lunedì 31 maggio 2010

Bono, gioco online contro Berlusconi "False promesse sull'Africa, via dal G8"


L'associazione One International, guidata dal leader degli U2, chiede l'estromissione del Cavaliere dal club dei grandi: "Solo lui ha tagliato gli aiuti ai paesi poveri". E pubblica un'animazione nella quale il premier viene preso per i piedi e gettato via / IL GIOCO

repubblica.it

Ior, la Procura apre un'inchiesta. ''Quel misterioso conto corrente''



Nella puntata di ieri anche tutti i dubbi sui vantaggi fiscali sul patrimonio immobiliare da otto miliardi di euro.
Milano. La Procura di Roma ha avviato un´indagine su un misterioso conto aperto nel 1976 dall´Istituto Opere Religiose (Ior) – la banca del Vaticano – nella filiale della Banca di Roma di via della Conciliazione a 150 metri da Piazza San Pietro. Secondo la trasmissione "Report" – che ieri ha dedicato una puntata alla controversa gestione dei beni mobiliari e immobiliari della Santa Sede – gli inquirenti sospettano che soggetti «valutariamente residenti in Italia abbiano usato lo Ior come schermo per transazioni che nascondevano reati come truffa, evasione fiscale e riciclaggio». Sul conto sono girati vorticosi giri di assegni e bonifici (nel 2007 con saldi mensili tra 32 e 80 milioni) spesso anonimi. La situazione irrituale – ha raccontato all´inviato di Report Paolo Mondani un ex dirigente di Banca di Roma – viene segnalata a Marco Simeon, referente di Cesare Geronzi per i rapporti con il Vaticano ma l´ispezione interna è rimasta ferma per due anni.
A fianco dell´indagine della Procura, anche la Banca d´Italia ha acceso un faro sul conto dopo la segnalazione del versamento da parte di un monsignore di un assegno proveniente da un condannato per mafia. Quest´inchiesta è ancora in corso e coperta da segreto. Ma via Nazionale ha chiesto a Banca Roma (oggi Unicredit) e ad altre quattro istituti da cui sono emersi rapporti simili con lo Ior (Bnl, Credito Artigiano, Banca del Fucino e Intesa San Paolo) di rivedere le loro pratiche. E Unicredit da dicembre 2009 considera la finanziaria vaticana come una banca estera per stringere di più i controlli.
Report, dopo lo scandalo di Affittopoli, ha messo la lente anche sul patrimonio immobiliare di Propaganda Fide, una delle società immobiliari del Papa, forte di beni per 8 miliardi gestiti per anni dal Cardinale Crescenzio Sepe, che nel 2001 aveva tra i suoi consiglieri Angelo Balducci, il gentiluomo di Sua santità coinvolto nelle inchieste sul "sistema" Anemone. Lo stesso costruttore si è occupato di diversi lavori sulle case dell´ente, molte delle quali sono finite in affitto a personaggi della politica e dello spettacolo o vendute loro a prezzi sospetti. Come quella girata all´ex ministro Pietro Lunardi per un prezzo, ristrutturazione compresa, di 3,32 milioni contro un valore reale secondo Report di 8 milioni.
Propaganda Fide gode di vantaggi fiscali su questi beni come l´esenzione dall´Ici per quelli usati non esclusivamente per fini commerciali (basta celebrarvi una messa all´anno...). La città di Roma "perde" ogni dodici mesi – secondo i calcoli di Report – 60 milioni mentre lo Stato non ne incassa 400-600. La Chiesa usufruisce di esenzioni erariali sulle donazioni, paga il 50% delle imposte con gli enti ecclesiastici (tra Ires e Irap siamo a 500 milioni di risparmi l´anno) e incassa circa 250 milioni di contributi statali per l´organizzazione di grandi eventi. Dai contribuenti italiani riceve 1 miliardo grazie all´8 per mille. Solo il 20% di questo montagna d´oro, secondo i calcoli di Attilio Nicora, Cardinale presidente dell´amministrazione della Santa sede, viene usato per iniziative di carità. Il 35% va al sostentamento del clero e il 45% a esigenze di culto. La Chiesa nel 2009 ha speso 9 milioni in spot per promuovere l´8 per mille e ne ha destinati 7 in tutto per i terremoti di L´Aquila e Haiti.

repubblica.it

“Mi hanno tolto l’auto blindata”

“Mentre si riapre il dibattito sulle stragi mafiose del ‘92, anche grazie al mio contributo, a Roma mi tolgono l’auto blindata. Non mi sembra l’incentivo più adatto per una collaborazione più intensa”. E’ la denuncia all’ADNKRONOS di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che sta raccontando ai magistrati i retroscena della cosiddetta ‘trattativa’ tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del ‘92. “Credo -ha aggiunto- di essere stato lo stimolo di una accelerazione, se non addirittura una riconsiderazione delle inchieste che hanno caratterizzato il ‘92 e il ‘93″.

venerdì 28 maggio 2010

Silvio va in bambola sui contanti


di Luca Telese

L’uomo dell’ottimismo chiede sacrifici agli italiani. Poi va in tilt sulla tracciabilità dei pagamenti: "Presidente quanto ha in tasca?", risposta: "Zero".

L’uomo con il sole in tasca ieri sembrava essersi trasformato in Rain man: una tempesta di tic e di mossette per dissimulare il disagio, le gambe che battono sotto il tavolo facendolo tremare, come se non rispondessero al controllo dell’altra metà del corpo. L’uomo con il sole in tasca, ieri non trovava più la tasca, o il sole, che poi è lo stesso. L’uomo con il sorriso più smagliante del mondo non riusciva a sorridere più, e sinceramente dispiace, perché guardandolo ieri non si poteva fare a meno di notare la differenza astrale con i tempi d’oro. Questo Cavaliere a mascella serrata, afflitto e cupo, ieri aveva qualcosa di tenero e di tragico insieme, chissà cosa avrà comunicato agli italiani.

Se questa mattina Silvio Berlusconi riguarderà il video di quello che ha detto ieri Silvio Berlusconi, con la stessa severità con cui ha stroncato le carriere di conduttori pingui o baffuti e di forzisti con il riportino e capogruppo con l’occhio strabico - se lo farà davvero - boccerà se stesso e gli dirà di non andare più in tv. Sul piano linguistico, poi, la conferenza stampa di ieri sulla manovra straordinaria, ha avuto un altro effetto. L’azzeramento del vocabolario del sogno, ovvero dell’architrave comunicativa degli ultimi 15 anni. Sulla bocca del premier fioriscono nuovi meravigliosi sinonimi dettati dall’emergenza e dal disagio. Per esempio gli statali italiani (magari quei professori che fanno vita da nababbi con 1.300 euro al mese) scoprono di aver vissuto da privilegiati: e poi che il loro stipendio non è stato "congelato".

Berlusconi ci ha spiegato ieri che la parola "congelamento" viene sostituita con la locuzione "atto di responsabilità". In effetti suona meglio. A un certo punto il premier deve parlare di sacrifici. Lo fa con un magone nel cuore. Allora dice: "Sacrifici richiesti", così siamo tutti più sollevati. Non è lui, sono richiesti. E bisogna salvare l’euro, poi. Chi lo dice a Bossi? Capisci che il presidente è nervoso da subito. L’uomo del nuovo miracolo italiano, il generoso negatore di ogni crisi, ieri aveva gli occhi a fessura, il capo reclinato che costringeva i fotografi a fare i salti mortali per catturare un primo piano. Dal punto di vista strettamente tecnico, dunque, si può dire che la conferenza stampa non è stata a testa alta. Ma è una constatazione ortopedica, più che morale. Berlusconi entra nella saletta di Palazzo Chigi molto preoccupato dalla giacca.

Tocca la cravatta, la ripercorre freneticamente, si assicura l’ancoraggio ai pantaloni, allude con le dita alla sagoma del cavallo. Poi passa alla giacca. Nella conferenza riesce a regalare un solo vero sorriso. È una piccola photo opportunity, e speriamo che i fotografi siano riusciti a coglierla. Mentre sta parlando Tremonti, il premier, forse ricordandosi di essere "il grande comunicatore" invita il suo ministro a tirare fuori il papiello con tutto l’elenco dei tagli: “Fallo vedere, così si capisce il lavoro che c’è stato!”. È un fascicolo bianco, di fogli A4 spillati. Tremonti non lo tocca. A quel punto lo agguanta lui, lo mostra agli obiettivi, tende le labbra: cheese...Ecco, ieri Berlusconi faceva simpatia per la difficoltà di gestire una situazione che considera tragica, che non padroneggia: cifre, numeri, lacrime e sangue. E questa comunicazione la doveva fare proprio lui? La conferenza stampa era convocata per le tre del pomeriggio. Poi slitta alle cinque, in fine alle sei.

Inizia alle 18.30, come quelle sedute dal dentista che si vorrebbero procrastinare all’infinito. Dice Berlusconi che per contrastare l’evasione "è stato abbassato il limite per i pagamenti in contanti a 5.000 euro". Poi aggiunge: "Ci è sembrato ragionevole consentire di tenere in tasca una cifra che corrisponde ai 10 milioni delle vecchie lire...". Con il governo dell’Unione l’assegno massimo consentito era di 100 euro. Gli chiedi quante persone conosca che circolano con 5.000 euro. Non risponde, ma con una battuta: "Lei quanto ha in tasca? Io zero". Altro sorriso. Come certi sovrani che non conoscono il valore del denaro. Almeno Tremonti mostra ironia, e invoca la lotta allo stato di polizia per tutelare "i vecchietti che comprano le scarpe in contanti".

