giovedì 28 gennaio 2010

Cassazione, il Pg: "Sì all'arresto di Cosentino"

È legittimo il provvedimento di arresto firmato dal gip di Napoli nei confronti del sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino. Lo ha sostenuto il sostituto procuratore generale della Cassazione, Vito Monetti, sollecitando, ai giudici della I Sezione penale, il rigetto del ricorso presentato dai difensori di Cosentino. In ogni caso, come spiegano gli stessi legali Stefano Montone e Agostino De Caro, il deputato Pdl resterebbe al suo posto perchè la Camera ha negato l'autorizzazione a procedere.

Cosentino è coinvolto nell'indagine della Procura di Napoli sui presunti rapporti con la malavita organizzata del Casertano.

Secondo i difensori del sottosegretario all'Economia, il provvedimento di arresto merita l'annullamento in quanto «presenta vizi di legittimità, a cominciare dal dubbio di utilizzo delle intercettazioni telefoniche, della mancata trasmissione di tutti gli atti e perchè il gip ha sottovalutato la memoria difensiva». E quanto al fatto che comunque decida la Cassazione per il deputato Pdl la situazione non cambierebbe finchè sarà parlamentare, i difensori si dicono «certi che Cosentino sarà in ogni caso assolto da ogni accusa». La decisione in serata.

l'unità.it

Reggio Calabria, piazza vietata a operai e studenti. Entrano solo i 'Berlusconi boys' su «invito personale»

di Gianluca Ursini

“Presidente siamo con te!” Le immagini che vedrete alle ore 13 sul Tg 1 di Minzolini mostreranno 300 giovani tirati a lustro con striscioni che inneggiano a Berlusconi e striscioni dei Circoli della Libertà, venuti a omaggiare il loro presidente del Consiglio.

Siamo in piazza Italia, cuore amministrativo di Reggio Calabria, dove da pochi minuti è arrivato il presidente del Consiglio a presenziare la prima riunione dei Ministri mai tenuta in Calabria. I segretari dei circoli di Catanzaro, Reggio Cosenza, Vibo, Crotone e di altre 15 cittadine calabresi sono stati molto calorosi e si sono mostrati sorridenti alle telecamere nazionali. Ma a un centinaio di metri c’è un’altra Calabria. Quella dei 400 operai del porto di Gioja Tauro che dal 2 febbraio entreranno in Cassa integrazione, senza garanzie di prolungare la misura di sostegno, oltre sei mesi; ci sono centinaia di precari della scuola, e 300 studenti del corso universitario di Servizio Sociale di Locri che hanno visto il loro ateneo decentrato, chiudere per taglio di fondi dalla ministra M.S. Gelmini.

Una Calabria alla quale alle 9.30 è stato negato accesso in Piazza; di fronte il palazzo della Prefettura dove il Governo si riunisce, ci possono stare solo gli ex forzitalioti (e sparute rappresentanze di ex An, come i membri di ‘Giovane Italia’, come si chiamano adesso gli ex Azione Giovani). “Abbiamo chiesto autorizzazione regolare in prefettura tre giorni fa, e ci è stato detto che potevamo manifestare per esprimere le nostre richieste”, spiega Peppe Marra del centro sociale Cartella, Rete Migranti. “La nostra autorizzazione indica espressamente che possiamo stare in piazza di fronte la prefettura, ma da 3 ore ci tengono a distanza dal Palazzo”, spiega Alessio Magro dell’associazione ‘Da Sud’. Il rappresentante locale di Rifondazione Danilo Barreca chiede di parlare con il funzionario incaricato della Digos, Crea: “Perché i giovani di Berlusconi possono spiegare i loro striscioni ‘amorevoli’ in piazza e i lavoratori che non hanno un futuro devono essere tenuti a distanza?”.

“Ah, ma quei signori sono stati invitati personalmente dal Presidente Berlusconi!” è la risposta di un altro responsabile Digos. Un moto di protesta sorge come un ruggito dalla folla di centinaia di disoccupati e precari transennati contro le aiuole del Lungomare da un cordone umano di oltre duecento questurini. “Qui si cerca come al solito di criminalizzare il dissenso, invece di ascoltare la voce di chi perde il lavoro”, sbotta il politico locale. “La piazza è di tutti, non potete tenerci lontani”, grida Aurelio Monte “precario da 14 anni al comune di Melito Porto Salvo” e ‘incazzato’ delle Rdb, Rappresentanze di Base: “Vogliamo lavoro, anche noi dipendenti precari abbiamo i nostri caporali, che sono i funzionari amministrativi”.

Ma come son andate le cose? Un commissario Digos (‘niente nomi per favore’) sostiene che “ci sono disposizioni ben precise su gravi motivi di ordine pubblico” per tenere lontani dalla piazza gran parte dei manifestanti. “Hanno paura che qualcuno tiri al presidente del Consiglio una statuetta con un finto Bronzo di Riace”, scherza un agente che fa da guardaspalle al funzionario. “L’ordine del giorno parla appunto di gravi motivi di sicurezza del Presidente”, chiarisce il funzionario Digos. “Si ma perché alcuni si e altri no?” “Infatti è una situazione anomala, ora cerchiamo di mediare con i signori dei sindacati (Cgil, Cisl hanno le loro bandiere bagnate dalla pioggia sul lungomare) per trovare una soluzione”.

“Noi siamo qui dalle 8 e mezza del mattino,un viaggio di due ore perché la Salerno Reggio è quel che è, e ci siamo svegliati alle 5 per dare il nostro appoggio al nostro presidente, siamo venuti da Catanzaro” spiega Rosario Lucisano del circolo del capoluogo regionale. “Siamo stati regolarmente autorizzati, ha organizzato tutto da Roma il nostro presidente Vallucci da giorni. In questo momento di tensione e dopo quel che è successo a Milano, è forse più prudente che alcuni elementi stiano lontano dal presidente”,dice il coordinatore regionale Emilio Verrengia, che presidia alle 11.30 una cinquantina di superstiti.

“Ha piovuto, alcuni di noi hanno trovato riparo nei bar, ma rimaniamo noi a dare la vicinanza a Berlusconi e per fare capire all’Italia che noi siamo con i magistrati che combattono la Mafia, perché non tutti i magistrati svolgono una azione che interferisce con il potere esecutivo, ma parecchi sono apprezzati dal Governo”. Sulla Gazzetta del Sud, giornale il cui editore è anche consigliere della società ‘Ponte sullo Stretto Spa’, stamane c’era una lettera di Berlusconi ai calabresi: “Prometto di sconfiggere la 'ndrangheta con questo Governo”. “Certo che ce la farà il presidente, ribattono i responsabili regionale e provinciale dei Circoli – non avete visto che questo Governo ha il record di sequestri di beni e di arresti di latitanti?”

