, i Giudici della Corte d’Appello non lo hanno distrutto quel gradino ma hanno pero rinunciato a dare il loro conribuito per percorrere quegli altri scalini che, malgrado loro, ci porteranno a conoscere la verità sulle stragi del ’92 e del ’93 e a scoprire le responsabilità di quel sistema di potere che ha intriso di sangue le fondamenta di questa disgraziata seconda Repubblica.

Si è ripetuto, seppure in forma peggiore per l’imputato di questo processo lo scenario del processo a Giulio Andreotti, con una cesura sulle responsabilità dei due imputati per i due periodi rispettivamente prima e dopo gli anni e ‘80 e prima e dopo il ’92, come se la criminalità mafiosa fosse possibile troncare repentinamente i rapporti intrattenuti fino a un dato momento.

Con la differnza che per Giulio Andreotti era stato possibile applicare quella prescrizione dei reati che una informazione non degna di questo nome ha sempre spacciato come assoluzione, mentre, grazie a Dio per Marcello Dell’Utri questa possibilità scatterà solo nel 2015.

La prescrizione non ha quindi potuto essere applicata e questo ci consentirà, e ne saremo felici, di vedere Marcello Dell’Utri varcare le porte del carcere dove potrà sentirsi più vicino al suo eroe, Vittorio Mangano, al quale anche in questa occasione ha ritenuto di dovere tributare il suo omaggio e che in carcere, appunto, ha concluso i suoi giorni.

Questo sempre che, come succeso con Cesare Previti, altro soddale del Presidente del Consiglio a cui questi non era riuscito ad evitare il carcere, non venga affidato ai servizi sociali.

Che si profilasse una assoluzione per i fatti dal ’93 in poi , la gestione della seconda fase della trattativa e la nascita di Forza Italia quale nuovo partito di riferimento della criminalità organizzata era da intuire dopo che il colleggio giudicante aveva rinunciato ad acquisire le testimonianze dei nuovi collaboratori di giustizia, Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza.

Testimonianze che stanno permettendo alle Procure di Palermo, Caltanissetta e di Firenze di salire appunto quei gradini che questo colleggio giudicante non ha avuto il coraggio di contribuire a costruire anche se di certo non ha potuto, ne sicuramente voluto, distruggere e che ci porteranno a conoscere la verità sulle stragi del ’92 e del ’93, sulla “trattativa” o meglio sulle “trattative” tra pezzi dello Stato e criminalità organizzata, e sulla nascita del partito e del sistema di potere che oggi regge il nostro paese.

Grazie anche ai ricatti che è in grado di gestire chi oggi detiene l’Agenda Rossa sottratta dalla macchine ancora in fiamme del Giudice Paolo Borsellino.

ilfattoquotidiano.it

Salvatore Borsellino: "I giudici hanno fatto chiarezza, ora la verita' sulle stragi e la trattativa"

di Antonella Loi

"E' una sentenza significativa: il concorso esterno in associazione mafiosa viene confermato anche in appello, adesso è tutto più chiaro".
Salvatore Borsellino, fratello minore di Paolo, il magistrato di Palermo ucciso da Cosa Nostra nel 1993 insieme agli agenti della scorta, da allora impegnato nella ricerca della verità su quella stagione di stragi, non ha più dubbi: Marcello Dell'Utri ha concorso con Cosa Nostra. Almeno fino al 1992, dicono i giudici.

I giudici hanno condannato il senatore del Pdl a sette anni, ma il procuratore generale ne aveva chiesto 11.

"La riduzione della pena era già prevista perché i giudici - anche se io non ne capisco il motivo - hanno rifiutato la testimonianza di Spatuzza e Ciancimino che erano fondamentali per quell’accusa che è stata quindi dichiarata non sussistente. Cioè per i giudici non ci sono elementi sufficienti per provare un ruolo di Dell'Utri nelle stragi del '92-'93 e nella trattativa. L’importante è però che sia stata confermata la condanna".

Nei giorni scorsi si parlava insistentemente di assoluzione.

"Per parte mia sarebbe stata una tragedia. Far valere la prescrizione per reati di questa gravità sarebbe assurdo: la prescrizione non dovrebbe esistere in questi casi".

Dell'Utri è un senatore della Repubblica, co-fondatore di Forza Italia e braccio destro del premier Berlusconi. Che lettura politica dare?

"Be, se i politici traessero le conseguenze dalle sentenze si assumerebbero le loro responsabilità. Io so che mio fratello Paolo diceva sempre che anche prima che la magistratura si possa pronunciare su certi accadimenti, i partiti politici dovrebbero fare pulizia al loro interno. Penso che non siano parole al vento quelle di chi invoca liste pulite e un Parlamento pulito senza condannati o indagati.

Secondo lei Dell'Utri dovrebbe dimettersi?

"Ha idea della gravità di questa condanna? Certo che dovrebbe dimettersi. Solo che purtroppo vengono usati diversi pesi e diverse misure a seconda dle momento o della persone. Per Scajola a fronte di una semplice indagine viene dallo stesso partito l’iniziativa e se ne traggono le conseguenze. In casi estremamente più gravi come una condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa conseguenz non se ne vedono. Credo che il fatto che Dell’Utri sieda ancora in Parlamento squalifichi l’intero organo legislativo".

Le dichiarazioni di Spatuzza stanno portando alla luce una verità diversa sulle stragi del '92-'93.

"La strada è ancora lunga, anche se sulla trattativa Stato-mafia almeno sembra tracciata. Ma dico che non è possibile che a 18 anni da quelle stragi ci siano ancora questi misteri su coloro che sono stati effettivamente autori e ispiratori di quelle stragi".

Lei è fiducioso?

"Io ho molta fiducia nei giudici di Palermo, Caltanissetta e Firenze che stanno lavorando per portare alla luce la verità, sempre che questi magistrati non vengano intimiditi o in qualche modo eliminati. Eliminati come hanno fatto con De Magistris, denigrandolo e trasferendolo, o come hanno fatto con Falcone e Borsellino, che sono stati uccisi. Solo allora potremmo arrivare alla verità. Come dice Antonio Ingroia, se gli italiani vorranno la verità si arriverà ad essa, ma bisogna pretenderla con forza. Per fortuna Spatuzza ha scelto di continuare a parlare, nonostante l’evidente intimidazione che è stata perpetrata nei suoi confronti non concedendogli il programma di protezione".

notizie.tiscali.it (Antonella Loi, 29 Giugno 2010)

Dell'Utri, 25 anni di amicizia coi boss


di Attilio Bolzoni

Tutto quello che sapevamo è sentenza. Tutti i suoi legami con i capi di Cosa Nostra sono stati provati e anche confermati. Era l'ombra di Silvio Berlusconi e intanto si mescolava a loro, trafficava con loro. La complicità di Marcello Dell'Utri con i boss siciliani è stata molto lunga nel tempo: una mafiosità che è durata venticinque anni.
E' passata attraverso due generazioni di Padrini, attraverso una guerra che ha fatto più di mille morti, attraverso "eroi" come Vittorio Mangano che sono transitati da una famiglia all'altra dopo un tradimento per salvarsi la pelle. Ha resistito ai cambi di guardia del grande potere criminale di Palermo, di boss in boss, prima con i Bontate e con i Teresi e poi Totò Riina e i suoi Corleonesi.

E' rimasto sempre lì, il senatore Dell'Utri è rimasto sempre incollato ai suoi amici siciliani, tutti i sopravvissuti, tutti quelli che stagione dopo stagione comandavano e uccidevano. Dal giorno che lui è arrivato a Milano non ha mai interrotto i suoi rapporti con loro, mai rinnegato il patto che aveva sottoscritto prima di sbarcare alla corte di quello che sarebbe diventato il capo del governo italiano.

Nomi. Da Antonio Virgilio e Salvatore Enea detto "Robertino" a Jimmy Fauci e Francesco Paolo Alamia. Luoghi. Dal campetto della Bacigalupo nella borgata dell'Arenella alla principesca Villa Casati. Incarichi. Segretario particolare di Silvio prima, poi amministratore di Pubblitalia, poi ancora fondatore del partito che avrebbe cambiato i destini del Paese. Una scalata che non si è fermata mai. E dietro di lui, Marcello, c'erano sempre loro: il "clan dei siciliani".