Divino. Facciamo la manovra perché ce lo chiede l’Europa, ma in questo caso il ministro diventa nazionalista: "Se in Italia non si paga con la plastica (cioè con le carte, ndr) dobbiamo prenderne atto". Però Tre-monti tiene meglio il campo: ironico, ricettivo, sempre capace di trovare l’esempio brillante (questa volta "i tagli all’ente dei reduci garibaldini"). "Se l’Italia può stare tranquilla - conclude Berlusconi indicando se stesso e il ministro - è grazie a questi due signori": Se fosse riuscito a sorridere, forse, ci avremmo creduto persino noi.

Il Fatto Quotidiano

giovedì 27 maggio 2010

Ecco il volto del "signor Franco" lo 007 amico di Provenzano

Mentre Repubblica.it pubblicava l’immagine in cui sarebbe stato immortalato il famigerato “signor Franco” la procura smentiva categoricamente le rivelazioni. L’agente dei servizi non è stato né identificato dagli inquirenti, né, tantomeno, iscritto nel registro degli indagati. Lo apprende l’Ansa da fonti autorevoli della procura di Caltanissetta. Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, che a lungo ha parlato ai magistrati dell’esponente dell’intelligence, ha rivelato di avere un ritaglio del periodico Parioli Pocket con la foto del “signor Franco”. Il quotidiano la Repubblica aveva pubblicato stamane un servizio in cui rivelava chi fosse l’uomo dei servizi più volte citato da Massimo Ciancimino e, nel pomeriggio, ha pubblicato la sua foto. Un’immagine che, però, è stata cancellata subito dopo.

Ma il testimone non avrebbe ancora consegnato ai pm il giornale, che conserva in una casa all’estero. Nei giorni scorsi gli investigatori hanno acquisito una copia della rivista che hanno esibito a Ciancimino. Non si tratterebbe però della stessa indicata dal testimone. Secondo indiscrezioni, Ciancimino non sarebbe stato in grado di riconoscere il signor Franco nella foto mostratagli dagli inquirenti, che peraltro non era chiara. Tra molte incertezze il figlio dell’ex sindaco ha detto che si potrebbe trattare dello 007, ma di non esserne affatto sicuro.

livesicilia


Caso Favata «Berlusconi ha ricevuto e ascoltato quell'audio»


di Claudia Fusani Giuseppe Vespo

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi «ha ascoltato e ricevuto» il contenuto di intercettazioni telefoniche inerenti alcune inchieste giudiziarie ancora coperte da segreto. E’ successo il 24 dicembre 2005 nel salone di Arcore sotto un albero di Natale. Suo fratello Paolo, l’imprenditore dalle incerte fortune Fabrizio Favata e Roberto Raffaelli, amministratore delegato di Rcs società incaricata dalla procura di Milano di eseguire le intercettazioni, sono andati a trovarlo alla vigilia di Natale e gli hanno fatto ascoltare e poi consegnato la pen drive contenente la registrazione del “famoso” colloquio tra Fassino e Consorte sui destini di Unipol. Un colloquio neppure trascritto dalla polizia giudiziaria, senza valore probatorio, e la cui divulgazione ha segnato la storia delle elezioni dell’aprile 2006.


È scritto nero su bianco nell’ordinanza di 75 pagine firmata dal gip di Milano Bruno Giordano che ha eseguito l’arresto di Fabrizio Favata con l’accusa di estorsione. Un documento complesso per una storia complessa che comincia nel 2005.
Conviene cominciare dal punto 10 del capitolo dedicato ai “Gravi indizi di colpevolezza”, pagina 3 dell’ordinanza. Scrive il giudice Bruno Giordano nell’ordinanza che martedì ha portato in carcere l’imprenditore Fabrizio Favata con l’accusa di estorsione.: «Raffaelli Roberto - allora amministratore della Rcs srl che gestiva la parte tecnico-esecutiva delle intercettazioni - si presenta ad Arcore la sera della vigilia di Natale del 2005 - quando già da diversi mesi avvengono i movimenti di danaro Rcs-Petessi-Favata - e insieme a Favata offrono una pen drive con alcune intercettazioni ancora secretate riguardanti personaggi politici tra cui Piero Fassino a colloquio con Giovanni Consorte, a Paolo e Silvio Berlusconi che ascoltano il contenuto e ricevono tale intercettazione».

Il gip quindi, tra i gravi indizi di colpevolezza di questa faccenda che vede indagate da dicembre scorso cinque persone per ricettazione, abuso, rivelazione di segreto istruttorio e ora anche estorsione, dà per assodato che il Presidente del consiglio in carica ascolta e poi riceve una pen drive, una memoria digitale, in cui sono state copiate brani di intercettazioni telefoniche coperte dal segreto istruttorio. Frasi che per l’appunto riguardano gli avversari politici del premier, in questo caso Piero Fassino all’epoca leader del maggior partito di opposizione. Frasi che, sempre per l’appunto, pochi giorni dopo la consegna natalizia finiscono sulla prima pagina de Il Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi, dando il via a una campagna stampa che ha pesato molto sull’esito del voto politico. Paolo Berlusconi è indagato anche per millantato credito. Silvio Berlusconi non risulta invece iscritto al registro degli indagati. E neppure è stato finora invitato dalla procura di Milano a riferire la sua verità dei fatti. Il pm Meroni, gli ufficiali di polizia giudiziaria della polizia di Stato e della Guardia di Finanza, hanno lavorato in questi mesi sentendo una dozzina di persone, acquisendo documentazione bancaria e sono comunque arrivati a ricostruire tutta la faccenda. Il Presidente del Consiglio è il convitato di pietra.

Il Watergate italiano

La sensazione è che la Procura si muova a piccoli passi senza tentare falcate troppo lunghe. In questa fase si concentra sul ricatto e sull’estorsione e «non è rilevante» accertare se sia vero o meno che il premier si è reso protagonista del Watergate italiano. Di un grave illecito penale come l’ascolto e la diffusione di materiale istruttorio coperto da segreto e posseduto tra l’altro in maniera illecita. «In questa sede - scrive il gip - basta evidenziare come la stessa appaia verosimile». Ulteriori ed eventuali sviluppi che possono coinvolgere direttamente il premier - il fratello Paolo è già indagato - sono solo rinviati. Si vedrà nei prossimi giorni.

I fatti si snodano a partire dai primi mesi del 2005 intorno a quattro personaggi chiave. C’è Fabrizio Favata, 60 anni, un paio di fallimenti alle spalle, uno di quegli imprenditori che tentano l’impossibile. C’è Roberto Raffaelli, l’uomo alla cui società (Rcs) le procure di mezza Italia affidano il delicatissimo ruolo di registrare e custodire - ma non ascoltare - le intercettazioni. Paolo Berlusconi è socio con Favata fino a tutto il 2005 in una società di telefonia, Ip Italia che fallisce poco dopo. Eugenio Petessi è amico di Raffaelli, conosce anche Favata e Paolo Berlusconi, ed è l’uomo che conosce tutti e si occupa di procurare i contatti giusti.

L’ordinanza mette in fila i fatti incrociando dichiarazioni e risultanze bancarie. Raffaelli è custode delle intercettazioni delle inchieste sulle scalate bancarie e i furbetti del quartierino. Favata e anche Petessi ascoltano alcuni di questi file. Glieli fa sentire Raffaelli, «tanto non sono importanti». A un certo punti gli interessi dei quattro personaggi convergono: Raffaelli vuole aprire una centrale di ascolto in Romania e ha bisogno della sponsorizzazione di palazzo Chigi; Favata e Paolo Berlusconi si offrono di fare da tramite perchè hanno da giocare una carta strepitosa: l’intercettazione del 17 maggio 2005 tra Fassino e Consorte in cui l’ex ad di Unipol in trattativa per la scalata a Unipol dice all’allora segretario Ds: «Abbiamno una banca».

Nasce così l’idea dei saluti di Natale ad Arcore, circostanza confermata anche nei dettagli da tutti. Raffaelli e Paolo Berlusconi negano però che in quell’occasione sia stata fatta ascoltare un’intercettazione. La procura e il gip non ci credono. Non solo perchè lo dice e lo ripete Favata. Ma perchè lo stesso Favata, fallita Ip Italia e finito in disgrazia, cerca dal 2008 in poi di monetizzare «l’eterna riconoscenza» promessa dai fratelli Berlusconi. Favata si presta anche a fare da postino delle tangenti - più rate da 40 mila per un totale di 560 mila euro- che Raffaelli versa a Paolo Berlusconi per la centrale in Romania. Favata ha quella che il gip definisce «arma di ricatto»: denunciare tutto a giornali e magistrati. L’unico che subisce il ricatto è Raffaelli che, scrive il gip, «tra aprile 2008 e agosto 2009 paga a Favata una somma vicina a 300 mila euro». Un giro di false fatture in cui è stato coinvolto anche Petessi e da lui stesso confermate.