“Ragazzi, per adesso dovete sgomberare, ci vediamo alle 15 30” una voce alle spalle interrompe il colloquio tra fan di Berlusconi e cronisti. “Adesso da qui dovete andarvene, andate a mangiar un boccone e ci rivediamo dopo”, un alto dirigente Digos nazionale con pesante accento romano e grisaglia ministeriale invita tutti a rientrare dopo la fine della riunione di Governo. La soluzione è stata trovata: molti colleghi delle tv calabresi ronzavano intorno gli slogan dei Circoli della Libertà e da bravi cronisti ponevano tutti la stessa domanda: “Ma perché voi si e i cassintegrati No?”. Meglio fare pari e patta, tutti a debita distanza, e lontani dagli occhi dei giornalisti.

l'unità.it

Dimissioni ZERO

di Marco Lillo

Le dimissioni sono un atto dovuto quando si è indagati per peculato e truffa aggravata e ora pure per induzione a rilasciare dichiarazioni mendaci, come è accaduto al sindaco di Bologna Flavio Delbono. Il Fatto Quotidiano non ha mai fatto sconti ai politici di centrosinistra pugliesi e abruzzesi coinvolti nei due scandali scaturiti dalle spese allegre nella sanità. Siamo stati i primi a chiedere le dimissioni del governatore del Lazio, Piero Mar-razzo, che pur non essendo indagato si è posto in una condizione oggettiva di ricattabilità infilandosi in una storia di sesso, bugie e videotape incompatibile con la sua carica. Ma non si può continuare a far finta di niente di fronte alla sconcertante disparità di trattamento tra destra e sinistra. L’applicazione di standard morali che potremmo definire “anglosassoni” ha comportato una vera e propria decimazione della classe politica di sinistra che ha governato città importanti come Roma, Bologna, Pescara e Bari. Mentre premier, ministri e sottosegretari, sindaci e presidenti - per non dire di parlamentari, Marcello Dell’Utri su tutti - accusati di colpe ben più gravi resistono attaccati alle loro poltrone.

Proprio alla luce delle dimissioni del sindaco bolognese del Pd per una vicenda di poche centinaia di euro val la pena di rileggere le accuse pendenti contro i principali esponenti del centrodestra. A partire dal suo leader. Silvio Berlusconi è sotto processo per corruzione del testimone David Mills (già condannato per lo stesso reato), è indagato per frode fiscale e appropriazione indebita per la vicenda Mediatrade. Inoltre il Cavaliere è imputato per accuse fiscali anche nel processo per la compravendita dei diritti tv negli anni passati. Il Cavaliere avrebbe gonfiato per anni i costi di acquisto dei film per creare fondi esteri che servivano a risparmiare le tasse e a nascondere gli utili ai piccoli soci di minoranza di Mediaset, società quotata in Borsa. Quando le sue malefatte sono state scoperte, secondo i giudici, avrebbe pagato il superteste che poteva incastrarlo per nascondere la verità. Di fronte ad accuse così gravi il premier resta saldamente al suo posto e anzi, continua a sfornare leggi ad personam per mettersi al riparo dalle conseguenze penali di indagini e processi. Non va meglio sul fronte privato. Il Cavaliere, come Marrazzo e Delbono, si è posto in una posizione di oggettiva ricattabilità nell’autunno del 2008 quando cercava disperatamente di tacitare con una parte in una fiction un’attrice che minacciava di raccontare tutto con il megafono e un’altra che “stava diventando pericolosa”. Eppure Delbono e Marrazzo sono nella polvere mentre lui continua imperterrito a proporre candidature alle ragazze che hanno frequentato le sue feste.

Di fronte a cotanto modello, i ministri hanno imparato subito la lezione. L’allievo migliore è certamente Raffaele Fitto. Il ministro per i Rapporti con le regioni, è stato rinviato a giudizio per corruzione e illecito finanziamento ai partiti in concorso con l’editore di Libero e del Riformista Giampaolo Angelucci (il pm contestava anche l’associazione a delinquere e la concussione ma il gip per queste accuse lo ha prosciolto). Fitto è sotto processo per una presunta tangente di 500 mila euro che avrebbe incassato quando era presidente della Puglia dall’imprenditore sanitario con il vizietto dell’editoria. Angelucci avrebbe versato i soldi (in parte usando la società editrice di Libero) al partito di Fitto, “La Puglia prima di tutto” (proprio quello famoso in tutto il mondo per avere candidato Patrizia D’Addario dopo essere stata a letto con il premier). Secondo l’accusa, Angelucci avrebbe foraggiato Fitto per ottenere un appalto da 198 milioni di euro per la gestione di undici cliniche.

È interessante notare che Fitto è sotto processo anche per abuso d’ufficio e peculato, per l’uso dei fondi regionali, proprio come Delbono. Invece di dimettersi da ministro, Fitto, avrebbe cercato (secondo quello che racconta un suo amico magistrato al telefono) di colpire con l’aiuto del collega Angelino Alfano - mediante un’ispezione e il blocco della promozione - il pm che aveva osato indagarlo. Per questa vicenda, Fitto e il ministro della Giustizia sono stati indagati dal Tribunale dei ministri, Il Fatto Quotidiano ne ha parlato il 24 settembre ma poi non se n’è più saputo nulla. Ancora peggiore la situazione di Nicola Cosentino. Il sottosegretario all’Economia, se non fosse parlamentare, sarebbe in carcere con l’accusa gravissima di concorso esterno in associazione camorristica. Una decina di pentiti parlano dei suoi rapporti ultraventennali con il clan dei Casalesi. Recentemente è arrivata una seconda richiesta di arresto che il gip Raffaele Piccirillo ha rigettato per corruzione in relazione alla raccolta dei rifiuti in Campania.

Anche Roberto Formigoni, pur non essendo mai stato indagato, è stato pesantemente coinvolto nell’inchiesta milanese sullo scandalo Oil for food. Il regime di Saddam Hussein prendeva mazzette da un’impresa genovese che era stata segnalata con un fax dal presidente della regione Lombardia. Il suo collaboratore Marco Mazzarino De Petro, intestatario di una barca assieme al leader ciellino del Pdl lombardo, è stato condannato a due anni per questa vicenda. Le tangenti, infatti, sarebbero finite in parte (900 mila) sui conti degli iracheni e in parte (700 mila) su quelli della Candonly, una società vicina a Comunione e Liberazione e all’uomo di Formigoni. Il presidente della Lombardia, però, non ha chiesto scusa di avere favorito una lobby che include un dittatore e un corruttore condannato in primo grado. Ha attaccato a testa bassa i pm colpevoli di avere fatto un’indagine “illegale e costosa che si regge sul nulla”. Altro che dimissioni.

il Fatto Quotidiano


Il deserto del tartaro

di Marco Travaglio

La differenza fra Pdl e Pd, a parte la elle, è tutta nella battuta di Prodi: “Ma chi comanda nel Pd?”. Nel Pdl invece comanda il Banana. Infatti, mentre il centrosinistra si dilania in primarie fratricide, sfibranti dibattiti su alleanze e candidature, addirittura dimissioni per scandaletti da film di Jenny Tamburi e Bombolo, e mentre persino Cuffaro si autosospende dall’attività politica nell’Udc (ma non dal Senato, mica è fesso) dopo la condanna per favoreggiamento mafioso, dall’altra parte non muove foglia che Banana non voglia. Anche Fini è tornato a cuccia, i suoi han votato il processo morto e ora vorrebbero addirittura riesumare l’immunità parlamentare. Nicola Cosentino, raggiunto da un mandato di cattura, è saldamente al suo posto di sottosegretario alle Finanze e presidente del Cipe: lui mica aveva l’amante, è solo indagato per Camorra. Raffaele Fitto, rinviato a giudizio due volte per corruzione, turbativa d’asta e interesse privato, rimane a pie’ fermo ministro e sceglie pure il candidato governatore di Puglia. Lottizia Moratti, condannata in primo grado col suo staff dalla Corte dei conti a risarcire 263 mila euro per avere sperperato denaro pubblico in consulenze inutili, resta felicemente sindaco di Milano. Idem Roberto Castelli, noto nemico di Roma ladrona, condannato pure lui dalla Corte a restituire 100 mila euro per le consulenze pazze al ministero della Giustizia, ergo viceministro delle Infrastrutture. L’esempio viene dall’alto: se il Banana non fa una piega nemmeno ora che ha mezza famiglia indagata per frode fiscale e appropriazione indebita da 34 milioni di dollari, c’è speranza per tutti. Resta da capire cosa debba fare uno del Pdl per doversi dimettere: basterà una rapina in banca con omicidio, o è richiesta la strage? Dopotutto la democrazia all’italiana è questa: prendere i voti e profittarne finché si può.

