domenica 28 febbraio 2010

Fiction reale - parte 3 - La fine

di Dario Campolo

Lo so, oggi vedere questo film fa venire i brividi ma se guardate il finale in cui i giudici emanano il verdetto finale con: "COLPEVOLE", ecco fa impressione, perché Moretti che interpreta Berlusconi fa capire come il nostro RE acclamando il popolo ed esaltandolo oltre ad incitarlo contro la magistratura termina con il popolo che assale i Giudici invece dell'opposto, e tutto questo perché il nostro Re che ha creato la nostra TV di ieri e di oggi ci conosce alla perfezione, anzi ci ha disegnato e modellato a sua somiglianza, ma ignoranti!!!

Sveglia!!!!!




Fiction reale - parte 2

di Dario Campolo

Questo secondo pezzo tratto dal Caimano ci spiega com eil nostro Premier abbia a vuta l anecessità di entrare in politica.....


Fiction reale - parte 1

di Dario Campolo

Oggi vi mostro 3 parti molto interessanti tratte da un film di Nanni Moretti, il Caimano.

E' stupendo, vi fa capire ciò che avverrà.

Cominciamo con la figura di merda fatta in Europa per via della famosa frase "KAPO" espressa dal nosto amato Premier nei confronti di un europarlamentare socialista Tedesco. Per chi non sapesse il significato di Kapo:
Il termine Kapo indica, fra il marzo 1933 ed il maggio 1945, il ruolo di un detenuto al quale la direzione del lager o del campo di sterminio nazista, in cui era stato deportato, affidava funzioni di comando sugli altri deportati. Nei lager o campi di sterminio femminili la funzione del kapo veniva svolta da Blokove (la sola differenza fra Kapo e Blokova era il sesso). Il termine usato in Italiano è Kapò, mutuato dalla pronuncia tronca dei prigionieri francesi del termine Kapo di evidente origine italiana, effettivamente utilizzato nel "Lagerjargon". Tale utilizzo, reso popolare dal film omonimo di Pontecorvo, non è casuale e viene utilizzato proprio per il suo valore differenziale.......vedi ----> wikipedia


Da notare come Fini prima fa finta di niente vergognandosi non poco delle parole del Re, ma dopo se ne va... AHAHAHAHAH


sabato 27 febbraio 2010

Il popolo viola colora Roma 200mila per la legalità

L'Onda viola torna a Roma. Legalità e lotta al precariato

In versione pupazzo con banconote tra i denti; o mezzobusto portato a spalla con grande telecamera al seguito targata Rai e Mediaset; fotografato su manifesti o manichini, con indosso l'abbigliamento del carcerato e la scritta 'I have a dream...'. Ha dato fondo alla fantasia, spesso con espressiva comicità, il Popolo Viola che si è dato appuntamento oggi a piazza del Popolo per rappresentare l'immagine del premier Silvio Berlusconi definito anche, tra i tanti slogan, «piccolo uomo, grande corruttore» protagonista principale della giornata.

E del resto era lui l'obiettivo di una piazza, gremita fin dalle prime ore del pomeriggio, e fino a sera, di gente di ogni età, e che ha voluto sbandierare la sua rabbia color Viola ("più che viola cianotica" era scritto tra l'altro su uno dei cartelli portati dai manifestanti), verso chi, l'ha ricordato tra gli altri Marco Travaglio attraverso uno dei video proiettati, ha accumulato oltre 36 leggi ad personam per difendersi e «vuole mettere le mani sulla Costituzione».

Viola le bandiere, viola le magliette, viola i fiocchi ai cagnolini, così il simbolo del movimento d'opposizione che si esprime attraverso la piazza fisica, ma che comunica e si dà appuntamento anche attraverso quella immensa piazza virtuale che offre il web con blog, social network e sms, oggi ha ribadito la volontà di difendere la Costituzione italiana. Una piazza che ha chiesto agli «Onesti di tutta Italia unitevi» e che, per dirla con le parole di uno dei leader del Movimento, Gianfranco Mascia «rappresenta una intelligenza collettiva sparsa in tutta Italia».

«La legge è uguale per tutti» e per «difendere la Costituzione» laddove definisce la forma della democrazia, la tutela del lavoro, l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, il diritto ad essere informati e il dovere di informare, e contro l'approvazione della norma sul legittimo impedimento, e a sostegno degli organi di garanzia costituzionale. Per questo in "vendita" per l'autofinanziamento del movimento, anche l'ironia più spinta: un "certificato di sana e robusta Costituzione", destinato a chi vuole difendere la Carta Costituzionale e un secondo "Certificato per il legittimo impedimento" che consente d'essere d'essere esonerato dall' entrare in un aula di tribunale come imputato. Queste tra le altre le 'armì dell'ironia usate come slogan, pacati ma decisi, di chi ha deciso di passare "dalla protesta alla proposta" ma passando anche attraverso anche alla musica, al ballo dimostrando di volersi giocare la partita della partecipazione.

Senza insegne di partiti dai quali è ben accolta l'adesione, arrivata tra l'altro a valanga da partiti del centrosinistra , da sindacati e movimenti civile, ma ai quali è stato chiesto con cortesia e fermezza di mettere le loro bandiere in seconda fila. Davanti sempre e solo il Viola.

l'unita.it


venerdì 26 febbraio 2010

Premier: "Magistrati talebani"

Berlusconi a Torino per sostenere Cota. Caso Di Girolamo: "Non conosco il senatore. Ma la legge sul voto all'estero va subito cambiata". Regionali, "la vittoria si stabilisce contando gli elettori, non le singole regioni". E dopo la sentenza Mills attacca le toghe. La replica: "Escalation di offese inaccettabile"

repubblica.it

Che tristezza, il tg1 assolve Mills

Berlusconi, Regionali 2010, in Francia ridono...


di Pleo

Le regionali si avvicinano, i motori si scaldano, nascono i Paladini della libertà, insomma tutto come al solito. Anzi questa volta un po’ di più. Dove sono le miss?

A ricordarcelo (e a riderci appresso) ci pensano i francesi. Le Petit journal è una trasmissione satirica sull’attualità politica, con ospiti importanti, che va in onda su Canal +. Sempre attenti a quello che succede in Italia, e a Berlusconi in particolare, non potevano esimersi, in un periodo che vede anche molti francesi nell’occhio del ciclone proprio per le regionali, di vedere cosa succede nel Belpaese.

E noi, diciamolo, ce la mettiamo tutta affinché ne parlino.

In studio c’è Bayrou leader dei MoDem, il partito di centro francese, e ovviamente Yann Barthes, il conduttore che introduce un servizio sull’Italia così: “Ancora una volta l’Italia ci dà una buona lezione di politica. Anche lì sono in piena campagna per le Regionali, votano il 21 marzo prossimo; il dibattito è appassionante. Volete il loro segreto signor Bayrou, ecco il segreto per vincere” e dopo aver dato il numero di telefono di Berlusconi Barthes chiede al pubblico cosa abbiano in comune Nicole Minetti (foto), Silvia Trevaini (foto) “gran bello sguardo”, Graziana Capone (foto) “soprannominata la Angelina Jolie pugliese”, Daniela Martani (Foto) e Chiara Sgarbossa (foto)...”.

“Mica stupido Berlusconi”. No per niente!

agoravox.it



Mills, colpevole ma prescritto

di Dario Campolo

Bene, dopo modifiche, pastrocchi e intrighi di legge ad hoc creati negli anni, i giudici invece di capire effettivamente il reato e come si è svolto si devono concentrare su quando è accaduto perché tutto può finire e un processo terminare in prescrizione qualsiasi reato sia. Ahimè in Italia è così.

E così cari concittadini ieri sera sono scoppiato a ridere, Mills colpevole ma prescritto......Cosa vuol dire? Semplice, dopo 3 gradi di processo Mills è risultato in tutti e 3 i gradi colpevole, va da se che il processo gemello di Berlusconi in quanto accusato di essere il corruttore morirà sul nascere. Avete capito? E adesso sentiremo Gasparri, Cicchitto, Ghedini (che dice i giudici vincono le battaglie e noi le guerre, per forza, si cambiano le leggi a piacimento, e neanche si vergognano), etcc giustizia è fatta!!!!

Ragazzi, sveglia,
Mills il corrotto è colpevole ma prescritto, Berlusconi il corruttore di conseguenza colpevole ma il suo processo verrà stracciato, questa è l'Italia Sovietica di Silvio Berlusconi.

Meditate.


giovedì 25 febbraio 2010

Cuffaro chiede e ottiene il rito abbreviato

A sorpresa, al termine dell'intervento del Pm all'udienza preliminare a carico del senatore Cuffaro, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, la difesa dell'ex governatore siciliano ha chiesto e ottenuto il rito abbreviato. Il giudice per le udicenze preliminari, Vittorio Anania, ha interrotto l'udienza per decidere la data di avvio del nuovo processo con rito abbreviato. Sarà sempre lo stesso Gup Anania a giudicare l'imputato. Il processo sarà celebrato il 15 aprile.Una istanza che ha spiazzato il pm Nino Di Matteo che oggi ha concluso il suo intervento chiedendo il rinvio a giudizio per il senatore. Nel corso dell'udienza i pm Antonino Di Matteo e Francesco Del Bene hanno depositato uno dei pizzini con cui Bernardo Provenzano chiese all'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, la «clemenza» per gli affiliati a cosa nostra. Nel «pizzino», datato 11 settembre 2001, il padrino corleonese farebbe riferimento a provvedimenti di indulto e amnistia sul tavolo di alcuni politici tra i quali quello che viene definito «il nostro senatore» e «il nuovo presidente».

Stando alle dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino, il senatore in questione sarebbe Marcello Dell'Utri, e il presidente proprio Salvatore Cuffaro. I legali del senatore hanno chiesto, e ottenuto, la produzione in aula della requisitoria del processo di primo grado per favoreggiamento aggravato a cosa nostra, in cui Cuffaro venne condannato a 5 anni.