Così la procura circoscrive l’estorsione, ipotesi di reato per cui Favata è in carcere da martedì. All’inchiesta manca ancora il passagio successivo: perchè Raffaelli paga così a caro prezzo il silenzio di Favata? Un vuoto “logico” denunciato soprattutto da Antonio Nebuloni, il legale dell’imprenditore, che ha già presentato richiesta di scarcerazione. «Il mio cliente - dice - collabora e non può certo reiterare il reato».

l'unità.it


"E' lui il signor Franco" lo 007 delle bombe

di Attilio Bolzioni e Francesco Viviano

L'UOMO dei grandi misteri siciliani ha un volto. L'agente dei servizi che per 30 anni è stato l'ufficiale di collegamento fra la mafia e pezzi dello Stato è stato identificato. Chi investiga sulle stragi, finalmente ha scoperto chi è il fantomatico "signor Franco" di cui tanto ha parlato il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Il suo nome, secondo indiscrezioni, è finito nel registro degli indagati fra la procura di Caltanissetta e - notizia dell'ultima ora - quella di Firenze che ha le inchieste sulle bombe in continente del 1993. Riconosciuto in una fotografia, il "signor Franco", che Massimo Ciancimino qualche volta ha sentito chiamare da suo padre anche "Carlo", è entrato in tutte le indagini che partono da Capaci e finiscono ai morti dei Georgofili. È un agente di alto grado della nostra intelligence. Il "signor Franco" è ancora in servizio.

Tutto è avvenuto nelle ultime quarantotto ore. Con Massimo Ciancimino riascoltato d'urgenza dai procuratori di Caltanissetta e Firenze insieme, ieri l'altro, davanti a una foto. Un'immagine su una rivista ha incastrato lo 007 che gli investigatori braccavano da almeno due anni. La rivista è un numero di Parioli Pocket del 2006, magazine romano a distribuzione gratuita, che ha dedicato una pagina alla presentazione in Vaticano di una nuova automobile. Cerimonia di gala, tante autorità, qualche vip. Alle spalle di Gianni Letta e di Bruno Vespa (che naturalmente erano lì solo per l'evento e naturalmente nulla avevano a che fare con l'uomo ripreso sullo sfondo) c'era lui: il famigerato "signor Franco". Massimo Ciancimino l'ha riconosciuto. Ha detto che era proprio quello l'agente che fin, dai primi Anni Settanta, ha accompagnato don Vito nei tortuosi percorsi dove la mafia si incontra sempre con lo Stato. Guardie e ladri sono stati compari. L'ex sindaco mafioso di Palermo e il "signor Franco" hanno cospirato insieme praticamente dal primo delitto eccellente della Sicilia - maggio 1971, uccisione del procuratore capo della repubblica Pietro Scaglione - alle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
L'identificazione dello spione ha dato un'accelerazione alle indagini sulla trattativa, sul fallito attentato all'Addaura, sulle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una trama unica, dove certi personaggi si manifestano prima e dopo le stragi. In alcuni casi, testimoni riferiscono che quelle "presenze estranee" a Cosa Nostra erano anche sui luoghi dei massacri.

Il "signor Franco" è quello che ha avuto in mano il papello - le richieste di Totò Riina per fermare le stragi nel 1992 - diciassette anni prima dei magistrati. "Era il mese di giugno del 1992", ha dichiarato a verbale Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito era andato in una mattina di quell'inizio estate al bar Caflish di Mondello a ritirarlo, gliel'aveva consegnato Antonino Cinà, un boss vicinissimo a Totò Riina. Era dentro una busta che Massimo ha portato a suo padre. Un paio di giorni dopo ha rivisto il papello sulla scrivania del padre, a casa sua. E con don Vito c'era anche il "signor Franco", uno che si scambiava informazioni e favori con l'ex sindaco, uno che gli faceva avere passaporti falsi, uno che ha protetto gli affari di Cosa nostra in nome di un antico patto. Il "signor Franco" sapeva tutto dei Corleonesi che mettevano bombe e li aveva lì, sempre sotto osservazione.

È lo stesso agente che qualche giorno prima dell'arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto l'11 aprile del 2006, aveva spedito suoi emissari da Massimo Ciancimino (che poi l'ha raccontato ai procuratori di Palermo) per avvertirlo di "allontanarsi dalla Sicilia" perché con la cattura del boss di Corleone il figlio di don Vito non avrebbe più goduto di protezioni. È stato sempre il "signor Franco", qualche mese fa, a far visita a Massimo Ciancimino nella sua casa di Bologna per dirgli: "Chi te lo fa fare di parlare con i magistrati...". Era sempre il "signor Franco" a incontrare don Vito quando era agli arresti domiciliari nella sua abitazione romana dietro Piazza di Spagna, un mafioso mai controllato e un agente dei servizi con licenza di spadroneggiare fra Roma e la Sicilia.

L'uomo dei grandi misteri siciliani era circondato da luogotenenti e portaordini, tutti in contatto con don Vito e - attraverso don Vito - con l'"ingegnere Lo Verde", alias Bernardo Provenzano. Una banda. Con l'agente con la faccia da "mostro" che era sempre dove c'era una strage E con "il capitano", che con l'auto blu accompagnava sempre il "signor Franco" dappertutto. Anche dai figli di don Vito. Per rassicurarli, quando il padre era finito in carcere arrestato su mandato di cattura del giudice Falcone: "Dite a papà di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi". Il "signor Franco" aveva paura che don Vito potesse parlare. Così lo ha fatto incontrare in galera - quando era in isolamento totale - con altri personaggi. Il "signor Franco" poteva fare tutto. Dentro e fuori dalle mura dei penitenziari.

Nei prossimi giorni probabilmente i procuratori siciliani - e quelli di Firenze - ascolteranno l'agente e cominceranno a capire a quale struttura appartiene, per chi lavora o ha lavorato, quali sono stati i suoi contatti in Sicilia nel tempo, quali i suoi uomini di fiducia. Se le indagini riusciranno a scoprire tutti i legami dello 007, dentro e fuori Cosa nostra, forse sapremo qualcosa di più sulle stragi del 1992 in Sicilia e su quelle del 1993 in Italia. Forse sapremo qualcosa di più su chi voleva morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

repubblica.it

Grasso: "Le stragi mafiose del '93 volevano favorire un'entità politica"

di Alessandra Ziniti

FIRENZE - "Nel '93, Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione che ebbe nelle bombe di Roma, Milano e Firenze soltanto il suo momento più drammatico. Ma ci sono tanti altri episodi da ritirare fuori e rileggere insieme". Nel giorno in cui il Csm lo conferma all'unanimità procuratore nazionale antimafia per altri quattro anni, Piero Grasso rilegge così, alla vigilia del diciassettesimo anniversario della strage dei Georogofili, quella tremenda stagione di sangue sulla quale oggi sembra timidamente alzarsi il velo che ha fino ad ora protetto gli uomini degli apparati istituzionali. Agenti che, tra il '92 e il '94, furono in qualche modo partecipi dei piani di terrore la cui strategia - hanno sempre affermato le Procure titolari dei vari fascicoli di indagine - non fu certamente solo di Cosa nostra.

Da segnalare, a questo proposito, che la polizia scientifica ha isolato il Dna di uno dei personaggi che partecipò al fallito attentato all'Addaura al giudice Giovanni Falcone. Il profilo genetico, che appartiene a un individuo di sesso maschile, è stato estratto dalla maschera da sub ritrovata nella borsa che conteneva l'esplosivo. Il 21 giugno si svolgerà un incidente probatorio per confrontare il Dna estratto con quello degli indagati.
Davanti ai rappresentanti dell'associazione dei familiari delle vittime dei Georgofili, Grasso ha affermato che le stragi del '93 furono fatte, sostanzialmente, per spianare la strada a "nuove entità politiche" nel momento in cui Tangentopoli aveva appena segnato la fine dei grandi partiti, dalla Dc al Psi. "L'attentato al patrimonio artistico e culturale dello Stato - ha spiegato il procuratore nazionale antimafia rispondendo alle domande degli studenti dei licei - assumeva una duplice finalità: orientare la situazione in atto in Sicilia verso una prospettiva indipendentista, sempre balzata fuori nei momenti critici della storia siciliana, e organizzare azioni criminose eclatanti che, sconvolgendo, avrebbero dato la possibilità ad un'entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l'intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli".

Ed ecco dunque, nel '94, venire fuori l'esperienza politica subito abortita di quella sorta di lega del sud, "Sicilia libera", pensata e voluta da un boss del calibro del corleonese di Leoluca Bagarella, e poi il debutto di Forza Italia che proprio in Sicilia vide nel suo primo club esponenti di Cosa nostra. Dal '92 era stata una lunga teoria di sangue, attentati eseguiti, annunciati, falliti: da Capaci a via D'Amelio, da via dei Georgofili al Velabro. "Certamente - ha detto ancora Grasso - Cosa nostra, attraverso queste azioni criminali ha inteso agevolare l'avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste. D'altro canto occorre dimostrare l'esistenza di un'intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell'ordine pubblico per la sua affermazione. Rimangono molte domande a cui bisogna dare risposta".

Risposte che, grazie anche ai nuovi spunti forniti di recente dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza e da Massimo Ciancimino, proprio in queste settimane stanno provando a dare le inchieste di Firenze e Caltanissetta, entrambe intenzionate a dare un nome e un volto a quegli 007 che entrambi hanno riconosciuto negli album fotografici finalmente forniti dai servizi segreti e che in quegli anni sarebbero spesso stati a fianco di Vito Ciancimino e dei boss di Cosa nostra. Circostanze sulle quali proprio ieri il Copasir ha voluto sentire il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari.

repubblica.it

mercoledì 26 maggio 2010

Passa la manovra di Tremonti da 24 miliardi

Lo Stato deve costare di meno ai cittadini. Silvio Berlusconi lo ribadisce ai ministri al termine del Consiglio che ha dato il via libera alla manovra economica, ma soprattutto riassume così l'iter di un provvedimento che è lo stesso premier a bollare come rigoroso ma necessario, viste le richieste dell'Europa. Lotta all'evasione fiscale e nessun aumento delle tasse sono i due perni intorno al quale ruota il ragionamento del Cavaliere che oggi, in una conferenza stampa, entrerà nel dettaglio della Finanziaria con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti.
Il via libera alla manovra arriva comunque al termine di una giornata accompagnata da tensioni che hanno visto al centro proprio il titolare del Tesoro contro cui si sono scatenati i malumori di diversi ministri, anche nel corso della riunione a palazzo Chigi. Malumori legati soprattutto al fatto che il tesoro non avrebbe fornito cifre e dettagli sui tagli ed alcune misure, come per esempio la soglia della tracciabilità dei pagamenti in contanti e la decurtazione degli stipendi dei dirigenti pubblici. Tremonti, raccontano alcuni partecipanti al cdm, si sarebbe presentato solo con l'articolato della manovra senza fornire ai diretti interessati neanche l'entità dei tagli ai vari dicasteri. Insomma, una riunione sempre sul filo dell'equilibrio che avrebbe caratterizzato anche l'incontro tra Berlusconi, il ministro dell'Economia e il sottosegretario Letta che ha preceduto il Consiglio. Un incontro ristretto per risolvere gli ultimi nodi relativi alla tracciabilità dei contanti, misura che il premier avrebbe bollato come impopolare. Il compromesso è stato raggiunto con l'abbassamento della soglia da 7000 euro a 5000, così come voluto fortemente dai sindacati che hanno appoggiato la manovra. Inoltre, dalla scure dei tagli è stata esentata la presidenza del Consiglio.

Un delicato punto di bilanciamento, dunque, quello raggiunto tra il premier ed il titolare di via XX Settembre che ha consentito il via libera alla finanziaria nonostante i mal di pancia di diversi ministri. Un approvazione che, stando a quanto raccontano diversi presenti, sarebbe aperta a modifiche anche se fonti ufficiali dell'Esecutivo precisano che l'approvazione è definitiva. Rimarrebbero spazi solo per limature tecniche. Oltre a dare il via libera al testo, il Cdm avrebbe autorizzato preventivamente la fiducia qualora le circostanze lo rendessero necessario.

I dettagli della finanziaria sono stati oggetto di discussione anche nella successiva cena a palazzo Grazioli tra Cavaliere, il leader della Lega Umberto Bossi, che ha apprezzato l'operato del responsabile del Tesoro e smentito tensioni nel governo, il ministro della Semplificazione Legislativa Roberto Calderoli e lo stesso Tremonti. Resta il fatto, racconta chi ci ha parlato, che il presidente del Consiglio avrebbe preferito una gestione diversa della costruzione della manovra. Tant'è, raccontano i fedelissimi, che oggi illustrerà in prima persona agli italiani le misure prese, proprio per ovviare ai "difetti" di comunicazione che -rimarca- avrebbero impedito di trasmettere ai cittadini i segnali di ottimismo.

L'incontro con i sindacati
Il ministro dell'Economia ha anche parlato alle parti sociali di un lungo elenco di società e enti che, con i tagli previsti dalla manovra 2011-2012, saranno sciolti. Un taglio che ''non sara' simbolico'', avrebbe detto il ministro. Da Tremonti la conferma che ci saranno ''parecchi tagli'' e ''significative riduzioni dei trasferimenti'' agli enti locali. Inoltre, avrebbe detto ancora il ministro, ''il federalismo fiscale fara' risparmiare''.

Immediato lo sfogo di Vasco Errani: 'Non ci sono state fornite le cifre in modo chiaro e puntuale e anche questo e' un problema: e' difficile partecipare ad uno sforzo di governo della spesa pubblica senza sapere quali sono i riferimenti complessivi'', ha dichiarato il presidente della Conferenza delle Regioni al termine dell'incontro col governo sulla manovra a Palazzo Chigi.
''Ci sono rischi per l'attuazione del federalismo?'', gli e' stato chiesto. ''Se per esempio il governo si trattenesse tutte le risorse relative a quelli che erano i fondi per l'attuazione delle Bassanini - ha risposto Errani - il federalismo fiscale non avrebbe piu' nulla da attuare: c'e' bisogno di chiarezza per fare una manovra seria, che non sia recessiva, vogliamo fare la nostra parte ma in modo da poter svolgere ognuno la sua funzione''. Sul condono, infine, Errani ha detto che si parla di regolarizzazione catastale sulle case fantasma ma ''se si regolarizza una casa senza nessuna concessione edilizia - ha puntualizzato - si tratta di fatto di un condono''.

''Leggendo le prime bozze che circolano, non mi pare ci sia molto. Anzi. Questa e' una manovra depressiva. E' solo un giro di specchi''. Cosi' Pier Luigi Bersani ha commentato da Pechino, dove si trova per il forum politico Europa-Cina, le linee della manovra economica che il governo varera' questa sera. ''Non si affronta nulla di strutturale, tagli indiscriminati e nessuna crescita'', ha aggiunto.

Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha iniziato il suo intervento chiedendo chiarimenti sulle misure relative a finestre per le pensioni e buonuscita per i dipendenti pubblici. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, avrebbe replicato ribadendo che sulle pensioni non sono previsti interventi strutturali. Intervenire sulle finestre, avrebbe detto il ministro, ''e' solo uno spostamento dell'erogazione della pensione''.

''Il grosso dei sacrifici lo si chiede sempre ai lavoratori, pubblici e privati'' e non c'e nessuna misura ''di sostegno a occupazione e investimenti. Quindi e' una manovra che non mantiene un profilo di equità'', ha dichiarato a questo punto Epifani, aggiungendo che la manovra ''va quindi cambiata in Parlamento''.Per la Cgil, ha detto Epifani, ''non e' in discussione che ci voglia una manovra correttiva come fanno altri Paesi. Continuo a rammaricarmi - ha quindi aggiunto il leader della Cgil - del fatto che il governo aveva detto che eravamo in una situazione di tranquillita' e non era vero''. ''Un giudizio definitivo lo daremo alla lettura del testo'' ma ''non e' in discussione che vi voglia una correzione'', ha spiegato Epifani dopo l'incontro a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali.

''La manovra mantiene un profilo di iniquita' sociale: un reddito da un milione di euro non viene toccato, ma un lavoratore pubblico che guadagna 1.500 euro si', cosi' come un lavoratore privato che deve andare in pensione''. Per la Cgil ''resta un giudizio di fondo: il grosso dei sacrifici e' per i lavoratori poubblici e privati''

Critica anche la posizione del giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino sulla manovra, che si e' dice ''sbalordito'' per ''l'azzeramento dell'Autorita' indipendente per la valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, parte della riforma Brunetta nata da un accordo tra maggioranza e PD''. Ne ha parlato a Genova a margine delle celebrazioni per i 60 anni della Cisl. ''Che si debba dare il segnale del massimo rigore nei conti pubblici e' fuori discussione - ha affermato Ichino -. Quello che e' stupefacente e' che in questo momento in cui come forse non mai e' indispensabile saper distinguere tra sprechi e spese utili, rami secchi e corpo vivo dell'amministrazione pubblica, le rendite e la retribuzione del lavoro produttivo, il governo azzera cio' che e' stato fatto in questi due anni anche con un forte, responsabile, costruttivo contributo dell'opposizione, perche' viene azzerata l'Autorita' indipendente per la valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, strumento cardine per quella distinzione''.

''Si torna cosi' a porsi nelle condizioni per cui i tagli diventano indiscriminati, i cosiddetti tagli orizzontali - ha proseguito Ichino - che non distinguono tra cio' che va tagliato e potrebbe essere tagliato anche molto di piu' e cio' che invece ferisce nel vivo il corpo produttivo del Paese. Questo e' un errore clamoroso che non possiamo perdonare al governo''.