Se è intorno alla metà degli Anni Sessanta che si rintracciano le sue prima relazioni con riciclatori di denaro sporco e trafficanti di stupefacenti, è nel 1974 che c'è certezza di un collegamento più forte e "strutturato" con i capi della criminalità palermitana. É l'arrivo di Vittorio Mangano (e non a caso il senatore non si è stancato mai di ripetere cosa ha rappresentato per lui lo "stalliere", l'ha fatto persino ieri subito dopo la condanna) a Milano che segna l'inizio di questa spericolata avventura dell'anonimo impiegato della Sicilcassa all'agenzia di Belmonte Mezzagno. É Vittorio Mangano uno delle "giunture" della storia di mafia e di investimenti che ha reso famoso e potente il futuro senatore, è l'uomo d'onore della famiglia di Porta Nuova che sbarca in Lombardia, "e dal 1974 fino all'ottobre del 1976 fissa la sua residenza in Arcore, via San Martino n.42, cioè la via confinante con la villa di Berlusconi, denominata appunto Villa San Martino...". Il Mangano che è il collegamento fra la Cupola che sta a Palermo e Dell'Utri che sta ormai a Milano, il Mangano che prima prende ordini dal capo Stefano Bontate e poi ordini dal capo Salvatore Riina.

C'è una "continuità" nel mondo di mafia e una "continuità" nelle complicità di mafia: Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri seguono lo stesso percorso, subiscono gli stessi contraccolpi per le instabilità di Cosa Nostra, approdano entrambi nelle mani dei nuovi padroni dopo avere servito quelli vecchi.
É fra il 1974 e il 1975 che tutto diventa più chiaro, se si può dire "ufficiale". I primi incontri di boss "là sopra", i rappresentanti della famiglia di Santa Maria del Gesù che salgono in massa in via Larga ("Alla riunione eravamo presenti io, Tanino Cinà, Stefano Bontate, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi", rivelerà il pentito Francesco Di Carlo), le cene, i latitanti nascosti. E Vittorio Mangano sempre lì a fare il guardiano a cavalli che secondo i poliziotti non erano cavalli, a badare stalle che non c'erano, ad aggirarsi fra Arcore e Milano in attesa delle disposizioni dei suoi capi di Palermo. C'è tutto questo - ci sono le prove adesso - nella sentenza contro il senatore che dopo le stragi siciliane s'inventò un partito che sarebbe diventato il primo partito in Italia.

Dalla metà degli Anni Settanta alla fine degli Anni Ottanta: antenne (gli interessi di Bontate e Teresi nel settore televisivo) e palazzi (il risanamento del centro storico di Palermo), i rapporti con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e quelli con i soci di Vito Ciancimino, le telefonate al commercialista (Giuseppe Mandalari) di Totò Riina, gli intrecci con le cosche catanesi. Tutto è dentro il verdetto. Tutto l'impianto accusatorio - l'istruttoria è stata avviata 16 anni fa - è stato praticamente convalidato. E accertata la mafiosità di Marcello Dell'Utri.
Resta in sospeso il dopo, dal 1992 agli anni a seguire. Che cosa significa l'"assoluzione" dalla stagione delle stragi in poi - è nel 1994 che Berlusconi entra in politica, risale almeno all'anno prima la decisione di fondare il nuovo partito - ce lo spiegheranno le motivazioni della sentenza. I giudici non hanno creduto a Gaspare Spatuzza (le cui rivelazioni sono state riversate nel processo in extremis, nell'ottobre del 2009, e senza procedere a un solo riscontro), ma non hanno creduto neanche ad Antonino Giuffrè, a Salvatore Cucuzza, a Calogero Ganci e a un piccolo drappello di pentiti catanesi che avevano raccontato la "disponibilità" di Cosa Nostra a sostenere Forza Italia dopo la fine dei vecchi partiti.

E, dopo avere "concorso" per venticinque anni, il senatore Marcello Dell'Utri dal 1992 avrebbe reciso all'improvviso i suoi rapporti con gli uomini d'onore della Sicilia. Proprio in quel momento. É sufficiente per far crollare - come sostengono i suoi amici di schieramento e i suoi avvocati - l'ipotesi di un rapporto mafia-politica, quella contiguità fra il senatore e i boss anche dopo le stragi? Lo scenario è più complicato di come sembra e più vasto di come lo può presentare solo il processo a carico di Marcello Dell'utri. C'è il dibattimento appena concluso in Appello ma ci sono anche indagini a Caltanissetta (sulle uccisioni di Falcone e Borsellino), c'è un fascicolo aperto a Firenze (le bombe in Continente del 1993) e un'inchiesta a Palermo sulla trattativa fra Cosa Nostra e Stato. D'ora in poi tutto partirà dalla sentenza di ieri, partirà da un punto: per venticinque anni il miglior amico e socio di Silvio Berlusconi, è stato anche uno dei migliori amici dei mafiosi siciliani.

repubblica.it


L'anello di congiunzione tra i boss e il Cavaliere

di Giuseppe D'Avanzo

UNA sentenza ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello Dell'Utri, l'uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva, tutt'intera l'avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico dei mafiosi, l'anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli affari e delle pretese delle "famiglie" di Palermo, prima del 1980. Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Se sarà confermata dal giudizio della Cassazione, è una "verità" tragica perché ricorda quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli interessi mafiosi e rammenta come - ancora oggi - possa essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza l'esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si aggrappa - uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con pubblico denaro - alla riduzione della pena di due anni. Dai nove del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall'accusa in appello. La decisione della corte conclude infatti che "dal 1992 ad oggi, il fatto (il soccorso offerto da Dell'Utri a Cosa Nostra) non sussiste". Prima di affrontare ciò che la sentenza esclude, è un obbligo esaminare ciò che i giudici confermano.

Per farlo, è utile riproporre, liberato dal groviglio di gerundi, il capo di imputazione che la sentenza approva e punisce. Sono parole così chiare e aspre che saranno accantonate per prime dal dibattito pubblico e dai ministri del culto di Arcore.

Dunque, si legge nel capo di imputazione: Marcello dell'Utri ha "concorso nelle attività dell'associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra", nonché nel perseguimento degli scopi della stessa. Mette a disposizione dell'associazione l'influenza e il potere della sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché le relazioni intessute nel corso della sua attività. Partecipa in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all'espansione dell'associazione. Così ad esempio, partecipa personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali vengono discusse condotte funzionali agli interessi dell'organizzazione. Intrattiene rapporti continuativi con l'associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina. Provvede a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione. Pone a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano. Rafforza la potenzialità criminale dell'organizzazione in quanto, tra l'altro, determina nei capi di Cosa Nostra la consapevolezza della responsabilità di Dell'Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a influenzare - a vantaggio dell'associazione - individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario. Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo di Cosa Nostra), Milano e altre località, da epoca imprecisata sino al 28.9.1982".

Di questo parliamo. Di un uomo che, a disposizione della mafia, è stato l'"intermediario" fra Cosa Nostra e il gruppo di Silvio Berlusconi. La ricostruzione che la corte approva e condivide è precisa. Marcello Dell'Utri media e risolve, di volta in volta, i conflitti nati tra le ambizioni di Cosa Nostra e la disponibilità di Berlusconi. Anzi, proprio il suo compito di "artefice delle soluzioni" gli permette di occupare un ruolo decisivo alla destra del Capo. Il ruolo di Dell'Utri va scorto e compreso nella relazione tra le pressioni scaricate dai mafiosi su Berlusconi e le mediazioni e gli incontri organizzati da Dell'Utri. Il patron di Fininvest, negli anni Settanta, è minacciato di sequestro (si tenta di rapire a mo' di dimostrazione un suo ospite). Gli piazzano una bomba in via Rovani nel 1975 e ancora nel 1986. Negli anni Novanta tocca alla Standa subire in Sicilia, a Catania, un rosario di attentati. Ora alla sequela di pressioni, minacce, intimidazioni, che la mafia scatena per condizionare il Cavaliere, entrare in contatto con lui, "spremerlo", bisogna sovrapporre il lavorio d'ambasciatore di Dell'Utri se si vuole valutarne il ruolo. Organizza l'incontro tra Berlusconi e i "mammasantissima" Stefano Bontate e Mimmo Teresi per "rassicurarlo" dal pericolo dei sequestri. Fa assumere Vittorio Mangano ad Arcore, come fattore, per cementare "un accordo di convivenza con Cosa Nostra". Cerca di capire che cosa accade e che cosa si nasconde dietro l'attentato a via Rovani. Incontra, nel 1990, i capimafia catanesi e, soprattutto, Nitto Santapola, della combriccola il più pericoloso, per risolvere i problemi degli attentati alla Standa (dopo quell'incontro, non ci saranno più bombe). Sono fatti che oggi, dopo la sentenza di Palermo, devono dirsi documentati (il giudizio della Cassazione è soltanto di legittimità). Il quadro probatorio avrebbe potuto essere più dettagliato e significativo se Silvio Berlusconi ("vittima di quelle minacce, di quelle intimidazioni, di quelle pressioni") non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere rifiutando il suo contributo di verità per chiarire - per dire - l'assunzione e l'allontanamento di Vittorio Mangano da Arcore; i suoi rapporti con Dell'Utri; gli anomali movimenti di denaro nelle casse della holding del gruppo Fininvest in coincidenza con la volontà delle famiglie di Palermo di investire a Milano.