Dopo il processo breve, il Banana ha inventato le primarie brevi: rimessosi dal vile attentato di piazza Duomo, si è riunito con se stesso, ha riaperto l’agendina delle girls (una Treccani in 18 volumi) e ha messo giù le liste e i listini. Repubblica informa che, nei listini con gli eletti sicuri in ogni regione, “due posti vanno lasciati a disposizione del Presidente”. Pare che l’assista nella ferrea selezione Licia Ronzulli, la sua fisioterapista promossa eurodeputata, detta anche “la Rasputin di Arcore”. Licia Rasputin gli avrebbe suggerito, fra i candidati d’eccellenza, un collega massaggiatore. Ma “questi dovrà vedersela con il suo geometra di fiducia del Cavaliere, Francesco Magnano, con il massaggiatore del Milan, Giorgio Puricelli, e la sua igienista dentale che avrebbe avuto piccole esperienze televisive”. Alla regione Lombardia mancava giusto quella che gli leva il tartaro dal sorriso di plastica. Dopodiché nulla osterà all’elezione della callista, del tagliatore di peli dal naso e del fornitore di capelli sintetici (a proposito, è ora di una ripiantatina). A quel punto bisognerà trovare un posto anche alla manicure di Angelino Jolie, che non ha fatto nulla di male per essere così odiosamente discriminata, anzi le tocca pure maneggiare gli arti superiori del Guardasigilli alle Maldive. Pare che l’altro giorno un certo Riccardo Migliori, ex di An, sia salito a Palazzo Grazioli per autoproporsi come governatore in Toscana: il Banana, quando finalmente, dopo lunga anticamera, l’ha ricevuto nel consueto accappatoio bianco, ha obiettato: “Lei avrà anche esperienza, ma non ha il fisico adatto, qui ci vuole una bella donna”. Pare infatti che il Migliori sia sprovvisto di tette e, diversamente dal premier, pure di fondotinta. Scartato. Per la Toscana si pensa alla procace ex sindaca di Castiglion della Pescaia, Monica Faenzi, sponsorizzata dal coordinatore Pdl Denis Verdini, lo stesso che un anno fa stroncò le speranze di rielezione dell’europarlamentare pugliese Marcello Vernola con questa insuperabile motivazione: “Caro, tu non c’hai le poppe”. Poi dicono che in Italia non c’è selezione delle classi dirigenti.

il Fatto Quotidiano

G8 alla Maddalena, 300 milioni buttati. Strutture a pezzi, zero posti di lavoro

di Paolo Berizzi e Fabio Tonacci

LA MADDALENA - C'era una volta l'isola che doveva essere e non è più. C'è ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all'Aquila, lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti - presi in larga parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna - e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i 23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l'abbandono, l'incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop?

LE GRANDI INCOMPIUTE
Sono le due mega-opere costruite nell'ex Arsenale e nell'ex ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto svolgere il vertice dei grandi del mondo - andata in gestione per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma Marcegaglia, l'unica che da questa storia ci ha davvero guadagnato e guadagnerà - ; l'altra, l'hotel cinque stelle plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza e però nessun imprenditore ne vuole sapere. Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una delle più grosse "incompiute" nella storia delle opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due indagini. Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva essere un volano per la stagnante economia dell'isola - già penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare - in un affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e nell'imbarazzo di molti?

DOPO LA BEFFA I DANNI
Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano. Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell'Abruzzo colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto sono costati, stando ai dati della Protezione civile, i lavori alla Maddalena) la scena sull'isola "scippata" - come ripetono i 12mila abitanti e il sindaco Pd Angelo Comiti - è desolante. Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell'ex Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un'area che Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato versano, oggi, in condizioni penose. "Dopo il danno la beffa, e ora i danni", chiosa l'assessore provinciale all'ambiente Pierfranco Zanchetta.

TUTTO IN MALORA
Entri nella hall dell'albergo 2, quello che avrebbe ospitato Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno mai calpestato. Piove dentro. L'acqua scende dal tetto dove hanno costruito la piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni: parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i pannelli che li contenevano sono venuti giù. Dei tappeti disegnati da Antonio Marras - lo stilista sardo che ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell'ex Arsenale militare - tra un po' si avrà traccia solo sull'ambizioso catalogo delle opere della struttura della missione G8 (affidata all'ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso vale per i quadri fotografici "navali" di Luca Cittadini. Pareti scrostate per l'umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi la hall dell'hotel con vista sulla darsena che può ospitare 700 barche. "Lo stato di queste strutture è una delle tante vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne" dice Pio Palazzolo, memoria storica dell'isola e già componente del Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna.

L'ARCHISTAR DELUSO
Accanto alla hall c'è un edificio che doveva essere un teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della "Casa sull'acqua" - o sala conferenze - la strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall'architetto Stefano Boeri. Il vero gioiello dell'ex Arsenale, costo, comprensivo dell'area delegati, 52 milioni e 100. "Gli edifici vanno usati, altrimenti deperiscono", ragiona Boeri. Dice di aver lavorato - assieme a 1600 operai impiegati giorno e notte - "per garantire una doppia vita a queste strutture: per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese... Com'è la situazione adesso?". Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell'Arsenale, in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha un aspetto desolante. Comunque lontano dall'aggettivo "affascinante" usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort. A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto, gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi, tutto è in balia del freddo e dell'umidità. Poi c'è la "stecca", un edificio basso e lungo e stretto, tipo striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una parte del tetto e chissà con l'aria che tira che fine faranno gli intarsi in finto marmo - in realtà polistirolo - che decorano gli angoli delle pareti esterne.

CATTEDRALE NEL DESERTO
A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a primavera, e poi? "Io spero che diventi un polo nautico e multifunzionale, così com'era stato pensato", dice ancora Boeri, "ottimista" ma forse non fino in fondo. Il vero problema, però, l'opera che davvero preoccupa di più, è l'ex ospedale militare. Sedicimila e 800 metri quadri trasformati in un hotel di lusso. Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un accesso all'acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un'opera da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro. Spettrale. Una scatola vuota - questa sì riscaldata tutto il giorno e illuminata di notte con livide luci violette che sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l'hotel. Il bando di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto. "A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così, con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso promise che sarebbe stata fatta una nuova gara - stringe le spalle l'assessore Zanchetta - e che c'era una catena alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace". Intanto è cresciuta l'erba davanti alla facciata che a prima vista ricorda un po' la Casa bianca. C'è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico di prendere in mano il "pacco" dell'hotel e levare le castagne dal fuoco? "La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza dell'ex Arsenale già ceduto alla Regione) - informa il sindaco Comiti - Potrebbero anche decidere di riprendersela loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo della Regione".