''Questo e' il momento di andare a fondo nella liberalizzazione dei servizi alle famiglie e alle imprese invece di tornare indietro con misure di tipo corporativo. Questo e' il momento di fare la riforma del Welfare e del mercato del lavoro, altro che come dice Sacconi, 'in un periodo di crisi non si fanno le riforme'. Il periodo di crisi e' il momento in cui si devono fare le riforme. Anche per questo aspetto c'e' un dissenso profondo rispetto alla linea del governo'', ha detto il giuslavorista. ''Il messaggio positivo che dobbiamo lanciare ai mercati per ridare fiducia nel sistema Italia non e' solo l'equilibrio dei conti pubblici, ma e' anche la capacita' dell'Italia di tornare a crescere, ad essere competitiva sul terreno internazionale. Per questo non bastano i conti pubblici in ordine - ha proseguito Ichino - ma occorre anche guarire quel male oscuro di cui soffre da vent'anni la nostra economia, che negli ultimi vent'anni e' cresciuta la meta' della media del resto dell'UE ed in questo periodo di crisi ha perso piu' di quanto abbiano perso in media gli altri Paesi europei''. ''Questo male oscuro lo si cura incidendo nelle piaghe e nelle tare del nostro sistema e quindi questo e' il momento di fare le riforme''.

l'unità.it

Fatwa laica per Lucio Stanca



C'è qualcosa di nuovo nell'aria anzi d'antico. Un profumo di otto settembre, di Caporetto, della fatal Novara, di disfatta nazionale che riappare periodicamente, come un vecchio amico in visita, come gli attacchi di malaria a chi ne è colpito. E, nella migliore tradizione nazionale, il giorno prima della tempesta brillava il sole. I bollettini di guerra narravano di vittorie luminose, di imprese dei nostri condottieri esaltate da schiere di lacchè e di servi.
La statua di cera Letta ha annunciato "Sacrifici duri", non solo sacrifici, ma anche "duri". Il maggiordomo dello psiconano, tale nei tratti e nei comportamenti, ha chiuso con una sola frase, certo in modo inconsapevole, quindici anni di sprechi, di rapina della cosa pubblica, di esproprio della democrazia. Il soave Letta ha accennato alla bancarotta, le misure servono "per salvare il Paese dal rischio Grecia" e ha usato termini da sincope: "disperato, ma speriamo vittorioso tentativo di scongiurare una crisi epocale...". Si avvicina la Waterloo per il Governo delle 3I: "Incapace, Incompetente, Impunito".
La manovra di Tremorti per salvare il Paese assomiglia a un'estrazione a sorte, a un mazzo di carte degli Imprevisti del gioco del Monopoli, a un rompete le righe, a una fuga disordinata dal fallimento e dalla realtà. Tagli alla "dove cojo cojo" usando il furto delle parole. Le "finestre dimezzate" che tolgono ai pensionandi 800 milioni di euro nel 2010 e 1,6 miliardi nel 2011 (una "piccola iattura" secondo Brunetta). Un gettito di 5 miliardi per la "messa a catasto di due milioni di abitazioni", parole di Bonaiuti. Se una casa non è accatastata di solito è abusiva, quindi è una sanatoria. L'ennesima presa per i fondelli per i cittadini onesti. L'introduzione del pedaggio per il tratturo Salerno-Reggio Calabria e per i raccordi autostradali. L'aumento della percentuale di invalidità dal 74 all'85% per ottenere una (miserabile) pensione. Tagli alle Regioni e ai Comuni che si tradurranno in meno servizi per i cittadini. Il congelamento degli stipendi agli statali per tre anni.
"Sacrifici duri" anche per parlamentari, ministri e sottosegretari. Il loro solo stipendio lordo (i benefit non sono inclusi) sarà diminuito del 10% della quota superiore a 80.000 euro. Questa elemosina è benzina sul fuoco. Gli stipendi dei nostri parlamentari sono i più alti d'Europa, quasi due volte quelli di Gran Bretagna e Germania, più del doppio di Francia e Grecia. Nessuna manovra strutturale, solo giochi di prestigio. L'eliminazione delle Province, la cancellazione delle missioni di guerra, l'accorpamento dei Comuni sotto i 5.000 abitanti, l'abolizione delle Grandi Opere Inutili come il Ponte di Messina da 5 miliardi e la Tav in Val di Susa da 20 miliardi, la cancellazione del parco di macchine blu più esteso del mondo. Le misure "strutturali" che diminuiscono le spese per sempre e non una tantum sono molte, ma Tremorti non ne attuerà nessuna perché colpirebbe la casta, di cui fa parte, o gli amici della casta. L' Italia sta fallendo a pezzi, una Regione dopo l'altra, quando non ci saranno più fondi l'unica alternativa per il Sud e parte del Nord sarà l'emigrazione, anche questo un eterno ritorno per gli italiani. Tra le prime aree del mondo a rischio bancarotta c'è la Sicilia, dietro il Portogallo e prima dell'Iraq.
E' tempo di fatwe laiche verso coloro che, come ogni cittadino, devono contribuire ai "sacrifici duri". Esempi sociali negativi da correggere. La prima fatwa è per Lucio Stanca, doppiostipendista pubblico, come amministratore di Expo 2015 e parlamentare, con 644.168 euro all'anno (incluso il variabile). Se il deputato Stanca non rinuncia subito a una delle due cariche, e insieme a lui, tutti suoi proseliti, nessun sacrificio può essere chiesto agli italiani. Ogni persona che incontri Stanca gli ricordi che non può essere mantenuto due volte dalle nostre tasse. E' sempre meglio saltare da soli che essere spinti nel vuoto.

beppegrillo.it

martedì 25 maggio 2010

La macelleria sociale

La crisi che non esisteva ed era un'invenzione dei giornalisti e le colpe degli italiani che non comprano più automobili e lavatrici per far girare l'economia e che noi non siamo la Grecia e neppure la Spagna e l'intervento del presidente del Consiglio con la sua telefonata nel cuore della notte che è stato risolutivo per salvare l'euro e i PIGS che sono sempre gli altri e l'ottimismo della volontà che fa crescere il PIL e i conti dello Stato che sono in ordine e il debito pubblico che è più basso degli altri Paesi e Tremorti che è un genio della finanza e ha inventato lo Scudo Fiscale che ha sanato i capitali degli evasori all'estero e le Grandi Opere da decine di miliardi di euro senza copertura economica e il partito dei pessimisti che diffondono menzogne e gli italiani che si devono rimboccare le maniche e mettersi a lavorare e le missioni di pace che costano miliardi di euro. E ora, che la crisi è arrivata e non si può più negare, ecco le palle di giornata. Non ci sarà "macelleria sociale" (forse nel senso che non ci saranno pestaggi stile Diaz e Bolzaneto: le macellerie messicane) e che "non metteremo le mani nelle tasche degli italiani". Ecco, ma allora, i 28 miliardi di euro se non li prende mettendoci le mani in tasca, dove le metterà le mani? Nel dubbio non chinatevi a raccogliere le margherite.

beppegrillo.it

CRISI, Ticket, pedaggio Gra: cosa cambia

Statali, pensioni, invalidità, ticket, nuovi pedaggi per gli automobilisti: ecco cosa cambia per le tasche degli italiani.

Ticket e sanità
Dal primo luglio ticket sulle prestazioni sanitarie di assistenza. 7,5 euro per la ricetta, per i cittadini esenti il ticket sarà di tre euro e scenderà a 2 il prossimo anno.

In pensione più tardi
Le finestre per le pensioni di vecchiaia passano da 4 a 2. Dal 2011 i dipendenti che maturano il requiesto nel corso del primo semestre andranno in pensione il primo gennaio successivo.

Tfr ritardato
Il Trattamento di fine rapporto per i dipendenti pubblici sarebbe spalmato in tre anni, anziché erogato entro tre (o sei) mesi
dal pensionamento.

Pedaggio G.R.A.
Il Grande raccordo anulare, l’anello di asfalto che circonda Roma per oltre sessanta chilometri, potrebbe non essere più gratis. La finanziaria prevede un pedaggio.

Pensioni di invalidità
A partire da gennaio le domande per gli assegni di accompagnamento non saranno accolte se il reddito personale supera i 25mila euro e 38mila nel caso di reddito cumulato.

Tagli a enti pubblici
Le Regioni contribuiranno alla manovra con un miliardo nel 2011 e 1,6 miliardi nel 2012. Tagli ai trasferimenti per 418 milioni e 1,1 miliardi dal 2011.

Soppressione enti (Isae)
Chiude l’Isae, Istituto di studi e analisi economica e le sue funzioni e i suoi dipendenti a tempo indeterminato passano al ministero dell’Economia. Soppresso anche l’Isfol.

Tagli ai ministeri
Tagli a tutti i ministeri. Le spese saranno ridotte dell’8% per il triennio 2011-2013. Esclusi il fondo ordinario delle università, le risorse per la ricerca.

... e ai parlamentari
Il trattamento economico di ministri e sottosegretari membri del Parlamento viene tagliato del 10% a partire dal 2010. Stessa sorte per i collaboratori diretti del ministero.

Blocco turn over
Per gli statali il blocco del turn over prorogato fino al 2013. Le amministrazioni possono avvalersi di personale a tempo determinato nel limite del 50% della spesa sostenuta.

Tagli alla Difesa
Passo indietro sulla Difesa Spa. Niente rinnovo contrattuale per il 2008 - 2009. Una misura che riguarda militari e Polizia. Risparmi dai 200 ai 700 milioni di euro.

Evasione fiscale
Nuovo redditometro sintetici a tappeto. Nel disegno di legge ci saranno nuove norme per rafforzare la lotta all’evasione fiscale. Torna anche la tracciabilità.

Condono edilizio
I 2,5 milioni di case fantasma presenti nel territorio potrebbero essere regolarizzate con il pagamento delle imposte relative agli ultimi anni. Atteso un gettito di 6 mld.

Blocco dei contratti
Non si rinnovano i contratti del pubblico impiego per il triennio 2010-2013. I statali riceveranno solo l’indennità di vacanza contrattuale.

Grandi eventi
Colpo alla Protezione Civile spa. Tutti i fondi destinati ai grandi eventi devono avere il benestare del Tesoro. Il ruolo di Bertolaso si riduce molto. La norma avrebbe fatto infuriare Letta.

l'unità.it

Crisi, il Governo della VERGOGNA


di Dario Campolo

Ci siamo,
è arrivato il nostro turno, fino ad oggi il nGoverno ha negato con forza questa crisi anzi, in alcuni casi non è mai esistita.