Questa narrazione ha superato ora il vaglio del giudizio di appello (definitivo per il merito dei fatti) e legittima una prima conclusione: la sentenza di Palermo non dice soltanto di Dell'Utri, racconta anche di Berlusconi perché conferma quella sorta di "assicurazione" con la mafia che il Cavaliere sottoscrive ingaggiando e promuovendo il suo ex-segretario personale e compagno di studi. Non c'è dubbio che, con questo risultato, Berlusconi paga in Italia e nel mondo un prezzo molto imbarazzante al suo passato. Un onere non giudiziario, ma un costo decisivo, politico e d'immagine. Perché se si assemblano le tessere raccolte in questi anni emerge con sempre maggiore nitidezza, e nonostante l'ostinatissima distruzione della macchina giudiziaria, quali sono il fondo, le leve, le pratiche e i comprimari del successo di Silvio Berlusconi, dove Dell'Utri è soltanto un tassello, una delle concatenazioni oscure della sua fortuna, la più disonorevole forse, ma non la sola. Il puzzle è questo. Il Cesare di Arcore ha corrotto un testimone (Mills) che lo salva da una condanna, anzi da due (prescritto). Ha comprato un giudice (Metta) e la sentenza che gli hanno portato in dote la Mondadori (prescritto). Ha finanziato illecitamente il Psi di Bettino Craxi che gli ha scritto i televisivi decreti leggi ad personam (prescritto). Ha falsificato per 1500 miliardi i bilanci della Fininvest (prescritto). Ha manipolato i bilanci sui diritti-tv tra il 1988 e il 1992 (prescritto). Già potrebbe bastare e invece, alla sua sinistra, agisce (ancora oggi) un avvocato (Previti) condannato per la corruzione dei giudici e, alla sua destra, (ancora oggi) c'è un uomo (Dell'Utri) a disposizione degli interessi mafiosi. Questo è il triste tableau che accompagna Silvio Berlusconi e il malcostume e gli illegalismi che lo circondano - da Scajola a Lunardi, da Bertolaso a Brancher - non ne sono che un ragionato riflesso.

I corifei possono anche strepitare e manipolare i fatti. La scena - tragica per il Paese - non può essere temperata o adulterata dalla riduzione della condanna di Dell'Utri di due anni né dalla conclusione della corte di Palermo di considerare l'insussistenza del concorso in associazione mafiosa "dal 1992 in poi". Bisognerà attendere le motivazioni per valutare questa decisione che colora di nero la silhouette del "Berlusconi imprenditore" liberando da ogni dubbio e responsabilità (sembra) il "Berlusconi politico". La contraddizione non può far felice il capo del governo. L'imprenditore passerà alla storia come il boss di una banda di criminali. Il politico dovrà guardarsi da un'incoerenza giudiziaria che stimolerà - più che deprimere - le inchieste sulla trattativa tra Stato e Mafia, avviata con le stragi del 1992 e accompagnata dalle bombe del 1993.

repubblica.it


In una conferenza stampa stile don Corleone lui rivela: "Dissi a Silvio di stare zitto"

di Davide Milosa

Il fondatore di Forza italia ha incontrato i giornalisti dopo esseere stato condannato in Appello. "Si tratta di un contentino alla procura"

Tranquillo in modo disarmante, quasi fosse Marlon Brando nel Padrino. E’ apparso così il senatore Marcello Dell’Utri. Blaser blu e volto disteso. L’appuntamento è fissato in via Marini 1 a Milano, sede storica dei Circoli del Buongoverno. Il fondatore di Forza Italia è arrivato poco dopo le 11. Un’ora prima, a Palermo, i giudici della Corte d’Appello lo avevano condannato a sette anni per concorso esterno. Condanna che lambisce ma non tocca il 1992. In sostanza: gli anni delle stragi e della trattativa tra Stato e mafia. Particolare non indifferente. “Un po’ mi dispiace per il procuratore Gatto – ha scherzato il senatore – , potevo entrare nella storia, ma così non è stato. Che vi devo dire, gli farò le condoglianze”. E comunque la sentenza c’è, non si può fare finta di nulla. “Solo un contentino alla procura”, ha ribadito il senatore, convinto a oltranza “di una macchinazione” che alla fine è arrivata a una “banale condanna per concorso esterno”. Eppure qualcosa c’è. Un rimpianto forse, che però il senatore azzurro nega e negando racconta che “fui io a dire a Berlusconi di stare zitto e di non andare in aula a testimoniare”. Proprio così. Il premier in questo processo ci entra come testimone che chiamato dalla Procura si avvale della facoltà di non rispondere. Una scelta, consigliata e approvata dallo stesso Dell’Utri. “Io so come vanno a finire queste cose – dice – , tu vai in aula dici una cosa e vieni strumentalizzato. Lo so perché ci sono già passato”. Vero ma probabilmente le parole del Cavaliere avrebbero potuto salvarlo. Lui fa finta di nulla e passa oltre. Scherza e fa battute. Forse ancora non comprende che davanti ha la prospettive di sette anni di carcere. Imperterrito va avanti per aneddoti. E il più incredibile è quello che lo immortala nel suo bagno, questa mattina, alle prese con la barba e un rasoio difettoso. “Io me l’aspettavo la condanna, questa mattina poi mentre mi facevo la barba mi sono tagliato”. Un taglio che lui ritrova in questa sentenza. “Se fossi stato assolto – prosegue – mi ero già preparato la frase. Avrei detto che la mia pena io l’ho già scontata”. Questo non lo può dire. Ma ribadire l’eroicità dell’amico Mangano, quello sì. E va avanti: “Per me Mangano resta un eroe. Lui è come il protagonista dei fratelli Karamazov”. Ancora e di più: “E’ stato malato per anni e non ha parlato”, nonostante “tutti lo tirassero per la giacchetta per incastrare Berlusconi”. Così non è andata e ora tocca attendere la Cassazione. Solo un altro appuntamento per Dell’Utri che non si scompone, non suda, scherza e sorride. “Io sono uno che non somatizza, non ci penso, non me la prendo”. Tutto bene, dunque. Tanto più che la parte delle stragi del 1993 evapora perché “il fatto non sussiste”. E dunque quelle stragi? Il senatore azzurro non ha dubbi. “Bisogna andare avanti con le indagini, trovare i mandanti perché i mandanti ci sono”. Detto e concluso. La sala applaude. E il senatore per la prima volta tradisce imbarazzo. “Alle conferenze stampa non si applaude”.

ilfattoquotidiano.it

martedì 29 giugno 2010

Sette anni, mica bruscolini

di Sandro Ruotolo

A Palermo tutti si aspettavano l’assoluzione di Marcello Dell’Utri e invece il fondatore di Publitalia e di Forza Italia è stato condannato a sette anni di reclusione che non sono bruscolini. Proviamo, perciò, a leggere diversamente la sentenza d’appello emessa questa mattina nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone. E’ vero, per i giudici di Palermo il concorso esterno in associazione mafiosa è riconosciuto solo fino al 1992. Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza che collocano al 1994 i rapporti tra i fratelli Graviano e Marcello Dell’Utri (“il compaesano”) sono state ritenute insufficienti o non credibili (questo lo sapremo quando leggeremo le motivazioni della sentenza). E, dunque, questa sentenza può essere interpretata come una sentenza di “mediazione”. Ma, a differenza di quella contro Giulio Andreotti, rispetto alla richiesta dell’accusa c’è stata solo una riduzione della pena. Nessun reato prescritto.

Non capisco perciò come la difesa di Dell’Utri possa cantare vittoria. “Hanno dato un contentino alla procura palermitana – ha detto Dell’Utri – e una grossa soddisfazione all’imputato, perché hanno escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi”. Poteva andargli peggio (questa corte non ha voluto neanche sentire come teste Massimo Ciancimino) ma non gli è andata bene. Anzi, penso che le opposizioni e anche singoli parlamentari della maggioranza debbano chiedere le sue dimissioni da parlamentare della Repubblica italiana (essendo stato condannato in secondo grado).

Dell’Utri, che continua a ritenere eroe il capo mandamento di Cosa Nostra Vittorio Mangano, esce indebolito da questa sentenza. Sembra di rivivere il 1992 quando cadde la prima Repubblica sotto i colpi di Mani pulite e Cosa Nostra decise di vendicarsi dei suoi interlocutori politici che non furono in grado di mantenere le promesse (l’omicidio di Salvo Lima).

La mafia militare di oggi appare più debole ma non è stata vinta. E’ stata in parte silente in nome dell’accordo raggiunto con i vincitori della seconda repubblica ma oggi che scricchiola il potere berlusconiano cosa succederà?

ilfattoquotidiano.it

La fine di Marcello, viva Berlusconi

di Pietro Orsatti

La condanna per associazione esterna in secondo grado al senatore Marcello Dell’Utri è e rimane un fatto storico. Prima di tutto perché si tratta di una tappa fondamentale di un percorso di indagine lungo quasi quindici anni.
In secondo luogo perché getta un’ombra definitiva sulla nascita di Forza Italia, sulle sue origini, rivelando, stando alla sentenza che di fatto conferma quella di primo grado nonostante l’alleggerisca (da 9 a 7 anni di reclusione), quella rete di nodi indistricabili e inconfessabili fra Cosa nostra e l’imprenditoria del Nord a partire dagli anni ’70.
È molto probabile che non si giunga a sentenza definitiva, come ha dichiarato il pg Gatto. Non per un’assoluzione in Cassazione ma per prescrizione. Forse andrà così. Forse una verità giudiziaria certa non sarà mai raggiunta.
Ma rimane il giudizio politico, che non può essere che terribile. Perché quello che è emerso in questi 14 anni di indagini e processi racconta quello che tutti, consapevolmente e no, sappiamo. Che i soldi della mafia non puzzano. Che la mafia spesso si trasforma in socio affidabile, in finanziatore discreto, in salvezza finanziaria per chi vuole azzardare affari oltre le proprie disponibilità.
Leggiamo questa sentenza di oggi: «Visti gli articoli 150 cp, 530, 531 e 605 ccp; in riforma della sentenza del tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 appellata da Cinà Gaetano e Dell’Utri Marcello ed incidentalmente dal procuratore della Repubblica di Palermo si dichiara di non doversi procedere nei confronti di Cinà Gaetano, in ordine ai reati ascrittigli perchè estinti per morte del reo. Assorbita l’imputazione ascritta al capo A della rubrica di quella in cui al capo B, assolve Dell’Utri Marcello, dal reato ascrittogli, limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoche successiva al 1992, perchè il fatto non sussiste e per l’effetto riduce la pena allo stesso inflitta ad anni sette di reclusione. Conferma nel resto l’appellata sentenza. Dell’Utri Marcello alla refusione delle spese sostenute dalle parti civili costituite Provincia regionale di Palermo e Comune di Palermo che si liquidano per ciascuna di esse in complessivi euro 7.000 oltre spese generali, Iva e Cpa come per legge. Indica – conclude la sentenza – in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione».
Marcello Dell’Utri, secondo la sentenza di oggi e quella che l’ha preceduta, sarebbe stato uomo di cerniera, garante di affari innominabili. Paradossalmente, Dell’Utri dopo questa sentenza sarà probabilmente “scaricato” (in parte lo era già) dai suoi amici e soci. Con quel “il fatto non sussiste” relativo ai reati successivi al ’92, liquidando di fatto le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, si cancella la continuità della storia del senatore, che secondo la stessa sentenza, paradossalmente, avrebbe avuto continui rapporti con i boss (in particolare il deceduto Cinà) per interromperli di colpo per fondare i primi circoli di Forza Italia e iniziare così una formidabile carriera politica sua e del suo riferimento imprenditoriale e politico Silvio Berlusconi. Questa sarebbe stata in questi anni la vera preoccupazione del premier e dei suoi, cancellare ogni possibile collegamento fra quella stagione e quegli affari con la nascita di Forza Italia e non la condanna del senatore. Dell’Utri era sacrificabile, anche se lui ha tentato in tutti i modi di tenere saldo il legame con il suo amico e socio attraverso numerosi e non tanti velati e non avvisi rilasciati in questi anni. Ora però la situazione è molto diversa. Scaricato l’amico impresentabile tutti tireranno un sospiro di sollievo. Basta aspettare un po’ di tempo e assisteremo alla “scomparsa” di Dell’Utri e del suo impaccio giudiziario dal racconto che ci viene mostrato di Forza Italia prima e del Pdl poi.

Dell’Utri è finito, quindi viva Berlusconi. Viva, e continui a vivere. Questa sentenza non è una “pietra tombale” sulle indagini relative alla trattativa e alle stragi, come stanno dichiarando difensori e portavoce ufficiali e non del Pdl. È solo rimandare il disvelamento di quella vicenda. Perché, comunque vadano i processi eanche se non sarà mai raggiunta una verità giudiziaria su quegli anni terribili, una verità storica alla fine uscirà.

gliitaliani.it

Condanna Dell'Utri. Pg: ''Il fatto non sussiste? Attendiamo le motivazioni''

di Monica Centofante

Continua a ostentare serenità il senatore Marcello Dell'Utri, che intorno a mezzogiorno ha terminato l'attesa conferenza stampa seguita alla condanna in appello a 7 anni di reclusione. Inflitta questa mattina dalla Corte presieduta dal giudice Claudio Dall'Acqua dopo 5 giorni di camera di consiglio. “Non è stata una sentenza politica come aveva preannunciato il pg Antonino Gatto” contrattacca con fare pacato, perché dalle condotte successive al 1992 “sono stato assolto poiché il fatto non sussiste”. “I responsabili del periodo stragista – tiene a sottolineare, (nonostante la “trattativa” non sia mai stata oggetto del processo) - andateli quindi a cercare altrove”, prima di rigirare la frittata, con una nota di vittimismo: “Se non fossi entrato in politica questo processo non ci sarebbe stato”. Dichiarazioni decisamente affrettate, spiega però il procuratore generale Gatto, soddisfatto della sentenza, ma sorpreso per la decisione della Corte di assolvere l'imputato per i fatti commessi dal 1992 in poi. “La seconda parte dell'impianto accusatorio – dice – era addirittura più granitica rispetto alla prima”. In quanto alla formula “il fatto non sussiste” precisa: “Secondo l'articolo 637 del codice di procedura penale i verdetti di secondo grado si possono soltanto confermare o rivedere, senza esprimersi nel merito. Il che significa che quel 'fatto non sussiste' potrebbe tranquillamente essere identificato in una semplice 'insufficienza di prove'. Per avere una risposta certa occorrerà quindi attendere le motivazioni della sentenza”.

Per il momento la certezza è che il senatore Marcello Dell'Utri ha intrattenuto rapporti con Cosa Nostra, come specificato nella sentenza di primo grado e confermata in secondo, sin dagli anni Sessanta e Settanta. Quando portò negli uffici della Edilnord, a colloquio con l'amico Silvio Berlusconi, il boss Stefano Bontade, insieme ad altri soggetti appartenenti all'associazione mafiosa. E assumendo sin da quel momento il ruolo di “mediatore” tra la mafia siciliana e l'impero economico dell'amico imprenditore. Ruolo che dopo il 1980, in seguito all'assassinio di Bontade, avrebbe proseguito con la Cosa Nostra di Totò Riina e Bernardo Provenzano fino agli anni delle stragi iniziate nel 1992.

Nel 2004, in primo grado, il senatore del Pdl era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E il pg Antonino Gatto, nella requisitoria dell'appello, ne aveva chiesti 11.
Prima di esprimersi sulla richiesta di condanna aveva però precisato: "Oggi è il potere a essere giudicato”. “Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure questo gradino lo potete distruggere".

Se lo hanno distrutto, come in molti già millantano, è troppo presto per dirlo.
E in ogni caso, ha dichiarato questa mattina il pm Domenico Gozzo – insieme ad Antonio Ingroia pubblica accusa nel processo di primo grado - “non corrisponde assolutamente al vero che con la sentenza d'appello a Dell'Utri è stata messa una pietra trombale sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, anche perché l'argomento non è mai entrato in dibattimento”.
Gozzo cita, quindi, una frase di Paolo Borsellino che diceva: “C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto.No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali». «Bene - aggiunge Gozzo - mi limito ad annotare che nel caso di specie il politico, il senatore Dell'Utri, non solo non è stato assolto, ma è stato riconosciuto colpevole di avere concorso dall'esterno all'associazione criminale mafiosa per un lungo periodo, che dagli anni '70 va al 1992. Ed il riconoscimento di colpevolezza è stato effettuato da un Tribunale e da una Corte d'Appello, di cui gli avvocati hanno più volte, rispettivamente in primo e secondo grado, riconosciuto la correttezza”.

icon Motivazione sentenza Dell'Utri primo grado

antimafiaduemila.com

Per il senatore il carcere è più vicino. Se la Cassazione conferma finirà dentro

di Marco Travaglio

Dunque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra (la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo.
Dopo il 1992, cioè negli anni delle stragi politico-mafiose e della successiva nascita di Forza Italia (un’idea sua), mancano le prove che abbia seguitato a farlo per il Cavaliere politico. Questo, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è quanto si può dire a una prima lettura del suo dispositivo.
Qualche sito e qualche cronista (tra cui, sorprendentemente, quello di Sky) si sono subito affannati a concludere che “è stato smentito Spatuzza”: ma questo, finchè non saranno note le motivazioni, non lo può dire nessuno. Molto più probabile che i giudici abbiano stabilito, com’è giusto, che le sue parole – né confermate né smentite – da sole non bastano, senza riscontri. Riscontri che avrebbe potuto fornire Massimo Ciancimino, se i giudici Dell’Acqua, Barresi e La Commare avessero avuto la compiacenza di ascoltarlo, prima di decidere apoditticamente, senza nemmeno averlo guardato in faccia, che è “inattendibile” e “contraddittorio”.
Riscontri che già esistevano prima che Spatuzza e Ciancimino parlassero: oltre alle dichiarazioni ultra-riscontrate di Nino Giuffrè e altri collaboratori sul patto Provenzano-Dell’Utri, è proprio sul periodo successivo al 1992 che i magistrati hanno raccolto la maggiore quantità di fatti documentati e inoppugnabili: le intercettazioni del mafioso Carmelo Amato, provenzaniano di ferro, che fa votare Dell’Utri alle europee del 1999; le intercettazioni dei mafiosi Guttadauro e Aragona che organizzano la campagna elettorale per le politiche del 2001 e parlano di un patto fra Dell’Utri e il boss Capizzi nel 1999; le agende di Dell’Utri che registrano due incontri a Milano col boss Mangano nel novembre del 1994, mentre nasceva Forza Italia; la raccomandazione del baby calciatore D’Agostino per un provino al Milan, caldeggiato dai Graviano e propiziato da Dell’Utri; e così via. Vedremo dalle motivazioni come i giudici riusciranno a scavalcare questi macigni.
Ora, per Dell’Utri, il carcere si avvicina. Quello di ieri è l’ultimo giudizio di merito sulla sua vicenda: resta quello di legittimità in Cassazione, ma le speranze di farla franca attraverso una delle tante scappatoie previste dall’ordinamento a maglie larghe della giustizia italiana sono ridotte al lumicino. La prescrizione, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa doppiamente aggravato dall’elemento delle armi e da quello dei soldi, scatta dopo 22 anni e mezzo dalla data ultima di consumazione del reato: quindi dal 1992. Il calcolo è presto fatto: se la Cassazione deciderà che davvero il reato si interrompe nel 1992, la prescrizione scatterà nel 2014-2015, quanto basta alla Suprema Corte per confermare definitivamente la condanna a 7 anni. Che non potranno essere scontati ai domiciliari secondo la norma prevista dalla ex Cirielli per gli ultrasettantenni (Dell’Utri compirà 70 anni nel 2011), perché non vale per i reati di mafia (altrimenti sarebbero a casa anche Riina e Provenzano).
Se invece la Cassazione cassasse senza rinvio la condanna, Dell’Utri avrebbe risolto i suoi problemi. Ma c’è pure il caso che la Cassazione cassi la sentenza con rinvio, accogliendo il prevedibile ricorso della Procura generale contro l’assoluzione per i fatti post-1992. Nel qual caso si celebrerebbe un nuovo appello, ma per Dell’Utri sarebbe una magra consolazione: rinvierebbe soltanto di un paio d’anni l’amaro calice del carcere, visto che, allungandosi il periodo del suo reato, si allungherebbe anche il termine di prescrizione. Semprechè, naturalmente, non venga depenalizzato il concorso esterno in associazione mafiosa.

Questa sentenza, per quanto discutibile, compromissoria e anche un po’ furbetta, aiuta a comprendere la differenza che passa tra la verità giudiziaria e quella storica, politica, morale. Nessuna persona sana di mente potrebbe credere, alla luce del dispositivo, che Cosa Nostra sia un’accozzaglia di squilibrati che si alleva un concorrente esterno, lo infiltra nell’abitazione e nelle aziende di Berlusconi per tutti gli anni 70 e 80 fino al 1992 e poi, proprio quando diventa più utile, cioè quando s’inventa un partito che riempie il vuoto lasciato da quelli che avevano garantito lunga vita alla mafia fino a quel momento, lo scarica o se ne lascia scaricare senza colpo ferire.
Una banda di pazzi che per un anno e mezzo mettono bombe e seminano terrore in tutt’Italia per sollecitare un nuovo soggetto politico che rimpiazzi quelli decimati da Tangentopoli e dalla crisi finanziaria e politica del 1992, e quando questo soggetto politico salta fuori dal cilindro non di uno a caso, ma del vecchio amico Dell’Utri, interrompono le stragi, votano in massa per Forza Italia, ma rompono i rapporti col vecchio amico Dell’Utri, divenuto senatore e rimasto al fianco del nuovo padrone d’Italia.
I giudici più benevoli mai incontrati da Dell’Utri, dopo cinque anni di appello e cinque giorni di camera di consiglio, non hanno potuto evitare di confermare che, almeno fino al 1992, esistono prove insuperabili (perfino per loro) della mafiosità di Dell’Utri. Cioè dell’uomo che ha affiancato Berlusconi nella sua scalata imprenditoriale, finanziaria, editoriale, televisiva. E che nel 1992-’93 ideò Forza Italia, nel 1995 fu arrestato per frode fiscale e nel 1996 entrò in Parlamento per non uscirne più.
Intervistato qualche mese fa da Beatrice Borromeo per il Fatto quotidiano, Dell’Utri ha candidamente confessato: “A me della politica non frega niente. Io mi sono candidato per non finire in galera”. Ecco, mentre i giudici di Palermo scrivono le motivazioni, ora la palla passa alla politica. Un’opposizione decente, ma anche una destra decente, semprechè esistano, dovrebbero assumere subito due iniziative.

1) Inchiodare Silvio Berlusconi in Parlamento con le domande a cui, dinanzi al Tribunale di Palermo, oppose la facoltà di non rispondere. Perché negli anni 70 si affidò a Dell’Utri (e a Mangano)? Perché, quando scoprì la mafiosità di almeno uno dei due (Mangano), non cacciò anche l’altro che gliel’aveva messo in casa (Dell’Utri), ma lo promosse presidente di Publitalia e poi artefice di Forza Italia? Da dove arrivavano i famosi capitali in cerca d’autore degli anni 70 e 80? Si potrebbe pure aggiungere un interrogativo fresco fresco: il presidente del Consiglio è forse ricattato o ricattabile anche su queste vicende (ieri il legale di Dell’Utri, Nino Mormino, faceva strane allusioni al prodigarsi del suo assistito fino al 1992 per “salvare dalla mafia Berlusconi e le sue aziende”)?

2) Pretendere le immediate dimissioni di Marcello Dell’Utri dal Parlamento. Quello di ieri non è un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio, un rinvio a giudizio, una sentenza di primo grado: è la seconda e ultima sentenza di merito. Che aspetta la politica a fare le pulizie in casa? Che i carabinieri irrompano a Palazzo Madama per prelevare il senatore e condurlo all’Ucciardone?

ilfattoquotidiano.it

Rita Borsellino: ''Non e' pietra tombale trattativa''

Palermo. «Non vedo come la sentenza della Corte d'Appello che ha condannato a sette anni di reclusione il senatore Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa possa in qualche modo gettare una 'pietra tombalè sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra. Le stragi del '92 e del '93 restano un grave buco nero della storia di questo paese. La verità su quanto accaduto allora va cercata con forza, ma in sedi che non sono solo quelle del processo a Dell'Utri». Lo ha detto Rita Borsellino, commentando la sentenza della Corte d'Appello di Palermo. «Oggi dei giudici ci confermano che un senatore della Repubblica, nonchè l'uomo chiave nella costruzione di Forza Italia, è stato per trent'anni, anche nel periodo delle stragi, in stretto contatto con i boss mafiosi, - ha aggiunto - fornendo persino protezione (come nel caso di Mangano) e contribuendo così con forza al mantenimento e al rafforzamento di Cosa nostra. Sono queste le fondamenta su cui è nata Forza Italia. E su queste fondamenta poggia ancora il Pdl, il principale partito della maggioranza di governo». Per Borsellino: «Solo un paese con una democrazia atrofizzata può accettare a cuor leggero dei fatti di tale gravità. E solo una politica becera e collusa può festeggiare dinanzi a una sentenza del genere».

Dell'Utri, Tg1 la notizia data come un'assoluzione


di Carlo Ciavoni

ROMA - Il giornalismo alla Minzolini, attraverso la voce di Francesca Grimaldi, ha dato un'altra prova di sé, nell'edizione del Tg delle 13.30 1 di oggi. Il senatore Marcello Dell'Utri - ha detto in sostanza la giornalista che leggeva la notizia ai telespettatori (peraltro in calo progressivo) - non è stato condannato a 7 anni di reclusione per "concorso esterno in associazione mafiosa", con una pena ridotta di due anni, rispetto la sentenza di primo grado.

No, il senatore fondatore di Forza Italia assieme a Silvio Berlusconi è stato invece e soprattutto assolto dall'accusa di essere stato tra i protagonisti dell'intreccio mafia-politica. Come dire che, tutto sommato, avere rapporti con la mafia non è poi così grave, se poi non si vada a chiedere i voti, in cambio di favori. E allora ecco che nel servizio mandato in onda, dopo l'obbligatoria notizia della condanna sulal quale si spende una sola frase, abbondano frasi come "costruzione accusatoria spazzata via", oppure "accuse di pentiti senza riscontri", o ancora "doccia fredda per il Procuratore Generale Gatto"... Il quale però, sennatamente, fa in tempo a ricordare al microfono di Minzolini che occorrerà aspettare per conoscere soprattutto "perché" una parte delle accuse a Dell'Utri sono state ritenute infondate.

La notizia della condanna a Dell'Utri ha occupato il secondo posto nella scaletta del Tg, subito dopo l'apertura dedicata alla morte di Pietro Taricone, durata circa 5 minuti. Il servizio da Palermo, invece, è durato invece meno di 4 minuti.

repubblica.it


Dell'Utri, lo strappo dei giovani del Pdl "I nostri eroi sono Borsellino e Falcone

ROMA - Passano pochi minuti dalla condanna a sette anni di carcere 1 del co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri e una nota della Giovane Italia Sicilia (ex Azione Giovani, movimento giovanile del Pdl) apre una polemica all'interno del partito del Cavaliere. Se i big del partito si schierano compattamente con il senatore condannato, i giovani siciliani e Azione Universitaria puntano i piedi. Uscendo dal coro. "Oggi più che mai sentiamo l'esigenza di avviare una profonda riflessione all'interno del partito dopo questa condanna che rimane gravissima soprattutto per un uomo impegnato in politica - si legge in una nota della Giovane Italia Sicilia - Non ci uniremo al solito coro di solidarietà già tristemente visto negli anni scorsi per i politici condannati. Il nostro movimento giovanile non può rimanere in silenzio davanti a fatti che minano la credibilità di un intero partito".

Ma non basta. Per i giovani siciliani va subito accolta la proposta del ministro Giorgia Meloni (ex An) "sulla introduzione nello statuto del Pdl di una norma che preveda il no alla ricandidatura vita natural durante e l'espulsione per chi è stato condannato in via definitiva per corruzione e mafia".
Parole che scatenano l'irata reazione di Costanza Castello, coordinatrice dei club giovanili del Pdl-Sicilia: "Siamo letteralmente allibiti per l'uscita quanto meno impropria dei 'sedicenti' giovani del Pdl siciliano. Noi che rappresentiamo la parte evidentemente liberale e garantista ne prendiamo nettamente le distanze". Per la Castello quelli di Giovani Italia Sicilia sono solo "arrogantelli cercatori di gloria, votati al protagonismo".

Ma da Azione Universitaria, altra organizzazione giovanile ex An, arriva un nuovo affondo: "Mentre Dell'Utri continua a definire un eroe il mafioso Vittorio Mangano, noi affermiamo con orgoglio che gli eroi dei giovani siciliani sono persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino".

repubblica.it

Paolo Borsellino disse

“C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto.No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali».



Paolo Borsellino


Cosa dire su Dell'Utri?
VERGOGNA!!!!
"e adesso dimettiti se hai il corraggio, ma ovviamente con lo scudo da parlamentare sei tu il vero EROE!!!! (bisogna avere coraggio a mantenere quella carica)
VERGOGNA,"

Dario Campolo

Messineo: ''Confermato che Dell'Utri aiuto' Cosa Nostra''

Palermo. «Dopo la sentenza d'appello mi pare incontrovertibile che Marcello Dell'Utri abbia concorso con l'associazione mafiosa». Lo ha detto all'ADNKRONOS il Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, commentando la sentenza di condanna a sette anni al senatore Dell'Utri, assolto per i fatti commessi dopo il 1992. «Premesso che non commentiamo le sentenza, ma che aspetteremo per farlo la lettura delle motivazioni - ha detto Messineo - posso però affermare con certeza che è stata riconosciuta la fondatezza dell'impianto accusatorio che nel 2004 aveva portato alla sentenza di condanna a nove anni». «La Corte d'Appello - ha detto ancora Messineo - ha fatto un distinguo tra i fatti commessi prima del '92 e dopo il '92. Bisogna riflettere su questo distinguo, leggere le motivazioni, ma mi pare fondamentale che la tesi che Dell'Utri abbia aiutato Cosa nostra abbia retto». Poi, replicando alla difesa del senatore secondo cui è stata «messa una pietra tombale sulla trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo questa sentenza», il Procuratore di Palermo ha aggiunto: «Non voglio polemizzare con la difesa, però io non farei delle affermazioni così perentorie, la Corte d'APpello si è espressa limitatamente all'imputato e non ha tratto conclusioni a livello generale».
Il Procuratore capo di Palermo Francesco Messineo è anche critico con la difesa dei Dell'Utri, secondo cui i giudici «non hanno creduto alla linea della Procura su Ciancimino-Spatuzza». «Parlare di sconfessione della Procura di Palermo è intempestivo da parte della difesa - ha detto - Per quanto riguarda il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, la Corte d'Appello ha ritenuto di non ammettere alcune richieste di prova, mentre Massimo Ciancimino non è stato neppure ascoltato. Quindi è davvero sbagliato parlare di sconfessione sul piano generale». E ha concluso: «Non fare affermazioni così trionfalistiche».

antimafiaduemila.com

Pm Gozzo: ''Non sono fuori sentenza rapporti Mangano-Dell'Utri''

Palermo. «È una grossa inesattezza dire che i rapporti tra Dell'Utri e Mangano sono fuori dalla sentenza d'appello». Lo ha detto all'ADNKRONOS il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Nico Gozzo, che aveva rappresentato l'accusa nel processo di primo grado. «I rapporti tra Dell'Utri e Mangano non sono successivi al 1992, ma precedenti come ampiamente dimostrato. Quindi, non capisco perchè la difesa di dell'Utri ha detto questa inesattezza conoscendo lo spessore professionale dell'avvocato Mormino». Poco prima, all'aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, uno dei legali di Dell'Utri, l'avvocato Antonino Mormino aveva detto subito dopo la lettura del dispositivo di sentenza: «Spatuzza è fuori, ma non solo lui. Anche Vittorio Mangano, i rapporti Mangano-Dell'Utri, i patti politici per sostenere Forza Italia, gli episodi del '99. Rimane tutto fuori». Secondo Mormino, «rimane un processo di responsabilità comune e non di responsabilità politica».

antimafiaduemila.com

Lumia: ''Dell'Utri fuori da politica e istituzioni''

Roma. «Dell'Utri è stato condannato anche in secondo grado su fatti pesantissimi. Il suo partito e la politica tutta ne devono prendere atto e trarne le debite conseguenze. Sono sempre stato convinto che, al di là del giudizio penale, anche di fronte ad una assoluzione vi erano tutti gli elementi per espellerlo dalla politica e dalle istituzioni. La vicenda delle stragi '92/'93 rimane aperta, non solo per il giudizio penale, ma per le istituzioni perchè si faccia piena luce e si accertino tutte le responsabilità, comprese quelle politiche». Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia. «Anche tutta la politica - aggiunge Lumia - deve fare i conti fino in fondo con i rapporti con le mafie. Ogni partito deve guardarsi dentro e attivare una selezione della classe dirigente capace di coniugare legalità e sviluppo e di colpire con rigore e sistematicit… il sistema mafia negli appalti. Così si possono scardinare i sistemi delle collusioni e dare alla politica il suo valore e il suo primato nella lotta alle mafie». «Dell'Utri - conclude l'esponente del Pd - sa che Vittorio Mangano era un mafioso. Gli eroi veri sono Falcone, Borsellino e tutti quei servitori dello Stato che hanno dato la vita per combattere la mafia e per salvaguardare le istituzioni democratiche».

antimafiaduemila.com

MAFIA, DELL'UTRI CONDANNATO - Adesso a Roma può accadere di tutto


di Peter Gomez

L’ideatore di Forza Italia è stato condannato a sette anni. Ma i giudici lo considerano colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa solo fino al 1992. Dalla sentenza restano quindi fuori il periodo della creazione del partito del Cavaliere e quello delle stragi del ’93. Il collegio insomma non crede ai pentiti Gaspare Spatuzza e Nino Giuffrè. Ma resta un dato: Dell”Utri faceva da tramite tra i boss di Cosa Nostra e Berlusconi negli anni in cui nasceva il suo impero immobiliare e venivano inaugurate le sue tv. E il premier quando era stato chiamato a testimoniare sull’accaduto si era avvalso della facoltà di non rispondere. Può un uomo del genere continuare a fare il presidente del Consiglio nel Paese di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?



ilfattoquotidiano.it

Mafia, Dell'Utri condannato a sette anni riconosciuti i suoi rapporti con Cosa nostra


di Salvo Palazzolo

Sette anni di carcere per Marcello Dell'Utri, ma è assolto per le "condotte successive al 1992, perché il fatto non sussiste". Questo il verdetto della seconda sezione della corte d'appello di Palermo presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). In primo grado, il senatore del Pdl era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici d'appello riscrivono la sentenza in uno dei punti più delicati del processo, quello della trattativa che secondo la Procura e il Tribunale sarebbe intercorsa fra l'organizzazione mafiosa e Marcello Dell'Utri alla vigilia della nascita di Forza Italia.

La corte d'appello ritiene invece provato che Dell'Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino, nel 1992.

Eccoli, allora, i capisaldi della condanna. Innanzitutto, l'assunzione del boss palermitano Vittorio Mangano per fare da stalliere nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. "Attraverso la mediazione di Dell'Utri e del mafioso Gaetano Cinà - aveva ribadito il procuratore generale Nino Gatto poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio - Mangano assicurò protezione contro l'escalation dei sequestri a Milano". Nell'autunno 1974, l'arrivo di Mangano sarebbe stato sancito da un incontro fra Dell'Utri, Berlusconi e i capimafia palermitani Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella sede della Edilnord. I giudici della corte d'appello hanno evidentemente creduto al pentito Francesco Di Carlo, che ha svelato di essere stato presente a quell'incontro.

La sentenza di primo grado sosteneva pure che prima del 1980 Dell'Utri aveva fatto da tramite per gli investimenti a Milano di Stefano Bontade, all'epoca uno dei padrini più influenti di Cosa nostra palermitana, che era alla ricerca di aziende pulite del Nord Italia in grado di riciclare i miliardi di lire provenienti dal traffico internazionale di droga.

Il senatore Dell'Utri non è presente nell'aula bunker di Pagliarelli, ha preferito aspettare la decisione della corte d'appello a Como. Per lui, il sostituto procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto una condanna anche più alta di quella inflitta in primo grado, 11 anni. E aveva fatto un appello finale ai giudici: "E' il potere a essere giudicato (...) Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere questo gradino".

Il riferimento del procuratore generale è a quelle indagini delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze che di recente hanno ricevuto nuovi spunti dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza: l'ex killer oggi pentito ha parlato di "garanzie" che sarebbero state offerte nel 1993 dal "compaesano" Dell'Utri e da Berlusconi, alla vigilia della nascita di Forza Italia. L'assoluzione di Dell'Utri per le vicende successive al 1992 suona adesso come una sconfessione di Spatuzza, ma su questo punto bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per capire se i giudici della corte d'appello hanno valutato il pentito del tutto inattendibile, oppure se si sono limitati a ritenere il suo contributo non determinante, perché sulla trattativa politica-mafia ha riferito in fondo solo quanto appreso da uno dei suoi capi, Giuseppe Graviano.

Di certo, però, nel processo Dell'Utri non era solo Spatuzza a parlare di un accordo politico-mafioso in vista della nascita di Forza Italia. Nella sentenza di primo grado, che aveva portato alla condanna del senatore di Forza Italia, una parte rilevante era rappresentata dalle dichiarazioni di Nino Giuffrè: l'ex fedelissimo del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano aveva parlato del sostegno elettorale dei boss in cambio di "garanzie" che sarebbero state offerte da alcuni intermediari. Adesso, la sentenza di appello sembra mettere in discussione anche quelli che erano ormai ritenuti i caposaldi delle ultime inchieste sulla trattativa fra mafia e politica durante la stagione delle stragi del 1993.

repubblica.it

lunedì 28 giugno 2010

Cuffaro, i pm chiedono dieci anni


I pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene hanno chiesto la condanna a dieci anni di reclusione per l'ex presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, senatore dell'Udc. L'ex governatore è accusato di concorso in associazione mafiosa nel processo che si svolge con il rito abbreviato davanti al gup di Palermo, Vittorio Anania. La pena richiesta tiene conto della riduzione di un terzo previsto dal rito abbreviato.

I pm hanno deciso di non chiedere le attenuanti generiche per il senatore Udc "perché i fatti di cui lo accusiamo sono veramente gravi anche per il suo ruolo di governatore regionale: per questa sua veste poteva partecipare in alcuni casi al Consiglio dei ministri".

"Abbiamo dimostrato - hanno detto - che il sistema di controinformazioni messo in piedi da Salvatore Cuffaro assieme a Antonio Borzacchelli, Giorgio Riolo, Giuseppe Ciuro, era puntato a scoprire indagini sui rapporti tra la mafia e esponenti politici o a lui collegati. E' proprio la natura delle informazioni che ci fa capire la portata di questo sistema e di come si possa configurare l'accusa di concorso in associazione mafiosa".

Le testimonianze di pentiti e di soggetti vicini all'imputato hanno dato, secondo i pm, ulteriore conferma alle accuse. "Fin dal 1991 i contatti con Angelo Siino - ha detto Del Bene - dimostrano l'esistenza del patto politico-mafioso stretto da Cuffaro con esponenti di Cosa Nostra".

repubblica.it

GLI SPRECONI DI PALAZZO CHIGI

di Eduardo Di Blasi

C’è crisi alla presidenza del Consiglio dei ministri. Così, per quest’anno, il bilancio di previsione è stato sforato solo di oltre un miliardo e mezzo di euro. Per la precisione di un miliardo, 592 milioni, 238 mila e 740 euro. Miracoli dell’autonomia di gestione, che, fissato un budget per l’anno in corso, delega poi il Segretariato generale a ripartire le diverse poste tra le cosiddette “missioni” dei dipartimenti e dei ministri “senza portafoglio”.

Per il solo “funzionamento” la stima inizialmente fornita dal Segretario generale di Palazzo Chigi ammontava a poco più di 360 milioni di euro (363.626.572) . Nel conto finale sono poi diventati oltre 615 milioni di euro (616.996.255), con un aggravio di spesa di 253 milioni e spicci. Oltre al caso eclatante della neo-ministro Michela Vittoria Brambilla, che è riuscita a spendere per il turismo circa 24 volte il suo budget, passando da 600 mila a 15 milioni di euro, in termini percentuali sono stati i colleghi Carfagna e Brunetta a sfondare i tetti concordati. La prima ha speso quasi cinque volte il milione e mezzo di euro di cui disponeva (sulla cifra ha pesato l’istituzione dell’osservatorio per la pedofilia). Il secondo quasi otto volte i 737.352 euro destinati a “Innovazione e tecnologie”. In cifra assoluta il funzionamento ha però visto l’aggravio di spesa maggiore per il funzionamento proprio per le spese del segretariato generale della Presidenza: rispetto alla previsione iniziale ha sforato di 142 milioni di euro. Tra questi figurano 15 milioni e mezzo di euro spesi per il raduno degli Alpini a Latina (5 milioni) e i XVI Giochi del Mediterraneo, inseriti, con un certo sforzo di fantasia, nel quadro normativo delle “misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi”.

L’altro salto tra quanto si prevedeva di spendere e quanto poi si è speso, è alla oramai nota voce “Protezione civile”. La struttura che fa capo a Guido Bertolaso ha speso 141.884.213 euro, contro i 63.006.000 previsti. Si badi bene, però, che non parliamo della spesa complessiva, che, spinta anche dal terremoto, ha raggiunto per il 2009 una cifra ben oltre il miliardo di euro, ma della spesa per il solo “funzionamento”.
Tra i decreti di “variazione” del bilancio relativi alla Protezione Civile si annotano i 100 milioni di euro stanziati per gli “Interventi urgenti di protezione civile diretti a fronteggiare la grave situazione di pericolo in atto nell’area archeologica di Roma e provincia”, le diverse tranche per l’emergenza del sisma abruzzese per una cifra complessiva che supera il miliardo di euro e poi fondi a emergenze passate e presenti, dai 50 milioni di euro per gli “eventi atmosferici avversi dell’ultimo triennio” ai 20 milioni per l’alluvione della provincia di Messina.

Ritornando ai ministri poco virtuosi, ecco spuntare il milione e ottocentomila investito (oltre i 4.117.000 previsti) per le Politiche Antidroga che nel governo sono in capo al sottosegretario Carlo Giovanardi. Sottosegretario che invece non ha “sgarrato” sulle “politiche per la famiglia”: 442.800 euro erano previsti, e tanti ne sono stati spesi. Non tutti, infatti, a Palazzo Chigi, hanno buttato la calcolatrice. La notizia potrà sorprendere, ma diversi sono anche i ministri “virtuosi”. Elio Vito, ad esempio, che ha la delega ai Rapporti con il Parlamento 924.700 euro doveva spendere e 924.700 euro ha speso. Così come anche Raffaele Fitto, agli Affari Regionali, non ha sforato il budget di 2.733.960. Addirittura sulla “semplificazione normativa” il ministro Roberto Calderoli è riuscito a risparmiare un milione di euro. Sui 3 milioni e mezzo previsti, ne ha spesi 2.477.000. Anche sullo Sport si sono tagliati 100mila euro. Ma alla fine il conto finale è quello che è: un miliardo e mezzo oltre la previsione.

ilfattoquotidiano.it

La spesa pubblica vola - Sale la pressione fiscale


ROMA - La spesa pubblica nel 2009 ha sfiorato gli 800 miliardi di euro e ha superato, in valori percentuali, oltre la meta' del prodotto interno lordo, tornando ad un 'peso' che era tale solo negli anni Novanta. E' quanto risulta dalle statistiche sui conti ed aggregati economici delle amministrazioni pubbliche diffuse dall'Istat.

La spesa pubblica totale lo scorso anno e' stata pari a 798,854 miliardi di euro, il 52,5% del Pil. Risulta in crescita, in rapporto al prodotto interno lordo, per il terzo anno consecutivo.

Per tornare ad un peso tale sull'economia, oltre la meta' della ricchezza prodotto in Italia, bisogna tornare al 1996 quando il rapporto spesa-Pil era al 52,6% (ma nel '93 era arrivata anche al 56,6%). Come in tutta Europa hanno pesato i costi degli ammortizzatori sociali.

Nel confronto con gli altri Paesi europei, la spesa complessiva dell'Italia in rapporto al Pil, al lordo delle vendite di beni e servizi e al netto degli ammortamenti, è stata più alta di 1,3 punti percentuali rispetto alla media dei sedici Paesi dell'area dell'euro e di 1,2 punti percentuali rispetto alla media complessiva dei paesi dell'Ue. Nell'ambito delle spese correnti, i redditi da lavoro dipendente (che incidono per circa un quinto sul totale delle uscite) sono saliti, in Italia, dell'1%, con un ritmo molto inferiore rispetto al 2008 (3,6%). Le spese per consumi intermedi hanno registrato un aumento del 7,5%, proseguendo la tendenza degli anni precedenti; le prestazioni sociali in natura, che includono prevalentemente le spese per assistenza sanitaria in convenzione, sono aumentate del 4% contro una variazione del 2,2% rilevata nel 2008.

Di conseguenza, la spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche è aumentata del 3,3%, in rallentamento rispetto alla crescita del 4,3% del 2008. "Il contributo più importante alla crescita della spesa, in Italia, come negli altri paesi Ue, proviene - sottolinea l'Istat - dalle prestazioni sociali in denaro (pensioni, sussidi, ecc.): nel 2009 queste hanno segnato un'incidenza di oltre il 36% sulle uscite e una crescita rispetto al 2008 del 5,1%, dovuta all'effetto della crisi sugli ammortizzatori sociali". Nel 2009, la diminuzione dei tassi d'interesse ha avuto "un importante ruolo di contrasto alla crescita della spesa pubblica", rileva l'istituto di statistica. In Italia, la riduzione della spesa per interessi passivi (-12,2%), con un'incidenza pari a quasi il 9% sul totale delle uscite, e dopo un biennio in aumento, ha liberato risorse per circa 10 miliardi di euro, equivalenti a oltre mezzo punto percentuale di Pil.

ITALIA SCALA 2 POSTI CLASSIFICA UE PESO TASSE - L'Italia scala la classifica europea (Ue-27) per la pressione fiscale: nel 2009 il peso del fisco sul prodotto interno lordo è stato del 43,2%, in aumento rispetto al 2008. L'Italia si colloca così al quinto posto, insieme alla Francia, in Europa per pressione fiscale. Nel 2008 era al settimo posto. Per tornare ad una pressione fiscale più alta in Italia, bisogna tornare indietro al 1997, l'anno dell'Eurotassa (ma nel 2007 la pressione del fisco era stata comunque pari al 43,1%). A pesare una diminuzione del Pil maggiore della diminuzione delle entrate.

ansa.it


Salvatore Borsellino: 'I politici non profaneranno il dolore di via D’Amelio'

di Martina Miliani

Parla tutto d’un fiato Salvatore Borsellino. E soprattutto ringrazia, per la possibilità che gli abbiamo dato, di raccontare questa storia: “Sa non sono molto bene accetto da certa stampa, mi hanno dato del sovversivo”. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, parla di stragi di Stato, di equilibri politici e di agende rosse che scompaiono improvvisamente. Parla di illusioni, ma anche della voglia di continuare a lottare per ottenere la verità, su quella strage fa gli ha portato via il fratello. Parla anche di speranza, Salvatore Borsellino: spera che la morte di Paolo non sia stata vana.

Cos’è cambiato nella sua vita da quel 19 luglio?
“E’ cambiata molto la mia vita. Ma ho attraversato diverse fasi da allora. Fino al ‘97, vedendo la reazione della società civile e dello Stato alla strage, nutrivo la fortissima speranza che la morte di miof ratello fosse almeno servita a cambiare le cose. Poi ho capito che era tutta un’illusione: spenta, la reazione della società civile, fasulla, quella dello Stato. Ma dal 2004 ho ricominciato a parlare: avevo la certezza che la strage di via d’Amelio non fosse una strage di mafia ma una strage di Stato”

Quindi cosa ha pensato quando sono arrivate le dichiarazioni di Spatuzza e Ciancimino?
“Ho nutrito una profonda gratitudine verso le procure di Caltanissetta, Firenze e Palermo. E’ nata in me una profonda speranza nei collaboratori di giustizia, ma soprattutto in quei magistrati che li stanno ascoltando, che stanno procedendo senza paura nonostante le intimidazioni del capo dell’esecutivo”.

Cosa si sa davvero di via D’Amelio?
“Ho letto molti libri di giornalisti che parlano della trattativa tra mafia e Stato, che si è svolta durante il periodo delle stragi. Io sono convinto che mio fratello sapesse della trattativa, e conoscendo Paolo sicuramente si sarà messo di traverso. Inoltre sono sicuro che il primo luglio del 1992 quell’incontro con Mancino c’è stato, nonostante lui continui a negarlo. C’è scritto nell’agenda grigia di Paolo. Lo Stato doveva eliminare l’ostacolo alla trattativa intavolata nel momento in cui si stava attuando in Italia l’ennesimo processo, dirompente per l’opinione pubblica, di cambiamento degli equilibri politici. E in questi casi, a scatenarsi sono le stragi di Stato”.

Cos’è il popolo delle agende rosse?
“E’ un movimento spontaneo, del quale fanno parte anche Sonia Alfano, la figlia di Beppe Alfano morto ammazzato dalla mafia, e Benny Calasanzio, nipote di due imprenditori anche loro uccisi nell’arco di sei mesi dalla criminaità organizzata, proprio nel periodo delle stragi. Abbiamo iniziato a muoverci nelle scuole e tra la gente, per sensibilizzare l’opinione pubblica alla piaga della criminalità organizzata. Alcuni giovani che abbiamo incontrato, hanno deciso di unirsi a noi. Sono giovani non politicizzati, un gruppo trasversale, che ha deciso di lottare con noi per ottenere giustizia e verità. Il nostro più grande sostegno va ai magistrati che si adoperano per questo, nonostante le minacce da parte del governo. La prossima manifestazione sarà il 17, 18 e 19 luglio. Cercheremo di impedire la profanazione di via d’Amelio da parte di quei politici che con ipocrisia vengono a deporre corone di fiori”.

Il 17 febbraio del 2009 la Corte di Cassazione si è pronunciata sull’agenda rossa: non ci sono prove che Paolo Borsellino l’avesse con sè quel giorno, e con molta probabilità è andata distrutta nell’esplosione.
“L’agenda rossa è il simbolo di questo movimento, il simbolo di giustizia e di verità. L’arrivo di questa sentenza è una pietra tombale sulla giustizia. Non si è mai arrivati ad una fase dibattimentale di questo processo. Delle foto provano che il colonnello Arcangioli aveva con sè la borsa mio fratello, nei momenti successivi alla strage. Agnese, la moglie di Paolo, ha testimoniato lei stessa di aver visto mio fratello quel giorno prendere l’agenda rossa, dalla quale non si separava mai. Ho chiesto che Agnese, e tutti i familiari di Paolo venissero incriminati per aver mentito, o per aver fatto sparire l’agenda, perchè noi saremmo stati gli unici a poterla avere. Ho chiesto che venissimo processati, ma non è successo nulla”.

Giorgio Napolitano si è rammaricato delle ombre che, nonostante i processi arrivati a sentenza, continuano a permanere sulla strage di Ustica. Perchè secondo lei è così difficile arrivare alla verità in Italia?
“Dietro queste stragi ci sono sempre pezzi deviati dello Stato che occultano notizie, depistano. Ustica, il caso Moro, Piazza Fontana, Piazza della Loggia. Non si arriva alla verità a causa di apparati di disinformazione, che continuano a nasconderla”.

livesicilia.it