mercoledì 31 marzo 2010

Cota: Le prime proposte

Cota: "Dovro' revocare il patrocinio al Gay pride"

Roma - Il neogovernatore del Piemonte Roberto Cota (nella foto), intervenendo alla trasmissione "Porta a porta", ha anticipato che revocherà il patrocinio alla prossima edizione del Gay pride torinese concesso dall'ex presidente Mercedes Bresso. "Dovrò revocare il patrocincio al Gay pride" ha ripetuto più volte l'esponente leghista al termine della puntata.

Stato-Mafia, ora si punta al IV livello

Fu Franco Restivo, ex ministro democristiano degli Interni e della Difesa, a far incontrare Don Vito Ciancimino e il misterioso personaggio legato ai Servizi segreti conosciuto col nome di “Signor Franco”. Evocato spesse volte da Massimo Ciancimino nelle aule di tribunale, nei processi dove viene ascoltato dai giudici in qualità di testimone o di imputato di reato connesso, ma non solo. Il figlio di Don Vito, quel “Signor Franco” (spesse volte Signor Carlo), lo fa giocare in un ruolo chiave nelle più intricate vicende palermitane. Dalla fine degli anni ‘70 a oggi, Franco/Carlo entra ed esce dalle storie di mafia così come coloro che erano certamente un gradino più sotto di lui, i manovali, le “facce da mostro”. Massimo Ciancimino nel corso dei suoi interrogatori ai pm siciliani, tra Palermo e Caltanissetta, che indagano su fronti diversificati, ma che tendono a intrecciarsi con una certa frequenza, racconta quanto “Franco” fosse vicino al padre in ogni momento e di come abbia seguito da vicino, dopo la scomparsa del sindaco mafioso di Palermo, passi importanti della sua stessa vita, fino al 2006. Massimo Ciancimino lo definisce un uomo che “tira i fili”, un puparo, l’unico in grado di intavolare una trattativa tra Stato e Cosa nostra perché, forse, aveva un piede su ognuna delle due sponde del fiume. Uno che con la stessa facilità entra ed esce dai palazzi più importanti del Paese. Che per comunicare passa tramite la “batteria” del Viminale, senza il timore di non essere ricevuto o ascoltato. Sembra l’immagine del famigerato “grande vecchio”, che sta dietro a ogni mistero italiano che si rispetti. leggi tutto
Così, mettendo assieme tutti quelli che il giornalista palermitano Salvo Palazzolo chiamerebbe “i pezzi mancanti”, sul mistero di “faccia da mostro” non è così difficile rendersi conto, a poco a poco, che il “mostro” ha fatto parte di una catena di comando molto complessa al vertice della quale c’era senz’altro il Signor Franco. Qualche gradino più in basso troviamo Bruno Contrada, l’ex numero tre del Sisde finito in carcere e condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, e i suoi uomini più fidati, come il suo vice Lorenzo Narracci. Mentre “faccia da mostro” diviene, per usare un linguaggio caro agli esperti, una sorta di «riferimento territoriale di prossimità». Un soggetto che conosce bene il territorio e chi lo abita, uno che parla la “lingua” giusta, uno che quando occorre si sporca le mani e torna, in punta di piedi, nell’ombra. Persone, luoghi e fatti. Ma, verosimilmente, potrebbe non essere stato organico alla struttura di intelligence nostrana. Semplicemente reclutato di volta in volta, per fare il lavoro sporco, assumendosi il rischio conseguente, in caso di fallimento, dell’abbandono da parte della struttura dalla quale ha accettato l’incarico. Un cane sciolto a busta paga del Sisde, uno che poteva essere bruciato in qualunque momento ma anche messo lì, come uno specchietto per le allodole, per depistare, per mischiare le carte. Nei mesi scorsi le procure di Palermo e Caltanissetta hanno rivolto dal Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, che oggi è guidato dall’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, un’istanza di accesso ai documenti ufficiali relativi alle attività svolte in Sicilia, in particolare a Palermo, dal Sisde e dal Sismi, nel periodo delle stragi. Compreso l’organico degli 007 impiegati nelle operazioni. Il Dis, a quanto risulta a Il Punto, ha prontamente risposto alle sollecitazioni congiunte delle due procure. «Ma - hanno spiegato gli investigatori - si tratta di una risposta completa da un punto di vista formale». Facile comprendere la diffidenza verso tanta efficienza burocratica. Se è vero, come è vero, che i Servizi di sicurezza hanno carta bianca nella scelta di collaboratori e consulenti individuati con modalità e tecniche “borderline”, il fatto che gli stessi non compaiano in alcun elenco previsto dalla legge, è una naturale conseguenza. Massimo Ciancimino ha riferito di una “faccia da mostro” che con il padre Vito si occupava di tenere saldo il controllo di alcuni settori strategici all’interno della burocrazia regionale. Ciancimino Jr. sostiene di avere riconosciuto, davanti ai magistrati di Caltanissetta, proprio quel funzionario del dipartimento regionale alla sanità, che - secondo più fonti - sarebbe passato a miglior vita. Ma c’è una pista che porta in Calabria. Il mostro a libro paga del Sisde non poteva più esporsi perché l’aspetto, considerata l’impressione generata in chi incrociava il suo sguardo, non gli consentiva più l’operatività che, con le sue capacità, gli aveva permesso fino a quel momento di essere un utile strumento. Così, bruciato il fronte siciliano, quel biondo col viso sfigurato avrebbe deciso di trascorrere gli anni della sua vecchiaia nel continente. In Calabria. In un paesino collinare della provincia di Catanzaro. Ma anche questo resta un sospetto. A Palermo, davanti al pm Nino Di Matteo, Ciancimino avrebbe recentemente fornito ulteriori elementi per risalire all’identità del “Signor Franco”, ma non lo avrebbe riconosciuto in nessuna delle foto che gli sono state mostrate. Tuttavia tra quelle foto Ciancimino Jr. pare abbia individuato solo alcuni collaboratori dello 007. In procura a Palermo, dove le bocche sono cucite, è difficile trovare qualcuno disposto a raccontare cosa è venuto fuori dai riscontri alle dichiarazioni che, lentamente, Massimo Ciancimino sta mettendo a verbale. Specialmente quando si parla di “barbefinte” . Concentrarsi solo sulle “facce da mostro”, dicono gli inquirenti palermitani, è fuorviante. È verso l’alto che la verità va ricercata, verso chi muoveva i fili e le pedine sullo scacchiere siciliano perché il rischio che le varie “facce da mostro” servono a sviare, a depistare, è altissimo. Secondo quanto è riuscito a ricostruire Il Punto (vedi n. 10/2010 su www.ilpuntontc.it) una delle due “facce da mostro” sarebbe stato un sottufficiale della polizia di Stato, di origini siciliane. Per anni, almeno così pare, in servizio presso l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, alle dipendenze di Federico Umberto D’Amato (tessera P2 n. 554). Poi sarebbe transitato nella sezione “criminalità organizzata” del centro Sisde di Palermo, quella di via Notarbartolo (vedi sotto) diretta da Contrada e Narracci. “Faccia da mostro” sarebbe rimasto in servizio a Palermo fino al ‘96 e tutta la sua carriera si sarebbe svolta lì, poi la pensione e una collaborazione fino al ‘99. Scompare, a causa del tumore che nel frattempo gli ha aggredito il volto, nel 2004. Parla di lui Luigi Ilardo, il mafioso, vice capo mandamento a Caltanissetta, cugino del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ‘95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri del Ros, poi la copertura saltò e fu ucciso. Ilardo disse che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, un uomo dello Stato che stava dalla parte sbagliata. Nell’89 parla di lui una donna che, poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti. Poi ci sono i delitti coperti dalla stessa ombra. L’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto ‘89 a Villagrazia di Carini. Agostino, segugio sulle tracce dei latitanti anche per conto dei Servizi, aveva saputo qualcosa che non doveva sull’Addaura. Il padre racconta che un giorno notò vicino l’abitazione del figlio due persone. Uno di questi era «biondo con la faccia butterata e per me era faccia di mostro». Una “faccia da mostro” c’è anche dietro l’omicidio dell’agente di polizia Emanuele Piazza, ucciso e sciolto nell’acido in uno scantinato di Capaci il 15 marzo ‘90. «La Dia, incaricata dalla procura, - scrive Salvo Palazzolo nel libro “I pezzi mancanti” (Editori Laterza, 2010) - individua un dipendente regionale, già interrogato dopo il delitto Piazza, perché il suo nome era contenuto nell’agendina della vittima. È affetto da “cisti lipomatosa” nella parte destra del viso, risulta deceduto nel 2002». E ancora, secondo Ilardo, “faccia da mostro” sarebbe coinvolto nell’omicidio dell’11enne Claudio Domino, ucciso a Palermo il 7 ottobre ‘86 mentre stava rientrando a casa. Secondo gli inquirenti il bambino vide l’amante di sua madre, che era legato a un clan mafioso, e per questo fu giustiziato. «Quel giorno, dove fu assassinato il piccolo Claudio, c’era anche “faccia da mostro”», disse la “gola profonda” del Ros. Un uomo del “signor Franco”. E’ il sospetto dei magistrati che indagano sul nuovo filone delle stragi e della presunta trattativa “Stato-mafia” di quegli anni. La caccia agli uomini che hanno “deviato” l’apparato di intelligence. Raccogliere le prove che possano inchiodare pupi e pupari di ogni grado. Un uomo dello Stato, con la potenza descritta da Ciancimino, non poteva di certo agire per conto proprio ed è forte il sospetto che a garantire “politicamente” certe operazioni non convenzionali non si muovesse solo un fronte interno, ma che a tirare il filo ci fosse una manina d’oltreoceano. A stelle e strisce. Del resto la storia racconta che quelli della “compagnia”, della Cia, erano in Sicilia già dal ‘43. Tommaso Buscetta non voleva parlare del “terzo livello”, negli interrogatori con Giovanni Falcone, e così anche Massimo Ciancimino si ferma un attimo prima, quel nome non lo fa, fa finta di non ricordare o, forse, neanche lo conosce, dice solo che non era uno qualunque. «Vedi Massimo "- gli disse Don Vito - Buscetta aveva paura di fare i nomi del “terzo livello”. Il Signor Franco rappresenta il quarto».