Vi ricordate i vecchi tempi? Era il periodo in cui Tremonti si vantava di essere stato uno dei primi ad accorgersi dell'arrivo di questa crisi. Sti cavoli, e meno male che l'ha vista prima...

Adesso siamo sotto i riflettori, le agenzie di rating e gli economisti ci stanno mettendo ai raggi x, certo non siamo ai livelli della Grecia ma ci stiamo avvicinando, senza dimenticarci che abbiamo il primo debito pubblico d'Europa e il terzo a livello globale se non erro, quindi se chi deve investire sul nostro paese non crede più alla nostra forza e alla nostra economia siamo fatti.

In questi giorni Tremonti e lo stesso Berlusconi stanno cercando di nascondere lo sporco nello sporco e la tensione comincia a salire, Berlusconi è costretto a fronteggiare la crisi senza aumentare le tasse e senza sacrifici (ahimè inevitabile) pur di non perdere la sua credibilità e di non perdere il suo consenso popolare preferndo l'arrancare un paio di mesi che risolvere il problema alla radice.

Pensiamo alla Germania che non sta malissimo epperò per frontarre la crisi ha fatto un manovra di 10 miliardi di euro aumentando le tasse, ovviamente mette le mani avanti. E noi?

Booooooo, ad oggi non sappiamo quasi nulla, anzi ci troviamo di fronte ad una manovra che forse non riuscirà neanche a creare i 24 miliardi prefissati, pensioni si pensioni no, politici si politici no, tasse si tasse no, e così via. BISOGNA PARLARE CHIARO!!! Comunque nei prossimi giorni vedremo se l'Europa crederà in noi oppure no.

Una cosa è certa, il parlamento sta lavorando a pieno regime anche di notte ma per il BAVAGLIO sulle intercettazioni, perché per il Governo è più importante vietare le intercettazioni che il disastro economico dell'Italia.

Prepariamoci a tempi duri...

Mafia, parte l'inchiesta sui servizi, caccia alle spie che favorirono le stragi

di Attilio Bolzoni

I servizi segreti indagano sui servizi segreti. Con vent'anni di ritardo, anche loro, soprattutto loro, si guardano dentro. Cercano le spie infedeli, danno la caccia a chi voleva morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. C'è un'indagine interna, segretissima naturalmente, che in queste ultime due settimane sta mettendo sottosopra gli ambienti dell'intelligence italiana. E c'è una formale richiesta di Gianni De Gennaro, il responsabile dei nostri apparati di informazione, ai procuratori di Caltanissetta per ricevere notizie sugli esiti delle investigazioni intorno alle stragi di Palermo. L'indagine interna è estesa sia all'Aise (l'Agenzia informazioni sicurezza esterna) diretta dall'ammiraglio Bruno Branciforte che all'Aisi (l'Agenzia informazioni sicurezza interna) diretta dal generale dei carabinieri Giorgio Piccirillo, i due servizi segreti ai quali i magistrati siciliani, nell'autunno scorso, hanno chiesto di avere "accesso" ad alcune schede. Profili di funzionari entrati o sospettati di avere avuto un ruolo nelle trattative con Cosa Nostra o, addirittura, un ruolo nella partecipazione ai massacri. Per quel poco che se ne sa c'è stata una certa "collaborazione" all'Aisi, dove il procuratore Sergio Lari ha potuto visionare alcuni album fotografici che poi ha girato ai testimoni delle sue indagini.
Si seguono le tracce dell'uomo con la faccia da "mostro", l'agente che è stato visto sui luoghi di alcune stragi, ma si prova a ricostruire anche tutta la squadra di 007 che era operativa nella Sicilia occidentale dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Uomini transitati dal servizio segreto interno o esterno e passati anche in quell'Alto Commissariato guidato da Domenico Sica, una "centrale" che non sempre è stata in sintonia con Falcone e Borsellino. Il "mostro" sarebbe stato in contatto proprio con l'Alto Commissariato antimafia, ufficialmente acquartierato a Villa Whitaker - la splendida residenza liberty della prefettura di Palermo - ma in realtà composto da agenti sparsi in ogni ufficio investigativo dell'isola. L'agente con la faccia deturpata proveniva proprio da una squadra mobile, quella di Palermo, dove aveva lavorato agli inizi degli Anni Settanta per poi entrare ai "servizi".

Come finirà l'indagine aperta dagli apparati nessuno può dirlo, certo è che dopo un anno di ricerche l'uomo con la faccia da "mostro" - quindi facilmente individuabile - non è stato ancora ufficialmente identificato. Girano voci di un riconoscimento. Girano voci sulle sue abitudini: sniffa (o sniffava) coca, gira (o lo faceva) per Palermo su una grossa moto Suzuki e a bordo di una Range Rover. È ancora in circolazione il "mostro"? È vivo? È comunque un personaggio che ha sempre goduto di una copertura totale. Il "mostro" è stato descritto per la prima volta ventuno anni fa, esattamente nell'estate del 1989, da Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto Antonino ucciso un mese e mezzo dopo il fallito attentato dell'Addaura. Vincenzo Agostino ha raccontato agli inquirenti della squadra mobile di Palermo un incontro con quell'agente segreto ("Ha cercato mio figlio qualche settimana prima che venisse ucciso") ma il verbale del suo interrogatorio non è agli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Antonino Agostino. Sparito. Una testimone ha notato il "mostro" anche all'Addaura, il confidente Luigi Ilardo ha svelato al colonnello dei carabinieri Michele Riccio che "sui luoghi delle stragi c'era sempre un uomo con la faccia da mostro". Sarà tanto difficile trovarlo? Ci sarà davvero la volontà di trovarlo?


È solo in questa ultima domanda il destino delle indagini sulle stragi del 1992 e sul "contesto" di quegli anni. Mafia e non solo mafia. Mafia e pezzi dello Stato. Uomini d'onore e uomini degli apparati, Gaetano Scotto e il "mostro", tutti e due sempre nel posto giusto al momento giusto, il primo boss dell'Arenella (geograficamente la zona contigua agli scogli dell'Addaura e alla casa di via Mariano D'Amelio dove è stato ucciso Paolo Borsellino) e il secondo l'agente delle scorribande per conto dell'Alto Commissariato antimafia. Due uomini che ritornano sempre. Da racconti. Da tabulati telefonici. Da testimonianze dirette. Il punto decisivo delle nuove inchieste sulle stragi siciliani passa da loro, dal "mostro" e da Gaetano Scotto. Quello che potranno fare i procuratori di Caltanissetta, molto dipenderà da ciò che vorranno i nostri apparati di sicurezza. Là dentro già si è scatenata una guerra. E ci sono ancora fazioni dei "servizi" che controllano l'andamento delle indagini dei magistrati siciliani: spiano ancora, provano a "introdursi" nei sistemi informatici della Dia, ascoltano, pedinano. E probabilmente sono pronti ancora a depistare. Come hanno fatto negli ultimi vent'anni.

Il resto di questa vicende, paradossalmente, è affidato solo a Totò Riina. Lui, che sta pagando per tutti e per tutto, un anno fa aveva lanciato un segnale: "L'hanno ammazzato loro... non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi". Il vecchio boss di Corleone, usato e sacrificato per le stragi, parlerà ancora?

repubblica.it


lunedì 24 maggio 2010

Ecco i primi tagli di Tremonti - Ma non basteranno


Meno tasse? Servono 28 miliardi di nuove entrate per riportare sotto controllo i conti pubblici.

di Superbonus

Come previsto la Germania ha imposto la sua linea, la Banca centrale europea non favorirà l’inflazione stampando denaro per finanziare i deficit europei e tutti sono chiamati a lacrime e sangue. Guardandosi allo specchio, e parlando anche dell’Italia, Silvio Berlusconi ha detto: “Molti paesi dell’Unione europea sono consapevoli di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Siamo quindi alla resa dei conti: il Pdl che ci aveva promesso un’Italia con meno tasse e senza tagli si trova oggi a tentare di arginare il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha bisogno di 28 miliardi di veri risparmi o di nuove entrate per riportare sotto controllo i conti pubblici. La prima bozza della manovra, fatta filtrare ieri al Corriere della Sera, ha alcuni tratti di populismo, misure di dubbia costituzionalità e, pur essendo priva di cifre, sembra ancora lontana dagli obiettivi di riduzione della spesa che si è dato Tremonti.

TAGLI AI DIRIGENTI. Il populismo si osserva nelle riduzioni degli stipendi degli alti dirigenti della Pubblica amministrazione dei manager pubblici. C’è anche un dato politico che non dispiacerà all’opposizione: la Protezione civile viene di fatto commissariata. I grandi eventi tornano ad essere soltanto le catastrofi e quelli non prevedibili, a comandare sulla gestione sarà adesso il Tesoro e non più Palazzo Chigi, cioè Tremonti invece di Berlusconi e Gianni Letta. Sparisce anche la Difesa spa (che doveva snellire i rapporti del ministero in appalti e uso delle risorse), si rinuncia a rifinanziare le regioni commissariate per la spesa sanitaria e si tagliano i trasferimenti agli enti locali che sforeranno il Patto di stabilità nel 2010 (saranno moltissimi). Ricompare una misura ad alto rischio di incostituzionalità: si rendono nulli i decreti ingiuntivi e i pignoramenti verso le Asl delle regioni commissariate reintroducendo una norma che lo stesso governo, nella persona del ministro della Giustizia Angelino Alfano, aveva bocciato nel 2007 alla Regione Campania che aveva provveduto con propria legge regionale. E questo sarà un problema per le imprese che non riescono a farsi pagare dalla sanità regionale. Si finisce con un taglio lineare (cioè non mirato a una riduzione delle risorse complessive) dell’8 per cento di alcune spese dei ministeri.

I CONTI. Più che una manovra all’altezza delle aspettative della Commissione europea e dei mercati finanziari sembra lo specchio della disperazione di una classe dirigente che non vuole ancora prendere del tutto atto della realtà e dei sacrifici necessari, quindi della necessità di un nuovo patto sociale. Per la prima volta nella storia delle manovre finanziarie non si conoscono i risparmi associati ad ogni misura, probabilmente perché il conto finale non è ancora stato fatto davvero e, sommando quello che già si conosce, si arriverà a stento a 20 miliardi di euro. Ne mancano quindi ancora almeno altri otto per arrivare vicino a quella che sarebbe la vera necessità per il solo 2011. Mentre infatti il governo continua a mantenere le sue previsioni di crescita per il 2011 all’1,4 per cento, le maggiori banche e istituzioni internazionali hanno abbassato le stime all’1,1 per cento per il prossimo biennio, riportando la lancetta dell’ammanco a 40 miliardi per due anni.

NUOVI CONDONI. Si capisce quindi perché in questi giorni si moltiplicano le voci di nuove misure straordinarie per aumentare il gettito che nel 2009 aveva retto solo grazie allo scudo fiscale. Le idee sono le solite: condoni edilizi, condoni fiscali per le imprese e via dicendo. Nessuna misura strutturale, nessun intervento per ridurre in modo permanente le spese nei prossimi anni. Si brancola nel buio con le mani in avanti sperando di non essere investiti da una crisi finanziaria che si avvicina a tutta forza. Chi sembra più consapevole del pericolo è proprio Tremonti che con i suoi scarni comunicati e le ripetute minacce di dimissioni, sapientemente fatte filtrare ai giornali, sembra oramai l’unico in grado di cambiare la rotta politica della manovra e del governo. Dopo le anticipazioni della manovra, Berlusconi ha subito smentito non il documento, ma i suoi effetti: “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, ma cercheremo con ogni mezzo di combattere le spese eccessive e naturalmente l’evasione fiscale”. Ma il ministro del Tesoro è consapevole che i mercati concederanno una tregua di sei-dieci mesi ai titoli del debito pubblico italiano per poi verificare l’efficacia della manovra e la consistenza della ripresa economica. Tremonti sa anche che entrambi questi dati rischiano di essere negativi e che a quel punto sarà in evitabile una resa dei conti nel governo e nel paese. Il calcolo di sostenibilità ci dice che servono 60 miliardi in tre anni di minori spese (strutturali) o di maggiori entrate (anche queste strutturali), che il nostro tenore di vita dovrà abbassarsi del 20 per cento ed assomigliare, anche in termini di prezzi al consumo e degli immobili a quello della Germania. La manovra estiva è solo l’inizio.

il FattoQuotidiano

La mia vita tra due stragi. A Capaci morì anche mio padre

di Manfredi Borsellino

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l'esame di diritto commerciale, ero esattamente allo "zenit" del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del "taglio" fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell'attentato a Giovanni Falcone lungo l'autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull'accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell'ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia.
Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l'inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell'uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all'interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima.
Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell'economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo "preparati" qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell'amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all'orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per "fottere" il mondo con due ore di anticipo.
In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d'altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore "Pippo" Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell'Università di Palermo e storico esponente dell'Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia "loffia" domenicale tradendo un certo desiderio di "fare strada" insieme, ma non ci riuscì. L'avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell'85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati "deportati" all'Asinara, o quella dell'anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese.
Ma quella era un'estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all'apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell'estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo "esposta" per la sua adiacenza all'autostrada per rendere possibile un'adeguata protezione di chi vi dimorava.
Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l'ultimo bagno nel "suo" mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D'Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti.
Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel "tenere comizio" come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all'immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l'eccidio) e l'agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull'uscio della villa del professore Tricoli, io l'accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l'appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.

Ho realizzato che mio padre non c'era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell'attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d'infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D'Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi "resti", perché quando giunsi in via D'Amelio fui riconosciuto dall'allora presidente della Corte d'Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna.
Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all'interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell'esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell'ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un'ultima volta.

La mia vita, come d'altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza "se" e senza "ma" a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in "familiari superstiti di una vittima della mafia", che noi vivessimo come figli o moglie di ....., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva "Paolino" sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza "farci largo" con il nostro cognome, divenuto "pesante" in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo "montati la testa", rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l'onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra.
E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l'avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ovverosia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall'evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D'altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, ovverosia una persona che in un modo o nell'altro avrebbe "sfruttato" questo rapporto di sangue, avrebbe "cavalcato" l'evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di .... o perché di cognome fa Borsellino. (...)
Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.
Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.


la Repubblica, 22 maggio 2010

La mafia, i telefoni e il bavaglio - Ecco perché Obama vuol sapere


di Enrico Deaglio

Diciotto anni fa, quando venne ammazzato Giovanni Falcone, i telefoni cellulari erano degli aggeggi grossi, rudimentali, dal funzionamento poco conosciuto e ancora poco diffusi. Il commando di Cosa Nostra che aspettò dal casotto dell’Enel di Capaci il corteo di macchine del giudice e della moglie telefonò parecchio, aspettando di azionare l’esplosivo. Furono individuati soprattutto per quel motivo: con un’iniziativa che poteva sembrare impossibile, ma che funzionò, tutto il traffico telefonico di quelle ore da e per Palermo fu schedato e analizzato, con risultati memorabili che portarono nel giro di un anno agli arresti del commando. Tutto sembrava risolto, o meglio quasi tutto: restavano alcune telefonate in Italia e in America ad utenti impossibili da rintracciare. Poi ci fu la bomba di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e di nuovo i telefoni fecero la loro parte: «inquietanti» tabulati legavano uomini della mafia a utenze dei servizi segreti. Erano gli ultimi mesi della Prima Repubblica, quella strana cosa che un quarto della popolazione italiana non ricorda perché non aveva ancora l’età della ragione e di cui ora sente parlare come di fatti strani, muggiti e sospiri, che sembrano provenire da un mondo preistorico: carabinieri che trattarono con Cosa Nostra, nuovi patti politici da assicurare, Falcone e Borsellino uccisi perché troppo vicini alla verità e al potere. Un tipico modo italiano di passare il tempo.


Ma non credo fosse mai successo che membri del governo di Washington si esprimessero così francamente nei confronti del governo italiano deciso ad intervenire sui metodi di indagine antimafia attuato con i telefoni. Hanno detto, in pratica: se voi attuate queste vostre intenzioni, danneggiate anche noi e la nostra azione contro il crimine organizzato. Argomenti del genere sono stati usati nel recente passato contro i governi del Messico, del Venezuela, della Colombia, ma mai nei confronti di un paese europeo. Perché lo hanno fatto? Sicuramente perché all’Fbi si ricordano ancora di Giovanni Falcone che li aiutò non poco a stroncare l’importazione di eroina dalla Sicilia negli Stati Uniti; sicuramente si ricordano di quel Tommaso Buscetta che nel 1984 (otto anni prima delle rivelazioni italiane) raccontò all’Fbi che Giulio Andreotti era il referente politico di Cosa Nostra; e forse anche perché vedono - con sorpresa - un governo europeo adottare leggi che vanno solo ad oggettivo vantaggio delle mafie. E per quanto riguarda l’Italia non capiscono perché il nostro governo passi il suo tempo ad insultare il presidente Barack Obama, un oscuro dirigente di nome Bertolaso si diverta ad insultare l’ex presidente Clinton e il presidente del Consiglio abbia legami così stretti con Putin. Dal loro punto di vista, tutto ciò è molto strano, ma si sa che loro non conoscono le nostre finezze e il nostro modo di giocare al gioco del potere. Nella storia della mafia siciliana in America - una storia potente, che è arrivata anche a bussare alle porte del potere politico - alcune cose giocavano a suo favore, nel grande mercato: la famiglia, la violenza, la determinazione ad emergere, la capacità di destinare una bella fetta degli alti profitti del crimine per corrompere poliziotti, politici e giudici.

Ma c’erano anche due cose che non funzionavano nel modello: il tradimento possibile di un membro della famiglia stessa e l’uso incauto del telefono. Gli infami si cercava di ucciderli prima che testimoniassero, ma il telefono (ovvero la parola che ti può fare impiccare) era una croce quotidiana, a partire da quelli a gettone all’angolo della strada. Un tallone d’Achille, che la polizia peraltro poteva utilizzare a costi veramente bassi: una chiavetta e degli impiegati che ascoltano, esperti di dialetto. Poi vennero le microspie e con loro le bonifiche elettroniche, l’infiltrato con il microfono incerottato sulla pelle, le cimici sempre più piccole, le microcamere grandi come un bottoncino, le Sim che conservano ogni bava di memoria e i siciliani in America vennero ridotti all’angolo persino nello smaltimento di rifiuti nel New Jersey, che era il loro feudo.

A diciotto anni dall’uccisione di Falcone e Borsellino, senza neanche troppi eufemismi, i magistrati ci dicono che le cose non andarono come noi pensavamo. In pratica, ci spiegano che gli uccisori furono solo la manovalanza che agì per conto di altri. Ed è una storia fatta di pentiti e di intercettazioni e - specificità italiana - di ricatti, di mezze parole, di carte che ricompaiono dopo vent’anni, di trattative che chissà se sono andate a buon fine o se fallirono fin dall’inizio.

Viviamo non tanto senza sapere dove andremo, ma piuttosto da dove veniamo. Il governo fa quello che fanno i gendarmi di fronte alla folla di curiosi che si presenta sulla scena di un delitto: "Via, via, circolare, non c’è niente da vedere", poi mettono le transenne e chiamano rinforzi. Il presidente del Consiglio non va alle commemorazioni di Falcone, se ne guarda bene: il tema, d’altra parte, non gli è mai interessato. Altri membri del governo lodano l’integrità del magistrato ucciso. Lui si che era bravo e rispettoso. Ah già, è morto.

Tra pochi giorni in parlamento metteranno in votazione il bavaglio. Non si ascolta la gente per bene per telefono, non si deve violare la privacy, anche se si tratta di un mafioso; che poi non si sa se è un mafioso o non per caso un’ottima persona (anzi, può darsi che sia le due cose insieme). Non si deve scrivere niente di processi in corso, se no galera e multe da portare al fallimento i giornali. Non si possono intercettare i politici. Si possono intercettare i preti solo col premesso scritto del vescovo. Se si sente qualcosa di sconveniente, bisogna distruggere subito tutto. La televisione non deve parlare di mafia, perché facciamo brutta figura all’estero. Gli scrittori sono invitati a occuparsi d’altro. Dice Berlusconi: per me Vittorio Mangano è un eroe, perché non ha parlato e i magistrati lo torturavano perché parlasse e mi mettesse nei guai. E va bene, sia lode all’eroe. Ma, sorge un dubbio: che cosa avrebbe dovuto dire, sotto tortura, il vecchio stalliere?

Un caso è molto citato dai sostenitori del bavaglio e della privacy: quello del finanziere Stefano Ricucci che al telefono diceva "ma che me frega, io stasera mi faccio Anna Falchi" e la cui esternazione telefonica venne pubblicata dai giornali. Terribile. Chissà che trauma. Ma non era scritto su tutti i rotocalchi che stavano insieme?

l'unità.it

giovedì 20 maggio 2010

fate girare.....

Data la gravità della situazione, riteniamo necessario non lasciare nulla di intentato, e vi esortiamo a inviare il seguente messaggio al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per chiedere di non firmare il ddl Alfano sulle intercettazioni.

1) copia il messaggio
2) clicca sul link https://servizi.quirinale.it/webmail/
3) incolla il messaggio
4) inserisci i tuoi dati (impiegherai qualche secondo, ma è per una giusta causa)
5) clicca su invia
6) riceverai poi un’email sul tuo indirizzo di posta elettronica dal Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica: clicca sul link contenuto nell’email per confermare l’invio

Oggetto: scegliete voi il testo dell’oggetto per evitare che le email vengano bloccate

***

Gentile Presidente Giorgio Napolitano,
Le scrivo per chiederLe di non promulgare la legge sulle intercettazioni, che, a quanto pare, verrà approvata dal Parlamento in tempi inspiegabilmente rapidi (si tratta realmente di una priorità per il nostro paese?). Ritengo questo provvedimento lesivo del mio diritto di essere informato perché i cittadini hanno il diritto di sapere e di essere correttamente informati! I diritti di espressione e di informazione non possono essere sacrificati in nome della tutela del diritto alla riservatezza. La tutela della privacy non si persegue imbavagliando la stampa e l’editoria, e neppure limitando le intercettazioni perché, così facendo, si ostacola il prezioso lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine nella loro quotidiana lotta alla criminalità. Se effettivamente si vuole regolamentare le intercettazioni, si preveda l’introduzione di una “udienza-filtro”, cioè la possibilità per il magistrato di sottoporre ad un ulteriore stralcio i testi delle intercettazioni e degli altri atti portati a conoscenza delle parti, per secretare quei passaggi che riguardino terze persone estranee all’inchiesta o anche gli stessi indagati, ma per aspetti privati non essenziali all’indagine. Ma non si privi mai l’opinione pubblica del diritto di conoscere e di capire.
Si sente spesso dire che il Parlamento è lo specchio della società. Bene, lo si sappia chiaramente: moltissimi cittadini, dei più diversi orientamenti politici, considerano il ddl Alfano una vera e propria censura. I nostri rappresentanti politici non possono in alcun modo arrogarsi il diritto di censurare la stampa, perché è l’unico strumento che permette a noi cittadini di verificare il loro operato. Tutta la classe politica italiana deve tenere ben presente che, in democrazia, gli eletti sono tenuti a rendere conto di ciò che fanno agli elettori. E, nelle vesti di amministratori pubblici, i politici hanno il dovere della trasparenza.

Mi rivolgo quindi a Lei, il garante della Costituzione, affinché a tutti i cittadini italiani vengano assicurati i diritti di espressione e di informazione, quegli stessi diritti che la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha definito prevalenti sul diritto alla riservatezza.
Cordiali saluti

Una catena di mail a Napolitano "Non firmare quella legge"Una catena di mail a Napolitano "Non firmare quella legge"


ROMA - Una valanga di mail alla Presidenza della Repubblica. Per chiedere a Giorgio Napolitano di "non firmare il Ddl Alfano sulle intercettazioni". E' l'ultima forma assunta dalla protesta contro la legge bavaglio. A lanciare il mailbombing è il gruppo "Valigia Blu". Le motivazioni: "Data la gravità della situazione riteniamo necessario non lasciare nulla di intentato". E la mobilitazione continua. Più di 120mila cittadini hanno sottoscritto l'appello "Libertà è partecipazione informata". Venerdì speaker's corner a Montecitorio. E lunedì 24 maggio "Stati Generali dell'Informazione" al Teatro dell'Angelo di Roma.

I ragazzi del post-it. Da una foto mandata al nostro giornale, nasce una nuova iniziativa. Quella di prestare la propria faccia con un post-it sulla bocca per dire: " "Meno informazione = più corruzione". Ecco come partecipare.

Il mailbombing a Napolitano. "Gentile Presidente Napolitano, le scrivo per chiederle di non promulgare la legge sulle intercettazioni, che, a quanto pare, verrà approvata dal Parlamento in tempi inspiegabilmente rapidi". Inizia così il messaggio che "Valigia Blu" chiede di inviare alla casella di posta elettronica della Presidenza delle Repubblica. Nella lettera si legge: "Ritengo questo provvedimento lesivo del mio diritto di essere informato". Sotto accusa la contraddizione tra tutela della privacy e limitazioni della libertà di stampa. "Non si difende la privacy imbavagliando la stampa e l'editoria. E neppure limitando le intercettazioni perché, così facendo, si ostacola il prezioso lavoro della magistratura e delle forze dell'ordine".


L'udienza-filtro. Nel messaggio al Presidente della Repubblica è contenuta anche una proposta. Che riprende quella lanciata da Stefano Rodotà. Ovvero: l'introduzione di una "udienza-filtro, con la possibilità per il magistrato di sottoporre ad un ulteriore stralcio i testi delle intercettazioni", in modo da poter poi "secretare quei passaggi che riguardino terze persone estranee all'inchiesta".

Più di 120mila no alla Legge Bavaglio. Intanto l'appello "Libertà è partecipazione informata" ha superato quota 120mila. Molti cittadini si chiedono se la legge sulle intercettazioni sia una priorità per il Paese. "Come si può tollerare nel pieno di una crisi economica, dove i governi sono chiamati ad azioni forti per risanare l'economia, il fatto che in Italia si facciano gli straordinari per presentare una legge che favorirà la corruzione e l'evasione?". E continuano i preparativi per le manifestazioni dei prossimi giorni.

Firma la petizione sul sito Nobavaglio.it 1 e unisciti alla pagina Nobavaglio di Facebook

O puoi metterci la faccia sulla pagina di Facebook 2

Lascia un messaggio sul nostro Forum 3


Sit-in a Montecitorio. Venerdì sarà la giornata della "maratona oratoria" contro il Ddl Alfano. A Piazza Montecitorio, Roma, dalle 14 in poi sarà allestito uno Speaker's Corner. Modello Hyde Park: microfono acceso e chi vuole potrà "esprimere le proprie idee sul decreto Alfano e sul Governo". Una protesta pacifica cui hanno aderito molti gruppi e associazioni. Tra cui il Popolo Viola, che attraverso le sue delegazioni sta preparando manifestazioni anche in altre città. Sit-in annunciati a Savona, Cagliari, Parma, Monza, Trieste, Napoli, Palermo e Genova.

Gli "Stati Generali dell'Informazione". Giuristi. Giornalisti. Editori. Blogger. Costituzionalisti. Insieme per discutere della legge sulle intercettazioni. Dalle 10 di lunedì mattina, al Teatro dell'Angelo di Roma, si terranno gli "Stati Generali dell'informazione". Previsti gli interventi del direttore di Repubblica Ezio Mauro e di Concita De Gregorio, direttore dell'Unità. Ai lavori parteciperanno Stefano Rodotà, i costituzionalisti Alessandro Pace e Giovanni Ferrara, gli editori Giuseppe Laterza e Lorenza Fazio. E poi Oliviero Beha, Paolo Flores D'Arcais, Arturo Di Corinto, Alessandro Gamberini.
(20 maggio 2010)

repubblica.it