CONTI ALLE STELLE
I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. "Volevamo rilanciare quest'isola, farla decollare come una Davos mediterranea - dice l'ex presidente della Regione Renato Soru - e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città". E se invece andasse male, visto che l'aria non sembra delle più elettrizzanti? "Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che eravamo su Scherzi a parte". Il non-G8 alla Maddalena è costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati risparmiati dopo il trasferimento all'Aquila). 209 milioni sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d'amianto, 22 milioni solo per questo) e ristrutturare l'Arsenale. Dice Soru: "Il colmo è che sono costruzioni compiute e inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario, e nella fretta è stato svenduto - praticamente regalandolo alla Mita Resort - l'Arsenale. La Regione, proprietaria della struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente immobile".

CHI CI HA GUADAGNATO
La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è andata di lusso. La base di gara per l'assegnazione della gestione dell'Arsenale prevedeva una quota minima una tantum di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore, responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione destinato alla Regione Sardegna. Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e canone da 600 mila euro l'anno alla Regione spalmato su 40 anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo post-trasferimento all'Aquila). Che cosa ci faranno ancora all'Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton). "Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto", promette il manager Vasco De Cet.

DUBBI DA CHIARIRE
C'è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è andata davvero l'assegnazione degli appalti? Il carabinieri del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un'indagine ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell'arcipelago-parco naturale, ci sono due fari della prima metà dell'800 che dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania.

ACCAMPATI IN TENDA
Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte del maxi-investimento, oggi, non c'è nemmeno un assunto. Gli unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i 23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la sorveglianza dell'Arsenale. Domenica notte sono stati liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort. Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento. Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. "Con opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare almeno 500 posti di lavoro. E invece niente". Luigi Plastina, guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la moglie, un forno da campeggio e l'acqua sotto i piedi. "Questo è il mio G8".

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Mafia, Ciancimino è un teste attendibile Il tribunale di Palermo crede ai suoi racconti

Massimo Ciancimino conquista la prima «patente» di testimone attendibile per l'autorità giudiziaria. Il figlio di Vito Ciancimino (l'ex sindaco mafioso di Palermo) da tempo parla con i magistrati di quello che sa sui segreti della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra.
A riconoscerne l'attendibilità sono stati i giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo, che hanno depositato le motivazioni della sentenza con cui hanno condannato per mafia, a 10 anni, l'ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante. Nel processo al parlamentare, Ciancimino ha testimoniato citato dall'accusa.

«Quel che è certo - si legge nella motivazione della sentenza - e che può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo è che egli (Massimo Ciancimino, ndr) ebbe realmente modo di assistere a incontri tra il padre e Provenzano e ancora del padre con Lipari e Cannella nella propria abitazione familiare e nei luoghi domiciliari in cui il padre fu ristretto o confinato, incontri in cui Vito Ciancimino e i suoi interlocutori parlavano di affari, appalti mafia e politica».

«La vicinanza di Massimo Ciancimino al padre - proseguono i giudici - ha fatto di lui un testimone se non un protagonista di riflesso di incontri ed episodi, oggi al centro di interesse investigativo in quanto utili a ricostruire il perverso sistema di frequentazioni alleanze ed accordi politico-istituzionali che fece dei corleonesi dei vari Liggio e Riina un centro di potere oltre che un gruppo di assassini senza scrupoli, capaci di condizionare la storia politico-sociale-economica della Sicilia (e in parte della Repubblica) dagli anni '70 a buona parte dei anni '90».

I giudici, insomma, mettono nero su bianco la veridicità delle dichiarazioni del teste in particolare sugli incontri tra il padre e Provenzano, alla vigilia di una nuova testimonianza del figlio dell'ex sindaco. Massimo Ciancimino, infatti, lunedì comparirà davanti ai giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo per deporre al processo contro il generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia. E proprio Mori, secondo i racconti del teste, sarebbe stato l'interlocutore istituzionale del padre nella cosiddetta trattativa.

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mercoledì 27 gennaio 2010

Anno giudiziario, le toghe "Via quando parla il ministero"

ROMA - Presenti con la toga e con una copia della Costituzione in mano nelle aule delle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario nelle 26 corti d'Appello. Aule che però i magistrati abbandoneranno per protesta quando prenderà la parola il rappresentante del ministero della Giustizia, non prima di aver letto un documento per denunciare il "disagio" per le iniziative giudiziarie di governo e maggioranza, che rischiano di "distruggere" la giustizia, assieme alla mancanza di interventi per assicurare che il sistema funzioni con efficienza. A decidere le modalità della protesta che le toghe metteranno in atto sabato prossimo è stata oggi la giunta dell'Anm.

Durante le cerimonie nei distretti di corte d'Appello i magistrati indosseranno la toga e avranno in mano una copia della Costituzione "per simboleggiare il forte attaccamento alla funzione giudiziaria e alla Carta costituzionale", spiega l'Anm in una nota. Ma al momento dell'intervento del rappresentante del ministero della giustizia "lasceranno in maniera composta l'aula per testimoniare il proprio disagio per le iniziative legislative in corso, che rischiano di distruggere la giustizia in Italia, e per la mancanza degli interventi necessari ad assicurare l'efficienza del sistema"; e soltanto alla fine rientreranno.

I presidenti delle sezioni locali della Anm leggeranno il documento predisposto dai vertici del 'sindacato delle toghe' e alla fine del suo intervento mostrerà una copia del dossier "Le verità dell'Europa sui magistrati italiani", che poi consegnerà al presidente della corte d'Appello. Contemporaneamente i rappresentanti della giunta locale distribuiranno ai presenti copie del dossier.

Conclusa la cerimonia, ogni giunta locale dell'Anm organizzerà una conferenza stampa nella quale, oltre a illustrare il documento e il dossier, si esporranno le particolari situazioni del distretto.

repubblica.it

Giustizia, arriva la legge ad familiam impedimento anche per i coimputati


di Liana Milella

ROMA
- Da legge "ad personam" a legge "ad familiam". Estesa pure ai coimputati. Per sospendere il processo non solo per Berlusconi ma, giusto quando l'inchiesta Mediatrade marcia verso il dibattimento, anche al figlio Pier Silvio e a Confalonieri. Udc in allarme, Quirinale preoccupato. Ma il Cavaliere ha buon cuore e le sue teste d'uovo giuridiche sono pronte ad "allargare" il legittimo impedimento. Questione di ore per la modifica. Che oggi passerà il vaglio della consulta Pdl per la giustizia.

Vogliono il "concorso di persone", quindi udienze sospese quando il premier, i ministri (e loro vorrebbero pure i sottosegretari), hanno impegni istituzionali. Certificati dagli uffici. Udienze bloccate fino a sei mesi visto che il testo di Enrico Costa, il capogruppo Pdl in commissione giustizia relatore del ddl, già prevede la novità del "legittimo impegno continuativo". Di sei mesi in sei mesi il processo non si farà più, almeno per 18 mesi, tanto dura la legge-ponte proposta dal leader dei centristi Casini per far retrocedere Berlusconi dallo "sterminio", come lo chiamano le toghe, del processo breve.

E proprio nell'Udc si respirava ieri sera forte preoccupazione. Ecco Michele Vietti, autore della sua versione di impedimento e in attesa delle modifiche, dire: "Se fanno i furbi e pensano di far passare un tir sul ponte tibetano, il ponte crolla e tanti saluti". L'aveva battezzato così Vietti, per lui il legittimo impedimento per coprire il premier fino al nuovo lodo Alfano costituzionale, era un esile "ponte tibetano". Che adesso rischia d'essere gravato da un peso troppo forte. Anzi, dalle prime indiscrezioni sugli emendamenti, da molti pesi. Tant'è che i tecnici del Quirinale seguono con apprensione lo sviluppo legislativo alla luce di quanto è accaduto al lodo Alfano. Firmato da Napolitano, è stato bocciato dalla Consulta. E ora, il legittimo impedimento, come teme l'Udc, si sta trasformando in un nuovo lodo varato con legge ordinaria, addirittura con una copertura più ampia del primo che sospendeva i processi solo per i quattro più alti presidenti. Qui rientrano il premier, i ministri, e utilizzando la dizione "membri del governo" si vorrebbero comprendere vice ministri e sottosegretari. Perché non sospendere i futuri processi su Nicola Cosentino e Guido Bertolaso? Meglio dentro che fuori, devono aver ragionato. Anche se la Costituzione, cui rinvia il testo non ancora presentato lodo costituzionale, all'articolo 96 parla solo di ministri e non fa cenno ai vice e ai sottosegretari. Per cui l'estensione sarebbe un'innegabile forzatura.
Una nuova legge "salva casta". Una "prerogativa", com'è scritto nel testo, che passa per legge ordinaria e rischia i fulmini della Consulta. Costa, l'alter ego di Niccolò Ghedini in commissione Giustizia, la difende. "Principio sacrosanto" dice. Ne segue e ne tratta le modifiche. Per esempio quella di inserire puntigliosamente i riferimenti di tutte le leggi che parlano di impegni del premier in modo da non saltarne neppure uno. Non solo i singoli appuntamenti nazionali ed esteri, ma "ogni attività comunque connessa alle funzioni di governo". Con il certificato degli uffici della presidenza, e su richiesta di parte, "il giudice rinvia il processo ad altra udienza".

Via dunque ogni valutazione discrezionale del giudice, perché la legge diventa imperativa. Le toghe "devono" prendere atto degli impegni e rinviare. Se passa anche il "concorso di persone" quel rinvio varrà per tutti i coimputati. E quello che era nato, nella mente di Casini e Vietti, come un istituto processuale, diventa di fatto una super immunità che comprende, tra attività prima e dopo ogni singolo impegno, una maxi sospensione indeterminata e continuativa.

In questa versione dirompente, il legittimo impedimento "salva casta" è destinato a diventare un'occasione di scontro nella partita delle riforme costituzionali. Che Berlusconi vuole accelerare, tant'è che oggi se ne riparla in un vertice del Pdl, mentre il ministro per la Semplificazione Calderoli studia il coté elettorale e il Guardasigilli Alfano quello della giustizia. Compresa la via da scegliere tra lodo e immunità. Su cui arriva un niet definitivo da Bersani. "L'immunità è una legge che non ci riguarda. Finché io resterò segretario non è e non sarà mai potabile per il Pd" dice il segretario che quindi apre la porta a un inevitabile referendum "pesante" per Berlusconi. È un niet che potrebbe spingerlo a rifare solo il lodo Alfano dove giocare la sua faccia, senza proteggere la casta.

repubblica.it

martedì 26 gennaio 2010

Cota, operazione simpatia: Berlusconi mafioso e Fini povero demente

di l'89


Ce l’hanno duro, e pure lungo.

A casa Lega troppo spesso si crede di poter tutto quello che si vuole, riparati dal parabolone monzese in caso d’esondazione. “So’ ragazzi, si faranno”, gli stessi ragazzi sotto accusa per banda armata. Il metodo fa ormai epopea: qualcuno la fa fuori dal vaso, sdegno impercettibile, contro-sdegno anti-snobista. E’ la politica del Feltrismo, a chi la spara più grande, senza cannoni e smadonnando pure. A chi ce l’ha più lungo. E dunque, si tengano le loro manifeste – e sedicenti – falloforie, mastodontiche senza dubbio, e tacciano. O rendano conto d’azioni, opere, missioni.

I remember mafia.
In un decennio caduto nell’oblio, noto ai bene informati come ‘90, la Lega - libera dal giogo arcoriano dopo il fallimento del Berlusconi I – condusse una feroce campagna, su La Padania e oltre, contro quello che definivano “il mafioso di Arcore“. Salvo poi, la storia suggerisce, saltar giù dal carroccio per il carrozzone vincente, ancora e più di prima. La lealtà dei padani, è cosa nota, è adesso fondamentale alla vita dell’esecutivo. Ancora meglio, è data come assicurazione sulla vita, allo stesso. Da qui l’impunità nel poterla fare dove si vuole: “il pallino è in mano nostra”.

Presidente Facebook.

Conquistata a fatica la candidatura in Veneto, la Lega impone il proprio uomo-nuovo, Roberto Cota, alle presidenziali in Piemonte contro quella che impareranno a definire, con gusto asburgico d’antan – non c’è dubbio, la zarina (la Bresso, governatore uscente). “Vota il Piemonte Gggiovane” e il trend all’outsourcing elettronico fanno il resto, come da copione: Cota sbarca su internet e immancabile viralizza facebook. Pagine “Roberto Cota”, e non c’era che aspettarselo, se ne trovano a fottere. L’originale, però, è una sola: quella linkata nel suo sito ufficiale, robertocota.it. E non ci sono santi.

Baciamo le mani.
E quindi? Capita che sul profilo del giovane sabaudo compaiano foto imbarazzanti. Tipo, proprio, la prima pagina di uno dei La Padania ai quali facevamo riferimento: quelli della lotta al biscione intrallazzato con cosa nostra. La pagina parla chiaro: “Baciamo le mani“. Tra foto di Calò, Riina, Brusca, Bagarella e Andreotti (e già) compaiono i faccioni preoccupati di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. L’immagine è lì che campeggia, fa bella mostra di sè come a ricordare i fasti puri-e-duri del movimentismo leghista – non bastasse l’assenza del canonico “Berlusconi Presidente” nel logo del Pdl, comunque solo accostato al ridente sole della padania, all’interno del manifesto ellettorale regionale.

Operation “smile”.
Qualcuno vorrebbe ci si ricordasse, e lì l’ha piazzata. Poterbbe esser andata così. Ma nessuno, in uno staff di padani agguerriti e volti alla vittoria in regione, l’ha notata e rimossa. Ancora conferme? La pagina fbRoberto Cota Presidente“, ufficiale anche questa, ci propone altre immagini ambigue. Una foto di Fini in campo Pd, acronimo di Povero Demente, e il logo Udc, intestazione “Casinisti“, snocciolato “Uomini del cacchio“. E non ditemi che non funziona: a me adesso quest’uomo sta simpatico.


dal blog dell'autore

Un giorno di ordinario silenzio/assenso


Mattino. Scendi le scale. Porti la spazzatura nei bidoni differenziati. In ognuno ci sono rifiuti di ogni tipo. Esci in strada. Le strisce pedonali occupate da un Suv. Lo aggiri. Attraversi. Fermata dell'autobus. Macchine parcheggiate sull'area di sosta del mezzo pubblico. 15 metri a destra per trovare un varco e salire. Un fumatore in attesa butta il pacchetto vuoto sul marciapiede. Nell'autobus rubano un portafoglio a una signora. Osservi, taci (e se avesse un coltello?). Attraversi una piazza. Cani che cagano su un prato riservato ai bambini. Semaforo rosso, in mezzo alla strada una buca. Un motociclista potrebbe ammazzarsi. Qualcuno avvertirà i vigili. Bar. Frasi nell'aria: "Berlusconi e la giustizia a orologeria", "Di Pietro terrorista". Perché discutere? Tossisci, l'aria è irrespirabile. Qualcuno ci penserà. Apri una busta della banca. Il tasso di interesse è ridotto allo 0,1%. Per il mutuo sull'appartamento il tasso è invariato al 9%. In ufficio non hanno rinnovato il contratto a venti colleghi a tempo determinato. I dirigenti sono al loro posto. Il Senato approva il processo breve. Napolitano scrive una lettera alla vedova Craxi: "Pagò con durezza senza eguali". Latitante, non un giorno di prigione e miliardi rubati agli italiani: durezza senza eguali? Un tuo conoscente è morto sul lavoro, scivolato da un tetto. Nessuno lo ricorda, era solo una brava persona. Poste, coda di mezz'ora. Un pagamento alla Agenzia delle Entrate di 35 euro per una contestazione sul calcolo delle tasse di tre anni prima. Dal vetro, sporco, degli uffici postali intravedi una Ferrari. Un pensionato spiega a un altro che lo Scudo Fiscale ha fatto rientrare i capitali in Italia. Loda Tremonti. Sai che i soldi non sono rientrati, che sono capitali di mafiosi, di corrotti e di evasori totali ripuliti con il 5% allo Stato. Guardi avanti a te. Paghi. Metropolitana. Un bambino di forse cinque anni suona il violino. Chiede la carità. La gente guarda sopra. Domani ci sarà un altro bambino schiavo al suo posto e nessuna autorità in giro. Cammini verso casa. Costeggi il fiume a piedi. Sulle rive, cassette di frutta e sacchetti di plastica. L'acqua di colore nero brunastro. Chi sarà ad inquinare? Qualcuno interverrà. Uno scivolo per portatori di handicap è occupato, come tutti gli altri a vista d'occhio. Nel prato di fronte a casa ci sono delle gru. Uno stabile di venti piani. La luce non entrerà più dalla tua finestra. Accenderai la luce. Ora la spegni, è tardi. La tua giornata di ordinario silenzio/assenso è finita.

beppegrillo.it

Una nuova strategia della tensione?

di Giorgio Bongiovanni

Che significato potrebbe avere oggi un attentato contro uno dei magistrati impegnati nelle delicate indagini sulle stragi e sulla trattativa che, piaccia o non piaccia, coinvolgono il Presidente del Consiglio o quanto meno il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri?
Come dovremmo leggerlo? In quale contesto dovremmo inserirlo?

La storia, più o meno recente, ci ha insegnato che eventi drammatici di questo genere hanno più di una finalità e che sono stati determinanti per le stabilizzazioni, le destabilizzazioni e la creazione di nuovi equilibri. Vanno quindi collocati nell’andamento generale del sistema Paese e anche del ben più vasto sistema Mondo.

Se da una parte è vero che il tempo concede il giusto distacco per le valutazioni e altrettanto certo che l’esperienza dovrebbe servire a prevenire e, per quanto possibile, evitare che certi traumi si ripercuotano nuovamente sulla coscienza collettiva, seppur in gran parte dormiente.
Quindi oggi eliminare Antonio Ingroia, sulla cui incolumità ridacchiavano allegramente gli avvoltoi che occupano il Senato, o Sergio Lari, o Domenico Gozzo, o Nino Di Matteo perché no persino il testimone chiave Massimo Ciancimino, quali scenari delineerebbe?
L’Italia è in questo momento provata da una forte crisi economica, continui scioperi e proteste dimostrano che la crisi non è affatto finita e che la ripresa, se è vero che ci sarà, è ancora lontana. La disoccupazione crescente inasprisce il clima generale e il malessere diffuso è impregnato di incertezze e paura del futuro.
Lo scontro politico non è fra maggioranza e opposizione, quasi del tutto inesistente e in balia dei plurimi ricatti trasversali, ma tra un potere arrogante e arroccato su se stesso e una società civile indignata che fatica a trovare una convincente rappresentanza in parlamento, una parte di magistratura assiepata a difesa della Costituzione e qualche isolata voce del giornalismo e degli intellettuali. Il conflitto, poi, non riguarda le necessità del Paese o le riforme, ma la lotta per garantire i privilegi di casta, soprattutto del Presidente del Consiglio, e il tentativo di cittadini consapevoli che vedono sfilarsi di mano i propri diritti di dignità ed uguaglianza.
Gli episodi gravissimi di intolleranza e razzismo in terra di ‘ndrangheta legati allo sfruttamento barbaro e primordiale di poveri disgraziati, ridotti in miseria dalla grande chimera dello sviluppo senza limiti della minoranza opulenta del Pianeta, chiarifica lo stato di impoverimento umano e culturale verso cui sta precipitando anche il più semplice sentimento di compassione e solidarietà. Il primo mondo, ricco ed egoista, chiude le porte all’enorme massa di poveri e poverissimi che ci svergognano tutti, come razza, agli occhi della storia. Pagano prima e più di tutti le conseguenze del lento e inesorabile crollare del grande impero degli Stati Uniti che affogato nei debiti si dimena tra l’immagine di un presidente a misura dei sogni dei popoli e la realtà dello spietato mercanteggiare degli interessi di lobby, famiglie e potentati che sulla cartina del mondo tirano i dadi. Fantomatica guerra al terrore, dispiegamento di forze armate nel centro nevralgico della lotta per le risorse e per la supremazia e il terreno che scivola sotto i piedi di fronte all’incedere inquietante di Russia e Cina che, molto più abbienti, non intendono stare a guardare.
All’America in ginocchio la politica di Berlusconi non piace. Soprattutto per quella sua amicizia così stretta con Putin, il nuovo vero potente che avanza. E nemmeno l’Europa, Inghilterra in testa, si diverte più alle gag del ducetto megalomane che fa delle regole democratiche carta straccia. Pur tuttavia il nostro paese è sempre un avamposto strategico soprattutto nell’evenienza di scenari di guerra e avere un referente poco fedele e/o poco credibile in patria e fuori non è certo un vantaggio.
I famigerati poteri forti potrebbero già ravvisare l’esigenza di un cambio della guardia, la necessità di una “terza repubblica” e cosa di meglio di un lavoretto sporco affidato all’alleata di antica memoria, Cosa Nostra? La mafia oggi sbaragliata sul cui nuovo equilibrio incombe la cugina americana, cosa avrebbe in fondo da perdere? Tradita e abbandonata nella sua componente conosciuta ed esposta potrebbe rendere servigio, come consuetudine, e trattare il suo nuovo volto, per ora sconosciuto e insospettabile, con una nuova classe politica.
Assassinare chi su di lui indaga o testimonia equivarrebbe a decretare per Berlusconi e i suoi la fine, così come l’omicidio Lima e la morte di Falcone costarono ad Andreotti la Presidenza della Repubblica. Matteo Messina Denaro sembra ancora essere in grado di contrattare ma se non lo fosse la radicata borghesia mafiosa che gestisce le immense ricchezze accumulate negli anni lo è, eccome, pronta ad affidare lo scettro a qualche picciotto scaltro guidato nell’ombra dagli irriducibili ritornati in libertà, a pena scontata.
Riina e Provenzano? Forse non darebbero il loro consenso, ma indubbiamente, vecchi e ammalati, nell’isolamento delle loro celle, si godrebbero il tramonto.

Noi, pur detestando la politica del presidente del consiglio Berlusconi, respingiamo con forza l’idea che possa essere destituito dalla sua carica a suon di bombe; vorremmo che venisse sconfitto democraticamente, con legittime elezioni. Prego quindi, voi che mi leggete, se vorrete criticare anche aspramente queste mie modeste analisi, di farlo nel merito con logica uguale e contraria a quella con cui le ho esposte.

antimafiaduemila.com

Un Berlusconi senza capelli


di Davide Milosa

Pallido e avaro di sorrisi, ma soprattutto senza i suoi amati capelli che dopo il famoso trapianto ringiovanivano un volto da settantenne. Ecco come appariva ieri Silvio Berlusconi all’ingresso dell’ospedale San Raffaele. Qui lo attendevano i due medici nominati dalla Procura di Milano per controllare l’effettivo danno subito dopo l’ormai storica aggressione del 13 dicembre scorso, quando, durante un comizio del Pdl, Massimo Tartaglia gli ha scagliato in faccia una statuetta del Duomo. Per i risultati della perizia bisognerà aspettare 15 giorni. Un tempo piuttosto lungo durante il quale si dovrà accertare l’effettiva durata della prognosi, fissata a 25 giorni dal medico del San Raffaele e portata poi a 90 dal dottore personale del premier. Il presidente del Consiglio è apparso oltremodo dimesso. Sentito in serata, il dottor Piero Rosati, artefice del trapianto, ha parlato “di possibile stress” per giustificare una tale caduta di capelli. Berlusconi si è presentato all’ospedale poco dopo mezzogiorno e mezzo. Con lui, la scorta personale e Niccolò Ghedini. Pochi secondi davanti alle telecamere, nessun commento ed è scomparso dentro l’ospedale. L’appuntamento era con il medico legale Carlo Goj e il dottor Federico Biglioli, vice-direttore del reparto di chirurgia maxillo-facciale dell’ospedale SanPaolo di Milano. Al centro della visita, il controllo sulla prognosi, voluto dal procuratore aggiunto Armando Spataro, titolare dell’inchiesta sull’aggressione di piazza Duomo. Insieme a loro anche il professor Antonio Farneti, docente di medicina legale all’Università degli Studi di Milano, l’esperto individuato dagli avvocati del presidente del Consiglio, e il dott. Maurizio Dalla Pria,neurologo e psichiatra forense, scelto da Tartaglia.

Capire quanti siano effettivamente i giorni di guarigione è decisivo per formulare in maniera esatta l’accusa nei confronti di Tartaglia. Va detto, infatti, che per una prognosi inferiore ai 40 giorni l’imputazione è di lesioni lievi e in questo caso si può agire solo tramite querela di parte. Diversa la situazione sopra i 40 giorni che prevede l’azione diretta della magistratura e il reato di lesioni gravi o pluriaggravate. Imputazione, quest’ultima, per la quale ad oggi è indagato Massimo Tartaglia, vista anche l’alta carica pubblica ricoperta dalla vittima. Questa poca chiarezza sulle accuse è dovuta a uno strano gioco delle parti. Va, infatti, ricordato che la sera del 13 dicembre scorso, a poche ore dal ricovero di Berlusconi, il medico dell’ospedale aveva emesso una prognosi di 25 giorni. Verdetto successivamente ritoccato dal medico personale del premier, dottor Alberto Zangrillo, che aveva alzato a 90 giorni l’asticella della convalescenza. Tre mesi di convalescenza giustificati, però, da un bollettino medico piuttosto vago e nel quale si parla di conseguenze sui nervi facciali oltre che a lesioni interne capaci di alterare “la mimica del sorriso”. La visita di ieri, durata poco meno di un’ora, si è svolta davanti ai due periti della Procura e ai consulenti di Berlusconi e dello stesso Tartaglia. “Abbiamo recuperato più documentazione possibile”, ha commentato Goj. Dal canto suo il procuratore Spataro, mantenendo uno stretto riserbo sul caso,si è limitato a confermare le due settimane per avere il verdetto della perizia. Perizia, va detto, che si svolgerà solo sui risultati effettuati dal medico del San Raffaele che prevedono una guarigione entro 25 giorni. Tempistica del tutto verosimile, visto che, esattamente 24 giorni dopo l’aggressione, il 6 gennaio scorso, durante un viaggio in Provenza, Berlusconi è apparso ristabilito e senza segni sul volto.

il FattoQuotidiano


lunedì 25 gennaio 2010

Ingroia: "La morte breve di molti processi"

di Natalia Lombardo

Il rischio? Zero intercettazioni, altro che italiani tutti sotto controllo». Antonio Ingoia, procuratore aggiunto di Palermo, all’Assemblea nazionale di Articolo21 ad Acquasparta ha sfatato la vulgata su un’Italia supercontrollata. Lo scrive anche nel libro C’era una volta l’intercettazione (edito da Stampa Alternativa): «Gli italiani intercettati sono tra i 10 e i 20mila, e non 3 o 4 milioni come hanno detto un anno fa Il Giornale e il ministro Alfano» facendo una media sui130mila decreti di autorizzazione, senza contare però che ogni intercettazione necessita di un decreto da rinnovare ogni quindici giorni. E nel disegno di legge Alfano, che Ingoia chiama «controriforma», lo stabilire che servano «gravi indizi di colpevolezza» (quando il reato è già stato individuato) e non più «gravi indizi di reato», porta «all’azzeramento delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, che hanno risolto tante inchieste di mafia».

In questa tre giorni si è parlato tanto di difesa della Costituzione. Secondo lei è in pericolo?

«Da tempo la Costituzione è sotto attacco in alcuni snodi fondamentali. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura è da anni sotto assedio costante, e lo è il principio di uguaglianza. L’articolo 3 della Costituzione, anche per merito di una magistratura dalla schiena dritta, non è rimastoun principio astratto. Tutti i più recenti disegni di legge, invece, puntano a creare una giustizia a due velocità: efficiente e dura con i deboli, morbida e fiacca con i potenti. Una giustizia che assicura impunità ai potenti».

Il processo breve ripropone questo squilibrio?

«Ci sono molti processi a rischio e si favoriscono imputati che si possono consentire una difesa costosa, approfittando delle lungaggini consentite. Si estingue anche il reato, quindi condanna la giustizia al fallimento. E si ingannano gli italiani con una piccola truffa nell’etichetta».

Non è affatto «breve»?

«Dovrebbe definirsi: legge della morte breve dei processi. È giusto assicurare tempi rapidi, ma qui c’è un processo che rimane lungo e si fissa solo un termine massimo che non potrà mai essere rispettato. Occorre una riforma della giustizia che accorci i tempi, ma che dia alla magistratura strumenti umani, operativi e fondi. Ci sono carenze del 30 per cento nelle procure di Palermo e Catania, tagli dei fondi per lo straordinario del personale, delle cancellerie. Le udienze si tengono solo la mattina. A tutta macchina i tempi sarebbero dimezzati».

Quella sul legittimo impedimento è un’altra legge ad personam, oppure è giusto che una carica dello Stato eviti i processi?

«Insistere sui particolarismi ad personam non fa bene al senso di giustizia dei cittadini, che vogliono una giustizia uguale per tutti, senza disparità e privilegi per casta».

Con la chiusura dell’inchiesta Mediatrade è ripartita l’accusa ai pm di un attacco pre-elettorale. Che ne pensa?

«Putroppo l’aggressione alla magistratura è una costante quotidiana che non si ispira a quei principi di coesione costituzionali più volte raccomandati inutilmente dal presidente Napolitano».

Al Sud la criminalità manda segnali intimidatori, come in Calabria. Cosa sta succedendo?

«Al Sud ci sono stati molti episodi, in Sicilia soprattutto a Gela, in cui la mafia ha alzato la testa, e in Calabria la n’drangheta è in una preoccupante fase di espansione di potere. Per troppi anni c’è stata distrazione, poco impegno, così la criminalità ne ha approfittato espandendo affari fuori confine, anche nel traffico di droga».

Connivenze?

«Sì, connivenze, coperture. Serve massima attenzione, ma non solo nel controllo militare del territorio: come è avvenuto per la mafia, bisogna verificare come la ‘ndrangheta ha costituito un sistema di potere che porta a collusioni e intrecci con l’economia e la politica».

Sulle collusioni in Sicilia, dalla “trattativa” alla condanna in appello a Totò Cuffaro, questo nodo tra politica e mafia è possibile scioglierlo?

«Negli ultimi anni si è dimostrato che c’è una magistratura in grado di indagare a fondo anche sui rapporti tra mafia e politica, con processi e condanne. Ma la magistratura non può fare pulizia da sola, occorre un corale impegno da parte della politica. Il più delle volte invece dalla politica c’è stata una difesa a oltranza e una controffensiva sulla magistratura, percepita come una minaccia invece che come un alleato. E una magistratura indebolita dalle polemiche e dagli attacchi, con pochi uomini e mezzi, come al Sud, è troppo isolata e sovra esposta. Serve quanto mai il sostegno da parte di tutti».

unità.it

Decalogo dell’antimafioso


di Dafne Anastasi e Nando Dalla Chiesa

Uno dei momenti più belli della settimana contro le mafie che si è tenuta l’anno scorso in maggio a Milano.
Una settimana importante in cui in tanti sono risvegliati dal torpore tipico di chi non vuol vedere o preferisce allontanare da sé e collocare la mafia in un altrove-altro da sè.
In quella settimana si è sperimentata autentica sinergia e desiderio di dare una carezza d’amore a Milano.
Si sono combattuti gli stereotipi che vedono la mafia come realtà meridionale e violenta, si è andato nelle scuole, si è ascoltato il territorio, ci si è nutriti di quel tesoro della nazione che sono tutti quelli che non si arrendono e con la poesia, il teatro, la cucina, il cinema, o più semplicemente il proprio lavoro, rappresentano granello di sabbia nell’ingranaggio.

Dafne Anastasi

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Decalogo dell’antimafioso
(appunti da una lezione pubblica di Nando dalla Chiesa)
23 maggio 2009, ore 11.00 – piazza Sempione/Arco della Pace

Piazza Sempione oggi, come molte piazze del Sud di ieri: assolate e con una manciata di ascoltatori. Ma è da quelle poche persone che sono poi nate azioni. Perciò parlare a piccoli gruppi di persone interessate, è importante (e bello): si può pensare a ciascun ascoltatore come ad un nuovo punto di partenza. Le grandi folle soddisfano maggiormente la vanità degli oratori, ma hanno un minor coefficiente di attenzione e impegno.

1. FORMATI
Occorre diventare conoscitori del fenomeno per capirlo ed interiorizzarlo, creando così le fondamenta sulle quali costruire il nostro comportamento come pensiero autonomo e non come rito.

2. INFORMATI
Una volta gettate le basi il nostro comportamento deve essere guidato dall'informazione, non facile da acquisire, perché la stampa è a volte collusa e tende a tacere gli episodi mafiosi ed a depistarne la vera origine, attribuendo alle cause più varie, vendetta, rivalità politiche od amorose quelli che sono invece omicidi di mafia.

3. COLTIVA LA SENSIBILITA' CIVILE (Creare capitale sociale)
Come nel Vangelo il seme che cade sul terreno sbagliato non fruttifica, così se la nostra azione si svolge in un ambiente insensibile a certe tematiche anziché provocare consenso provocheremo solo fastidio.

Una volta preparati si tratta di agire, su molti fronti, da quello dell'informazione

4. DIFFONDERE L'INFORMAZIONE
Ovviamente una volta che noi ci siamo informati dobbiamo condividere, comunicandoli, gli elementi in nostro possesso.

5. ORGANIZZA E PARTECIPA ALLE CAMPAGNE D'OPINIONE E DENUNCIA
Le campagne d'opinione e denuncia hanno un grosso impatto perché, non è possibile ignorarle e vengono portate avanti da forze più numerose dei singoli sono molto efficaci, anche perché possono trovare spazio sui mezzi d'informazione che trovano difficile ignorarli.

6. CONSUMA IN MODO CONSAPEVOLE
Il consumare in modo consapevole è uno dei modi più efficaci per ridurre i guadagni del sistema mafioso: partecipare ai GAS acquistando direttamente da chi produce, dato che la mafia guadagna molto nell'intermediazione, acquistare da chi rifiuta il sistema del pizzo, boicottare chi è contiguo a mafiosi sono atteggiamenti molto efficaci.
E non solo in questo campo: se i cittadini boicottassero oggi Unicredit, accusato di aver tenuto comportamenti quantomeno scorretti nei confronti del Comune di Milano, cioè nei nostri confronti, saremmo sicuri che questi comportamenti non si ripeterebbero.
Addiopizzo è riferimento ed esempio di ciò che si può fare.
Il consumo critico si può esercitare in due modi: premiando e/o evitando.
  • Chi premiare: le attività commerciali ed i professionisti che denunciano o che si comportano secondo legalità (ad esempio, chi rilascia le fatture senza difficoltà).
  • Chi evitare: evitare richiede attenzione ed informazione. Edilizia, ristorazione-divertimento (ristoranti/bar/pizzerie/discoteche) e sanità sono i campi in cui le mafie investono di più e riciclano i loro capitali. Informarsi prima di scegliere una clinica in cui curarsi (il settore sanitario è un campo in cui le mafie sono molto attive, emblematico il caso Calabria, ma non solo). Informarsi prima di frequentare catene di locali, di pizzerie o di bar che sorgono all’improvviso (domandarsi da dove può venire tanta abbondanza di liquidità).
7. CONTROLLA LA LEGALITA'
Il controllo della legalità è compito delle istituzioni, ma il cittadino che vive nella zona vede tutti i giorni cosa succede, dal cantiere al nuovo negozio... e quindi riesce ad intravedere molte cose in anticipo, da cui ricavare informazioni da fornire alle istituzioni.

8. SPENDI IL TUO VOTO
La mafia cede i suoi pacchetti di voti ai candidati in cambio naturalmente di favori, senza distinzione di partito, anzi in tutti i partiti.
Così noi dobbiamo utilizzare il nostro voto in funzione antimafia.
Ma soprattutto la lotta alla mafia non può essere condotta dai singoli ed allora

9. APPOGGIA CHI LOTTA
Nelle istituzioni e fra i cittadini c'è chi combatte la mafia. Un'attività rischiosa e faticosa soprattutto quando magari si lotta contro apparati istituzionali.
Per questo c'è bisogno di una forte motivazione per non cedere al “ma chi me lo fa fare”, l'orgoglio ed il senso del dovere sono alla base della motivazione, ma l'indifferenza l'abbatte.

10. NON AGIRE MAI DA SOLO
Non siamo i ragazzi della via Pal, la mafia è pericolosa e diffusa. