venerdì 30 aprile 2010

Cucchi lasciato morire - Sparisce accusa omicidio "Bastava un po' di zucchero"

Non c'è più l'omicidio colposo per la morte del giovane, deceduto il 22 ottobre scorso dopo essere stato arrestato giorni prima per droga. Contestata l'accusa di abbandono di incapace per medici e infermieri. I pm: "Bastava un semplice cucchiaino di zucchero per salvare la vita" di Stefano. Tredici persone, tra sanitari e funzionari, rischiano il processo. Il medico di turno del Pertini dichiarò "falsamente" la morte naturale.

La sorella: i medici si vergognino

La graphic novel in sua memoria


l'unità.it

La Grecia in fiamme e il pompiere Tremorti


"Serve il federalismo fiscale altrimenti l'Italia fa la fine della Grecia, è assolutamente necessario." Lo ha detto Bossi, senza aggiungere che con il federalismo fiscale, di cui nessuno ha calcolato i costi, faremo invece la fine dell'Argentina. La scelta è difficile, fallire subito o rimandare? Le agenzie di rating hanno declassato i titoli di Stato greci a spazzatura. Il debito della Grecia non ha più mercato, i suoi titoli sono invendibili. Li possono comprare solo banche greche su ordine del Governo centrale.
Senza il ricorso al debito, la Grecia può invocare unicamente la carità degli altri Stati per non fare bancarotta e dichiarare il suo debito insolvibile con l'uscita obbligatoria dall'euro.
L'elemosina, comunque insufficiente, tarda però ad arrivare, un aiuto stimato in 45 miliardi di euro per non fallire subito. La Grecia ha necessità di reperire 160 miliardi di euro per i prossimi tre anni solo per finanziare gli interessi sui titoli di Stato emessi, pagare i titoli di Stato in scadenza e il disavanzo annuo tra entrate e uscite. Il prestito di 45 miliardi sarà finanziato dal Fondo Monetario Internazionale per 10/15 miliardi e da alcune nazioni europee, tra queste la Germania con 8,4 miliardi e l'Italia con 5,5 miliardi (quasi il triplo dell'Olanda e più della Spagna con 3,7 miliardi).
L'86% dei tedeschi è contrario al prestito, non vuole pagare per la finanza allegra di altri Paesi. Tremorti invece è entusiasta, il parere degli italiani non è noto anche perché nessuno li ha interpellati. La Merkel, prima di consegnare i soldi dei tedeschi al primo ministro greco George Papandreou vuole avere la rassicurazione che la Grecia metterà a posto i suoi conti. Tremorti ha invece fretta di erogare il prestito per paura che il fuoco divampi. La Grecia, infatti, è vicina. Il nostro debito pubblico è di circa 1.800 miliardi, nei primi mesi del 2010 è aumentato di più di 30 miliardi, il tasso di disoccupazione italiano è comparabile a quello greco, il saldo import/export 2009 è stato negativo per circa 280 milioni di euro, mentre nel 2008 era positivo per 10 miliardi. Le entrate fiscali sono in diminuzione mese dopo mese, la spesa pubblica è in continuo aumento ed è la peggiore sul Pil degli ultimi 10 anni, pari al 52,3%.
I numeri greci e quelli italiani sono simili, qualche volta sono peggio loro, altre volte stiamo peggio noi. Se fallisce la Grecia, l'euro vacilla. Se fallisce l'Italia, l'euro sprofonda insieme a tutti i nostri creditori. Per ora il nostro immenso debito pubblico ci protegge.
Nel 2010 Tremorti deve collocare 450 miliardi di euro di titoli e pagare 70/80 miliardi di interessi (pari a 4/5 finanziarie) su quelli già emessi. I greci, a confronto, sono dei dilettanti.

beppegrillo.it

Lavoro: 2,194 milioni di disoccupati Record giovanile: più 27,7 per cento

ROMA - Il numero delle persone in cerca di occupazione, per il mese di marzo, è pari a 2,194 milioni di unità. In crescita del 2,7% su base mensile e del 12% rispetto ad un anno fa. Lo rende noto l'Istat. Il tasso di disoccupazione totale si posiziona quindi all'8,8%: più 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e più 1% rispetto a marzo 2009. Il tasso di inattività invece si attesta al 37,8%. Una cifra record, mai raggiunta dal 2002.

Giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 27,7%, con un calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 2,9 punti percentuali rispetto a marzo 2009.

Donne. In particolare, a crescere è il numero di donne disoccupate: 1 milione 44mila unità. Un aumento del 4,8% su base mensile contro un incremento dello 0,9% per quella maschile.

Uomini. La disoccupazione maschile raggiunge, a marzo, un livello pari a 1 milione 150 mila unità, in aumento dello 0,9% (più 10 mila unità) rispetto al mese precedente e del 10,6 per cento (più 111 mila unità) rispetto allo stesso mese dell'anno precedente.

Occupati. Il numero di occupati a marzo è pari a 22 milioni 753mila unità. Un calo dello 0,2% rispetto a febbraio e inferiore dell'1,6% (meno 367 mila unità) rispetto a marzo 2009. E' la stima dell'Istat "sulla base delle informazioni finora disponibili". Il tasso di occupazione è pari al 56,7% : inferiore, rispetto a febbraio, di 0,1 punti percentuali e di 1,1 punti percentuali rispetto a marzo dell'anno precedente.

Sicilia e tasso di inattività. Per inattiva si intende la popolazione che ancora studia e le casalinghe. In Italia è inattiva una persona ogni due (tra i 15 ed i 65), ma in Sicilia la situazione peggiora: si tratta di 3 persone ogni 5.

repubblica.it

mercoledì 28 aprile 2010

Schifani fa causa a 'Il Fatto'

Il presidente del Senato chiede 720.000 euro di risarcimento per le inchieste pubblicate dal quotidiano. La direzione risponde: "Le indagini giornalistiche proseguono, noi non ci faremo intimidire".

Il presidente del Senato, Renato Schifani, ci ha notificato ieri una citazione civile con cui domanda 720 mila euro di risarcimento per le inchieste giornalistiche che lo riguardavano da noi pubblicate. La somma richiesta è superiore al nostro capitale sociale, ma noi non ce ne lamentiamo. Schifani, al pari di qualsiasi altro cittadino, se si ritiene diffamato ha il diritto di rivolgersi al Tribunale per veder riconosciute le proprie ragioni. Anche se, dopo aver letto le 54 pagine della citazione, dobbiamo confessare la nostra sorpresa: nonostante gli sforzi non abbiamo ancora capito quali delle notizie riportate su il Fatto Quotidiano non siano vere. A questo punto chi ha ragione e chi ha torto non lo potrà che stabilire il giudice. (Leggi tutto)

La citazione del presidente del Senato contro il Fatto (pdf 5,54 Mb)

LEGGI

20/11/2009 - Schifani e il palazzo abitato dai boss di Marco Lillo

26/11/2009 - "Schifani incontrava Graviano, l’uomo delle stragi e dei contatti milanesi" di Peter Gomez e Marco Lillo

27/11/2009 - I soci di Schifani? Arrestati, condannati e confiscati di Peter Gomez e Marco Lillo

13/01/2010 - Quando Schifani faceva l'autista di Marco Lillo

il Fatto Quotidiano

giovedì 22 aprile 2010

Riina: il cardinale mi aiuti per la grazia

di Giovanni Bianconi

ROMA — Arrivato alla soglia degli ottant’anni d’età, e dopo diciassette di carcere, Totò Riina pensa alla grazia. In un colloquio con il cappellano del carcere di Opera dov’è rinchiuso, il pluriergastolano capomafia corleonese ha fatto balenare questa idea, chiedendo al sacerdote di intercedere presso l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, per l’appoggio a un ipotetico provvedimento di clemenza. Una formale domanda, infatti, non è stata ancora presentata.

L’incontro è avvenuto un paio di settimane fa ed è stato riferito alla Procura nazionale antimafia dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a sua volta informata dal direttore del carcere milanese. L’appunto trasmesso alla Superprocura, guidata da Piero Grasso, fa esplicito riferimento alla grazia a cui Riina aspirerebbe, anche se ciò potrebbe avvenire solo attraverso un complesso iter che non è stato nemmeno messo in moto ed è difficile immaginare che possa trovare uno sbocco concreto. Tanto che l’avvocato del boss, Luca Cianferoni, dice di non saperne niente: «Non sono a conoscenza di questa iniziativa, che a quanto capisco è di tipo assolutamente personale». La notizia è stata comunque ritenuta di interesse per il massimo ufficio inquirente in materia di mafia, vista la personalità e il ruolo del protagonista, del quale vengono costantemente monitorate tutte le mosse. Soprattutto dopo che nove mesi fa accettò per la prima volta di incontrare i magistrati di Caltanissetta. Senza diventare un «pentito», ma per sostenere davanti agli inquirenti che hanno riaperto l’indagine su quell’eccidio, che nella strage del luglio ’92 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta c’entravano pezzi dello Stato, con generici riferimenti ad apparati e servizi segreti deviati. «Borsellino l’hanno ammazzato loro» aveva detto pochi giorni prima attraverso il proprio difensore, che in quell’occasione aveva riportato il pensiero del suo cliente: «Il signor Riina ha voluto, tramite me, rappresentare la sua convinzione e cioè che l’attentato a Borsellino fu opera di personaggi legati alle istituzioni». Da successivo interrogatorio non vennero molti altri elementi, tranne la ripetizione del concetto che per quella strage «ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori». Parole intese come messaggi che si tentò di interpretare, con i magistrati divisi tra chi se ne considerava destinatario e chi invece riteneva che fossero rivolti ad altri soggetti. Trapelò che Riina stesse preparando un memoriale per dare la sua personale versione dei fatti in cui è stato coinvolto e per i quali è stato condannato, ma non se n’è fatto niente. Un altro messaggio? E indirizzato a chi? Forse anche l’intenzione di presentare prima o poi una domanda di grazia, per la quale cerca un preventivo quanto improbabile interessamento della Chiesa attraverso l’arcivescovo della città in cui è detenuto, potrebbe far parte di una strategia fatta di segnali. In questo caso però il difensore se ne tira fuori. L’avvocato Cianferoni ritiene invece che sia giunto il momento di attenuare i rigori dell’articolo «41 bis» imposto a Riina dal giorno dell’arresto e ricorda le tante istanze presentate per far fronte a uno stato di salute del capomafia che lui definisce «decadente». Ma anche questa è una battaglia che s’annuncia difficile. Il boss corleonese è stato più volte definito dal suo legale «il parafulmine» d’Italia e adesso il difensore è alle prese con il processo di primo grado in cui Riina è imputato per il sequestro e l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, scomparso a Palermo nel 1971.

Su istanza della difesa la Corte d’assise ha appena ammesso la produzione di un libro, Anni Ottanta, attacco della mafia allo Stato, che contiene un riferimento ai diari dell’ex consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, ucciso nel 1983, nei quali si riportano presunte convinzioni dell’ex capo della squadra mobile Boris Giuliano (assassinato nel 1979) su ipotetiche responsabilità per quel delitto. «A me paiono importanti non tanto per l’attribuzione delle responsabilità — commenta l’avvocato Cianferoni — ma per dimostrare l’estraneità del Riina».

corriere.it

Le minacce a Ciancimino

"Signor Ciancimino, spero che questa lettera le sia recapitata, come da mie istruzioni, nella giornata del 2 aprile, lei sa a cosa mi riferisco. Consideri queste poche righe come un buon consiglio dato da una persona che anche suo padre ha saputo apprezzare e stimare, e che comunque oggi è a conoscenza di fatti e circostanze tali da poterle essere, forse, ancora di aiuto".

E' una frase dell'ultima lettera arrivata a Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo legato alla mafia Vito Ciancimino, nato il 2 aprile 1924: ed è a lui, il padre, che evidentemente si riferisce il mittente parlando del 2 aprile.

La lettera anonima è stata trovata da Ciancimino junior nella buca delle lettere della casa di Bologna dove vive da quando ha lasciato la Sicilia per le minacce ricevute all'inizio della sua collaborazione con le procure antimafia. Nella busta c'erano anche cinque proiettili di mitra kalashnikov.
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Con un'altalena di minacce e blandizie, l'anonimo continua usando solo lettere maiuscole e lanciando intimidazioni che dovrebbero convincere il figlio di don Vito a fermare la sua collaborazione con i magistrati antimafia: "Le assicuro che banali ed elementari tecniche di tutela civile a protezione di questi soggetti non costituiscono alcun ostacolo ai nostri scopi", spiega svelando chi sono i destinatari delle sue minacce: lo stesso Ciancimino, il mafioso pentito Gaspare Spatuzza, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari; il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia; il sostituto della Dda, Nino Di Matteo (cioè i magistrati che conducono le indagini sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia).

A questi nomi seguono quelli del giornalista Michele Santoro e di due politici, Luciano Violante e Claudio Martelli, che di recente hanno parlato ai pubblici ministeri dei contatti avviati con Vito Ciancimino dall'allora capo dei Ros, Mario Mori, nel '92.

"Il dovere mi impone di avvisare chi come lei, ignaro del disegno altrui, oggi rappresenta uno strumento di lotta", continua la lettera. "Questo non solo per il mio ruolo svolto per il paese, ma sicuramente per l'esperienza accumulata in tanti anni di onorati servizi resi. Equilibri e democrazia costituiscono le basi per un nuovo percorso di globalizzazione ed integrazione che con molto sacrificio il paese sta attraversando. In questo momento molto difficile per la nostra democrazia non sono concessi ed ammessi ulteriori sbagli".

Nella lettera a Ciancimino junior viene quindi aggiunta una spiegazione politica: "Oggi lei e le sue dichiarazioni contribuiscono ad infangare illustri personaggi che hanno lavorato per potere garantire una Italia libera ed anticomunista. Mentre oggi il nostro governo tenta di salvare posti di lavoro, milioni di euro di ignari contribuenti e numerosi servitori dello stato vengono impegnati in inutili inchieste che altro non fanno che mortificare l'immagine del nostro paese".

Poi l'ultimo avvertimento: "Sappiamo tutto sul contenuto delle deposizioni fatte con i magistrati S. Lari e compagni ed A. Ingroia e compagni, ulteriore aggressione intrapresa col fine di coinvolgere e infangare illustri servitori dello Stato, uomini che a differenza di taluni magistrati hanno anteposto i più alti ed onorabili valori alla loro stessa esistenza. Un consiglio, vada via dall'Italia, taluni crediti non possono essere più posticipati. Sono state disposte più operazioni a garanzia della democrazia, tutte in attesa di essere eseguite. Un solo fine frutto di più azioni, cinque, un numero che dovrebbe farla riflettere, le mie credenziali in busta". Cinque come i proiettili di kalashnikov e i nomi dei cinque bersagli indicati nella lettera.

Secondo chi indaga l'autore della lettera è un personaggio che gravita o gravitava in quella "zona grigia" tra Stato e mafia che avrebbe tentato di patteggiare con esponenti di Cosa nostra lo stop alle stragi del dopo Giovanni Falcone.

Il figlio dell'ex sindaco di Palermo da mesi fa rivelazioni ai magistrati di Palermo sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra dopo il periodo stragista dei primi anni Novanta. Ciancimino junior sta rendendo dichiarazioni in merito a diverse procure italiane, tra le quali quella di Palermo.

Umberto Lucentini (tratto da L'Espresso, 20 aprile 2001)

mercoledì 21 aprile 2010

I veri problemi del Paese e il Governo del fare


di Dario Campolo

Bene, adesso sono veramente contento, tranquillo e più motivato lavorativamente parlando.
Perché?

Semplice, guardate in che condizioni vive il mio, il nostro Paese, chi dai tetti, chi dall'alto dei cieli ahimè e chi con altro ancora. Oltre ai vari blocchi parlamentari per leggi sulla giustizia per la protezione perenne al nostro Premier e scudi fiscali per i nostri amati imprenditori..........

.....ecco, per chi non lo sapesse in questo momento la camera approva la legge sulla caccia, maggioranza divisa (e meno male, qualcuno con la coscienza c'è ancora),

eh eh eh eh, questi sono i veri problemi del paese, e si.......

Giorgio Bocca ha scritto sull'Espresso che quando il Duce andava in visita nella sua piccola città Piemontese, per abbellire le mura rovinate dei palazzi usavano colonne di Amianto,

meditate gente, meditate.

Mills, Cassazione: fu teste reticente


«Il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, si incentra nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti». Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni, appena depositate, con le quali lo scorso 25 febbraio ha dichiarato prescritto il reato di corruzione in atti giudiziari nei confronti dell'avvocato inglese David Mills, negandogli, però, l'assoluzione.

Le bugie di Mondadori e la censura sui 'Padrini'


di Peter Gomez


In un saggio sulla mafia del '94, sparito il legame Mangano-Berlusconi. Fini: io sto con Saviano.

La bugia più grossa, Marina Berlusconi l’ha messa nero su bianco a metà della sua lettera di risposta a Roberto Saviano, pubblicata da La Repubblica domenica scorsa. Dopo aver difeso il padre che aveva tra l’altro accusato lo scrittore e chi racconta la mafia di fare “cattiva pubblicità all’Italia”, la figlia del premier assicura che quella era solo un critica - peraltro da lei condivisa - e considera: “La Mondadori fa capo alla mia famiglia da vent’anni. In questi venti anni abbiamo sempre assicurato, come è giusto e doveroso, secondo il nostro modo d’intendere l’editore, il più assoluto rispetto delle opinioni di tutti gli autori e della loro libertà di espressione”. Un’impegnativa affermazione di principio che si scontra con la realtà dei fatti. Perché i libri in Mondadori - come insegnano i casi di Belpoliti e Saramago rifiutati da Einaudi - a volte vengono censurati. E la pratica va avanti da anni. Non per niente risale proprio al 1994, periodo della discesa in campo di papà Silvio, uno dei più sconcertanti episodi di tagli redazionali operati proprio su un saggio riguardante Cosa Nostra. La Mondadori traduce il libro L’Europe del parrains (L’Europa dei padrini), in cui il giornalista francese Fabrizio Calvi parla anche delle vecchie inchieste della Criminalpol (1984) sui “legami dell’entourage di Berlusconi con il boss Vittorio Mangano”. Dall’edizione italiana però i riferimenti al Cavaliere e al capo del clan mafioso di Porta Nuova, per due anni fattore di villa San Martino ad Arcore, scompaiono.

Semplice prudenza per non andare a urtare la sensibilità dell’editore e di un uomo d’onore amico della sua famiglia? Può darsi. Certo è, però, che la cronologia dei fatti (di mafia) lascia spazio pure ad altre interpretazioni. A spunti forse utili per rispondere alla polemica domanda lanciata ieri dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante una riunione con i parlamentari Pdl a lui fedeli: "Come è possibile dire che Saviano con il suo libro ha incrementato la Camorra? Come si fa a essere d'accordo?”. Infatti, proprio nei mesi della pubblicazione de L’Europa dei padrini, Mangano era tornato a frequentare Milano 2. Da alcune agende, sequestrate a Marcello Dell’Utri, risulta che il capo-mafia si vede a fine ‘93 con l’allora numero uno di Publitalia (lo ammette anche Dell’Utri). Mentre nella sentenza di primo grado che ha condannato il senatore azzurro a 9 anni per cose di Cosa Nostra, si parla d’incontri in provincia di Como che proseguono fino al ‘95. Oggetto dei colloqui, per i giudici, sono delle norme pro-cosche che Dell’Utri tenta di far approvare, in cambio di appoggi elettorali e la richiesta della fine della stagione delle stragi. È la presunta “seconda trattativa” nella quale andrebbe pure inquadrato, secondo le ipotesi investigative, pure il famoso decreto Biondi dell’estate ‘94, (salva ladri) nel quale, come dice all’epoca il leghista Bobo Maroni, ci sono anche passaggi che favoriscono la mafia . Subito dopo il decreto (non convertito in legge) Berlusconi tuonerà per la prima volta contro i film e i libri che denunciano Cosa Nostra. Per la gioia di Michele Greco, il papa della mafia che in carcere aveva detto “è tutta colpa de Il Padrino” se in Sicilia vengono istruiti i nostri processi”, il premier dichiara il 14 ottobre del ‘94: “Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come La Piovra, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Da La Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Si pensa all’Italia e sapete cosa viene in mente... C’è chi dice che c’è anche la mafia, nella realtà italiana”. Immediato il plauso di Totò Riina, in manette dal ‘93, che durante un processo dice: “È vero, ha ragione il presidente Berlusconi, tutte queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa Nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra, sono romanzi”. La figlia del premier questa storia sembra però non conoscerla. Eppure di motivi per ricordare ne ha parecchi. Anche perchè Mangano, tra il ‘74 e il 76, era la persona che l’accompagnava ogni mattina a scuola. E l’affetto che il boss provava nei suoi confronti è pure dimostrato dal nome con cui Vittorio e la moglie decisero di battezzare la loro terzogenita: Marina, Marina Mangano.

il Fatto Quotidiano

martedì 20 aprile 2010

Renzo Bossi alias "La Trota", il ladrone da 12mila euro al mese


La notizia non è fresca ma è passata a mio avviso troppo inosservata.

Il carissimo Europarlamentare della Lega Nord Francesco Speroni, che da sempre spinge, per ottenere consenso elettorale, su tattiche demagogiche come sbraitare contro le pratiche nepotiste di Roma ladrona, ha scelto un nuovo “assistente accreditato al Parlamento europeo”.

Provate ad indovinare chi è il fortunato… dai che la risposta è semplice: ovviamente il figlio del Boss. Renzo Bossi.

E così un ragazzino senza alcun merito se non quello di essersi fatto bocciare per ben tre volte alla maturità, si ritrova a fare il portaborse in Europa alla faccia di tutti i precari laureati d’Italia.

Ma la parte più scioccante arriva adesso. Sedetevi e prendete un bel respiro perché quello che state per leggere vi farà incazzare come bestie.

Pare che il signorino “Schiavi di Roma Mai” guadagni ben DODICIMILA (12000) euro mensili. Una cifra decisamente spropositata per un somaro. Evviva l’Italia… o in questo caso forse è meglio dire: Evviva la Padania!

Marco Travaglio

Telecom, 6800 esuberi in tre anni. 4500 sono aggiuntivi

Telecom Italia prevede di realizzare nel triennio 2010-2012 6.822 esuberi, 2.300 dei quali già previsti e 4.522 aggiuntivi rispetto ai precedenti piani di riduzione dei costi.


È quanto comunica la società in una nota al termine dell'incontro di oggi con i sindacati. I contenuti dell'aggiornamento del piano strategico di Telecom Italia, si legge nel comunicato, sono stati illustrati alle organizzazioni sindacali confederali e di categoria Cgil, Cisl e Uil dalla delegazione aziendale con riferimento agli impatti sugli organici nel periodo 2010-2012.

Telecom Italia ha spiegato come «in tale periodo si cumulino, in Telecom Italia S.p.A., le necessità di efficientamento residue già previste in piani precedenti (2.300 risorse, al netto delle riduzioni già operate nella fase iniziale del 2010) ed ulteriori efficienze aggiuntive, quantificate in 4.522 risorse» che se ne dovranno andare di qui al 2012.

Per quanto riguarda la società Ssc, Telecom ha «confermato il diretto interesse del gruppo al mantenimento delle relative attività entro il proprio perimetro in condizioni di ripristino della competitività delle lavorazioni ed in tale quadro il proprio diretto coinvolgimento nella gestione di tale percorso». Le parti hanno convenuto per la necessità di ulteriori approfondimenti.

l'unità.it

Il serial killer della memoria e della libera informazione

di Roberto Morrione


Immersi nelle notizie del braccio di ferro di Gianfranco Fini contro l’asse Berlusconi-Bossi all’interno del Pdl e del governo, abbiamo sottovalutato in questi giorni l’attacco che il premier ha rivolto il 16 aprile contro le fiction e i libri sulla mafia, accanendosi nei confronti di Roberto Saviano e di Gomorra. Sull’argomento Silvio Berlusconi è recidivo. Già nel novembre scorso, infatti, si era scagliato inaspettatamente contro le storiche serie della Piovra e in generale le fiction televisive sul tema, che a suo dire lederebbero l’immagine del Paese all’estero, arrivando a una sorta di sfogo dell’anima “…strozzerei gli autori della Piovra e chi scrive libri sulla mafia”. La reazione a questa uscita era stata allora vasta, sul piano culturale e della comunicazione oltrechè su quello politico. Michele Pacido, che nella Piovra era l’indimenticabile commissario Cattani, gli aveva ironicamente ricordato che le più note e seguite fiction televisive, dal Capo dei Capi alla vicenda di Provenzano, fino alle figure di Falcone e Borsellino, erano state ideate e prodotte da Mediaset.
L’offensiva era poi proseguita il 28 gennaio al termine del Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria, quando alle critiche alle fiction sulla mafia aveva aggiunto una valutazione sull’immigrazione clandestina, sostenendo che “una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali”. Ancora una volta la reazione di sdegno era stata ampia : c’era chi aveva sottolineato come la camorra e la ‘ndrangheta sono così attente a ingrossare le proprie file con gli extra-comunitari da farne strage a Castelvolturno e da espellerli con la forza a Rosarno, dopo averli sfruttati e schiavizzati nei campi… E infine ecco la nuova sortita di pochi giorni fa, nella quale Berlusconi ha affermato che la mafia italiana, pur essendo per potenza solo “la sesta al mondo”, è la più conosciuta, proprio per i film, le fiction e i libri che ne hanno parlato, a partire da Gomorra.


Nella stessa conferenza, coadiuvato dai ministri Maroni e Alfano, il presidente del consiglio ha per l’ennesima volta magnificato l’azione del suo governo contro la criminalità organizzata, con 500 operazioni di polizia giudiziaria, 5000 arresti di mafiosi, enormi quantità di beni sequestrati, ecc. A questo punto emergono domande allarmanti, che abbiamo il dovere di estendere ai cittadini. Questa brutale e reiterata offensiva è solo il frutto di una insensibilità e di un’incultura insita nella formazione del personaggio, nella sua vocazione a improvvisare e a stupire fino a contraddirsi e a rasentare la schizofrenia, di un’incapacità nel valutare i passaggi critici del problema e il rapporto causa-effetto fra la realtà e la sua comunicazione ai cittadini, in una visione mercantile avulsa da ogni responsabilità pubblica come da una scala di valori etici e civili ? O è anche un obiettivo freddamente meditato, parte di una strategia volta a distrarre l’opinione pubblica dalla gravità dell’espansione criminale, chiamando in causa le connivenze e le responsabilità del governo, estese ormai in gran parte del Meridione all’intero schieramento politico, attraverso quel sistema illegale che ha nella corruzione e nel voto di scambio i motori?

E hanno un peso in questo sconcertante approccio di Berlusconi le incognite che gravano nelle inchieste aperte sulle stragi mafiose degli anni ’90 e sulla trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra che segnò la fine della prima Repubblica, coincidendo con l’ascesa politica di Forza Italia e, anche se non definitivamente provato, con l’avvio stesso delle fortune economiche del Cavaliere? Il ruolo di Marcello Dell’Utri nei rapporti con Cosa Nostra, il giudizio pendente in Appello dopo la sua condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, sono oggettivi e inquietanti indizi in questa direzione… Una cosa è certa: le ripetute sortite contro una comunicazione antimafia che ha segnato un positivo salto di qualità nella conoscenza degli italiani di un fenomeno che mina le basi stesse dei diritti e dello sviluppo dell’Italia, richiamano nell’immaginario, ma anche alla ragione, i comportamenti di una sorta di “serial killer”. Killer della memoria , perché il silenzio sui crimini del passato fa parte di una sotto-cultura mafiosa che ne fa la condizione stessa della propria forza nel presente. Killer della realtà, perché chiama in causa chi denuncia un problema e non il problema in quanto tale, che passa così in secondo piano, come prendersela al solito con il dito che indica la luna. Killer della buona informazione, perché si integra ogni volta con capziose e incomplete notizie che nascondono dati decisivi di conoscenza.

E’vero che vi sono stati importanti arresti e sequestri di beni mafiosi, ma questo vuol dire soprattutto che il problema è diventato enorme: visto che gli interessi criminali stanno dilagando in tutt’Italia e nel mondo, e’ chiaro che la pur eccellente azione repressiva non tocca i gangli vitali e le fortissime complicità politiche, imprenditoriali e sociali di cui godono le mafie. Per non parlare dei Pm che rendono possibili le operazioni di polizia e che al contempo vengono attaccati, vilipesi, minacciati sul piano legislativo o della mancanza di risorse a cui sono sottoposte le forze investigative, costrette a supplire con l’abnegazione e un faticoso impegno personale. Killer della libertà e dell’autonomia creativa di tanti autori, scrittori, giornalisti, registi, attori, che dedicano la loro professionalità e l’ impegno civile ai fatti e ai protagonisti della realtà, stabilendo con spettatori e lettori un patto di trasparenza e di lealtà ampiamente ricambiato.

L’insieme di queste “uscite” berlusconiane rappresenta infine non solo un più o meno velato desiderio di una sorta di “minculpop” di impronta fascista , ma per alcuni, come Roberto Saviano o l’autore teatrale Giulio Cavalli, già costretti per la loro denuncia a una vita blindata, ulteriore isolamento e minacce da non sottovalutare.

liberainformazione.org

lunedì 19 aprile 2010

Lui può...

I sindaci «verdi» si triplicano lo stipendio


di Rinaldo Gianola
tutti

Nel 2009 il Veneto, che ha appena tributato un consenso elettorale record alla Lega, ha perso circa 52.000 posti di lavoro, il numero dei disoccupati ha raggiunto il livello di 126.500 persone. Secondo l’agenzia Veneto Lavoro il prodotto interno lordo in questa regione chiave dell’economia nazionale è calato del 4,8% lo scorso anno, il prodotto pro-capite è sceso ai livelli di dieci anni fa e un recupero sulla media del 2008 sarà possibile solo nel 2015, se tutto andrà per il meglio. I più colpiti, quelli che pagano gli effetti più duri della crisi, sono gli operai maschi, stranieri e con un contratto a tempo determinato. Sono stati licenziati, difficilmente troveranno un’occupazione nel breve-medio periodo.

Questa è la realtà sociale ed economica del Veneto. Una realtà difficile come in molte altre regioni italiane. Poi c’è la politica, ci sono le amministrazioni, ci sono i nuovi leader leghisti. Uno si aspetterebbe che davanti a una crisi spaventosa e dopo una vittoria elettorale senza condizioni gli amministratori di Bossi affrontassero questo momento delicato con piglio deciso e provvedimenti adeguati all’emergenza. Ma, per ora, bisogna aspettare. Anche gli uomini della Lega tengono famiglia e amano i piaceri del potere.

A Treviso i leghisti rifanno la sede della provincia come se fosse una reggia spendendo senza ritegno e comprando pure un tavolo di cristallo da 12mila euro ma poi negano i soldi alle scuole. La presidente della provincia e sindaco di San Donà Francesca Zaccariotto, astro nascente della Lega, appena eletta si era aumentata lo stipendio. Altri amministratori e sindaci leghisti, ad esempio ad Asolo e in altri comuni del trevigiano, hanno pensato che, crisi o non crisi, è giunto il momento di arrotondare stipendi e indennità perché non si vive solo di aria e di gloria politica.

Sono solo alcuni esempi della Lega di governo e di sottogoverno raccontati nell’inchiesta di Toni Fontana che offre un punto di vista diverso e alternativo sulla classe di governo di Bossi che, accanto ad amministratori abili e presentabili, propone il sindaco di Adro che non vuole dare da mangiare ai bambini delle famiglie morose o la giunta di Brescia che nega il bonus bebè ai figli degli immigrati.

Oggi che la Lega ha in mano la guida del Piemonte e del Veneto, e partecipa al governo in Lombardia puntando anche a Palazzo Marino a Milano, mostra sul territorio la sua faccia feroce coi più deboli e, su un livello più alto di potere, capitalizza il numero dei voti esigendo, come ha detto esplicitamente Bossi, «le banche del Nord, perché ce lo chiede il popolo» e punta a infilare i suoi uomini nei consigli di amministrazione delle grandi aziende di Stato e nelle municipalizzate. Come si può contrastare questa Vandea?

Con la presenza, la testimonianza forte di una politica diversa. Tonino Guerra ha scritto al Corriere della Sera per proporre al presidente della Repubblica di scegliere come senatore l’italiano «che non ci sta», l’imprenditore Silvano Lancini che ha pagato i diecimila euro di rette arretrate della mensa dei bambini di Adro. Una speranza.

Il documento/La delibera "ritocca" stipendi

L'immagine/La "cattedrale" nel verde

Le piccole crisi senza importanza Playtex lascia a casa 120 lavoratori

ROMA- Non ci sono i soldi per prolungare la cassa integrazione ordinaria da 52 a 78 settimane. Non ci sono soldi per la norma cosiddetta salva-Eutelia, quella che avrebbe assicurato un sostegno ai lavoratori privi di qualsiasi ammortizzatore e senza stipendio da almeno tre mesi. Entrambe le misure sono state escluse, con la bocciatura in Commissione bilancio alla Camera, dal disegno di legge sugli ammortizzatori sociali. La Cgil sostiene che, dietro il boom della cig nelle sue varie forme, la disoccupazione reale in Italia sia all'11,5%. Curiosamente, anche il Fondo monetario internazionale, nell'elogiare la funzione svolta dalla cig in Italia, sottolinea però il rischio che in alcuni settori gli ammortizzatori possano "non rispondere a temporanee riduzioni delle attività aziendali" , ma nascondere "riduzioni di occupazione strutturali". A confermare che questo pericolo è reale sono le tante vertenze locali di cui non si parla nei tg, le "piccole crisi senza importanza" sulle quali Repubblica.it farà il punto ogni settimana, guardando alle realtà dove lavoratori e imprese continuano a pagare pegno alla crisi.


LA PRIMA PUNTATA: DA ITALTEL A TELEPERFORMANCE

10 aprile - Alla "Linari Enzo srl" di Forlì, azienda di macchinari per l'elettronica, l'amministratore invia la lettera di licenziamento a tutti i dipendenti (una cinquantina). Il sindacato annuncia che impugnerà i licenziamenti in quanto nulli, essendo stato firmato un mese fa l'accordo sulla cassa integrazione straordinaria per crisi.

I sindacati incontrano il commissario straordinario della Provincia per chiedere lo sblocco dei 500mila euro stanziati dall'amministrazione provinciale a favore dei 290 lavoratori del call center
Phonemedia di Trino Vercellese, che attendono di ricevere la cassa integrazione in deroga riconosciuta loro a partire dal 22 febbraio. L'ultimo stipendio ricevuto dai dipendenti di Trino, come quelli di tutto il gruppo Phonemedia (circa 7mila) è quello di settembre 2009.

12 aprile -Un centinaio di operai della Otefal Sail, l'ex Ila di Portovesme, effettuano un sit in davanti al palazzo della Regione, a Cagliari. Con loro alcuni lavoratori dell'Eurallumina e dell'Alcoa. La protesta per chiedere alle istituzioni un'iniziativa che porti alla riapertura della fabbrica.

Gli 80 dipendenti della casa di cura privata "Villa Alba" di Agnano (Napoli) occupano la clinica e salgono sul tetto per protesta contro l'ipotesi di chiusura della struttura.

Siglato a Cagliari l'accordo istituzionale per il reimpiego degli 83 lavoratori dell'ex Nuova Scaini in liquidazione, giunti alla quarta e ultima proroga dell'indennità di mobilità in deroga. Dovrebbero essere impiegati in progetti degli enti locali e territoriali.
Fini licenzia, Badoni Costa chiude dopo 200 anni minatori e operai  in strada, infermieri sui tetti
I celebri magneti ideati e prodotti dalla Geomag-Plastwood di Calangianus.
L'azienda ha annunciato al tribunale di essere costretta al fallimento



A Zola Predosa (Bologna) inizia il blocco ai cancelli della Fini compressori. Rdb e sindacati contestano la decisione dell'azienda di mettere in mobilità 108 dipendenti su 219 in presenza di un accordo per la cassa integrazione in deroga.

Dopo tre cicli di 16 settimane di cassa integrazione, in assenza di segnali da parte della proprietà, proclamano lo sciopero a tempo indeterminato i circa 50 dipendenti della ex Rdb (oggi gruppo fantini Scianatico) di Torano Castello (Cosenza). L'impresa produce laterizi e manufatti in cemento per costruzioni.

13 aprile - I 250 dipendenti della Lares e della Metalli preziosi sfilano in corteo per le strade di Paderno Dugnano; le due aziende metalmeccaniche sono fallite e i lavoratori sollecitano iniziative istituzionali per sbloccare le trattative con gli imprenditori che si sono detti interessati a rilevarle. A dicembre scadrà la cassa integrazione per tutti i lavoratori.

Alla Basell di Terni scade il termine entro il quale, da annuncio dell'azienda, sarà avviata la procedura di cessazione delle attività dello stabilimento chimico ternano. I parlamentari pd eletti in Umbria chiedono l'intervento del ministero e del governo. L'incontro è convocato per il 20 aprile.

Raggiunto l'accordo di massima tra azienda, istituzioni e sindacati per concedere la cassa integrazione in deroga a 7 lavoratori, su dodici totali, licenziati il 31 marzo scorso dalla Comar di Sinalunga, azienda di carpenteria e macchinari per legno. L'intesa prevede il ritiro dei licenziamenti ma andrà ratificata da tutti i soci dell'azienda.

Rsu e lavoratori della Rockwool di Iglesias, da sei mesi in assemblea permanente all'interno dello stabilimento in località Sa Stoia, decidono di portare la propria lotta all'esterno e organizzano un "accampamento" sul ponte di Campo Pisano. La cassa integrazione attivata dall'azienda (produzione di lana di roccia) per cessazione di attività sta per arrivare alla scadenza e al momento non si vede alcuna prospettiva per i lavoratori.

Il deputato pd Massimo Marchignoli presenta un'interpellanza urgente al ministero per lo sviluppo economico sul caso della Cnh di Imola, controllata Fiat che produce macchine per movimento terra. I 335 dipendenti sono in cassa integrazione dal 31 agosto scorso e da allora la commissione tecnica attivata al ministero non è riuscita a trovare una nuova iniziativa industriale per salvare i posti di lavoro.

Alla Provincia di Benevento viene firmato il Patto di servizio per il reinserimento occupazione dei 21 ex dipendenti della ditta "Domenico Russo & Figli" di Benevento, attualmente in cassa integrazione in deroga.

La direzione della Istamp di Baldichieri d'Asti annuncia che l'azienda è costretta a chiudere per mancanza di commesse. La fabbrica occupa una cinquantina di operai e dal 1973 produce stampi per grandi fabbriche quali Ceset e Piaggio. Del caso si parlerà nei prossimi giorni in un incontro tra le parti presso la Regione.

I sindacati chiedono alla Regione Friuli Venezia Giulia assicurazioni sul futuro per la Co.Solution, la newco che ha affittato macchinari e stabilimento e assunto 70 dei 106 dipendenti della fallita Euroform di Pordenone. Anche in attesa delle decisioni del curatore fallimentare, Co.Solution ha dato la disponibilità per gli adeguamenti richiesti al piano industriale e confermato il positivo avvio dell'attività in termini di ordinativi, fatturato e produttività.

La Scm, azienda riminese attiva nella produzione di macchine per la lavorazione del legno conferma la volontà di chiusura dello stabilimento Scm di Pesaro (Morbidelli) e il trasferimento del personale nello stabilimento di Rimini (su cui ha raggiunto un accordo con la Fiom Cgil di Pesaro). La ristrutturazione è motivata con la crisi e l'andamento del mercato. L'azienda parla di 32 pensionamenti, 22 dimissioni volontarie, 21 contratti a termine in scadenza e 71 lavoratori richiamati dalla cassa integrazione a zero ore.

I sindacati chiedono l'applicazione dei contratti di solidarietà per 24 mesi alla Europlastica di Pasiano di Pordenone, società di subfornitura nel mercato dell'elettrodomestico, in crisi da circa un anno e mezzo.
La richiesta è fatta in vista della scadenza degli ammortizzatori sociali oggetto dell'accordo vigente per i 77 dipendenti (sul totale di 140) dichiarati in esubero: 52 settimane di cassa integrazione ordinaria e un anno di cig straordinaria.

14 aprile - Renato Bonfanti, proprietario della Badoni Costa meccanica di Costa Masnaga, annuncia la chiusura per cessazione dell'attività e la mobilità per i circa 30 dipendenti. I sindacati avranno 45 giorni di tempo per cercare una soluzione. L'azienda metalmeccanica è un pezzo importante della storia industriale del Lecchese essendo stata fondata nella seconda metà del Settecento.

Ci sarebbe una società americana interessata a insediare proprie attività nell'area dello stabilimento dell'ex Finmek di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Lo ha annunciato il sindaco Giancarlo Giudicianni. Sono 140 i lavoratori ex Finmek al momento senza alcuna prospettiva occupazionale.

I vertici di Nca di Marina di Carrara annunciano la cassa integrazione ordinaria al cantiere navale per 13 settimane; il provvedimento interesserà 25 dipendenti tra operai e impiegati ed è stato motivato con il mancato ottenimento di commesse pubbliche registrato all'incontro al ministero dello sviluppo economico. In estate, quando il carico di lavoro è al minimo, la cig potrà arrivare a interessare 105 dipendenti sul totale di 198.

Arrivano le prime 76 lettere di licenziamento agli operai della Fini compressori di Zola Predosa (Bologna). L'azienda non intende recedere e Rdb e sindacati hanno dato mandato ai legali per impugnare i licenziamenti che riguardano 108 dei 219 dipendenti. I Comuni di Zola e Casalecchio forniscono il pasto agli operai che presidiano la fabbrica. Nelle lettere la Fini afferma che non esistono "alternative al personale strutturalmente in esubero". I tagli riguardano soprattutto i settori produttivi: 23 su 24 al montaggio singolo, 26 su 30 al montaggio gruppi, 10 su 10 alla verniciatura, 3 su 3 ai disegnatori meccanici, 12 su 29 al magazzino. Il pd chiede l'intervento del ministero.

15 aprile - Al termine dell'incontro con l'azienda, i sindacati annunciano la proroga fino al 30 giugno della cassa integrazione in deroga per 1.257 dipendenti della Videocon di Anagni. Entro maggio ci sarà un nuovo incontro sulla situazione dei 60 dipendenti della controllata Cervino per i quali la cassa integrazione per crisi scade il 24 maggio.

Stato di agitazione alla Playtex di Pomezia dopo l'annuncio del licenziamento, il prossimo giugno, dei 120 dipendenti, quasi tutte donne. Rsu e lavoratori presidiano i cancelli con picchetti, striscioni, manifesti e proteste. La ristrutturazione del gruppo non coinvolge la divisione Lovable di Grassobbio (BG) della Branded Apparel Italia.

Positivo incontro per i dipendenti della Galvanotecnica & P.M. di Bologna (lavorazioni meccaniche e componenti per motocicli). L'azienda ha dato la disponibilità a sospendere i licenziamenti e ad attivare la cassa integrazione ordinaria fino alla fine di maggio, quando si concluderanno le verifiche aziendali sulle condizioni minime per un rilancio. Negli ultimi 18 mesi, 28 lavoratori su 47 sono stati in cassa a zero ore.

Due ore di presidio sotto i Portici del grano per i lavoratori Telecom della provincia di Parma. La protesta è contro il piano industriale annunciato dall'azienda che prevede migliaia di esuberi.

Approvata la mobilità in deroga per quindici lavoratori della Pumex di Lipari. Lo ha deciso la Commissione regionale per l'impiego. A febbraio avevano usufruito del beneficio altri 3 dipendenti. La Pumex, che produceva pomice per uso cosmetico ed edilizio, chiuse nell'estate del 2007 lasciando a piedi 38 dipendenti.

Edoardo Tusacciu, inventore delle barrette magnetiche e del gioco Geomag, comunica al tribunale di Tempio che non ci sono le condizioni per rispettare il concordato preventivo siglato nel 2008: per la Plastwood di Calangianus, che ai tempi delle grandi commesse aveva fino a 200 dipendenti, si apre la strada del fallimento. Tusacciu ha fatto sapere che appena possibile trasferirà in Cina idee e progetti.

E' stato proclamato per il 3 maggio lo sciopero della guardie giurate della "Veritas" di Catania, che non ricevono lo stipendio da tre mesi. Dalle 14 si terrà un presidio davanti alla prefettura.

I sindacati metalmeccanici della Sidel di Parma proclamano un giorno di sciopero per il 21 aprile dopo che l'azienda ha annunciato 100 esuberi a seguito della delocalizzazione in Cina del reparto "asettico". La Sidel è una multinazionale che produce impianti per l'alimentare.

repubblica.it

Emergency, liberi i tre operatori italiani Strada: "Fallito tantativo di screditarci"Emergency, liberi i tre operatori italiani Strada: "Fallito tanta


ROMA - Sono stati rilasciati Marco Garatti, Matteo Dall'Aira e Matteo Pagani, i tre operatori di Emergency arrestati l'11 aprile scorso a Lashkar Gah, nel sud dell'Afghanistan, dalle forze di sicurezza afgane, con l'accusa di aver partecipato a un complotto per compiere un attentato contro il governatore della provincia di Helmand. Lo rende noto un comunicato della Farnesina. I tre operatori, riconosciuti "non colpevoli" come attesta un comunicato del Nds, il servizio di intelligence afgano, sono stati condotto presso l'ambasciata d'Italia a Kabul e presto saranno rimpatriati con un volo speciale. "E' un sollievo per noi tutti e, in primo luogo naturalmente, per i familiari", ha commentato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rilevando che "il governo, e per esso il ministero degli Esteri, ha operato con accortezza e fermezza, aderendo alle preoccupazioni espresse da una vasta opinione pubblica".

Anche cinque dei sei cooperanti afgani di Emergency, arrestati insieme ai tre italiani con la stessa accusa, sono stati rilasciati oggi a Kabul. Il sesto, sospettato di aver nascosto le armi nell'ospedale di Lashkar-gah, resta "in custodia". Lo rende noto l'agenzia afghana Pajhwok citando un comunicato dell'Nds, i servizi di intelligence afghani.

Strada: "Fallito il tentativo di screditarci". "Mi sembra una bella conclusione", ha affermato il fondatore di Emergency, Gino Strada, aggiungendo però che "qualcuno ha cercato di screditare Emergency e il tentativo è fallito". Dopo le tensioni con il governo italiano, il fondatore della ong ha ringraziato l'esecutivo per il contributo dato alla liberazione dei tre operatori che, ne è certo, "torneranno in Afghanistan", e ha concluso il suo intervento con una battuta: "Invierò una maglietta di Emergency al ministro Frattini, come mi aveva chiesto".


Frattini: "Ottenuto l'obiettivo". Frattini ha espresso il suo più vivo compiacimento per la positiva conclusione della vicenda. "Abbiamo ottenuto quello che era il nostro obiettivo e cioè la libertà per i nostri connazionali senza mettere in discussione la nostra posizione di ferma solidarietà con le istituzioni afgane e la coalizione internazionale nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan", ha detto Frattini. Cher ha anche ringraziato il Pd "per la misura. Il titolare della Farnesina ha detto che i tre saranno trasferiti in Italia "nelle prossime ore con un volo speciale", e ha spiegato che l'epilogo della vicenda "è il risultato dell'azione condotta dalla diplomazia italiana che ha agito con straordinaria professionalità e discrezione, nel rispetto delle istituzioni afgane che l'italia e la comunità internazionale stanno aiutando a crescere". Poi ha "dato atto" a Cecilia Strada, figlia di Gino e presidente di Emergency, "di aver gestito la vicenda con sobrietà e evitando strumentalizzazioni, al contrario di una minoranza delle forze parlamentari che ha ottenuto come risposta i risultati di oggi", ha sottolineato il ministro. "L'Italia il suo derby l'ha vinto" ha aggiunto il sottosegretario Gianni Letta.

La soddisfazione di Emergency. "Siamo felici che siano liberi, non avevo dubbi perché sono completamente innocenti - ha detto Cecilia Strada - Aspettiamo il loro rientro e il loro abbraccio con le famiglie. La loro liberazione è dipesa dal lavoro di tutti coloro che, sia in Italia che in Afghanistan, hanno cooperato per la loro libertà". Quanto a un eventuale ritorno degli operatori in ospedale, Gino Strada ha detto che Emergency valuterà "il da farsi e la sicurezza della struttura. Non sappiamo cosa sia successo, ci sono punti oscuri, non è chiaro perché sia stata costruita questa trappola, questa montatura all'interno dell'ospedale. Spero che possa riprendere l'attività". Comunque, ha assicurato il fondatore della ong, "non abbiamo mai detto di voler lasciare l'ospedale, che è stato occupato militarmente. Al nostro personale è stato impedito di andare a lavorare ma vogliamo stare lì perché quell'ospedale è la sola possibilità di cura della popolazione".

Gli operatori: "Abbiamo vissuto momenti terribili". "Sta cominciando adesso a capire che cosa è successo: poi ha dovuto interrompere la telefonata perché doveva restituire il telefono all'ambasciatore e perché gli avevano offerto un bicchiere di champagne", ha detto il papà di Matteo Pagani, intervistato da Skytg24 subito dopo che aveva sentito il figlio al telefono da Kabul. "Un'emozione che ricorderò per tutta la vita", assicura Paola Ballardin, moglie di Matteo Dell'Aira. Matteo, al telefono ha detto di essere "su di morale, forte" di stare bene, e ha salutato tutti. "Siamo molto contenti di essere fuori - ha detto Marco Garatti - abbiamo passato momenti terribili. Siamo soprattutto contenti di essere fuori con il nostro nome completamente pulito. La nostra reputazione e quella di Emergency sono intatte".

repubblica.it

venerdì 16 aprile 2010

Giusto per....



Il grande Santoro contro il ministro fascista ....,

"Dell'Utri il tramite della mafia" Il pm chiede 11 anni di carcere

"Il boss Vittorio Mangano era in contatto con Marcello Dell'Utri, che fu il tramite per l'assunzione del mafioso nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi". Così dice il sostituto procuratore generale Nino Gatto che ha concluso la requisitoria contro il senatore Marcello Dell'Utri, chiedendo 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa

di Salvo Palazzolo

Chiesti 11 anni di carcere per il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri.
Ad ascoltare l'ultima parte della requisitoria ci sono i legali di Marcello Dell'Utri, Nino Mormino, Giuseppe Di Peri, Pietro Federico e Sandro Sammarco. Poco prima delle 11 arriva in aula anche il senatore di Forza Italia, condannato in primo grado a nove anni.
Il procuratore generale accusa: "Il processo ha evidenziato una propensione dell'imputato a inquinare le prove". Nino Gatto affronta il capitolo della requisitoria riguardante i rapporti che Marcello Dell'Utri avrebbe intrattenuto con un falso pentito, Cosimo Cirfeta: "Tramite l'avvocato difensore di Cirfeta, Dell'Utri ha promesso soldi e un lavoro. In cambio, chiedeva delle dichiarazioni che avrebbero dovuto scagionarlo". Secondo il procuratore generale, nel complotto del falso pentito avrebbe avuto un ruolo anche "l'agente Betulla, ovvero il giornalista Renato Farina - spiega Nino Gatto - che è stato giudicato in altra sede per aver aiutato alcuni agenti segreti ad eludere le investigazioni nei loro confronti, nell'ambito delle indagini sul rapimento di Abu Omar". In aula, il procuratore legge il capo d'imputazione riguardante Farina, coinvolto nelle azioni di spionaggio organizzate dall'ex agente del Sismi Pio Pompa, fra Roma e Milano.

"Questa vicenda - dice Nino Gatto - ci dice dei mezzi istituizionali di cui l'imputato si è servito per deviare le indagini".

Mentre il pg parla del caso Farina, Dell'Utri esce dall'aula della corte d'appello e fa una dichiarazione ai giornalisti che lo raggiungono: "Se mi lasciano in pace, se mi assolvono sono disposto a lasciare tutte le cariche politiche, non mi interessa fare politica. Io faccio il senatore per difendermi dal processo. Io mi difendo dall'attacco politico perché il mio è un processo politico, per questo faccio politica. Sì, vi sembra strano? - ribadisce - Sono entrata in politica per difendermi".

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Il 'bluff' di Cota sulla pillola Ru486


Il neo governatore piemontese voleva bloccarla. Eppure è già disponibile

Molto rumore per nulla, come del resto era prevedibile. Ora che Roberto Cota si è ufficialmente insediato alla presidenza della Regione Piemonte, è finita la melina sulla pillola abortiva Ru486. Gli anatemi post-voto del successore di Mercedes Bresso, che aveva minacciato di far “marcire in magazzino” le confezioni del farmaco invitando i direttori delle Asl a bloccare la somministrazione del farmaco fino al suo avvento, hanno solo provocato un ritardo di un paio di settimane.

L’ospedale Sant’Anna di Torino – che dall’estate 2006 conduce la sperimentazione della Ru486 – ha approvato la versione definitiva del protocollo che regola l’interruzione volontaria di gravidanza. L’azienda ha destinato tre posti letto per le aree di ricovero ordinando cinquanta confezioni del farmaco. I primi trattamenti saranno probabilmente eseguiti a partire dalla prossima settimana. Una copia del protocollo, elaborato da una commissione ad hoc, è stata inviata al ministero della Salute. Ieri intanto si è riunita la commissione ministeriale incaricata di stilare le linee guida sull’utilizzo della Ru486 secondo i pareri espressi su questa materia dal Consiglio superiore di Sanità. Salvo clamorose sorprese, le indicazioni del ministero non dovrebbero discostarsi significativamente da quanto messo a punto dal Sant’Anna di Torino: ricovero obbligatorio per almeno due notti e permessi di uscita disposti soltanto "per gravi motivi" su autorizzazione della direzione sanitaria, oltre a un monitoraggio costante di tutti gli interventi e di eventuali complicanze post-intervento.

Rimane comunque salva la facoltà della paziente di rifiutare il ricovero tra la prima e la seconda somministrazione: "Se non ci sono controindicazioni a trattenere le donne – dichiara Silvio Viale, il ginecologo che ha avviato la sperimentazione al Sant’Anna – ciascuna di loro potrà assumersi la responsabilità di lasciare l’ospedale". Ed è quanto più frequentemente accade: "In Toscana – ricorda Viale – dove il protocollo prevede il ricovero ordinario, nessuna paziente è mai rimasta ricoverata". Tra Viale e il direttore del Sant’Anna Walter Arossa non sono mancati gli attriti, ma alla fine si è trovato un accordo: "Partiamo così dichiara Arossa – poi vedremo. Se con il tempo le richieste dovessero aumentare cambieremo il modello organizzativo. Per ora la pillola dovrebbe essere utilizzata nel 15-20% dei casi".

L’effetto Cota, in ogni caso, ha prodotto i suoi frutti: "Lavoriamo con una pressione addosso senza precedenti – ancora Viale – sono in questo ospedale da più di vent’anni ed è la prima volta che un protocollo viene approvato personalmente dalla direzione sanitaria. Ma il problema è che gli altri ospedali del Piemonte sono in stand-by. Aspettiamo di valutare l’atteggiamento del nuovo assessorato alla Sanità".

il Fatto Quotidiano

Processo Mills, la sfida del pm "Cdm non è un impedimento assoluto"

MILANO - No al rinvio del processo Mills perche' il Consiglio dei ministri di questa mattina e' un impedimento ''non assoluto''. Dopo l'approvazione delle legge sul Legittimo impedimento, al Tribunale di Milano va in scena il secondo scontro tra accusa e difesa nel procedimento che vede come unico imputato il presidente del Consiglio per presunta corruzione in atti giudiziari. La prima volta c'è stato il ricorso alla Consulta.

Il rappresentante della pubblica accusa, Fabio De Pasquale, si è opposto al rinvio chiesto dalla difesa Berlusconi per il legittimo impedimento a suo giudizio rappresentato dal Consiglio dei ministri. ''Il Consiglio dei ministri - ha detto il pm in aula - rappresenta un caso di impedimento che non è assoluto'', come dimostrerebbe - sempre secondo il rappresentante della pubblica accusa - l'ordinanza della prima sezione del tribunale di Milano che in occasione del processo Mediaset aveva bocciato un'analoga richiesta formulata da difensori del premier.

Due casi simili, secondo il pm Fabio De Pasquale, convinto che per definire la validità dell'impedimento sia necessario ''stabilire se nella fissazione del Cdm di oggi ci sia una specifica e inderogabile necessità, perché una volta fissata un'udienza, perché l'impedimento sia legittimo, ci vuole una ragione grave e inderogabile. ''Invece - ha insistito il pm De Pasquale - all'ordine del giorno del Cdm di oggi ci sono provvedimenti di non particolare rilevanza e urgenza. Mi sembra una convocazione che non ha carattere di straordinaria necessità e urgenza, e percio' non obbliga l'imputato a sottrarsi al processo.

repubblica.it

giovedì 15 aprile 2010

Fini-Berlusconi verso la rottura

Il presidente della Camera rilancia: "Il Pdl non si appiattisca sulla Lega - Noi pronti a fare gruppi autonomi"

ROMA - Faccia a faccia Fini-Berlusconi alla Camera: dopo il vertice di ieri sera tra il premier e il leader della Lega, Umberto Bossi, oggi si è consumato l’atteso incontro tra il premier e il presidente della Camera. Un incontro più volte posticipato, che potrebbe portare addirittura alla rottura tra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera. Quest’ultimo - riferiscono fonti di maggioranza - ha esplicitamente detto che è pronto a costituire suoi gruppi autonomi in Parlamento, accusando governo e Pdl di andare a traino della Lega. Il premier Berlusconi - riferiscono le stesse fonti - avrebbe chiesto 48 ore di riflessione.

I protagonisti del colloquio, a livello ufficiale, sono stati abbottonatissimi: : «Io non mi pronuncio. Fatevelo dire dagli altri. Lo sapete che sono riservato...», ha detto il premier e il numero uno di Montecitorio si è affidato al suo portavoce: «Il presidente della Camera non ha nulla da dichiarare sull’incontro. Se lo riterrà opportuno sarà il premier a commentare». Nelle previsioni Fini doveva esporre a Berlusconi un messaggio molto chiaro e del resto già ripetuto più volte all’indomani del voto delle regionali: non ci si può più appiattire sulla Lega, perchè così si indebolisce il Pdl. E una posizione subordinata nei confronti del Carroccio sarebbe un danno anche per lo stesso Berlusconi.

Il ministro delle Riforme, Umberto Bossi, è passato dal corridoio antistante lo studio di Fini, proprio mentre era in corso l’incontro con Berlusconi e ha detto: «Sarei il terzo incomodo...», comunque «per adesso non c’è nessuna contrapposizione» con Fini. Quanto alle prospettive di un leghista a Palazzo Chigi, il "senatur" si è rifugiato dietro un diplomatico: «Siamo troppo giovani», ma ha confermato di non voler rinunciare a posti chiave nel sistema bancario del nord: «Chi è intelligente ha capito che abbiamo vinto tutto e fatalmente ci toccherà anche una fetta di banche. Fino ad ora si è fatto in questo modo e non capisco perchè quando vince la Lega dobbiamo cambiare le regole».

La sfida di Bossi e gli equilibri all’interno della maggioranza dunque al centro del delicato colloquio tra il premier e il presidente di Montecitorio. Ma sul tavolo anche il cammino delle riforme. Nei giorni scorsi Fini ha lanciato l’ipotesi di "inventare" un "modellò italiano" per le riforme istituzionali che sono necessarie al Paese. Ma anche ribadito la sua predilezione per il modello presidenzialista francese a doppio turno elettorale.

«Credo che il centro destra abbia più problemi di quanto racconta, anche in tema di riforme. E sono sempre stato convinto che, a differenza di quello che si racconta in giro, il centrodestra sta producendo molte discussioni e chiacchiere ma non ha presentato alcuna proposta in Parlamento. Vuol dire che c’è un problema», ha detto Bersani. «Noi siamo il partito della Costituzione che si aggiorna nello spirito della Costituzione - ha detto Bersani -. Fuori da quello noi non ci siamo. Quindi ragionino pure, decidano, ma la nostra posizione rimane questa».

laStampa.it

Tasse, i conti di Bankitalia "Cresciuta la pressione fiscale"

ROMA - Cresce il peso delle tasse sulle tasche degli italiani: nel 2009 la pressione fiscale è passata dal 42,9 al 43,2%. Lo afferma la Banca d'Italia nel Bollettino Economico. "In Italia la ripresa economica è ancora debole", scrive via Nazionale, aggiungendo che "sulle prospettive di crescita pesano la debolezza della domanda interna e la lenta ripresa dell'export". Il reddito disponibile delle famiglie "è calato di oltre due punti percentuali in termini reali nella media dello scorso anno". Tuttavia "uno stimolo temporaneo ai consumi" dovrebbe arrivare, a partire da aprile, grazie agli incentivi decisi dal governo.

Indebitamento delle famiglie al 60%. L'indebitamento della famiglie italiane è salito, ma resta parecchio al di sotto di quello medio dell'area euro: se da noi il debito è quasi al 60% del reddito, nei 16 Paesi della moneta unica arriva ormai al 95%. "Nel quarto trimestre del 2009 - rileva via Nazionale nel Bollettino di aprile - il debito delle famiglie in rapporto al reddito disponibile è lievemente salito, al 60%. L'incremento ha riflesso prevalentemente l'aumento dei prestiti bancari a medio e a lungo termine e la riduzione del reddito disponibile. Il livello dell'indebitamento rimane comunque nettamente inferiore a quello medio dell'area dell'euro (prossimo al 95% a settembre del 2009)".

Consumi ancora in calo. I consumi sono deboli e non si vede all'orizzonte un'inversione di tendenza. Dopo la contrazione dei consumi dell'1,8% registrata nel 2009, i segnali per i primi mesi del 2010 non delineano una inversione di tendenza. Il clima di fiducia dei consumatori, in progressivo miglioramento nella seconda metà del 2009, "è tornato a peggiorare quest'anno, riportandosi, in marzo, sui livelli dello scorso giugno". Sulla fiducia delle famiglie "pesa il maggiore pessimismo circa la situazione economica generale del Paese e l'accresciuta preoccupazione sulle condizioni del mercato del lavoro: la percentuale dei consumatori intervistati che prevede un forte aumento della disoccupazione nei prossimi dodici mesi è salita oltre il 30 per cento in marzo, il doppio di quanto registrato lo scorso luglio".

Peggiorati i conti pubblici. "La situazione delle finanze pubbliche è notevolmente peggiorata", rileva la Banca d'Italia, ricordando che l'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è salito nel 2009 al 5,3% del Pil, dal 2,7% del 2008. Il risultato è in linea con le valutazioni ufficiali dello scorso luglio, confermate nei mesi successivi. L'aumento del disavanzo, osservano gli economisti di Via Nazionale, "è riconducibile alla marcata crescita della spesa primaria e alla flessione delle entrate, anche se quest'ultima è stata meno pronunciata di quella del Pil nominale". Il forte peggioramento dei conti è comunque "quasi interamente riconducibile alla flessione dell'attività economica".

Modesta ripresa ma investimenti stagnanti. L'attività "è in ripresa" ma "ristagnano gli investimenti produttivi". Nella media del primo bimestre del 2010 l'attività manifatturiera è cresciuta dell'1,4% in termini congiunturali, riguadagnando circa sette punti percentuali rispetto al punto di minimo. Trainato dalla componente estera, l'indice degli ordinativi dell'industria, deflazionato con i relativi prezzi alla produzione, è aumentato dell'1,3% nella media dei tre mesi terminanti in gennaio

In un anno 700.000 occupati in meno. "Rispetto al picco raggiunto nell'aprile del 2008, il numero delle persone occupate è diminuito di oltre 700 mila unità (-3,1%)", precisa il Bollettino della Banca d'Italia. Il calo dell'occupazione prosegue dunque anche nei primi mesi del 2010: in gennaio e febbraio "la flessione è stata pari in media allo 0,4% sull'ultimo trimestre 2009", afferma via Nazionale, ricordando come tra ottobre e dicembre scorso l'occupazione abbia registrato, "per il sesto trimestre consecutivo", un ulteriore calo dello 0,2% sul trimestre precedente. A febbraio pertanto il tasso di disoccupazione "ha raggiunto l'8,5%, 1,2 punti percentuali in più" rispetto allo stesso mese del 2009. Ed è tra i giovani, nella fascia compresa tra i 15 e i 24 anni, che si registra l'aumento più pesante: il tasso di disoccupazione infatti "è cresciuto di quattro punti, raggiungendo il 28,2%".

repubblica.it

Ascolti, sprofonda il Tg1 di Minzolini Alle 20 perso un milione di spettatori

ROMA - Sono quasi un milione gli spettatori che hanno cambiato canale, giovani o anziani, laureati o diplomati. Con il Tg5 che si avvicina sempre di più. È il risultato del primo anno di Augusto Minzolini alla guida del Tg1. Il "direttorissimo", come lo chiamava il premier Berlusconi nelle intercettazioni di Trani, accusato di produrre un'informazione schiacciata sul governo, di aver sfrattato alcuni volti storici della rete ammiraglia e per la leggerezza del suo notiziario. Ed ora punito dal suo pubblico, come dimostra la rielaborazione dei dati Auditel che il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo presenterà al Cda di lunedì.

I dati mettono a confronto le gestioni del Tg1 degli ultimi 5 anni (concentrandosi su 5 mesi chiave, dal primo ottobre al 31 marzo). Si parte dal 2005-2006 quando il telegiornale era firmato da Mimun passando per il triennio di Riotta. In questo lustro, il dato che più colpisce è il milione circa di ascoltatori persi dall'edizione delle 20 di Minzolini - quella principale - rispetto al primo anno di Riotta (2006-2007). In termini di share è stato polverizzato il 4,67% scendendo sotto i 7 milioni di spettatori. E i dati sono allarmanti per tutte le edizioni. Alle 8 del mattino, rispetto al primo Riotta il tg della rete ammiraglia ha smarrito 220 mila spettatori (con una flessione del 6%). Alle 13.30 ha ceduto 348 mila ascoltatori (meno 2,5%).

A sgretolarsi è anche il vantaggio del Tg1 rispetto al diretto concorrente, il Tg5. Al mattino, Minzolini conserva appena un 3,5% rispetto al 7-9% ereditato dai predecessori. A ora di pranzo è passato da 5-8% al 3%, a cena da punte del 5,8% al 3,8. Un problema da imputare al telegiornale stesso, non alla rete. Insomma, non c'è l'effetto traino a spiegare il crollo degli ascolti. Nella mezz'ora che precede il Tg1 delle 13.30, ad esempio, i programmi di Raiuno perdono meno di quanto poi faccia il tg, mentre prima dell'edizione delle 20 gli ascolti vanno anche meglio di un anno fa. Discorso in parte contrario solo per le 8 del mattino.
Allarma anche la caduta sotto la soglia psicologica del 30% dello share. I dati dal primo al 12 aprile parlano chiaro. Alle 13.30 il Tg1 è al 27,66%. Alle 20 il dato è del 27,05%. Significativo poi che ad abbandonare il Tg1 siano tutte le fasce di età, dai giovanissimi agli anziani. Alle 13.30 si sono volatilizzati il 3% degli spettatori sotto i 44 anni (il 2% per le 20) e il 4% dai 45 anni in su (4,5% la sera). E il Tg1 non piace a prescindere dal titolo di studio che si ha in tasca: cambiano canale i laureati (-6% alle 13) e chi ha un'istruzione elementare (-3% alle 20).
Commenta il consigliere Rai, Rizzo Nervo: "Capisco le conduttrici Tiziana Ferrario e Maria Luisa Busi, e ne apprezzo il coraggio. Quando ricordano che negli anni passati la soglia del 30% di share era vissuta dalla redazione del Tg1 come una sconfitta, dicono una cosa vera. Per le sue parzialità e per i suoi contenuti, il Tg1 non è più il telegiornale di riferimento di tutti gli italiani. Questo ci dice l'Auditel. E l'azienda non può continuare a far finta di niente".

repubblica.it

Debito pubblico, buco privato



Il risparmio è privato, il debito è pubblico. Il debito pubblico sta per superare 1.800 miliardi, ma il Governo non si preoccupa. Se salta il banco il risparmio privato sanerà la bancarotta dello Stato.

"Gasparri a Ballarò, discutendo dell'Italia in declino, ha detto che l'Italia ha si un debito pubblico elevato... ma il risparmio dei cittadini è altrettanto elevato (in questi casi si parla di debito aggregato). A me è subito suonato in testa il campanello d'allarme che dovrebbe suonare a tutti, e che qualche fesso al governo ogni tanto alimenta con frasi del genere... "IL DEBITO E' ELEVATO (e l'abbiamo portato noi politici a tali livelli con incapacità, sperperi e regalie)... MA AL MOMENTO GIUSTO METTEREMO MANO AI RISPARMI DEGLI ITALIANI, CHE SONO COSI' ELEVATI DA COPRIRE IL BUCO CHE ABBIAMO FATTO". Don't cry for me Argentina...". Luis F.

beppegrillo.it

mercoledì 14 aprile 2010

Missione compiuta: via Emergency da Lashkar-Gah


di Umberto De Giovannangeli


Ieri mattina il personale internazionale dell'ospedale che ancora si trovava a Lashkar-Gah - dopo l'arresto di Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani - ha preso un volo per Kabul diretto alle strutture di Emergency della capitale afghana. Si tratta di cinque operatori; una anestesista e tre infermiere italiane e un fisioterapista indiano. Dall'arresto dei tre italiani, i cinque operatori sono rimasti nelle loro case e non erano più rientrati in ospedale. Ora sono nella guest house di Emergency a Kabul. L'ingresso della casa - una porta di metallo rossa in Shahr-e-Now Road - è sbarrato da due persone che in dari, la lingua locale, spiegano di non poter permettere l'accesso agli sconosciuti.

Missione compiuta
«Se volevano non farci più operare a Lashkar-Gan, l'obiettivo è stato raggiunto. Non abbiamo più notizie dell'ospedale. Siamo fermi alla presa in possesso delle autorità afghane di sabato scorso» dice Alessandro Bertani, vicepresidente di Emergency . «Per Emergency - prosegue Bertani - ciò vuol dire che nella zona non ci sarà più un ospedale che accoglie le vittime. Ricordo che lunedì ci sono state altre vittime a Kandahar. Partiti noi, in questo momento in quell'area non c'è più un presidio ospedaliero». «Da sabato - aggiunge - al nostro personale è stato impedito di entrare e quindi di fare il proprio lavoro». Nell'ospedale lavora personale afghano ma - osserva il vicepresidente della ong - «non sappiamo cosa succede lì». Il silenzio continua ad avvolgere la detenzione dei tre medici di Emergency. Un silenzio inquietante, minaccioso. Rotto in serata da Gino Strada: «Tutti i nostri operatori internazionali, sia i tre fermati che tutti gli altri, si trovano a Kabul», annuncia il fondatore di Emergency.

Diplomazia in azione
Qualcosa si sta muovendo. Una conferma viene dalla Farnesina e dall'ambasciata italiana a Kabul. Una lettera del ministro degli Esteri Franco Frattini verrà recapitata oggi al presidente afghano Hamid Karzai sulla vicenda dei tre operatori di Emergency nelle mani dei servizi afghani. A darne notizia da Sarajevo è lo stesso Frattini. «L'ambasciatore a Kabul Claudio Glaentzer - dice il titolare della Farnesina - ha incontrato il ministro degli Esteri afghano Rassoul a Kabul e gli ha preannunciato una mia lettera personale al presidente Karzai». Il ministro ha spiegato che la lettera «verrà recapitata oggi dall'ambasciatore Attilio Massimo Iannucci, mio inviato speciale. partito per l'Afghanistan insieme al magistrato italiano consigliere giuridico al ministero degli Esteri che assisterà l'ambasciata italiana nel seguire l'evoluzione dell'inchiesta che riguarda i nostri connazionali».

Le indagini per capire se ed eventualmente come i tre operatori di Emergency siano rimasti coinvolti nel presunto complotto per uccidere il governatore di Helmand sono ancora in una fase iniziale. Secondo fonti bene informate, non dovrebbero andare troppo per le lunghe. L'auspicio del ministro Frattini è che «si abbia una definitiva valutazione da parte delle autorità inquirenti con la presenza e con l'assistenza del nostro personale». «Seguiamo questa fase delle investigazioni e certamente lo facciamo con il desiderio che si accelerino il più possibile le indagini», ribadisce il titolare della Farnesina.

Ma il popolo della pace chiede al governo italiano di stringere i tempi ed esigere dalle autorità afghane l'immediato rilascio dei tre operatori di Emergency. È una solidarietà che viaggia su internet. E che cresce di ora in ora. Sono già oltre 200mila le adesioni raccolte in 48 ore dall'appello di Emergency a sostegno dell'attività della ong in Afghanistan. Nell'appello «Io sto con Emergency», lanciato domenica sera, si ricorda la vicenda dei nove operatori fermati a Lashkar-Gah il 10 aprile, e che Emergency è un'organizzazione «indipendente e neutrale. Dal 1999 ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afghani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso».

unita.it