In quelle pagine, infatti, i pm Maurizio de Lucia e Michele Prestipino escludevano, motivandolo, il reato di concorso esterno. Il processo verrà celebrato dallo stesso gup Anania, il quale si è riservato di fissare successivamente la data di udienza.

l'unità.it


G8 Maddalena, la busta profetica sugli appalti

Guarda il video


Nel dicembre del 2007, a Palazzo Chigi si sa già chi, molti mesi dopo, otterrà gli appalti da milioni di euro del G8-2009 alla Maddalena. Un alto ufficiale dell'esercito, in servizio alla presidenza del Consiglio, scrive al computer l'elenco dei nomi degli imprenditori. Poi stampa due copie in formato A4, le chiude in due buste, le avvolge con nastro adesivo, le timbra, le firma, le fa firmare al suo autista e le plastifica. Una copia sarebbe stata consegnata attraverso la sua segreteria al capodipartimento Innovazione e tecnologie, il ministero di Renato Brunetta. La seconda busta, ancora sigillata, è stata invece consegnata a "L'espresso": ecco il filmato dell'apertura di Fabrizio Gatti
LEGGI Un G8 da 500 milioni di euro di Primo Di Nicola

l'espresso on line

Fini si chiama fuori "Nessun contatto con Di Girolamo"

ROMA - Nega, con decisione, di aver alcun legame il senatore Di Girolamo. Esclude di averlo 'convocato' nei propri uffici o altrove per incontri o riunioni". Gianfranco Fini non ci sta ad essere trascinato nello scandalo della telefonia. Quel sul presunto maxi riciclaggio da circa due miliardi di euro che vede coinvolti alcuni dirigenti della società telefonica Fastweb e Telecom Italia Sparkle. Tirato in ballo in una intercettazione, il presidente della Camera taglia corto: "Non ricordo di aver conosciuto Di Girolamo e oggi voterei per il suo arresto". Sul fronte dell'inchiesta c'è attesa per il ritorno in Italia dell'ex numero uno di Fastweb Silvio Scaglia che chiede di parlare "al più presto con i magistrati". Sulle ricadute economiche, invece, il ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola chiede "una moralità più forte" e non una "destabilizzazione del sistema".

L'inchiesta. Sono complessivamente 80 gli indagati, compresi i 56 raggiunti da provvedimenti di custodia cautelare, nell'ambito dell'inchiesta. Intanto il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo oggi è in missione all'estero per visionare il materiale sequestrato e per avviare le procedure di estradizioni di alcuni degli arrestati.
L'inchiesta giudiziaria prese l'avvio in base ad alcune denunce relative a truffe legate agli sms con i quali gli operatori di telefonia mobile attivavano all'insaputa dei clienti servizi a pagamento.

La reazione di Confindustria. "Abbiamo riconfermato che c'e' la totale fiducia nei confronti della magistratura, altrettanta fiducia che le persone coinvolte possano dimostrare la loro estraneita' ai fatti, ma vogliamo riconfermare anche che la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani lavora nel rispetto delle regole con serieta' ed etica'' dice la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.

repubblica.it

PDL, Vercelli, Masoero lascia la Provincia Dimissioni del presidente indagato

L'addio anche alla poltrona di sindaco di Livorno Ferraris


VERCELLI - Annunciato questa mattina l’atto formale delle dimissioni dal presidente della Provincia di Vercelli Renzo Masoero, inquisito dalla magistratura per tre episodi di concussione. La presentazione della lettera avverrà nei prossimi giorni. Lo ha affermato lo stesso Masoero in conferenza stampa di addio, «dopo otto anni e mezzo in Provincia, prima come consigliere di minoranza, poi come vice presidente e infine come presidente».

Ha aggiunto: «Lascio a testa alta: mi sento di essermi comportato da ingenuo e anche con superficialità, ma certo non mi sento un delinquente. Lascio con la consapevolezza di avere realizzato il programma sul quale sono stato eletto: viabilità, scuola, lavoro. Tanti anni di buona amministrazione, che rivendico, non si cancellano, e auspico di suscitare in tutti coloro che mi conoscono un sentimento di amicizia, stima, solidarietà e rispetto. È comunque stata una bella esperienza».

Le dimissioni riguardano anche la carica di sindaco di Livorno Ferraris; trascorsi venti giorni dalla presentazione delle dimissioni, in entrambi gli enti verrà nominato un commissario che resterà in carica per l’ordinaria amministrazione fino alle prossime elezioni. Masoero continuerà a fare politica e tornerà al suo precedente impiego nel Comune di Saluggia (Vercelli).

laStampa.it

Inchiesta G8, si è dimesso Balducci E in Senato caos sul dl emergenze

Uno dei quattro arrestati nell'indagine sui grandi appalti lascia gli incarichi al ministero. Dopo la bagarre Palazzo Madama vara la norma che sospende le tasse in caso di calamità.
ROMA - Angelo Balducci ha inviato un telegramma al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, con cui rassegna le dimissioni dall'amministrazione delle Infrastrutture e dall'incarico di presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici.

Balducci è uno dei quattro arrestati nell’ambito dell’inchiesta, iniziata dalla procura di Firenze e ora trasmessa a quella di Perugia, sugli appalti per le grandi opere tra cui il G8 della Maddalena e la ricostruzione in Abruzzo, inchiesta in cui è coinvolto il sottosegretario Bertolaso. In Senato è intanto scoppiato un putiferio durante le dichiarazioni di voto sul decreto legge sulle emergenze (quello da cui è stata tolta la norma che trasformava la Protezione civile in Spa). «Meglio i rifiuti nelle strade a Napoli o l’efficienza della Protezione civile di Bertolaso?» ha detto il capigruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri . Il caos, con urla e strepiti tra opposizione e maggioranza, è scoppiato quando ha aggiunto: «C’è una continuità ideale in materia di corruzione a sinistra tra Bassolino e De Luca» . Il presidente di turno dell’aula Domenico Nania è stato costretto a interrompere la seduta per alcuni minuti per riportare la calma.

Il Senato ha poi approvato il decreto, convertendolo definitivamente in legge. Sono saltate le misure sulla «Protezione civile s.p.a.» e sullo scudo giudiziario per i commissari che si occupano dell’emergenza rifiuti in Campania. La Protezione civile non vigilerà sulla Croce Rossa italiana, al contrario di quanto inizialmente previsto. Cancellata anche la norma che prevedeva l’inquadramento come dirigenti di prima fascia del ministero dei Beni culturali dei dipendenti che esercitavano già funzioni dirigenziali. La norma riguardava «una sola persona», ha ammesso Guido Bertolaso. Previsto invece lo stop ai tributi per sei mesi per tutte le situazioni dove si registrano calamità. La sospensione del pagamento delle tasse e dei contributi, si precisa però, sarà «disciplinata con decreto del ministro dell’Economia» e potrà durare fino a sei mesi. Con una modifica introdotta durante l’esame parlamentare si prevede che il Capo della Protezione civile Guido Bertolaso non debba percepire ulteriori emolumenti per lo svolgimento delle funzioni di Sottosegretario. Via libera anche al piano carceri: un iter più snello per la localizzazione e l’espropriazione delle aree dove realizzare i nuovi penitenziari anche attraverso i poteri del commissario straordinario che potrà avvalersi dei Fondi Fas.

Quanto alle dimissioni di Balducci, è stata diramata una nota del ministro Matteoli, che «ha apprezzato il gesto» e «augura all'ingegner Balducci che possa chiarire al più presto la sua posizione in merito alle contestazioni della magistratura».

laStampa.it

Fiorani al pm: "Ecco i politici che ho pagato"

Da Dell’Utri a Calderoli; da Brancher a Grillo: 100-200mila euro elargiti dal banchiere imputato a Milano nel processo Antonveneta


di Gianni Barbacetto

Il banchiere che nel 2005 diede l’assalto alla finanza italiana è rilassato, nel suo completo gessato grigio. Gianpiero Fiorani, allora amministratore delegato della Popolare di Lodi, oggi imputato nel processo Antonveneta, si è lasciato alle spalle l’euforia del banchiere vincente, ma anche la disperazione dello sconfitto che tenta due volte il suicidio. "Dopo le vicende che mi hanno coinvolto, si diventa come degli appestati. Prima ero centrale nel sistema, poi c’è la morte civile, tutti quelli che hanno avuto a che fare con me e che sono stati beneficiati da me sono spariti. Come fossi un lebbroso e avessero paura del contagio". Interrogato in aula, a Milano, dal pubblico ministero Eugenio Fusco, racconta la sua verità. Il legame fortissimo con il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. I rapporti incrociati tra il suo assalto ad Antonveneta e l’assalto dell’Unipol di Giovanni Consorte a Bnl ("Io do una mano a te, tu dai una mano a me"). Ma soprattutto gli intrecci con la politica, con gli uomini dei partiti informati sulle scalate e "oliati" con i soldi della banca.

Il politico più interno all’operazione è il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, vicinissimo a Fazio e ufficiale di collegamento tra il governatore e Fiorani. "Gli ho dato 100 mila euro, poi altri 200 mila, poi altro ancora. Su un conto aperto alla Popolare di Lodi per operazioni finanziarie sui derivati. Un aiuto per le sue spese elettorali". Una parte dei soldi finisce al senatore Marcello Dell’Utri. "Sì, 100 mila euro: Grillo me li chiese espressamente per il senatore". Ma poi, chiede Fusco, gli sono effettivamente arrivati? "Certamente, perché Dell’Utri mi ha ringraziato".

Altri soldi vanno al deputato di Forza Italia Aldo Brancher: "Mi chiese un contributo perché aveva perso dei soldi investiti in un’azienda. Gli diedi 100 mila euro, su un conto corrente intestato alla moglie. Altri 100 mila glieli diedi per Roberto Calderoli, l’esponente della Lega nord".

I soldi servivano a rinsaldare il trasversale "partito del governatore" contro i nemici di Fazio (Giulio Tremonti, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa...) che volevano far passare in Parlamento il mandato a termine per il governatore della Banca d’Italia. "Anche la Lega era acerrima nemica del governatore", ha ricordato Fiorani, "ma poi ha cambiato idea": dopo che Fazio e Fiorani portarono a termine il salvataggio di Credieuronord, la banca della Lega che era "sull’orlo del fallimento". Altri soldi, ricorda Fiorani, sono arrivati a un personaggio a cavallo tra la politica e la finanza: Fabrizio Palenzona, massiccio esponente della Margherita e banchiere di Unicredit: "Due bonifici, più versamenti in contanti. Sul conto Radetzky, presso la filiale di Montecarlo della Banca del Gottardo".

Fiorani prova a tirare le somme della sua esperienza: "Cosa non rifarei nella vicenda Antonveneta? Non ho nulla da rimproverarmi. Come si poteva rinunciare a un progetto così importante?". Il banchiere lo racconta come una grande operazione finanziaria compiuta sotto l’ala di Fazio, fautore dell’"italianità delle banche" da strappare ai compratori stranieri: "Gli ho sempre detto tutto, se mi avesse comunicato che c’erano problemi, avrei subito consegnato le azioni Antonveneta agli olandesi, realizzando una bella plusvalenza da 280 milioni di euro. Sarei diventato il banchiere con la più alta liquidità in Italia. Invece Fazio mi ha usato e adesso scarica tutte le responsabilità su di me". Informato di ogni passaggio, secondo il banchiere di Lodi, anche il presidente della Consob, l’agenzia di controllo della Borsa, Lamberto Cardia. E gli scalatori avevano dalla loro parte anche un giudice del Tar del Lazio, Pasquale De Lise.

Alleato prezioso, perché proprio il Tar doveva decidere su un esposto degli olandesi di Abn-Amro, che i “concorrenti” di Lodi volevano a ogni costo bloccare. A un certo punto, nell’estate 2005 tra gli scalatori si diffuse la paura di essere intercettati. Chi li avvisò che i telefoni erano sotto controllo? Segnali arrivarono a un alleato di Fiorani, Stefano Ricucci, "messo in allarme dal senatore Giuseppe Valentino", di An, ex sottosegretario alla Giustizia. Ma si allarmò anche la moglie di Fazio, Cristina Rosati. Racconta Fiorani: "Mi rivelò che il suo telefono era sotto controllo, e mi disse che gliel’aveva riferito Paolo Cirino Pomicino, che era in contatto in ambienti romani con esponenti dei servizi segreti".

il Fatto Quotidiano

Destra e 'ndrangheta per far eleggere Di Girolamo con il Pdl


di Claudia Fusani

Quattro anni di indagini bancarie in tutto il mondo. Duemila e seicento pagine di ordinanza di custodia cautelare piena di schemi e di elenchi di fatture passive (158 pagine) da far perdere la testa. E tra le fonti di prova, oltre ai bonifici, agli assegni, ai pagamenti estero su estero e alle intercettazioni telefoniche, ci sono anche le mail, intere, testi di posta elettronica tra i vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle che dimostrano, secondo l’accusa, questa lunga storia di patti fraudolenti che hanno succhiato alle casse dello stato 370 milioni di euro gestendo un flusso di denaro di oltre due miliardi di euro. Il gip della capitale Aldo Morgigni scrive che «non sussistono dubbi sul coinvolgimento dei vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle in entrambe le operazioni illecite ideate da Carlo Focarelli (il dominus della frode fiscale, il gestore delle società fittizie, le cosiddette cartiere, ndr) e dell’organizzazione».

È tutto complesso in questa inchiesta, dal numero dei partecipanti - 56 ordinanze di custodia - all’ingegneria della frode che ha, a sua volta, numeri da capogiro. Basti dire che sarebbe in piedi dal 2003 e che gli investigatori, il Ros dei carabinieri e la Guardia di finanza, la monitorano dal 2006. «Gli elementi di prova - continua il gip - rendono del tutto evidente come, per entrambe le società in questione, l’effettuazione delle operazioni fiscalmente illecite era assolutamente strumentale al raggiungimento di obiettivi di bilancio e di fatturato, obiettivi che rendono di conseguenza palese la complicità dei massimi livelli direttivi e gestionali e di conseguenza la responsabilità degli enti per gli illeciti in questione». Silvio Scaglia, patron di Fastweb, rifiuta tutte le accuse («é una cosa folle, casco dalle nuvole») ma ha promesso detto che tornerà in Italia già oggi, al massimo domani, per farsi interrogare dai magistrati.

Oltre i vertici delle aziende, entrambe quotate in borsa, sono due i personaggi che più di tutti emergono in questa ragnatela di conti e fatture false e evasioni di Iva. Per il gip è Gennaro Mokbel, oltre Focarelli, il «leader indiscusso del sodalizio». Se per tutti i 56 indagati il reato contestato è di associazione a delinquere transnazionale pluriaggravata, Mokbel ( e non solo lui) risponde anche di riciclaggio, intestazione fittizia di beni, corruzione aggravata (del capitano della GdF Luca Berriola), attentato ai diritti politici del cittadino, falso, abuso d’ufficio e reati elettorali con l’aggravante della finalità mafiosa (art.7) «in relazione all’elezione del senatore Nicola Paolo Di Girolamo (eletto a Stoccarda, collegio Europa, con i voti del clan Arena, uno dei spietati della ’ndrangheta). Mokbel è uno che al telefono con una signora si definisce così: «Tranquilla che gli faccio cagare sangue quanto è vero che mi chiamo Gennaro Mokbel». Le sue «direttive criminali - scrive il gip - venivano perentoriamente eseguite da tutti gli associati pur senza avere cariche nelle varie società del circuito illecito». Mokbel è noto agli archivi di polizia come «persona eversiva di destra». Arrestato nel 1994 con Antonio D’Inzillo, ex della banda della Magliana e tuttora ricercato.

Un sms del 14 maggio 2005 inviato da una cabina telefonica pubblica alla moglie G.R, dice: «Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A. D’inzillo». Ha contatti con la criminalità organizzata romana (Carmine Fasciani e Giampietro Agus). È in contatto, «sia per telefono che di persona» con Francesca Mambro («indicata come la Dark») e Giusva Fioravanti «anche con rilevanti sostegni economici». E negli ultimi anni, dal 2007, Mokbel s’è buttato soprattutto in politica, prima fondando due movimenti Alleanza federalista e Partito federalista con sede in viale dei Parioli a Roma di cui si sono perse le tracce. Poi facendo eleggere al Senato, con i voti di mafia, Nicola Di Girolamo. «Unitamente al Mokbel e al Colosimo (penalista romano, ndr) - scrive il gip - si è recato in Calabria presso Franco Pugliese, legata alla cosca degli Arena, allo scopo di ottenere un appoggio politico presso gli emigrati calabresi in Germania (...) candidatura assolutamente strumentale agli interessi del sodalizio».

Molte intercettazioni raccontano, scrive il gip che dedica un’intero paragrafo al tema dell’«Infiltrazione nel sistema politico italiano», come Di Girolamo sia «manovrato da Mokbel del quale eseguiva in maniera incondizionata gli ordini relativi al suo nuovo incarico». Un senatore al servizio della ’ndrangheta. Si indaga su presunte coperture in ambienti di An che avrebbero favorito l’elezione di Di Girolamo. Il 7 febbraio 2008 Mokbel dice al neo candidato Di Girolamo: «Dobbiamo trovare un altro partito dove infilarti perché ieri sera qui è venuto il senatore De Gregorio e l’onorevole Bezzi tutti quanti si sò messi a tarantellà però siccome De Gregorio è l’unico che c’ha l’accordo blindato con Berlusconi, cioè si presenta in una della liste, allora io adesso preferisco vedere se te trovo la strada sempre pe’ Forza Italia, t’ho detto non te ce fà la bocca». Ci sono molti politici della destra in queste intercettazioni. Parlano del senatore Romagnoli. E di Gianfranco Fini. Il 16 aprile, all’indomani della vittoria, alle 18 e 38 Mokbel si vanta con Pugliese, l’uomo del clan Arena, di una chiamata di Fini. M: «T’ha chiamato Paolo?». P: «Ma non basta solo Paolo». M: «No, ma io non ci sto, io sto a fa un cul... poi te spiego. Ma ha chiamato Fini, stamattina, Fini, Gianfranco Fini». P: «T’ha chiamato Fini, Gianfranco Fini?». M:«Ha chiamato Nicola, e l’ha convocato...».

l'unità.it

Ribellarsi allo scandalo

di Roberto Saviano

I giudici dicono che la 'ndrangheta è entrata in Parlamento. E' un'affermazione terribile: proviamo a fermarci un momento e cerchiamo di capire cosa vuol dire. Significa che il potere mafioso ha messo piede direttamente nel luogo più importante, delicato dello Stato: quello dove il popolo si fa sovrano, dove la democrazia si realizza. E' questa la vera emergenza di cui dovremmo discutere. E' come un terremoto, una valanga, solo che la colpa non è del fato: non è stata una calamità.

ASCOLTA L'AUDIO DI ROBERTO SAVIANO

Sapevamo tutto. La criminalità organizzata prima crea zone dove il diritto non entra, poi si espande, pervade l'economia, si appropria del Paese, e infine entra lei stessa nello Stato. Ci sono anni di inchieste, prove raccolte, fiumi di denaro che testimoniano l'immenso potere delle mafie d'Italia. Prima le cosche siciliane, poi le calabresi e campane hanno tolto al sud ogni possibilità di sviluppo e avvelenano l'intera economia.

Ma la vera emergenza non è questa. L'emergenza è che tutto questo passi come l'ennesimo scandalo silenzioso, al quale siamo rassegnati. L'emergenza è che tutto ciò non faccia sentire nel cuore, nello stomaco, nella mente di ogni italiano (qualsiasi sia il suo credo e la sua posizione politica) un'indignazione che lo porti a ribellarsi, a dire: "Ora basta".

repubblica.it

mercoledì 24 febbraio 2010

Pdl, Di Girolamo, tutto falso io e la mafia.



ed ecco che arrivano le foto che smentiscono Di Girolamo del Pdl e Berlusconi che in conferenza stampa aveva detto: "solo secchi di fango dai giudici di sinistra", e io aggiungo ahahahahhaha,

il Re è nudo!!!!

Direttore Minzolini, stasera Lei e il premier vi scuserete con i giudici?? O ancora peggio, direte nulla???ah ah ah

(nella foto Di Girolamo e il boss Franco Pugliese)

Corrotti e indagati: le «liste pulite» di Pdl-Lega


di Natalia Lombardotutti

La «dead line» della candidatura pulita nel Pdl è «il rinvio a giudizio», criterio ribadito tre volte ieri da Ignazio la Russa in Transatlantico. Soglia più bassa del garantismo berlusconiano, che vorrebbe alzare l’asticella alla «sentenza definitiva passata in giudicato». Come conciliare però la candidatura di Sandra Lonardo in Mastella, liste Udeur collegate al Pdl in Campania, se all’ancora presidente del Consiglio regionale la magistratura ha imposto il divieto di dimora in Campania a causa delle inchieste sull’Aspac? Lady Mastella, infatti, al momento vive a Roma, e la sua candidatura è osteggiata dal duo finiano Italo Bocchino e Mara Carfagna, in lotta con Cosentino.

Ieri a Montecitorio parlava fitto fitto con Ignazio La Russa il deputato pdl Giancarlo Abelli, candidato a Pavia nonostante Berlusconi lo avesse pregato di rinunciare. Lui non ha ricevuto alcun avviso di garanzia, ma la moglie, Rosanna Gariboldi, assessore alla provincia di Pavia, era stata arrestata, ha poi patteggiato e restituito 1,2 milioni di euro per l’accusa di riciclaggio riguardo ai fondi erogati da Giuseppe Grossi, il «Re delle bonifiche». Escluso dalle liste, perché in carcere, l’esuberante Piergianni Prosperini, assessore Pdl allo Sport e Turismo in Lombardia., arrestato insieme a Raimondo Lagostena Bassi, patron di OdeonTv e Telereporter. Sono candidati al Pirellone anche due soci dell’assessora, discussi ma non imputati: Massimo Ponzoni e Massimo Buscemi. A Como si ripresenta il consigliere regionale Gianluca Rinaldi, che due anni finì agli arresti domiciliari per sospette tangenti.

Se l’ex colonnello di An, triumviro ieri preso da un diavolo per capello, ha ribadito che l’asta della decenza è il rinvio a giudizio (però «senza automatismi, se è un rinvio per una sciocchezza no...»), in Piemonte non dovrebbe essere nelle liste Angelo Burzi, capogruppo Pdl in consiglio regionale, rinviato a giudizio per un’inchiesta sulla corruzione (e la prima udienza cade prima delle elezioni). Poco ci mancava che si candidasse in Piemonte Renzo Masoeri, presidente della provincia di Vercelli agli arresti domiciliari da pochi giorni perché accusato di concussione, con richieste di denaro a un imprenditore in cambio di appalti, per finanziare la campagna elettorale di Roberto Cota, secondo la Procura vercellese. E nel caso vincesse il leghista Cota (al quale i pidiellini non danno grande aiuto)il suo seggio di deputato passerebbe a un altro nome grigio: Maurizio Grassano, ex presidente del consiglio Comunale di Alessandria, con un processo con l’accusa di aver falsato rimborsi.

Nel Lazio, a stare al principio «liste pulite» sbandierato da Berlusconi giorni fa, dovrebbe essere fuori il senatore Claudio Fazzone, ras di Fondi che ha evitato lo scioglimento del comune per mafia: è indagato dalla Procura di Latina per il caso delle raccomandazioni Asl. Nel Pdl dicono sia una «autocandidatura», è osteggiato da Ciarrapico e dagli ex An: il tandem con Fabio Bianchi, suo vice coordinatore alla Provincia di Latina, toglie spazio a Di Giorgi (legato a Rampelli) e Galetto (sponsor Alemanno).
Nomi macchiati in Puglia nelle liste a sostegno di Rocco Palese: Francesco Pistilli, ex sindaco di Acquaviva delle Fonti che, l’anno scorso, è stato condannato a un anno e sei mesi per corruzione. Torna la lista civica di Raffaele Fitto «La Puglia prima di tutto» (nella quale fu inserita Patrizia D’Addario), capolista Tato Greco, indagato dalla procura di Bari per associazione a delinquere nell’inchiesta sul giro Tarantini. Secondo la «Repubblica» di Bari, nel Salento è in lista con «I pugliesi per il presidente» Fabrizio Camilli, petroliere due anni fa arrestato con l’accusa di associazione a delinquere per frode fiscale.

l'unità.it


Berlusconi, "Barbarie intercettazioni"

di Dario Campolo

E' evidente che il nostro premier vuole sopprimere le intercettazioni e tutte le azioni utili a prendere in fallo i suoi compari.

Comunque sia è arrivato alla frutta, è palese che in Italia siamo alla vigilia di una nuova tangentopoli, si teme un crollo di tutto il sistema politico, e io ci aggiungo magari.

Non dimenticate che domani la cassazione emanerà il verdetto finale su Mills, e se risultasse colpevole anche questa volta ci sarà da ridere visto che siamo al terzo e ultimo livello di giudizio, dicesi cassazione.

Italiani, Sveglia.


E in Senato entra la 'ndrangheta

di Francesco Viviano

La 'ndrangheta è entrata anche nel Parlamento italiano. Ha un suo autorevole rappresentante, il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo per il quale la Procura di Roma ha chiesto l'arresto. La misura cautelare è stata chiesta per Di Girolamo perché il senatore "risulta organicamente inserito nell'associazione criminale con incarico di "consulente legale e finanziario"" sia con gli uomini della 'ndrangheta della cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, sia di altre 'ndrine sia con gli altri arrestati nella retata della grande truffa. I boss della 'ndrangheta lo chiamavano confidenzialmente "Nic" ed il suo amico fraterno, l'imprenditore romano Gennaro Mokbel (in passato legato ad Antonio D'Inzillo, l'ex esponente dei Nar e della banda della Magliana latitante da tempo in Africa), lo manovrava come un burattino.

Come emerge chiaramente dalle numerosissime conversazioni intercettate dai carabinieri del Ros, il senatore Di Girolamo eletto all'estero grazie all'appoggio fondamentale della 'ndrangheta, lavorava a tempo pieno per conto delle cosche calabresi. Faceva società con i boss, in Italia ed all'estero, viaggiava in lungo ed in largo per il mondo per andare ad "investire" i soldi della mega truffa delle telecomunicazioni. E i proventi delle cosche calabresi. Per ripulire quella montagna di denaro, operava su conti in banche estere di mezzo mondo "al fine di porre in essere - scrive il gip nell'ordinanza - attività di riciclaggio".
Di Girolamo non agiva mai d'iniziativa propria, erano sempre i boss della 'ndrangheta ed il suo amico Mobkel, con il quale aveva un vero e proprio rapporto di sudditanza, che gli dicevano cosa fare.

I CONTATTI TRA MOKBEL ED IL SENATORE DI GIROLAMO.

Mokbel comandava a bacchetta il senatore della Repubblica Nicola Di Girolamo e lo offendeva anche perché lo riteneva "una sua creatura e dei suoi amici della 'ndrangheta". In una intercettazione telefonica tra i due che parlano per motivi di interessi, Mokbel (M) apostrofa il senatore (S) "servo", contestandogli che vale meno del suo "portiere".

M: "Se t'è venuta la "candidite", se t'è venuta la "senatorite" è un problema tuo, però stai attento... ultimamente io sò stato zitto, ma oggi mi hai riempito proprio le palle Nicò, capito?" .
S: "Comunque, guarda, mi dispiace...". M: "Devo aprì bocca Nicò? devo aprì a bocca mia? Io quando apro a bocca faccio male, a secondo del male che si fa, Nicò, hai capito? Vuoi che parlo io?". Di Girolamo è impaurito e risponde: "Io ieri ho sbagliato". Più minacciosa la replica di Mobkel: "Non me ne frega un cazzo, a me di quello che dici tu, per me Nicò puoi diventà pure presidente della Repubblica, per me sei sempre il portiere mio, cioè nel mio cranio sei sempre il portiere, non nel senso che tu sei uno schiavo mio, per me conti come il portiere, capito Nicò? Ricordati che io per le sfumature mi faccio ammazzà e faccio del male". Ed in un altro passaggio Mokbel passa apertamente alle minacce.
M: "Oggi devo stare con la mia gente... sei una grandissima testa di cazzo... Nicò sei proprio sballato, sei una grande delusione lo sai Nicò, ha avuto comportamenti strani, fra te e "Pinocchio (Marco Toseroni socio di Mokbel e di Di Girolamo in alcune società, ndr).. qui stiamo lavorando visto che siamo, nonostante tutto, soci...".
Mokbel è un fiume in piena e ricorda al senatore Di Girolamo, come è stato "creato" ed "eletto" al Senato della Repubblica e gli dice che deve trovare posti di lavoro alle persone che Mobkel gli segnalava: "Mò ricordati che devi pagà tutte le cambiali che so state aperte e in più devi pagà lo scotto sulla tua vita, Nicò perché tu una vita non ce l'avrai più.. ricordati che dovrai fare tutte le tue segreterie tutta la gente sul territorio, chi te segue le Commissioni, il porta borse, l'addetto stampa, il cazzo che se ne frega... ma come ti funziona sto cervello Nicò?".
Mokbel parla di affari con altri indagati e della facilità con cui passa i controlli, anche a Fiumicino: "Io a Fiumicino non mi ferma nessuno, faccio passare quello che mi pare senza problemi, droga, brillanti...". Poi parlano di affidare un incarico al senatore Di Girolamo per portare soldi all'estero, anche ad Hong Kong.

I PROVENTI ILLECITI ED IL RUOLO DEL SENATORE DI GIROLAMO.
Radiografando i grandi affari di Mokbel e Di Girolamo, gli investigatori scrivono: "I programmi di investimento dei proventi illeciti del sodalizio venivano poi sviluppati da Di Girolamo e da Toseroni che cominciava pertanto ad adoperarsi con i suoi referenti asiatici nonché per le questioni relative alle pietre preziose con Massimo Massoli (altro indagato, ndr). I giorni successivi sono quindi caratterizzati dalla pianificazione del viaggio ad Hong Kong da parte dei tre". E di seguito gli inquirenti indicano le società straniere di cui sono titolari Marco Toseroni ed il senatore Di Girolamo. Si scopre così che il senatore ha conti alla Standard Charter Bank di Hong Kong, sul quale vengono accreditati milioni di euro e su altri conti in altre nazioni asiatiche.

I RAPPORTI DI DI GIROLAMO CON IL SENATORE DE GREGORIO.
Numerose pagine dell'ordinanza sono dedicate alla elezione del senatore Di Girolamo ed al ruolo attivo e concreto di Mobkel e della 'ndrangheta. Gennaro Mokbel, è scritto nell'ordinanza, aveva creato un movimento politico denominato "Alleanza Federalista". "Un movimento politico nato nell'ottobre del 2003 gravitante nell'area apolitica della Lega Nord, la cui sede è ubicata in Roma. L'attuale segretario, Giacomo Chiappori, è stato eletto nelle liste della Lega Nord, alla Camera dei Deputati nella circoscrizione Liguria. In tale movimento Gennaro Mokbel assumerà la carica di segretario regionale, con altre cariche distribuite anche ad altre persone". Alleanza federalista "sarà la vera e propria base logistica - scrivono i magistrati - per tutte le iniziative lecite/illecite sia economiche sia imprenditoriali, sia politiche. Poi a seguito di contrasti con i vertici di Alleanza Federalista, accusati di immobilismo ma soprattutto di non coinvolgere Gennaro Mokbel... maturerà la decisione di costituire un autonomo gruppo politico (a cui veniva dato il nome di partito Federalista Italiano) che culminerà nella candidatura alle elezione politiche del 13 e 14 aprile 2008 di Nicola Di Girolamo quale candidato al Senato".

Mokbel fa le scelte e le strategie politiche da seguire e contatta esponenti della 'ndrangheta per sostenere Di Girolamo. E partono, aspiranti politici e 'ndranghetisti, tutti per la Germania "per il procacciamento di voti, e delle schede elettorali in bianco nell'area di Stoccarda". Gli sforzi dell'organizzazione e del suo coordinatore "trovavano concretezza con l'effettiva elezione di Nicola Di Girolamo al Senato della Repubblica con 22.875 voti validi". E dopo l'elezione quel gruppo riparte di nuovo per i "ringraziamenti" alle comunità calabresi della Germania. Ad un certo punto, però, i rapporti tra Mokbel ed il senatore Di Girolamo si guastano: "Dovendo trovare una collocazione per Di Girolamo, Mobkel diceva al neo-senatore, "dobbiamo trovare un altro partito dove infilarci perché ieri sera è venuto il senatore De Gregorio, l'onorevole Bezzi, tutti quanti si sono messi a tarantella, siccome De Gregorio è l'unico che l'ha l'accordo blindato con Berlusconi... cioè si presenta in una delle liste... e poi fanno la segreteria nazionale... io adesso preferisco vedere se trovo la strada sempre per Forza Italia che sarebbe ancora meglio..."". Con il tempo i rapporti tra Mokbel ed il senatore degenerano perché Di Girolamo non farebbe "esattamente" quello che gli consiglia Mokbel. Che, in una telefonata, lo aggredisce: "Nicò, non stai facendo un cazzo, perdendoti nelle tue elucubrazioni, ti ho avvisato una, due, tre volte ed io con un coglione come te non me ce ammazzo... vuoi far il senatore, prendi i tuoi sette mila euro al mese, vattene affanculo a non me rompè se no ti metto le mani addosso".
Ma Di Girolamo, preoccupandosi del ruolo di riciclatore per Mokbel e per la cosca, si schernisce: "Non mi va a finire come Coppola e Fiorani".

repubblica.it

lunedì 22 febbraio 2010

Phonemedia, il giorno della speranza il tribunale decide sul commissario

di Salvatore Mannironi

"Se arriva il commissario il gruppo si può ricompattare, potremo salvare le commesse rimaste, recuperare la clientela; soprattutto, le persone potranno tornare al lavoro e non ci sentiremo più dei fantasmi, dei falliti come lavoratori, come persone, come tutto". Ernestina Rizzuto è davanti al tribunale di Bari con gli altri operatori del call center di Bitritto. Dalla Puglia alla Sicilia e via risalendo da Pistoia a Bologna, tutti i presìdi dei lavoratori del gruppo Phonemedia saranno in collegamento con i colleghi piemontesi e lombardi presenti al tribunale di Novara, il primo chiamato a decidere sull'istanza di insolvenza presentata nei confronti del gruppo Omega.

LE fOTO: SEI MESI DI PROTESTA IN UNDICI CITTA'

Il giudice deve valutare la richiesta presentata dagli operatori di Novara, Ivrea, Gaglianico (Biella), Trino Vercellese e Monza, ma il verdetto sarà importante per tutti i settemila dipendenti del gruppo (12 call center in undici città italiane più due sedi estere), senza stipendio da cinque mesi, senza alcun ammortizzatore sociale e soprattutto senza alcuna notizia sul proprio futuro. L'assurdo della vicenda Phonemedia è che la proprietà non ha chiesto lo stato di crisi, non ha attivato procedure di mobilità o licenziamenti, ha respinto - contestandone la giusta causa - le lettere di chi si dimetteva per poter ottenere l'indennità di disoccupazione, lasciando i lavoratori anche nell'impossibilità di chiedere alle banche il rinvio delle rate del mutuo, in quanto formalmente "occupati".

Roberto Croce, Rsu Cgil della sede di Trino Vercellese, teme che l'Omega, nuova proprietaria, possa ripetere la strategia già avviata nella vicenda Agile-ex Eutelia, richiedendo al tribunale il concordato preventivo: "Per noi è indispensabile che sia nominato un commissario super partes - dice - . Non possiamo restare in mano a questi amministratori, gli effetti sarebbero devastanti perché hanno già dimostrato più volte, anche agli incontri col governo, di non essere affidabili". Anche i tribunali di Vibo Valentia e Pistoia dovranno pronunciarsi per identiche istanze di insolvenza, ma il verdetto di lunedì è atteso da tutti come un segnale importante anche in vista dell'incontro in programma a Palazzo Chigi il giorno dopo, martedì 23: "Se il tribunale di Novara dice sì al commissariamento - riflette Riccardo Saccone, della segreteria nazionale Slc Cgil - la discussione generale col governo sarà più facile perché almeno c'è un giudice che ha detto una parola chiara. A quel punto si può ragionare sugli ammortizzatori sociali e la mobilità, mettere in campo iniziative e competenze per tentare di salvare il possibile, sollecitare il governo perché convinca la clientela a non interrompere le commesse".

La sentenza di Novara è molto attesa anche dagli operatori delle controllate meridionali di Phonemedia, aziende che hanno beneficiato di decine di milioni di incentivi pubblici per stabilizzare i lavoratori e per la loro formazione. E qui la fretta ha anche altre ragioni. Sia a Bari che a Trapani, nel periodo in cui i call center si sono fermati, ne sono stati attivati poco lontano di nuovi che puntano ad acquisire la clientela ex Phonemedia. Chi c'è dietro queste nuove aziende? "Non si sa - spiegano i lavoratori in lotta - , quello che è certo è che in entrambi i casi gli amministratori unici sono gli ex manager dei nostri call center".

E' così che riparte il meccanismo diabolico della precarietà. Entri in un call center con contratto a progetto, poi passi a tempo determinato e dopo due anni a tempo indeterminato. Quando l'azienda chiude, anche in casi misteriosi come la vicenda Phonemedia, o sali sulle barricate o vai in un nuovo call center, che magari ha chiesto a sua volta fondi pubblici, dove ricominci dal contratto a progetto. "E' anche di questo che si dovrebbero occupare il governo - dice Concetta, operatrice del call center di Trapani -, ma intanto aspettiamo un commissario straordinario per salvare i posti di lavoro, perché qui c'è gente che muore di fame".

Le altre domande i settemila fantasmi di Phonemedia-Omega vorrebbero farle alla magistratura. Vorrebbero sapere dove sono i soldi fatturati negli ultimi mesi dalla clientela illustre dei call center (da Telecom a Enel, da H3g ad Avon, da Fastweb a Sky eccetera), visto che non sono andati agli stipendi; che fine hanno fatto le quote di Tfr destinate ai fondi privati e le somme trattenute dall'azienda per il sindacato e fino a quando sono stati versati i contributi all'Inps. Soprattutto, vorrebbero sapere una cosa: a chi appartiene veramente il gruppo Omega? A loro servirebbe per avviare magari una class action, ma a chiederselo per primo - dicono le "cuffie in agitazione" - dovrebbe essere il governo, visto che nell'operazione Phonemedia alla fine sarà probabilmente lo stato ad accollarsi i costi della rovina.

repubblica.it

La grande paura prima degli arresti "Piove a dirotto, dobbiamo vederci"

di Carlo Bonini

ROMA - È catastrofico il naufragio della "cricca". E Angelo Balducci, nei suoi ultimi giorni da libero, continua a inguaiare se stesso e i suoi compari. Sappiamo ormai come tra il 28 gennaio e l'1 febbraio scorsi, incapaci di reggere la pressione delle notizie rubate all'inchiesta di Firenze dal Procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (arresti imminenti, telefoni sotto controllo), goffi nella frenesia che li ha aggrediti, il presidente del consiglio nazionale dei lavori pubblici Angelo Balducci, il costruttore Diego Anemone, il nuovo capo della struttura di missione per gli appalti dei Grandi Eventi della Protezione civile Mauro Della Giovampaola, abbiano tradito il segreto degli incontri di Balducci a palazzo Chigi per fare "il punto con Guido Bertolaso e l'altro" sull'indagine di cui sanno di essere l'obiettivo ("Repubblica" ne ha dato conto ieri). Ma ora - come viene documentato nei nuovi atti istruttori depositati dalla Procura di Firenze al Tribunale del Riesame - si scopre che nel pomeriggio del 30 gennaio, con un'ennesima mossa incauta, Balducci, torna ad evocare telefonicamente appuntamenti con una persona che preferisce chiamare misteriosamente "lo Zio" (chi è? Guido Bertolaso? L'"altro di Palazzo Chigi"?).
Ecco dunque ciò che accade tra il pomeriggio del 30 gennaio (un sabato) e l'1 febbraio (un lunedì). Ecco perché, giovedì 4 febbraio, la Procura di Firenze concluderà che non c'è più un solo istante da perdere nel procedere alla cattura di Balducci, De Santis, Della Giovampaola e Anemone.

30 GENNAIO - POMERIGGIO BALDUCCI CHIAMA MEDICO E AVVOCATO. POI SPIEGA: "DOMANI VEDO LO ZIO".

A mezzogiorno del 30 gennaio, Angelo Balducci (B) è un "morto" che cammina. L'espressione è della moglie Rosanna Thau che lo raggiunge al telefono quando è appena uscito dall'appartamento ai Parioli dell'avvocato Egidio Azzopardi, dove lo stato maggiore della "cricca" si è riunito in gran fretta e ha compreso di avere addosso la Procura di Firenze. La prima mossa che gli sollecita l'istinto (o forse il consiglio dell'avvocato che ha appena lasciato) è telefonare al professor Renato Lauro (L). Un amico. Ordinario di medicina interna dell'Università di Tor Vergata. Ha bisogno che qualcuno lo certifichi malato. Perché la malattia giustificherà le sue dimissioni dalla Presidenza del Consiglio nazionale dei lavori pubblici. E le dimissioni e la malattia potranno essere due buoni argomenti per disinnescare una richiesta di custodia cautelare.

B:... senti .. scusa ti volevo chiedere una cortesia senza ... che ti disturbi ovviamente ... ma tu sei a Roma oggi e domani?
L:... sicuramente ...
B:... no sai perché ... siccome devo fare poi un passaggio giù ... e magari non so... se
L:... ci vogliamo vedere un momento?
B:... magari dopo che sono stato giù ... al limite un minuto domani mattina prendiamo un caffè se era possibile ... se per te...
L:... sì, sì ... sì, sì, sicuramente ... tu a che ora prevedi?
B:... guarda io pensavo ... sai per me dalle 8 in poi ... prendiamo un caffè a Porta Pia pure a piazza Ungheria ... li a "Ungaria" (un bar ndr.) quando è comodo anche per te...
L:... si, si ... va benissimo ... vogliamo vederci li ... alle otto e mezza a Porta Pia che ti viene più comodo sicuro?
B:... va bene perfetto ...
L:... domani mattina passo da te ..

Risolto il suo primo problema (in serata il Ros lo intercetterà mentre fissa per l'indomani un appuntamento con lo studio dell'avvocato Franco Coppi, il penalista che oggi lo difende), Balducci affronta il secondo. Avvertire chi della "cricca" ancora ignora che razza di tempesta è pronta a spazzarla via. Alle 12.41, raggiunge dunque Della Giovampaola e lo prega di richiamarlo nel pomeriggio, "verso le 17" per "sentirsi un attimo" e vedersi. "Oggi, o domani".

Tra le due telefonate Balducci (B) ne riceve una. A chiamarlo è tale avvocato Sergio Lupinacci (L), un professionista con studio a Roma, molto apprezzato a Palazzo Chigi. Il tono tra i due tradisce amicizia e svela due singolari circostanze di cui - per quel che ne dicono fonti investigative - l'inchiesta non è ancora venuta a capo. Lupinacci gira infatti a Balducci "i saluti di persone istituzionalmente a lui care" presenti all'inaugurazione dell'anno giudiziario nel distretto di Roma da cui è appena uscito. Lui, di rimando, spiega che l'indomani mattina, domenica 31 gennaio, vedrà "lo zio". Un tipo che evidentemente nulla ha a che vedere con i consanguinei di Balducci, ma molto ha a che fare con amici importanti (a Palazzo Chigi?) di cui - ormai sa con certezza di essere intercettato - è meglio non pronunciare più il nome al telefono.
L:... buongiorno presidente come stai?
B:... maestro, buongiorno a te ..
L:... allora ... senti ho appena terminato ... anno giudiziario .. quindi ti porto i saluti di persone istituzionalmente a te molto care
B:... grazie
L:... naturalmente hai un invito
B:... senti ... scusa ... io purtroppo ... sia ieri ... ieri stato fuori che avevo un impegno a Pesaro .. e adesso sto muovendomi da Roma
L:... con calma
B:... vado e torno nel senso due o tre ore nel senso che ho altro impegno ... questa volta familiare... scusa Sergio ti volevo chiedere questo .. domani mattina tu sei a Roma o fuori ?
L:... Angelo a Roma .. tu sei a Roma io sono a Roma .. io sono a Roma punto
B:... perché ... io domani mattina presto devo vedere "lo zio" un attimo.. dopo verso le 9 e mezzo così ... se ti potevo offrire un caffè anche in piazza ...
L:... ti dispiace se ci pigliamo un caffè a piazza Farnese alle 10?
B:... alle 10 perfetto
L:... così salutiamo pure la madre?
B:... grazie va bene ...

31 GENNAIO - 1 FEBBRAIO "PIOVE A DIROTTO"
"DIRAMATE LE CONVOCAZIONI". TUTTI ALL'ESTERO. BALDUCCI SI DIMETTE
Tra domenica 31 gennaio e lunedì 1 febbraio, Balducci - per usare l'espressione con cui l'avvocato Azzopardi rassicura un messaggero del costruttore Diego Anemone che la cricca è stata allertata - "ha diramato tutte le convocazioni". Anemone ha saputo che non solo "piove", ma "piove pesantemente". Di più: che ci si augura che "non piova in casa". I telefoni diventano dunque muti e a comunicare sono soltanto "Skype" (telefonate via web) e i cellulari dei segretari o degli emissari della "cricca". Balducci si dimette da Presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici la mattina del 1 febbraio (prenderà il suo posto Massimo Sessa, il dirigente del ministero delle Infrastrutture che ha partecipato alla "riunione madre" in casa di Azzopardi la mattina del 30 gennaio) e la notizia non viene volutamente divulgata. Mentre il suo autista, al telefono, spiega che il principale lascerà l'Italia l'11 febbraio ("Una cosa serissima"). Anche Anemone comunica che per quello stesso giorno lascerà Roma diretto a Madrid. Ma - aggiunge - "solo fino al 15". Chi lo ascolta, un amico della "cricca", Emmanuel Messina, dice di essere ad Acapulco (Messico) e aggiunge: "Certo, che se venite qua sarebbe meglio ancora".

repubblica.it

"Tangenti pulite e fatturate" il business consulenze d'oro

di Giuseppe D'Avanzo

LA FIGURA, le mosse abusive, la fiacchezza morale di Achille Toro sono decisivi per comprendere che cosa è accaduto; perché; che cosa accadrà ora; in quale budello è finito Bertolaso; la "tangente pulita" che oggi definisce la corruzione italiana. Achille Toro è l'influente procuratore aggiunto di Roma. Sovraintende le inchieste contro la pubblica amministrazione marcia. Si sente in pectore il nuovo procuratore della Capitale (ahinoi, se non fosse stato costretto a dimettersi, non avrebbe avuto torto a crederlo).

Quando le sue parole si manifestano nell'universo sonoro dell'inchiesta che esamina gli affari extra ordinem della Protezione civile, i pubblici ministeri di Firenze hanno già pronto il calendario delle loro iniziative. Due blocchi di arresti da eseguire nello stesso giorno dentro il sistema, direbbe Denis Verdini, cresciuto come una metastasi lungo il corpaccione ipertrofico della Protezione civile e nelle strutture di governo dei Lavori pubblici. L'uno e le altre sottomesse all'urgenza della politica di creare un cerchio chiuso e oligarchico di consenso e obbedienza. I prosecutors hanno sistemato una stabile ragnatela intorno agli attori che decidono e beneficiano degli appalti del Dipartimento di Guido Bertolaso. Comunicazioni, dati, informazioni, immagini, documenti confermano, senza ambiguità, la scena e il delitto. All'ombra del "vuoto di diritto", creato dall'emergenza, si è formata una consorteria affaristica. Vi fanno parte imprenditori, spesso scadenti per capacità industriale, alti funzionari dello Stato delle opere pubbliche, influenti giudici amministrativi - regionali e della Corte dei conti - addetti ai controlli che, al contrario, sono cointeressati, in proprio, agli affari dei controllati. In cima alla piramide, Guido Bertolaso, onnipotente per la mano libera che gli consente la legislazione straordinaria, dominante per il rapporto diretto, protetto, esclusivo con il sottosegretario Gianni Letta e il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Bertolaso è al corrente di quel fondo fangoso? O, come dice oggi, è "parte lesa" perché non sa, non comprende, s'occupa di altro?


Nell'inchiesta nata a Firenze, la mappa degli illegalismi, che ha il suo centro nella Protezione civile, è divisa in tre grandi aree: gli appalti "in deroga" del Dipartimento di Bertolaso (G8, Mondiali di nuoto, intervento nell'area terremotata dell'Aquila, celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia...); il quadro milionario che aiuta la distribuzione arbitraria delle consulenze per quelle opere ("tangenti pulite e fatturate", si sente dire); le manovre organizzate con gli "arbitrati", la decisione privata che risolve le controversie che oppongono le società appaltatrici di lavori pubblici alle amministrazioni che glieli hanno affidati (lo Stato è sempre perdente, soccombe nel 95 per cento dei casi).

* * *
Ogni inchiesta implica una strategia, un'economia, un modello. I pubblici ministeri di Firenze, nel loro lavoro, evitano fantasmi e forzature (modello). Si scoprono soltanto quando il terreno processuale appare solido, il reato documentato, le responsabilità ragionevolmente definite (strategia). Non infieriscono con atti di accusa e carcere, se non è indispensabile (economia). Si può dire che, in altri luoghi, Bertolaso forse sarebbe stato arrestato. Di sicuro sarebbe stato arrestato Mario Sancetta, consigliere delle Corte dei conti e presidente di sezione. Doveva essere "controllore", dalle carte emerge come un intrigante mediatore di affari. Suggerisce agli imprenditori dove giocare le loro chances, negli appalti del porto di Civitavecchia, della Fiera Spa di Milano, all'Aquila distrutta in aprile. Favorisce incontri (l'amico e imprenditore Rocco Lamino con Luisa Todini, parlamentare della maggioranza, alla guida di un'impresa vincitrice d'appalti per il terremoto abruzzese). Sancetta dice di avere "buoni argomenti per avvicinare Bertolaso" che ha procedimenti aperti alla Corte dei conti. Dice di poter condizionare ("influire") l'ex ministro Pietro Lunardi (è stato al ministero il capo del suo ufficio legislativo). Non si sa perché e come.

Il presidente Mario Sancetta non viene arrestato perché a Firenze avvertono la loro competenza incerta. Accade anche per Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, interfaccia diretto di Bertolaso. L'intervento della procura di Roma appare il più coerente e corretto per legge. Qui cominciano imprevisti incidenti. In quella procura c'è una toga infedele. È Achille Toro, il procuratore addetto ai reati della pubblica amministrazione. Offre servizi spionistici alla combriccola affaristica. Quando da Firenze avvertono Roma che presto saranno inviati i risultati di un'istruttoria che richiede, "per competenza", l'intervento della Capitale, Toro allerta la consorteria. Tra il 28 e il 30 gennaio, come ha raccontato ieri la Repubblica, i movimenti del network diventano indiavolati. Incontri di buon mattino "senza telefoni" anticipano che "pioverà molto". I discorsi, dinanzi al peggio, si fanno depressi. "Mi sembri un morto", dice la moglie ad Angelo Balducci. È vero, Balducci è molto sconfortato. Il procuratore gli ha fatto sapere che sarà arrestato. Il grand commis corre ai ripari. Chiama lo studio dell'avvocato Coppi prima di raggiungere Palazzo Chigi e incontrare Guido Bertolaso e "quell'altro", con ogni probabilità Gianni Letta. Toro, per suo conto, vuole essere più avveduto. Lavora subito per coprirsi le spalle. Convoca una cronista e gli "soffia" che "il telefono di Angelo Balducci è intercettato dai Ros per conto della procura di Firenze". La notizia sarà pubblicata il 9 febbraio. Tornerà utile se le cose si mettono male, pensa il magistrato. Si precostituisce un alibi. Potrebbe dire Toro a chi lo interroga: come potete pensare che abbia fatto la spia, la notizia dell'indagine e delle intercettazioni di Balducci era nota, pubblica, scritta nera su bianco nelle cronache. Non sanno - né Balducci né Toro - che i guai sono più vicini di quanto immaginano. Balducci sarà arrestato il giorno dopo. Toro saprà di essere indagato per violazione del segreto istruttorio e, una volta trasferita a Perugia l'indagine, per corruzione. Si dimetterà il 17 febbraio per scrollarsi così di dosso la probabilità di essere arrestato (ancora con la toga sulle spalle, avrebbe potuto inquinare le indagini).

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Il "servizio" offerto dal procuratore alla consorteria di imbroglioni mette sottosopra il calendario dei pubblici ministeri di Firenze. Sono costretti ora a muoversi in fretta. Volevano agire con due diversi iniziative (arresti a Roma e a Firenze). Ne devono privilegiare una, quella nella Capitale, per distruggere subito e in fretta la trama che tesse Achille Toro, per evitare fughe all'estero (un paio già in preparazione), l'inquinamento delle prove, la scomparsa dei documenti, le pressioni inevitabili del potere sulle burocrazie della sicurezza. L'urgenza non è priva di conseguenze. Lascia in secondo piano l'esame del gran circo degli "arbitrati" che costa allo Stato, più o meno, 350 milioni di euro l'anno e arricchisce di, più o meno, 25 milioni l'anno gli "arbitri": un ristretto club di avvocati - non più di una decina - , giudici amministrativi, avvocati generali dello Stato, giudici contabili. Il "tradimento" di Achille Toro provoca un secondo danno. Rallenta l'intervento sulla rete delle "tangenti pulite e fatturate", come ormai hanno imparato a chiamarle anche fonti vicine all'inchiesta.

Si tratta di questo. La Protezione civile ha centinaia di consulenti. Ci sono consulenze di "area politica ed economica", di "ricerche e di indagine". Se ne rintracciano alcune stravaganti. "Consulenti di comunicazione politica e pubblica nel settore", consulenti di "accessibilità immediata agli specialisti del settore per la risoluzione di problematiche improvvise", "consulenti in strategie e tecniche dell'informazione, di immagine e divulgazione della cultura di protezione civile", consulenti per "coadiuvare il Capo del Dipartimento nelle attività collegate all'iter parlamentare dei provvedimenti legislativi", "consulente per le attività di comunicazione visiva". Ogni progetto o intervento della Protezione civile può rendere necessario, per un brevissimo, breve o lungo periodo, un'"assistenza tecnica", di "sperimentazione e analisi", dall'emergenza piogge in Friuli Venezia Giulia all'emergenza Pantelleria, dalla "Commissione generale di indirizzo Campionati del mondo di ciclismo su strada 2008" alle celebrazioni per il 150 anni dell'Unità d'Italia. I consulenti possono tirar su centinaia di migliaia di euro o anche trentamila euro per pochi giorni di lavoro e senza alcuna fatica o competenza. Le fumisterie degli incarichi corrispondono all'assoluta arbitrarietà degli ingaggi e delle selezioni, spesso direttamente decise da Guido Bertolaso. Tuttavia, se si guarda con attenzione ai nomi dei consulenti, alle loro famiglie e relazioni e ruoli pubblici, si intravede una razionalità e un disegno. Nelle liste dei consulenti delle più bizzarre e ben pagate consulenze, ci sono coloro che direttamente possono proteggere il sistema che si è creato negli interstizi operativi della Protezione civile. La consulenza non è altro che "una tangente pulita e fatturata" per tener buono il giudice amministrativo, l'assessore riluttante, il giudice contabile, il pargolo scapestrato del parlamentare, il genero del capo corrente, il procuratore cui si chiede di farsi quietista e guardare da un'altra parte. È il modo di creare intorno al sistema un muro di supporters e un anello di complicità.

Terzo e ultimo danno per l'inchiesta di Firenze. L'infedeltà di Toro ha costretto a una discovery anticipata. La premura ha frenato l'accertamento di che cosa sapesse davvero Guido Bertolaso di quel che si muoveva dentro e intorno alle traboccanti responsabilità. È l'ultima questione da affrontare.

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Sembra di poter dire: Bertolaso crede che convincere sia ingannare. Ancora ieri ha ripetuto: "Vogliono distruggere la mia credibilità". Il fatto è che la sua affidabilità è in calare per quel che non ha fatto, quando sarebbe stato necessario, e per quel che oggi dice e dissimula risistemando gli avvenimenti del passato come meglio gli conviene. Dice: nessuno mi ha avvertito, mentre è stato avvertito dell'indagine e proprio dal maggiore indagato, Angelo Balducci. È una prognosi con un forte rilievo induttivo che il presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, messo sul chi vive dalle informazioni che abusivamente gli offre Achille Toro, si precipiti a Palazzo Chigi e riveli al capo del Dipartimento della Protezione civile le rogne che sono vicine. È una suggestione, è vero, anche se molto ragionevole. Con chi volete che ne parli, quel pover'uomo di Balducci? È vicino alla rovina. Lo è, non soltanto per le sue voglie, ma anche per le azioni che hanno mosso e assestato tasselli già pronti, integrato con la sua influenza e potere e docilità il sistema che ha, nel suo vertice operativo, Guido Bertolaso. Oggi Bertolaso disconosce Balducci. Nelle sue parole Balducci appare un tipo che si è ritrovato tra i piedi, non ha potuto evitare, anche se l'avrebbe fatto volentieri. Non sapeva che fosse quel fior di manigoldo ("Sono stato ingannato", dice).

Nella storia dell'indagine di Firenze, invece, ci sono i segni della loro antica relazione, a volte complice. Quando il 30 gennaio, il presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici si precipita a Palazzo Chigi per incontrare "Bertolaso e quell'altro" non è la prima volta che invoca l'aiuto dell'onnipotente leader tecnocratico del governo. Accade anche alla fine del 2008. Succede questo. L'Espresso racconta (23 dicembre) come in una casa di produzioni cinematografica, la Erretifilm srl, si incrocino i destini di Rosanna Thau, 62 anni, moglie di Angelo Balducci, e di Vanessa Pascucci, 37 anni, moglie di quel Diego Anemone che, pur dichiarando 26 dipendenti, si taglia la fetta più grossa dei 300 milioni di euro necessari per costruire il centro congressi per il G8 della Maddalena. In quell'occasione, Balducci concorda con Bertolaso una lettera per denunciare "la evidente natura scandalistica dell'articolo [che] introduce, ad arte, le attività hobbistiche della signora Thau, ventilando commistioni del tutto inesistenti". Bertolaso prende subito, e pubblicamente, per buona la replica. Nelle stesse ore diffonde un comunicato: "Il capo del Dipartimento della Protezione Civile e commissario delegato per il G8, dott. Guido Bertolaso, ha ricevuto dall'ingegner Balducci una relazione che ribadisce la regolarità delle procedure seguite ed esclude qualsiasi legame familiare con imprese impegnate nella realizzazione delle opere". Pur promettendo la massima trasparenza sul caso, la Protezione civile toglie in quelle ore dal suo sito le ordinanze di Palazzo Chigi con cui Balducci era stato nominato "soggetto attuatore" e il provvedimento con cui Silvio Berlusconi ha chiesto a Bertolaso di "assicurare un'adeguata attività di verifica degli interventi infrastrutturali posti in essere dai soggetti attuatori".

È una buona occasione per tagliare i ponti con Balducci. Non accade. È il momento giusto per liquidare quel Anemone. Non accade neanche questo. Al contrario, le carte fiorentine raccontano come il capo della Protezione civile accetti di incontrare l'imprenditore, non in ufficio né al circolo della Salaria. Si incontrano in strada, in piazza Ungheria ai Parioli. Parlano di appalti. Di lievitazione e adeguamento di prezzi. Con la soddisfazione di Anemone che, salutato Bertolaso, dice ai suoi compari: "L'ho convinto". I modi per difendersi e di persuadere sono molti. Quelli scelti da Guido Bertolaso, finora, devono far dimenticare troppi ricordi e indizi e prove per poter essere efficaci e convincerci che egli ignorasse i segreti della sua bottega.

repubblica.it

domenica 21 febbraio 2010

Scudo, governo contro Bankitalia e ora l'Ocse apre un'indagine

di Roberto Petrini

ROMA - Duro attacco del governo alla Banca d'Italia, mentre l'Ocse apre un'indagine sullo "scudo". Poche ore dopo la diffusione dei dati di Via Nazionale che ridimensionano a 35 miliardi i rimpatri veri e propri di capitali in Italia grazie allo scudo fiscale, il ministro per la Semplificazione ha caricato a testa bassa: "Banca d'Italia o banca d'opposizione?", si è chiesto il leghista Roberto Calderoli. "Siamo ormai purtroppo abituati alla politica del 'tanto peggio tanto meglio', un atteggiamento che non si può concedere ad una istituzione come la Banca d'Italia che già in passato ha comunicato dati pessimistici e non fondati sull'occupazione. L'operazione scudo fiscale - ha aggiunto - rappresenta il più grande successo di sempre: Bankitalia torni ai suoi doveri istituzionali".

Parole pesanti alle quali Via Nazionale, come è suo austero costume, non ha reagito. Mentre si conferma, come annunciato dal governatore Draghi al Forex nei giorni scorsi, che l'Ocse, attraverso il Gruppo di azione finanziaria internazionale sta prendendo in esame, sotto il profilo della carenza delle norme anti-riciclaggio, lo scudo fiscale italiano.

A difesa del governatore e dell'operato dei suoi tecnici si è comunque levata la voce di un ampio fronte politico: "Il governo smentisca Calderoli, sarebbe paradossale che questo non avvenisse nel momento in cui il governo stesso è impegnato nel sostegno della candidatura di Draghi alla Bce", ha detto il vicesegretario del Pd Enrico Letta. Per il leader dell'Udc Casini quelle di Calderoli sono parole "dissennate", mentre per Elio Lannutti dell'Idv dopo i dati di Bankitalia il governo deve "chiedere scusa per le bugie dette".


La pubblicazione da parte di Repubblica della tabella di consuntivo dello scudo fiscale (prima tranche) di Bankitalia, che distingue tra denari rientrati in patria (35 miliardi) e attività rimaste investite all'estero (circa 50 miliardi, regolarizzati o rimpatriati meramente sul piano giuridico), ha provocato ieri la reazione del Tesoro. In una nota, emessa dal ministero dell'Economia, il direttore dell'Agenzia delle Entrate Attilio Befera, contesta indirettamente i dati di Bankitalia: "I giochi statistici possono essere diversi, ma è la somma che fa il totale. Lo scudo fiscale 2009 si è concluso con uno straordinario successo: 93 miliardi di euro rimpatriati in Italia ad ogni effetto e due miliardi regolarizzati".

Ma anche la difesa tecnica delle cifre del governo viene rimandata al mittente: "Il direttore dell'Agenzia delle Entrate Befera non smentisce in alcun modo la Banca d'Italia. Non dice quanta parte di capitali regolarizzati sono rimpatri fisici e quanti rimpatri giuridici. La smetta di fare politica", ha dichiarato Stefano Fassina, responsabile per l'economia del Pd.

In realtà i dati di Via Nazionale sembrano inoppugnabili. "I dati della Banca d'Italia - è tornata ieri a spiegare Maria Cecilia Guerra su Lavoce. info - permettono un'informazione statistica più accurata (non giochi statistici!). La Banca d'Italia distingue fra i rimpatri solo giuridici e i rimpatri veri e propri, perché compila le statistiche della bilancia dei pagamenti. Solo i rimpatri veri e propri danno luogo a flussi di capitali verso l'Italia da registrare nella bilancia dei pagamenti. I rimpatri giuridici riguardano invece attività che restano all'estero, ma di cui assume la gestione o la custodia un intermediario residente in Italia. Così i rimpatri veri e propri sono stati di 35 miliardi".

repubblica.it

sabato 20 febbraio 2010

Ghedini scappa in libreria

"Dimissioni, dimissioni". Anche il popolo viola si ritrova davanti a Montecitorio per protestare contro il decreto Bertolaso, ma soprattutto per ricordare l'appuntamento del 27 febbraio in Piazza del Popolo contro il legittimo impedimento.
All'improvviso, proprio davanti al camper dove Antonio Di Pietro e Massimo Donadi hanno appena ricevuto la loro patente a punti viola (ogni volta che non si partecipa al voto sul tema viene decurtato il bonus iniziale), passa serafico l'onorevole Ghedini con il suo sorriso d'ordinanza.
Gli attivisti colgono al volo l'opportunità di chiarire il messaggio sfoderando il classico striscione: 'Legittimo un cazzo', riferito all'impedimento. L'avvocato mantiene l'aplomb e procede spedito, poi però rallenta per guardare in faccia i manifestanti, e quelli cantano più forte. L'onorevole decide quindi di riparare all'interno della libreria Arion insieme alla scorta.
Gira tra i volumi, sceglie e paga due Grisham: trentasei euro con lo sconto parlamentari. Fuori i contestatori non mollano. Ci sono anche i comitati campani anti-inceneritore: "Siete la monnezza della politica! Andatevene a casa".
Arriva la Polizia. Giulia Bongiorno, a fianco del collega, suggerisce una soluzione strategica: non c'è un'altra uscita? Il direttore del negozio scatta e guida il gruppetto giù per la scala di servizio, mentre fuori le gente continua col megafono a suon di "Ladri, a casa". Ma qualcuno s'accorge della fuga sotterranea: “Se n'è andato, dal retro. Non tengono vergogna questi".

il Fatto Quotidiano

Campania, farsa Cosentino: dimissioni ritirate

«A parole ieri sembrava dover partire una nuova stagione fatta di rigore morale e di lotta ai corrotti, a cui faceva seguito la notizia del passo indietro di Cosentino. Oggi, come al solito, arriva la smentita su entrambi i fronti, con il rinvio della discussione delle norme anti corruzione e le dimissioni del coordinatore del Pdl campano ritirate. È un comportamento inaccettabile e vergognoso nei confronti delle istituzioni e del Paese». Lo dichiara Emanuele Fiano, presidente del Forum Sicurezza del Partito democratico.

«Il ritiro delle dimissioni del sottosegretario Cosentino è l'atto finale di una piece teatrale ormai divenuta stucchevole, la conferma che le dimissioni date ieri erano solo una sceneggiata per giochi di potere tutti interni al Pdl in Campania. Cosentino, invece di ballare la tarantella e prendere in giro gli italiani, faccia l'unica cosa seria che i reati gravissimi di cui è accusato lo dovrebbero indurre a fare, ovvero dimettersi e farsi processare» lo dichiara in una nota Massimo Donadi, capogruppo di IdV alla Camera.

Dal canto suo, il diretto interessato indagato per "concorso esterno in associazione mafiosa" dice: «Ho ritirato le mie dimissioni. Ora l'obiettivo è vincere uniti in Campania. Resto al mio posto. Ho incontrato più volte il presidente Berlusconi, ieri, stamattina, di nuovo nel pomeriggio. Adesso abbiamo un solo scopo comune: battere la sinistra dopo 15 anni di malgoverno. Dobbiamo farlo tutti insieme, al fianco di Stefano Caldoro».

l'unità.it

venerdì 19 febbraio 2010

Fabriano: gli operai della Merloni bloccano il traffico per protesta

Le tute blu reclamano contro i ritardi nella firma dell'accordo di programma che deve salvare l'azienda.


MILANO
- Gli operai dell'Antonio Merloni hanno bloccato il traffico in entrata e uscita da Fabriano (Ancona), per protestare contro il ritardo nella firma dell'accordo di programma che deve salvare l'azienda. Un corteo è partito dallo stabilimento di Santa Maria, e, attraverso via Dante, si sta dirigendo verso l'innesto con la Superstrada Ancona-Roma. Le tute blu, circa 300, distribuiscono volantini agli automobilisti e ai camionisti in coda. In testa al corteo, oltre alle bandiere di Fiom, Fim e Uil, alcuni striscioni con scritto «Un territorio senza lavoro è senza futuro», «Senza soluzioni nessuno alle votazioni».

corriere.it

Berlusconi vuole la legge anti corruzione

di Dario Campolo

Ovviamente il Re ne sa una più del diavolo,

sapete perchè sta lanciando il grande spot di una legge anticorruzione?

Semplice, sarà solo una copertura per fare passare sottobanco e in silenzio il bavaglio alle intercettazioni, così in futuro tutta la schifezza che sta emergendo di come utilizzano i nostri soldi verrà completamente nascosta e noi non potremmo più sapere nulla.....

SVEGLIA ITALIA

Pacco bomba in una serranda chiusa la stazione metrò D'Acaja

Un pacco bomba è stato trovato, questa mattina a Torino, in via Principi d'Acaja all'interno della serranda dell'agenzai immobiliare Alfero. La zona, non molto distante da Palazzo di Giustizia, è stata isolata. Sul posto stanno operando gli artificieri del comando provinciale dei carabinieri.

Secondo un primo esame l'ordigno era costituitio da un involucro che conteneva dinamite allo stato gelatinoso e dei chiodi. Per precauzione è stata chiusa la vicina fermata della metropolitana D'Acaja a pochi metri di distanza. Gli inquirenti sono al momento molto cauti. Non è esclusa la pista dell'avvertimento del racket ma non si valutano anche altre ipotesi investigative all'indomani degli incidenti in val Susa. Il nuovo Palazzo di Giutizia si trova al fondo di via Principi d'Acaja.

repubblica.it