Fabrizio Colarieti e Antonino Monteleone


SPY STORY - Alessio e Svetonio, l’agente e il boss, a scuola di doppio gioco

Svetonio” e “Alessio”. C’era una spia dietro uno di questi due pseudonimi, ma c’era anche un mafioso, Matteo Messina Denaro, “Alessio”, il nuovo capo di Cosa nostra, il ricercato numero uno. Tra i due c’era un’intensa corrispondenza: decine di pizzini, finiti nelle mani della Dda di Palermo che nel 2007 si è trovata davanti anche a una inconsueta conferma da parte del Sisde: «Svetonio è un nostro uomo». E così la verità è venuta fuori: “Svetonio”, al secolo Antonino Vaccarino da Castelvetrano, insegnante di lettere, poi consigliere comunale per la Dc, assessore e sindaco, era un uomo del Servizio segreto civile. Ma, giusto per non smentirsi, faceva il doppio gioco: al Sisde prometteva informazioni per catturare Messina Denaro, al boss prometteva aiuti politici.

Fabrizio Colarieti


Le sedi “coperte” dei Servizi siciliani Misteri palermitani sotto copertura

Palermo, via Emanuele Notarbartolo. Le sedi “coperte” dei Servizi sono più o meno tutte uguali. Centrali, nascoste tra mille altre attività e tra le mura di edifici anonimi, che di solito sorgono vicino a importanti sedi governative. Uffici facilmente accessibili, spesso protetti da un portiere che sa tutto e che fa finta di nulla. Solitamente si nascondono dietro le insegne di finte agenzie assicurative oppure di inesistenti centri studio, associazioni culturali, istituti di cooperazione o di import- export. Sul campanello c’è scritto semplicemente “agenzia”, “studio”, “istituto” o la sigla di una delle tante Srl che le “barbefinte” utilizzano per coprire l’attività di spionaggio. Non indossano divise, non hanno auto blu né armi, hanno delle segretarie, anch’esse arruolate nella “ditta”, e provano a non dare nell’occhio sembrando semplici impiegati che ogni giorno vanno in ufficio. Anche a Palermo è così. I Servizi negli anni delle stragi - e anche dopo - avevano il loro “centro operativo” in via Nortarbartolo, una delle strade principali del capoluogo siciliano, proprio sopra il “Bar Collica”, all’incrocio con via della Libertà e a due passi dalla sede palermitana della Corte dei Conti. L’esistenza di quell’ufficio è nota da anni: in particolare da quando finì in manette il numero tre del Sisde, Bruno Contrada. Era lì che l’alto funzionario del Servizio segreto civile - condannato definitivamente nel 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa - aveva il suo ufficio. Dal portone di quel palazzo, che si trova a pochi metri dal punto dove nell’82 fu ucciso con tre colpi di pistola l’agente della Mobile Calogero Zucchetto, sono entrati e usciti decine di 007 su cui ancora oggi le procure di Palermo e Caltanissetta indagano per capire che ruolo ebbero nelle stragi di mafia. A via Notarbartolo aveva la sua “agenzia” anche il Sismi. Lo hanno confermato due funzionari, per un periodo capicentro dei due Servizi a Palermo, durante il processo al maresciallo del Ros ed ex deputato regionale dell’Udc, Antonio Borzacchelli, indagato nell'inchiesta sulle talpe alla Dda palermitana e condannato in primo grado, nel 2008, a 10 anni per concussione, favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreti d’indagine. Ciononostante quando finì in manette un’altra talpa, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, che al telefono si lasciò sfuggire «quelli di via Notarbartolo» alludendo pare al Sismi, gli allora vertici del Servizio militare si affrettarono a smentire l’esistenza di una sede coperta a Palermo. Anche le “facce da mostro” e il famigerato Signor Franco o Carlo, l’alto funzionario in contatto con Massimo Ciancimino fino al 2006, è assai probabile che frequentasse quella sede, ma anche quella precedente, in via Roma. Ma ancora: partirono sempre da via Notarbartolo, tra il 2001 e il 2002, le telefonate verso una delle venti sim in uso all’ex Governatore Salvatore Cuffaro, anch’egli condannato, in appello, a 7 anni per aver agevolato la mafia e rivelato segreti istruttori sempre nell’ambito dell’inchiesta sulle talpe alla Dda. Gli inquirenti, proprio analizzando il traffico in entrata di uno di quei cellulari, hanno scovato 54 chiamate partite, nell’arco di diciotto mesi, dall’utenza fissa in uso in quella sede del Sisde. Puntualmente, scavando tra fantasmi e telefoni coperti, alla ricerca di mafiosi e talpe, spunta regolarmente via Notarbartolo. È il crocevia di tanti misteri, un rompicapo su cui si cimentano da anni i magistrati palermitani e nisseni per dare un volto agli agenti segreti e ai loro collaboratori che per un ventennio hanno frequentato il capoluogo siciliano e il suo sottobosco criminale.

Fabrizio Colarieti

Il Punto

La partita da giocare

di Ezio Mauro

L'effetto simbolico del Lazio e del Piemonte che cambiano di segno politico fa pendere la bilancia elettorale dalla parte di Silvio Berlusconi, che era entrato indebolito nella cabina elettorale e ne è uscito rafforzato: tutto il resto è chiacchiera. In gran parte, il Cavaliere gode per la vittoria altrui a cui ha pagato un prezzo, consegnando alla Lega le chiavi di due grandi regioni settentrionali e dunque il governo diretto del territorio, con il passaggio dalla Padania immaginaria all'Italia reale. Ma intanto Bossi con la sua vittoria personale consegna tutto il Nord al Cavaliere, ad eccezione della Liguria, e dunque consente all'impero berlusconiano di allargarsi da est a ovest, senza veder mai tramontare il sole della destra.Un'alleanza a ruoli invertiti nel Nord, con Bossi che diventa nei fatti il Lord Protettore di un berlusconismo declinante nella sua parabola, ma ancora capace di costruire vittorie. E un'alleanza sotterranea ma evidente a Roma con la Chiesa, che ha trasformato il Lazio in un totem, abbracciando il Gran Pagano pur di sconfiggere Emma Bonino, con i vescovi che scendono in campo nel 2010 italiano non per difendere un valore ma per dare un'indicazione esplicita di voto, come una qualsiasi lobby secolare, mondana e ultraterrena.

Al centro di questo sistema, un Cavaliere invecchiato e forse stanco, ipnotizzato dai suoi stessi malefici dopo un anno di scandali e rincorse giudiziarie, assorbito da sé oltre la normale patologia, circondato dai falsi movimenti di generali e colonnelli che preparano esplicitamente il dopo senza averne il talento e il coraggio. Un leader incapace da un anno di produrre alcunché - salvo le leggi ad personam per sfuggire ai suoi giudici - né politica né amministrazione, cioè governo. E tuttavia resta una differenza notevole, fortissima, tra il Berlusconi Premier e il Berlusconi campaigner, tra l'uomo di governo e la macchina elettorale. Quella macchina ancora una volta ha funzionato, tra vittimismi, accuse, attacchi, promesse, denunce, spostando a Roma i voti dalla lista Pdl che non c'era alla Polverini, come un alchimista. E anche questa è politica, quando riesce a convincere il Paese, e a riacchiapparlo nelle urne dopo averlo in parte perduto.


L'indebolimento a cui stiamo assistendo da un anno, dunque, non è tanto della leadership che ha una sua forza materiale e sta in qualche modo nella pancia del Paese, in un rapporto tra leader e popolo fatto di protezione reciproca, con il Capo che comanda ma chiede aiuto, quando ne ha bisogno perché si sente assediato dai disastri autofabbricati. L'indebolimento è della proposta politica e della sua capacità di guida, con il nucleo fondante di Forza Italia che ricorda la vecchia Dc declinante, negli anni in cui doveva cedere quote sempre più rilevanti di potere agli alleati con la convinzione di poter conservare il comando. Soltanto che qui la parabola non è ideologica ma biologica, nel senso che la politica e le sue scelte sono una variabile della biografia del leader, non dei valori di un partito o dei bisogni del Paese.

Sei regioni a destra, di cui quattro riconquistate, il segno del comando sul Nord, sono la cifra del successo di Berlusconi. Sotto questo risultato si allarga però la realtà di un declino che ha portato il Pdl al 26,7 per cento contro il 32,3 delle europee del 2009, il 33,3 delle politiche 2008 e il 31,4 delle regionali 2005, dove l'esito fu disastroso. E' la crepa che abbiamo segnalato un anno fa, alle elezioni europee, quando il Cavaliere ruzzolò dieci punti sotto le previsioni trionfalistiche della vigilia, grazie ai suoi scandali personali, quindi politici. Quella crepa dunque lavora, dopo un anno passato dal Premier ad inseguire un guaio dietro l'altro, con abusi di potere, forzature e prepotenze. Anzi, la crepa si allarga, tanto che senza l'energia politica - ma privata - della Lega, la consunzione di Berlusconi sarebbe evidente a tutti.

Paradossalmente, dunque, il Paese è contendibile, dopo un quindicennio di sovranità berlusconiana. Questo è un dato di fatto di grande importanza, confermato dal voto. Nelle 13 regioni dove si è votato, il fragile bipolarismo italiano vede il Pdl al 26,7, il Pd al 26,1, seguiti dalla Lega al 12,28, da Di Pietro al 7,2, da Casini al 5,5 per cento. Il Paese è contendibile, ma questo Pd non è oggi in grado di contenderlo. Ecco il problema. Bersani, che è arrivato da poco alla guida del partito, può contare le sette regioni conquistate contro le sei del Polo, per concludere che il Pd è tornato in gara. Ma non si può pensare di governare un Paese se si è esclusi dal Nord, se si precipita al 28 per cento nel Nordest e se si pensa di parlare ancora al Nordovest dai gloriosi cancelli di Mirafiori: senza sapere che nel nuovo piano Fiat tra pochissimi anni dietro quei cancelli ci saranno appena 2500 persone, perché il mercato del lavoro è cambiato, come la fisionomia di Torino, come la natura stessa del Piemonte, dove in tutta la provincia la Lega, urlando, ha sostituito il mormorio governativo della Democrazia cristiana: e il trapianto è riuscito.

L'astensione che penalizza il Cavaliere (ma non i partiti identitari, come la Lega e il movimento di Di Pietro) precipita anche addosso al Pd. Il che significa, molto semplicemente, che il principale partito d'opposizione non intercetta il malcontento dell'elettorato di maggioranza, e in più produce in proprio ragioni d'insoddisfazione. Dunque non funziona né l'opposizione, né la proposta di alternativa. D'altra parte il Pd si è esercitato principalmente, in questi mesi, nella costruzione di un "meccano" di alleanze, come se la politica fosse riassumibile dalla sola aritmetica, e come se l'identità e la natura di un partito non fossero più importanti di qualsiasi tattica. Gli elettori non sanno se il Pd è un partito laico, in un Paese in cui la Chiesa si muove come un soggetto politico; non sanno se è una forza di opposizione, con tutte le offerte di dialogo che alcuni suoi uomini specializzati rivolgono quotidianamente al Cavaliere, qualunque cosa accada; non sanno nemmeno se è di sinistra, in un Paese in cui la destra - e destra al cubo - mostra il suo vero volto in ogni scelta politica, istituzionale o sociale.

In più, c'è un problema di selezione delle élite, di politica dei quadri, di scelta dei candidati. Che senso ha candidare Loiero in Calabria, per poi fermarsi al 32 per cento? E che senso ha la guerra a Vendola, governatore uscente maledetto dal partito pochi mesi fa senza una ragione logica, e oggi salutato come il vincitore delle regionali da chi lo ha combattuto? La realtà è che il Pd ha un senso se è un partito nuovo non solo dal punto di vista delle eredità novecentesche, ma anche nella forma, nel metodo e nel carattere: un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, attento alle risorse, ai talenti e alle disponibilità democratiche che esistono in mezzo alla sua gente, senza che i dirigenti lo sappiano. Come esiste, tra gli elettori di sinistra e anche tra coloro che - sbagliando - si sono astenuti, un orizzonte italiano diverso da quello immobile e unico del berlusconismo. Un Paese che non è "anti", come viene raccontato dai cantori di comodo: è semplicemente diverso, perché conserva l'idea di una moderna democrazia costituzionale, di uno Stato di diritto, della legalità, della libertà, dell'uguaglianza. Un'Italia che per queste ragioni si oppone a Berlusconi, e chiede piena rappresentanza.

Rappresentare fino in fondo quest'Italia significa acquistare autonomia culturale e politica, indispensabili in questa nuova fase in cui le fanfare unificate dei regi telegiornali proclamano già l'avvio del "dialogo" per le riforme, che cominceranno proprio con la giustizia. Un'autonomia che consentirà di approfondire le contraddizioni dentro la destra (come la sconfitta di Brunetta e Castelli, o le dimissioni di Fitto da ministro), di vigilare sulla manomorta della Lega sulle banche attraverso le fondazioni, sui problemi che nasceranno dall'incrocio maldestro del nuovo federalismo col vecchio statalismo che non si lascia smontare.

C'è parecchio lavoro da fare, nell'interesse del Paese, per evitare che l'avventura berlusconiana si compia al Quirinale. Non ultimo, cercare un leader che possa sfidare il Cavaliere e vincere, come avvenne con Prodi: e cercarlo in libertà, anche fuori dai percorsi obbligati di età, di appartenenza e di nomenklatura. Forse, anche a sinistra è arrivata l'ora di un Papa straniero.

repubblica.it

martedì 30 marzo 2010

Il centro-destra vince, ma Berlusconi non ride

di Peter Gomez

Sulla carta la vittoria è netta. Anche se è arrivata sul filo di lana. Ai pressoché scontati primati in Lombardia, Veneto, Campania e Calabria la maggioranza ha aggiunto i successi (per soli 40mila voti) in Lazio e Piemonte. Con un bouquet di 6 regioni in mano il premier Silvio Berlusconi appare così molto forte. Quanto lo sia realmente, però, lo capiremo solo tra qualche settimana.
Passata la sbornia elettorale è inevitabile che qualcuno nel centro-destra si renda conto di tre fatti. Il primo: nel nord è solo la Lega a trionfare. Il secondo: il Pdl perde un mare di voti ovunque, tanto che ora ha difficoltà ad arrivare al 27% (era al 33,3 nel 2008). Il terzo: nessuno dei sei candidati eletti ieri può essere considerato un vero berlusconiano.

Insomma quel plebiscito sulla propria persona, che il Cavaliere invocava come una sorta di giudizio di Dio da contrapporre agli scandali giudiziari e alle trasmissioni televisive "da chiudere", non c'è stato. Dio (anzi il 35 per cento degli elettori) è rimasto a casa. E come spesso accade il centro-destra ha dato la sensazione di vincere più per la pochezza degli avversari che per i propri meriti.
Se questo è il quadro c'è da scommettere che tra qualche giorno ci ritroveremo con un Pdl come al solito squassato dagli scontri interni. Anche perché Berlusconi ha fretta. I processi di Milano incombono. Ma il presidente Giorgio Napolitano non ha ancora controfirmato la norma (incostituzionale) sul legittimo impedimento ideata per bloccarli.

Sulla giustizia il Cavaliere deve quindi intervenire subito. L'unico accordo finora raggiunto con i finiani è però quello per l'approvazione definitiva della legge (bavaglio alla stampa) sulle intercettazioni telefoniche. Che è abbastanza per far evaporare molte notizie e inchieste sgradite, ma che è troppo poco per fermare i dibattimenti. Servono altri interventi. Altri articoli del codice (o peggio della Costituzione) da cambiare. Ma intanto la crisi economica non finisce, la disoccupazione sale e, anche nel centro-destra vittorioso, la voglia di fronda aumenta.

il Fatto Quotidiano

Buongiorno Italia


di Dario Campolo

I risultati sono arrivati, 7 a 6 per il centro sinistra.

Il risultato premia alla grande il centro destra, la Lega dilaga al nord diventando in alcune regioni il primo partito.

Berlusconi canta vittoria ma adesso avrà più gatte da pelare essendo sceso il suo consenso nel globale.

La sinistra si lecca le ferite e Grillo in alcune regioni è decisivo nel fare vincere il centro destra.

Buongiorno Italia

lunedì 29 marzo 2010

Lombardo sotto inchiesta a Catania "Concorso esterno con la mafia"

dai nostri Francesco Viviano e Alessandra Ziniti

CATANIA - Il Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, e suo fratello Angelo sono indagati a Catania con l'accusa di "concorso esterno in associazione mafiosa".
Indagati anche il fratello Angelo e l'udc Fagone

La decisione è stata presa dalla procura etnea sulla base di un corposo rapporto di tremila pagine confezionato dai Carabinieri del Ros. Il dossier, all'esame del Procuratore della Repubblica, Salvatore D'Agata, fa riferimento alle relazioni tra il Governatore e il fratello, deputato nazionale, con alcuni boss.

Nel faldone top secret, spiccano le rivelazioni di un pentito e le intercettazioni telefoniche e ambientali che documenterebbero i contatti tra il capo assoluto della mafia catanese, Vincenzo Aiello, e i fratelli Lombardo. Con loro sono indagati anche un deputato regionale dell'Udc, Fausto Fagone, il sindaco di Palagonia, altri sindaci di comuni catanesi, numerosi amministratori comunali e provinciali, che sarebbero stati eletti grazie al "massiccio" appoggio ed "impegno" delle cosche mafiose del clan storico di Cosa nostra che faceva capo a Nitto Santapaola e che ora è capitanato da Vincenzo Aiello. Quest'ultimo è stato arrestato qualche mese fa durante un summit in cui si discuteva se aprire o meno una guerra contro le bande criminali catanesi, degli appalti da gestire e di come "comunicare" con il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo che - una volta eletto a capo del Governo Siciliano - aveva eretto una vera e propria barriera per evitare intercettazioni telefoniche e "contatti" compromettenti. Accorgimenti che non hanno impedito agli investigatori del Ros di ricostruire, in due anni di indagini, le relazioni tra i fratelli Lombardo con i boss di Catania, in particolare con Vincenzo Aiello, "capo Provincia" di Cosa nostra, ed altri esponenti della malavita che durante il periodo elettorale si erano trasformati in "galoppini" raccogliendo, con le buone o con le cattive, migliaia di voti per fare eleggere Raffaele ed Angelo Lombardo, ed altri esponenti politici segnalati alle cosche mafiose. "Raffaele ha creato un circuito chiuso" diceva Vincenzo Aiello ai suoi uomini e alla persona (identificata ed indagata) che faceva da "corriere" tra Lombardo ed il capomafia riferendo soltanto "a voce". Nelle conversazioni intercettate dai carabinieri del Ros anche le "critiche" che il capomafia faceva a Raffaele Lombardo, per avere voluto nella sua giunta, magistrati-assessori, Massimo Russo, ex magistrato antimafia a capo dell'assessorato alla Sanità, Giovanni Ilarda, ex assessore alla Presidenza della Regione e Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione di Palermo, ucciso dalla mafia con un'autobomba nel 1983. "Raffaele ha fatto una "minchiata" a fare questi magistrati assessori, perché questi, anche se lui è convinto che lo faranno, non potranno proteggerlo" commentava il boss Vincenzo Aiello parlando con i suoi "picciotti" e riferendosi al fatto che proprio in quei giorni un alto funzionario della Regione Siciliana era stato indagato per l'appalto relativo all'informatizzazione della Regione.


Agli atti dell'inchiesta, coordinata direttamente dal Procuratore D'Agata ed affidata al procuratore aggiunto Gennaro e ad altri quattro sostituti, ci sono ore ed ore di intercettazioni telefoniche ed ambientali che inguaiano il fratello del Presidente ed il suo autista "personale". Quest'ultimo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Ros, teneva i rapporti ("da vicino e mai al telefono") con i boss e gli altri esponenti delle famiglie mafiose. La sua automobile era stata imbottita anche di microspie, ma l'autista, le aveva scoperte e in automobile non parlava più. Un'altra parte dell'inchiesta, molto corposa, riguarda gli "affari" dei fratelli Lombardo e di esponenti politici e funzionari regionali a loro legati che hanno sostituito i burocrati fedeli all'ex presidente della Regione, Salvatore Cuffaro (anche lui indagato, processato e condannato per favoreggiamento a Cosa Nostra), che controllano ormai tutti i punti vitali della spesa pubblica siciliana, dalla Sanità ai finanziamenti europei, alla formazione professionale, al grande business dell'energia alternativa, fino alla gestione dei rifiuti. L'inchiesta è ormai conclusa, i fratelli Lombardo rischiano la richiesta di arresto. Raffaele, anche se presidente della Regione, non gode dell'immunità parlamentare, per il fratello Angelo, invece, sarebbe necessaria l'autorizzazione della Camera dei deputati.

repubblica.it


sabato 27 marzo 2010

Io Voto e, Istruzioni di Voto

di Dario Campolo

A gentile richiesta viste le tante richieste di consiglio o semplicemente curiosità, dirò e motiverò la mia scelta elettorale per le Regionali della mia regione, il Piemonte.

Ci tengo a sottolineare che ho sempre votato e sostenuto il Pd, continuerò a votarlo e sotenerlo con un "ma", a questo giro ho intenzione di votare l'Italia dei valori, più che per il partito voto Di Pietro. Infatti non mi riconosco in questo movimento e alle prossime elezioni tornerò a votare per il PD, ma oggi voglio contribuire ad eliminare il mio disagio Berlusconiano votando il peggiore nemico del RE e quindi Antonio Di Pietro.


E poi parliamoci chiaro, in questo paese la legalità insieme alla moralità stanno andando a braccetto con l'immorale e l'illegale e quindi un partito giustizialista come quello di Di Pietro non fa male, anzi forse può contribuire a rimettere un po' le cose apposto, ovvio che anche in questo movimento ci sono le mele marce ma come si dice, di qualcosa si deve pur morire no?

Con questa mia scelta ponderata non si farà male nessuno, perché metterò la croce sul partito di Di Pietro e poi metterò anche una croce alla BRESSO come Presidente della Regione, e così contrasterò Cota come Presidente, assolutamente nauseato dall'idea di avere un Leghista come Presidente nella mia regione, ma questo ovviamente è il mio pensiero.

Consiglio che do a tutti è quello di mettere la croce, oltre che al partito anche al presidente che intendete votare e quindi due croci perché con il voto disgiunto lo si può fare e soprattutto perché lasciando vuoto uno dei due campi eviterete di tentare qualcuno nel mettere la preferenza al posto vostro.

Di seguito una guida utile al voto tratta dal comune di Torino,
e ricordate di andare a votare perché ci sono persone che hanno perso la vita per permetterci questo atto di democrazia.

Buon voto a tutti.


Informazioni per Voto tratte dal comune di Torino

a) voto per una lista provinciale ed una lista regionale collegata alla lista provinciale votata

Tracciando un segno nel rettangolo che contiene il contrassegno di una lista provinciale.

Caso  di voto per una lista provinciale e una lista regionale  collegata

Il voto deve essere attribuito:
- alla lista provinciale 2
- alla lista regionale A

b) voto per una lista provinciale ed una lista regionale NON collegata alla lista provinciale votata (ipotesi di voto disgiunto)

Tracciando due segni: uno nel rettangolo che contiene il contrassegno di una delle liste provinciali e l’altro sul simbolo di una lista regionale (o sul nome del suo capolista, cioè del candidato presidente della giunta regionale) NON collegata alla lista provinciale votata.

Caso  di voto per una lista provinciale ed una lista regionale non  collegata

Il voto deve essere attribuito:
- alla lista provinciale 16
- alla lista regionale A

c) votare solo per una lista regionale

Tracciando un segno sul contrassegno di una delle liste regionali o sul nome del suo capolista, senza segnare, nel contempo, alcun contrassegno di lista provinciale.

Caso  di voto solo per una lista regionale

Il voto deve essere attribuito:
- alla lista regionale D

d) Inoltre, l’elettore può esprimere un solo voto di preferenza per un candidato alla carica di consigliere compreso nella lista provinciale

Scrivendo (in modo chiaro) il cognome nell’apposita riga tracciata alla destra del contrassegno della lista provinciale votata.

La preferenza deve essere manifestata, esclusivamente, per un candidato compreso nella lista provinciale votata.

Caso  di voto di preferenza

Il voto deve essere attribuito:
- alla lista provinciale 3,
- alla lista regionale A,
- al candidato Rossi della lista provinciale 3.


venerdì 26 marzo 2010

Questo è


di Dario Campolo

Siamo agli sgoccioli, da stasera non sentiremo più nulla di politica fino a Lunedì 29 Marzo 2010, ovviamente se tutti rispetteranno la par condicio, SPERIAMO...

Anche io concludo questa settimana caliente con un pensiero.

Chi, come tanti ha sofferto conoscendo il "CANCRO" non può che non essere rimasto tremendamente nauseato dalla battuta di BASSO PROFILO fatta dal nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi davanti a milioni di suoi sostenitori: "Nei tre anni di governo che mancano alla fine della legislatura «vogliamo anche vincere il cancro».

Che dire,
VERGOGNA!!!
Con il CANCRO non si scherza.

di seguito una lettera scritta ad un blog di repubblica molto toccante,
buon voto a tutti.

BERLUSCONI e il CANCRO

Da ieri sono molto preoccupata. Mi sono appena operata di cancro, e allora quando dalla piazza Berlusconi ha detto "votateci, che sconfiggeremo il cancro", sono entrata in crisi: detesto la volgarità del berlusconismo – e qui parlo solo di cultura, tralascio la politica e gli affari – però, santo cielo, con quella promessa…

Poi però la crisi è diventata ancora più profonda: accidenti, se anche questa promessa da premier di Silvio Berlusconi diventerà realtà come tutte le altre che ha fatto, allora siamo veramente rovinati. E non ho passato una bella domenica.

Caro cavaliere, lasci stare le cose molto serie. Certo, il suo è un repertorio logoro, ma i coretti e le battute sono ancora le cose che le riescono meglio.


blog di repubblica.it



Boom di contatti, Santoro vince la scommessa Al Paladozza la kermesse grida no alla censura



di Marco Bracconi

PARTENZA lanciata, senza reticenze. Immagini d'epoca di Benito Mussolini. E poi, subito dopo, Silvio Berlusconi che arringa la folla del Pdl a piazza San Giovanni: "Volete voi...?". Quando le prime immagini sfumano, Michele Santoro appare esattamente come appare sempre, quando Annozero va in onda su Rai2. Chino sul grande tavolo-monitor. Microfonino alla guancia. Buio attorno.

Attorno, c'è un sacco di gente. Il Paladozza di Bologna è gremito. "Caro Napolitano", esordisce il giornalista. "Non c'è il fascismo, domenica si va a votare: Ma insomma, certe assonanze...". Santoro non "vuole tirarlo per la giacchetta", solo "rivolgersi a lui per segnalare che no, quando si blocca l'informazione in tv, o si telefona alle Authority per bloccarla, qualcosa proprio non funziona".

"Per una telefonata - dice - Nixon dovette dimettersi. Aveva ordinato di spiare i suoi avversari del partito democratico e una commissione del Senato, quando scoprì che le telefonate erano state registrate, disse di pubblicarle per sapere cosa è successo. Qui si è compiuto un delitto di grande gravità: interferenza politica sulla libertà di espressione".

Il segnale rimbalza su decine di maxischermi, in tutta Italia. A piazza Navona, Roma, posti in piedi. Dirette su Repubblica tv, Corriere tv, Skytg24, Rainews24, Current, YouDem. Così il satellite e il web aggirano la "censura" pre-elettorale (a questo link si può guardare l'intera trasmissione). a Bologna parte il servizio sulla manifestazione di Roma del Popolo della Libertà. Le telecamere registrano insulti vari, obiettivo lo stesso Santoro, Marco Travaglio, Vauro. Stacco. La Russa balla forsennato sulle note di Apicella. E subito dopo, in studio, a Bologna, si cambia musica. Arriva il premio Oscar Nicola Piovani. Quattro minuti di violoncello, pianoforte e clarinetto. Belli.

La kermesse di "Raiperunanotte" è un mix di giornalismo e spettacolo, lo si sapeva. Arrivano Gad Lerner, Travaglio, Vauro, Floris. Ma il primo a prendere la parola è il comico Cornacchione, quello di "Che tempo fa". Risate, un po' amare, sul premier che vuole "sconfiggere il cancro entro tre anni, e dunque entro il 2012 annienterà la magistratura".

Parte Travaglio. Intercettazioni. Agcom. Minzolini. Censura. Via al dibattito. Floris polemizza con la retorica berlusconiana, parla di mancanza di ossigeno, e spera che "si ricominci a respirare". A ruota gli altri. Fino a Sandro Ruotolo, con cui si arriva, nel merito, all'inchiesta di Trani. In onda, doppiate da attori, le intercettazioni delle telefonate del premier a Innocenzi (Agcom). Quelle in cui Berlusconi se la prende con Annozero e gli altri "pollai". Sentirle così, testuali ma in vivavoce, fa una certa impressione.

Si riparte con la musica. Elio e le storie tese vanno giù di sarcasmo e cantano, opportunamente storpiata, la canzone sanremese di Emanuele Filiberto. "Un esiliato come te...", dice Elio a Santoro. Poi, intervista registrata a Mario Monicelli. E in studio arriva Morgan, espulso proprio da Sanremo per la sua intervista sulla cocaina.

Daniele Luttazzi, il più epurato di tutti, è accolto da una ovazione. "Il monologo che farò è approvato dalla Cei", esordisce. Quindi un fuoco di fila di battute su Berlusconi, e una lunga digressione metaforico-sessuale (assai esplicita, per la verità), sul rapporto tra il Cavaliere e gli italiani. "Masi ha fatto un uso criminoso della tv", conclude il comico rovesciando la frase rituale del capo del governo quando attacca i suoi avversari.

Altre intercettazioni "recitate". Il direttore generale della Rai, Masi, non ne esce esattamente bene. Soprattutto quando discute con Innocenzi della puntata di "Annozero" sul processo Mills e rassicura su come i telegiornali si stanno muovendo bene, "sia il Tg1 che il Tg2, e perfino il 3...".

Ancora spettacolo, con al piano Morgan e alla voce Antonello Venditti. A seguire, un videomessaggio di Milena Gabanelli, la conduttrice di Report. "Il clima è di caccia alle streghe, siamo sull'orlo di una sconfitta civile: perché il paese non comprende la portata di quello che sta accadendo".

Piccolo incidente di percorso con lo spot-regalo di Roberto Benigni, che parte e si interrompe. A riempire il buco ci pensa Travaglio con un lungo monologo sul decreto salva-liste, e poi lo stesso Santoro, che legge in diretta il commento di Bondi ("giornalismo pietoso") e snocciola i dati degli accessi sul web: "120mila utenti unici collegati nello stesso momento, 60mila su Repubblica.it" e replica polemicamente al ministro: "Saremo anche penosi, ma se ci sono tanti che vogliono sentire Marco Travaglio, saranno padroni o no di farlo?".

Benigni, finalmente. "Stavo partendo per lo Zimbabwe, il paese della libertà. Vado in Zimbabwe, dove ci sono i Masai, anzi no, i Masai sono in Kenya, in Zimbabwe ci sono i Masi...". Noi, siamo noi il paese più libero del mondo! Io, per esempio: volevo la libertà di non vedere Santoro, e ora non c'è più e non lo posso fare...". A Rutolo: "Con questi baffoni, ti voglio baciare, questo è il partito dell'amore, no? E allora baciamoci!". Finale più serio, con la richiesta di un "applauso alla democrazia e alla libertà" e un saluito a Enzo Biagi, "che non può partecipare alla vostra trasmissione".

Gran finale con giuramento collettivo, quasi a scimmiottare il giuramento dei governatori berlusconiani. "Giuriamo solennemente che la faremo sempre fuori dal vaso". Poi, seguito dalle telecamere, esce dal Paladozza e si gode il bagno di folla all'esterno. Domani, si capirà meglio il riscontro numerico di questa "strana" serata di informazione. Nata dalla censura e diventata una kermesse dalle mille piazze e dai mille "ripetitori". Forse, anche un segnale di quello che, nel futuro, può diventare la comunicazione.

repubblica.it

Bersani, alba ai cancelli di Mirafiori "Il lavoro torni al centro della politica"

TORINO - La crisi economica "non è finita, ne abbiamo ancora un bel pezzo davanti e spero che dopo le elezioni arrivi un segnale affinché si parli di problemi veri, ne abbiamo un sacco". Così il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, che ha aperto all'alba, sotto la pioggia, l'ultima giornata di campagna elettorale incontrando i lavoratori davanti ai cancelli dello stabilimento Mirafiori della Fiat. Con lui la candidata del centrosinistra per il Piemonte, Mercedes Bresso.

DOMENICA AL VOTO IN 41 MILIONI - LO SPECIALE

"Abbiamo voluto - ha spiegato Bersani - chiudere qui la campagna elettorale per segnalare cosa abbiamo fatto: non c'è stato luogo, città, regione nella quale non siamo andati, ogni giorno, davanti a una fabbrica, in un quartiere popolare, a incontri con i lavoratori perché voglio che il lavoro torni al centro della nostra discussione pubblica".

"La crisi non è passata - ha aggiunto Bersani - oggi siamo davanti a una grande fabbrica ma potremmo essere davanti a laboratori artigianali, aziende agricole: dobbiamo reagire con una politica economica che dia un po' di lavoro, bisogna fare investimenti, mettere un po' di soldi in tasca alla gente che ha bisogno di consumare perché i consumi sono troppo bassi, occorre che ci occupiamo della vita reale della gente".

Il segretario del Pd ha inoltre ricordato che "in questo paese c'è ancora un caso Fiat, per questo bisogna che si apra un negoziato nazionale, che il governo trovi il modo di portare al tavolo l'azienda e le organizzazioni sindacali per sapere cosa si vuol fare perchè non può esssere che Fiat presenti il suo piano al mercato il prossimo 21 aprile e il governo non ne sappia niente". Bersani chiede dunque un tavolo negoziale prima del 21 aprile: ''Noi non possiamo diventare la cenerentola della produzione d'auto dove produciamo soltanto il 30% di ciò che compriamo. Noi dobbiamo avere assolutamente un negoziato nazionale sull'evoluzione delle cose Fiat che stanno cambiando in modo strutturale e strategico''.

Per quanto riguarda invece in particolare il futuro dello stabilimento di Mirafiori, Mercedes Bresso ha prospettato una soluzione incoraggiante, spiegando che ieri ha incontrato l'ad della Fiat Sergio Marchionne: "Non solo - ha detto la presidente della Regione - ci ha dato la rassicurazione che Mirafiori per la Fiat resta essenziale, il cuore progettuale dell'azienda, ma ci ha dato anche la disponibilità a collaborare sul piano della ricerca e dell'innovazione, per la realizzazione dell'auto del futuro proprio a Torino". Si tratterebbe cioè della prima auto a motore ibrido, termico-elettrico.

repubblica.it

giovedì 25 marzo 2010

Raiperunanotte - ore 21.00 diretta on line


Marrazzo, svolta sul pusher "Ucciso da un carabiniere"

di Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi

ROMA - Nell'affaire Marrazzo, ora, c'è un uomo accusato di essere un assassino. E indossa l'uniforme dei carabinieri. È il maresciallo Nicola Testini, il sottufficiale che pianifica e conduce il ricatto sessuale che travolgerà l'allora Governatore del Lazio. Il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo e il sostituto Rodolfo Sabelli procedono nei suoi confronti per omicidio volontario. Convinti di aver raccolto prove sufficienti a indicarlo come l'uomo che, nella notte tra l'11 e il 12 settembre del 2009, consegna un letale "speedball" di eroina purissima a Gianguarino Cafasso, il "pusher" delle trans che incrociano tra via Gradoli e via Due Ponti. Ma, soprattutto il complice e il custode dello strumento di quel ricatto: un video di 2 minuti e 38 secondi girato il pomeriggio del 3 luglio in via Gradoli 96, quando Marrazzo viene sorpreso nell'appartamento dell'amica Natali.

Una storia che conta già due morti (la transessuale brasiliana Brenda e Cafasso) e che solo l'apparenza indicava come entrata in sonno (dei quattro carabinieri arrestati nell'ottobre del 2009 e accusati del ricatto, sono oggi ancora in carcere solo Luciano Simeone e Carlo Tagliente. Mentre sono tornati in libertà Antonio Tamburrino e Testini) prende dunque un nuovo giro. Se possibile ancora più nero. Che cambia di segno la qualità del ricatto di cui Piero Marrazzo fu vittima e dice qualcosa di più e di diverso su chi ne è stato sin qui indicato come l'artefice. Il maresciallo Testini, appunto. Il sottufficiale di origini pugliesi figlio di una famiglia di carabinieri, dalla carriera lustra di encomi eppure, a quanto sostiene ora la Procura con le sue nuove imputazioni, capace di nascondere per molto tempo alla sua catena gerarchica il lato nero del suo vero "lavoro". "Ricattatore", "assassino" e "rapinatore" saltuario con i suoi compari Simeone e Tagliente delle "trans" e dei loro clienti.


Ad accusare Testini della morte di Cafasso è Jennifer, un'altra delle transessuali che hanno per mesi occupato il proscenio di questa storia. Jennifer è l'ultima a vedere Cafasso vivo la notte tra l'11 e il 12 settembre 2009. Divide con lui la stanza "406" del "Romulus", albergo sulla via Salaria dove i due hanno preso alloggio il 27 agosto. In quella stanza d'albergo Jennifer vede Cafasso tirare lo "speedball" che lo uccide. Ma quel che più conta, Jennifer sa, per esserne stata testimone qualche ora prima, che Cafasso ha ricevuto quella dose killer di eroina dalle mani del maresciallo Testini. La consegna - racconta la trans ai pm che la interrogano nel novembre dello scorso anno - è avvenuta a Saxa Rubra, quartiere lungo la via Flaminia. "Come accaduto molte altre volte". Perché Testini - si scopre ora - di Cafasso era diventato anche il pusher.

Jennifer dal giorno della sua deposizione (i cui contenuti erano stati sin qui dissimulati, lasciando filtrare che a consegnare lo "speedball" a Cafasso fosse stato un non meglio identificato "pusher nordafricano") vive sotto protezione. E la sua testimonianza ha trovato delle conferme ritenute cruciali. Le analisi tecniche condotte dal Ros dei carabinieri hanno infatti accertato che la sera dell'11 settembre 2009, in un orario coincidente con i ricordi di Jennifer, i cellulari di Testini e Cafasso parlano tra di loro (lo documentano i tabulati) e, soprattutto, ad un certo punto vengono agganciati dalla stessa cella di Saxa Rubra. Senza contare che riscontri sarebbero stati trovati anche alle indicazioni sul luogo dell'incontro. Abbastanza per accreditare l'attendibilità della transessuale. Abbastanza per concludere che quella dose venne "tagliata" da Testini per uccidere. Nella certezza che Cafasso, un cocainomane obeso e diabetico, non solo non avrebbe mai potuto dubitare di ciò che si preparava a tirare (credeva che quella polvere bianca fosse cocaina e si fidava del carabiniere che gliela spacciava). Ma non avrebbe mai potuto sopravvivergli. Di più: nella certezza che nessuno avrebbe prestato attenzione alla morte in una camera d'albergo di un tipo come Cafasso, archiviandola dunque per quel che appariva. Un'overdose di cocaina (e non di eroina, come invece avrebbero dimostrato il supplemento di analisi disposte sul cadavere dalla Procura).

Per altro, al netto di ciò che racconta Jennifer e documentano gli accertamenti tecnici, a complicare la posizione di Testini sono i tempi della morte di Cafasso e la ricostruzione del verosimile movente del suo assassinio. Nella vicenda Marrazzo, il settembre del 2009 è infatti un mese cruciale. Per quel che la Procura ha sin qui ricostruito, è a settembre che Cafasso "scopre" di essere stato estromesso dalla trattativa che i quattro carabinieri vanno conducendo da oltre due mesi per piazzare i 2 minuti e 38 secondi del video girato il 3 luglio in via Gradoli, durante l'irruzione posticcia dei militari Simeone e Tagliente. Cafasso, che per primo ha cercato senza successo di vendere quel filmato al quotidiano "Libero" per 500 mila euro, non fa infatti più parte degli accordi che Testini e i suoi tre compari si preparano a stringere con l'agenzia di Milano "Photo Masi" (60 mila euro). E comunque deve restare fuori dall'asta che su quelle immagini si scatenerà tra la Mondadori, "Libero" e lo stesso Marrazzo (avvertito da Berlusconi). Insomma, è diventato un ingombro. Di cui liberarsi in fretta. Anche perché Testini sa - la Procura a questo punto ne è convinta - che se qualcosa dovesse andare storto Cafasso tornerà utile come formidabile alibi. Da morto, i carabinieri gli potranno infatti accollare non solo la responsabilità di aver concepito il ricatto a Marrazzo, ma di averne anche girato il video.

Una versione, questa, su cui Testini, Simeone, Tagliente e Tamburrino si sono attestati dal giorno del loro arresto. E che ora crolla. Non per la nuova accusa di omicidio nei confronti di Testini, ma perché uno dei due carabinieri presenti il 3 luglio in via Gradoli, Carlo Simeone, ammette a questo punto di essere stato lui a girare il video all'interno dell'appartamento (lo ha fatto in un interrogatorio con i pm della scorsa settimana). Per Testini, un altro grosso guaio.

Stasera la sfida di Santoro «Una grande riscossa contro la censura»

"Una grande riscossa contro la censura". A poche ore dall'inizio di 'Rai per una notte', Michele Santoro parla così dello show organizzato dopo la sospensione dei talk show della Rai in campagna elettorale. La kermesse inizierà questa sera alle 21 e andrà avanti fino a notte e sarà trasmessa in Italia e nel mondo. L'Unità diffonderà lo streaming della trasmissione a partire dalle ore 21. Dopo le polemiche Rainews24, invece, la trasmetterà in differita.

In collegamento con SkyTg24 da Bologna, Santoro spiega che in Italia la censura esiste "da quando il premier Silvio Berlusconi
ha pronunciato l'editto bulgaro contro Biagi, Luttazzi e me. Praticamente questo editto non è stato mai rimosso dalla scena
italiana, ancora continua. Ci sono autori proibiti che devono accontentarsi di lavorare ai margini dell'industria culturale. Ma
grazie alle nuove tecnologie questa sera ci sarà la grande riscossa contro la censura". Non a caso, nella redazione di Santoro l'evento di questa sera è stato ribattezzato "la madre di tutti gli streaming".

"I programmi - afferma il conduttore di Annozero - devono andare in onda. Sono stati tolti dai palinstesti con un provvedimento
illegittimo contro lo spirito della legge sulla par condicio e l'inchiesta di Trani dimostra che c'era una volontà precedente
di togliere di mezzo programmi scomodi". Santoro crede molto tuttavia nelle potenzialità di diffusione del web ed è convinto
che 'Rai per una notte' sarà un successo: "Lo streaming arriverà non solo in 150 piazze italiane (vedi elenco allegato) ma anche in Bolivia e Australia". Ma gli ascolti non sembrano preoccuparlo: "Già il fatto di portare a casa ascolti di tipo televisivo sarà un positivo risultato. Non è che dobbiamo fare gli ascolti di Sanremo".

La kermesse di Santoro, come è ovvio, non è stata accolta bene dai giornali del centrodestra. Su tutti, è il quotidiano Libero
diretto da Maurizio Belpietro a usare le parole più dure dedicando a 'Rai per una notte' la prima pagina: "Santoro resuscita gli zombi". La difesa del conduttore di Annozero è pacata: "Ieri Libero sembrava schierato per l'opzione del licenziamento di Santoro e questo è grave che venga da colleghi. Noi dovremmo batterci per Libero e per affermare il principio che le notizie si pubblicano anche quando si tratta di intercettazioni che riguardano gli altri".

unita.it

Dall'Agcom multa a Tg1 e Tg5 "Squilibrio a favore del Pdl"

ROMA - Due sanzioni da 100 mila euro ciascuna a Tg1 e Tg5 per lo "squilibrio tra Pdl e Pd" e la "marginale presenza delle nuove liste", e in più un richiamo a tutte le emittenti ad "attuare un immediato riequilibrio" tra le forze politiche in vista delle Regionali: sono le decisioni prese oggi all'unanimità dalla commissione Servizi e prodotti dell'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni. Nel giorno in cui la Procura di Roma decide di iscrivere nel registro degli indagati Silvio Berlusconi, nello stralcio dell'inchiesta Rai-Agcom: le ipotesi di reato sono quelle di concussione e minacce, nei confronti del commissario dell'Authority Giancarlo Innocenzi.

Le decisioni dell'Agcom. La commissione, "presieduta da Corrado Calabrò, relatori Magri e Sortino, alla luce dei dati di monitoraggio dell'ultimo periodo (14-20 marzo) - spiega una nota - ha rilevato il perdurare di un forte squilibrio informativo tra le forze politiche, in particolare tra Pdl e Pd, e una marginale presenza delle nuove liste che si sono presentate alle elezioni, in violazione del richiamo già rivolto alle emittenti ad attuare il riequilibrio dell'informazione nei notiziari". "La commissione ha pertanto comminato, all'unanimità, una sanzione di 100.000 euro al Tg1 e al Tg5, che presentavano il maggiore squilibrio, ed ha, nel contempo, rivolto un richiamo a tutte le emittenti - conclude la nota - ad attuare un immediato riequilibrio dell'informazione entro la chiusura della campagna elettorale". Alla riunione Innocenzi non ha partecipato.

Il premier indagato a Roma. Il nome del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stato iscritto oggi nel registro degli indagati della procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta sulle presunte pressioni che sarebbero state esercitate per sospendere il programma
Annozero. Minacce e concussione i reati configurati a piazzale Clodio, gli stessi già ipotizzati dai magistrati di Trani dai quali i pm romani hanno ricevuto le carte. L'iscrizione è stata decisa stamattina al termine di una riunione tenutasi nell'ufficio del procuratore Giovanni Ferrara alla presenza dell'aggiunto Alberto Caperna e dei sostituti Caterina Caputo e Roberto Felici. Le presunte pressioni sarebbero state esercitate dal premier nei confronti del commissario Agcom Giancarlo Innocenzi.

I prossimi passaggi. Entro 15 giorni gli inquirenti romani dovranno trasmettere il carteggio al tribunale dei ministri con le richieste o di archiviazione o di approfondimento della vicenda. Il collegio competente per i reati ministeriali dovrà, entro 90 giorni dal ricevimento del fascicolo, restituirlo alla Procura, a meno che non intervenga l'archiviazione, per le richieste conclusive: archiviazione o rinvio a giudizio.

repubblica.it

Il governo del fare: 380 mila posti in meno nel 2009


di Bianca Di Giovanni

Va peggio di quanto stimassero anche i più avvertiti degli osservatori. E non è finita: l’uscita dal tunnel non si vede. Nell’ultimo trimestre del 2009 risultavano 530mila occupati in meno tra gli italiani rispetto allo stesso periodo del 2008. Un crollo gigantesco, solo in parte colmato dalla crescita degli occupati stranieri, che comunque prosegue a ritmi più lenti del solito. Il saldo del trimestre è di 428mila posti in meno. L’intero 2009 segna in media un’emorragia di posti di 380mila unità. È il primo calo dell’occupazione da 15 anni a questa parte: solo nel ‘95, dopo la crisi dei primi anni ‘90, l’occupazione ha avuto una flessione analoga. «A questi dati si aggiungeranno presto quelli di chi sta terminando il periodo di cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga - osserva Paolo Nerozzi, senatore Pd - Non si tratta di numeri leggeri. E la nuova occupazione è più instabile, con più contratti a termine». Anche molti indistriali non nascondono il pessimismo: la riduzione degli occupati alla fine del processo si preannuncia pesante.

Solo i ministri in carica minimizzano. «Il dato medio della disoccupazione in Italia nel 2009 (7,8%) è inferiore di 1,6 punti a quello dell'Eurozona - rassicura Maurizio Sacconi - La caduta è stata contenuta grazie agli ammortizzatori che hanno garantito un milione di persone. Un minuto dopo la formazione delle nuove giunte regionali convocherò il tavolo stato-regioni e parti sociali per un piano sull’occupazione». Stessa linea difensiva di Giulio Tremonti: andiamo meglio del resto d’Europa.

In realtà i due ministri sono i responsabili principali di questa catastrofe sociale. Sono loro che hanno teorizzato il mantenimento dello status quo, il contenimento dei danni sulla platea dei già protetti, il rinvio al dopo crisi per soluzioni alternative. Nulla di fatto sulla domanda interna, mentre l’export rallentava. Così la crisi si schianta ora anche nelle aree più forti, dove la grande industria espelle centinaia di migliaia di lavoratori, così come sono costretti a chiudere migliaia di piccole imprese, soprattutto nel commercio. È il fallimento del nordismo leghista, che mostra tutte le sue debolezze.

Ma i numeri complessivi non dicono tutto della pesantezza della crisi. Se si guarda dentro le cifre, si riscoprono i vecchi mali italiani. Più della metà dei posti persi concentra nel Mezzogiorno con 194.000 unità in meno (-3% a fronte del -1,6% su base nazionale) mentre il Nord perde 161.000 unità (-1,3%) e il Centro appena 25.000 (-0,5%). Le persone in cerca di occupazione nel Sud tuttavia aumentano di appena 12.000 unità soprattutto a causa dell'effetto scoraggiamento sulla possibilità di trovare un lavoro dell'aumento dell'inattività. Il settore che ha subito la maggiore contrazione è l'industria in senso stretto (- 214.000 posti) seguita dall'agricoltura (-21.000 posti) e dalle costruzioni (- 26.000 unità). I servizi segnano una flessione dello 0,8% (-119.000 unità).

Sono stati i precari, i collaboratori e i cosiddetti «indipendenti» i lavoratori più colpiti dalla crisi economica. Su 380.000 posti persi infatti 211.000 sono posizioni lavorative indipendenti (collaboratori, piccoli imprenditori ecc) mentre 169.000 sono dipendenti (171.000 in meno gli occupati a termine a fronte di un lievissimo aumento tra i rapporti a tempo indeterminato). Sono più gli uomini a perdere lavoro (274.000 unità in meno contro le 105.000 delle donne). Ma la platea di donne occupate resta molto più ristretta rispetto a quella maschile. A sud lavora meno di una donna su tre, mentre a nord una su due. Tanto che nel Mezzogiorno aumentano gli inattivi: che non hanno e non cercano lavoro.

«Attualmente 500mila lavoratori sono in cig, e ne usciranno presto», attacca il senatore Tiziano Treu. Come dire: il numero di espulsi potrebbe raddoppiare. «I dati sono impressionanti, è inaccettabile ignorarli», dichiara Fulvio Fammoni della Cgil. E alle cifre di Treu si aggiungono quelle di Stefano Fassina (Pd), il quale ricorda che dall’inizio della crisi a oggi sono stati in 700mila quelli che hanno perso il lavoro.

unita.it

Un omicidio e un atto terroristico: la mafia sta trattando?

L’assassinio di Fragalà, il Lambro e l’ipotesi di una strategia

di Nando Dalla Chiesa

Certi silenzi parlano più delle parole. E parlano, ai miei occhi almeno, gli inquietanti silenzi su due gravissimi fatti recenti: l’assassinio, a Palermo, dell’avvocato Enzo Fragalà; l’inquinamento doloso, in Lombardia, del fiume Lambro. In apparenza due fatti del tutto lontani e incomunicabili. Ma che potrebbero anche non esserlo. Sicuramente si tratta di due fatti anomali accaduti in contemporanea. Nel primo caso è stato ammazzato davanti al suo studio un avvocato che si è storicamente distinto per avere tutelato in sede legale i boss mafiosi. Che è stato tra i loro difensori più in vista nel maxiprocesso degli anni Ottanta. E che è poi stato eletto in Parlamento, dove è rimasto per numerose legislature. Nel suo caso l’anomalia balza subito agli occhi. Ucciso una sera davanti al portone del suo studio da un energumeno isolato e munito, così ci è stato raccontato, di casco e di bastone. Ma da quando a Palermo si uccide con un bastone? Forse la città non si è distinta nella sua storia per la facilità con cui i conti vi vengono regolati con le armi da fuoco, si tratti di fatti pubblici o (anche) di fatti privati? O davvero si può credere che ci si presenti a uccidere un personaggio famoso da soli e armati solo di un randello, con il rischio, fra l’altro, che la vittima designata riesca a scappare, a premere un tasto o che passi qualcuno d’improvviso? E soprattutto: ma quale individuo isolato ucciderebbe a Palermo un legale dei clan?

Si è fatta l’ipotesi di un pazzo omicida. Certo. Solo che l’avvocato Fragalà era stato indicato come uno dei possibili bersagli di Cosa Nostra ai tempi del celebre striscione esposto allo stadio della Favorita, quello in cui Berlusconi veniva invitato a ricordarsi della Sicilia riferendosi al 41-bis, ossia al carcere duro, vera ossessione dei clan. Solo che il tema del carcere duro continua a tornare come un martello anche nelle sedi processuali. Solo che le promesse non mantenute e il preteso scarso impegno degli avvocati in Parlamento sono stati oggetto di ripetute e pubbliche lamentele nonché di allusive minacce da parte dei boss, di cui si trova conferma anche in qualche narrazione dei collaboratori di giustizia. Se poi Fragalà davvero stava assistendo alcuni imprenditori in via di dissociazione da Cosa Nostra, questo non ha potuto che esporlo ancora di più. Un messaggio di sangue, dunque. Il più volte temuto messaggio a una classe forense ritenuta contigua o più organica alla difesa dei boss in sede giudiziaria. Questo potrebbe essere l’assassinio di Fragalà.

E questa consapevolezza intuitiva è sembrata affiorare nelle dichiarazioni e soprattutto nelle mezze frasi corse qualche giorno dopo, durante l’assemblea dei legali al Palazzo di Giustizia palermitano. Come se si fosse ricevuto il segno di un’impazienza giunta all’ultimo stadio, e che la decisione di mandare all’asta i beni confiscati alla mafia non è bastata a sedare. E che, evidentemente, non bastano a sedare le generosissime falle amministrative che vengono ovunque denunciate nella gestione del 41-bis (ultimi, i liberi convegni in carcere tra i boss Graviano e Schiavone). Soprattutto, forse, di fronte ai ripetuti successi di magistrati e forze dell’ordine nella cattura dei latitanti. D’accordo, potrà dire qualcuno: ma che c’entra il Lambro? In effetti. Può darsi nulla. Ma può darsi molto. Il fatto è che a 1500 chilometri di distanza da Palermo, nella Lombardia dove batte il cuore del potere politico a cui i boss indirizzano da tempo le proprie richieste, è stata provocata una catastrofe ambientale. Non è stato incidente, questo è appurato. Bensì sabotaggio, vero e proprio atto di terrorismo ecologico. I cui danni sarebbero potuti essere immensi e coinvolgere in modo ancor più disastroso il Po e la sua pianura.

Sabotaggio professionale, ci è stato detto. Un atto di terrorismo che ha tutta l’aria di essere stato dimostrativo o punitivo o le due cose insieme. Indirizzato contro qualche interesse locale o contro interessi più ampi? La logica (che non sempre si riflette nei comportamenti umani, questo è vero) suggerisce che l’atto sia stato indirizzato consapevolmente contro la collettività. Un po’ come gli atti di terrorismo compiuti contro il patrimonio artistico. L’assassinio di Fragalà e l’attentato al Lambro-Po sono fatti assolutamente anomali. E quindi non facilmente leggibili dall’opinione pubblica. Dunque, in sé, perfettamente funzionali a un eventuale desiderio di irriconoscibilità da parte degli autori. Che è senz’altro in questo momento (vogliamo ipotizzarlo?) il desiderio di Cosa Nostra. La sua presenza sotto traccia sta scritta nel patto che l’ha traghettata nella Seconda Repubblica.

E d’altronde essa sa perfettamente che per ottenere gli agognati benefici legislativi e amministrativi non può esibire tracotanza delittuosa. Ha imparato che dopo gli scoppi di aggressività criminale lo Stato è costretto a contrastarla di più, a non concederle più niente. Deve usare modalità mascherate e il meno sanguinarie possibili. Assassinio di Fragalà e attentato terroristico, per le forme in cui sono avvenuti, avrebbero dunque i requisiti ideali per minacciare selettivamente. Non il paese, ma chi può e deve capire. E purtroppo i silenzi clamorosi non aiutano a stare tranquilli. Perché, ad esempio, il ministro Alfano, che – oltre a governare la Giustizia – bene conosce la Sicilia, ha detto e mai più ridetto che stanno tornando i tempi più bui? Perché si levano allarmi e grida continue contro i clandestini e ogni più piccolo attacco alla nostra sicurezza ed è passato invece nel più gelido silenzio governativo un terribile atto di terrorismo? Siamo davanti alla coincidenza (possibile) di due fatti separati o a qualcosa che sa di strategia e di trattativa?

Da il Fatto Quotidiano del 25 marzo

L'Aquila: propaganda elettorale shock


di Alberto Puliafito

Nelle cassette della posta del Piano C.A.S.E. all’Aquila è comparso questo volantino. Che è uno degli esempi di come si faccia comunicazione-shock in un’area emergenziale. Le 17mila persone che hanno avuto gli appartamenti del piano C.A.S.E. ricevono in prima persona la campagna elettorale del premier e del suo PdL. Una campagna personalizzata e impietosa, che specula, una volta di più, sulla facciata positiva e buona del Governo del Fare. Ricordiamo ancora una volta cosa significhi, all’Aquila, "aver fatto". Punto primo. “Fare”, durante un’emergenza, è un dovere, non un favore. Le case del Progetto C.A.S.E., imposte dall’alto con decreto, pensate pochi giorni dopo il terremoto e formalizzate il 28 aprile 2009, sono in comodato d’uso; sono costate più o meno 2700 euro al metro quadro; sono state costruite in deroga a vincoli urbanistici e leggi sugli appalti; sono temporanee nell’assegnazione agli sfollati ma permanenti quanto a consumo del territorio; sono state gestite e costruite secondo la logica dell’emergenza e dell’urgenza e dell’indifferibiità dei lavori proprie della Protezione Vivile; hanno visto – come relazionano i Servizi Segreti in parlamento il primo marzo, come scrivono su Terra, come sosteneva da mesi il giornalista di Libera Angelo Venti su Site.it - il forte interesse delle ditte mafiose o con rapporti con la mafia; sono state sbandierate ai quattro venti, con numeri falsati e gonfiati; nascono come “non luoghi”, in quanto non integrati nel tessuto sociale, economico e paesaggistico; 4 siti su 19 scaricano (o perlomeno hanno scaricato per mesi) le acque scure nel fiume Aterno; genereranno all’Aquila un sovradimensionamento abitativo di circa 4500 appartamenti. Il tutto in una città di settantamila abitanti. Un vero e proprio patrimonio da gestire e a rischio fallimento.

Ma nel frattempo, le case del progetto C.A.S.E. vengono anche utilizzate per la facciata governativa: fuori dall’Aquila, per mostrare quanto sia forte questo governo del fare. Dentro l’Aquila, vengono usate per riscattare il “dovuto” ringraziamento da parte di chi ha avuto le C.A.S.E. Con il voto. Esattamente come Denis Verdini, coordinatore del PdL indagato per l’inchiesta sul sistema gelatinosi, chiedeva il ringraziamento degli Aquilani in piazza alla manifestazione del PdL. Il confronto, poi, con l’Umbria e le Marche del 1997, è ridicolo e continua a non tener conto del fatto che con minor tempi e minor costi si poteva dare alle persone una sistemazione provvisoria che le rendesse attive per la propria ricostruzione. Senza usare i container del 1997, ma utilizzando Moduli Abitativi Rimovibili.

Infine. In Umbria i Sindaci e gli enti locali e i cittadini sono stati i veri protagonisti della ricostruzione. Per ricostruire, in sicurezza, com’era e dov’era. Con il volantino, cala il sipario: è l’ultimo attto dell’operzione mediatica sull’Abruzzo, è un volantino che ha il sapore della propaganda a ogni costo, anche sulle vite altrui. E forse anche della beffa, per gli sfollati che sono strumento e oggetto di pubblicità.

Da shockjournalism.com

"NON SIAMO NOI A DOVERCI VERGOGNARE. Per tutti quelli che non hanno avuto la mia stessa sorte.Per le tasse, che torneremo a pagare al 100% ad un anno dal terremoto...". Vai al blog di Federico D'Orazio

Aggiornamenti ORE 18.00 : (Ansa) La giunta regionale dell'Umbria ha deliberato di dare mandato al proprio ufficio legale "per denunciare il Pdl dell'Aquila per falso e danno all'immagine della Regione Umbria". "Ciò perché - spiega un comunicato della Regione Umbria - ad opera del Pdl dell'Aquila sono in distribuzione cartoline elettorali comparative che mostrano l'immagine di terremotati umbri ancora oggi nei container. L'eventuale risarcimento danni che dovesse essere riconosciuto sara' devoluto a favore delle popolazioni terremotate dell'Abruzzo"

VIDEO: Strumentalizziamoci. Un filmato sulla rimozione delle macerie del 14 Marzo 2010 di Luca Cococcetta

il Fatto Quotidiano

Usa, un prete abusò di 200 bambini "Ratzinger e Bertone nascosero il caso

La rivelazione del New York Times

Il cardinale Joseph Ratzinger, attuale Papa Benedetto XVI e il cardinale Tarcisio Bertone, attuale segretario di Stato Vaticano, occultarono un caso di pedofilia negli Stati Uniti, che riguardava un prete accusato di aver molestato almeno 200 bambini sordi, avvenuto in una scuola del Wisconsin. Lo riporta il New York Times on line.

Il caso riguarda un sacerdote americano, il reverendo Joseph Murphy, deceduto nel 1998, che aveva lavorato nella scuola per ragazzi sordi dal 1950 al 1977. Nel 1996, scrive il New York Times, il cardinale Ratzinger, allora capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, non rispose a due lettere inviategli dall’arcivescovo di Milwaukee, Rembert Weakland, mentre otto mesi più tardi il suo numero due, il cardinale Tarcisio Bertone, che oggi è il segretario di stato Vaticano, istruì i vescovi del Wisconsin di avviare un processo canonico segreto che avrebbe potuto portare all’allontanamento di padre Murphy. Questo processo fu fermato dallo stesso cardinale Bertone dopo che Padre Murphy scrisse al cardinale Ratzinger sostenendo che non doveva essere processato in quanto si era già pentito e che era in precarie condizioni di salute. Nel dossier, ottenuto dal New York Times, non c’è traccia di una eventuale riposta di Ratzinger. Padre Murphy non ricevette mai punizioni, ma fu trasferito in segreto in varie parrocchie.

Le norme della Chiesa non hanno «mai proibito la denuncia degli abusi sui minori alle autorità giudiziarie». È quanto afferma padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, in una nota sul caso di padre Lawrence Murphy, il sacerdote dell’arcidiocesi di Milwaukee i cui abusi sessuali su bambini, secondo il New York Times, sarebbero stati taciuti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, diretta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.

laStampa.it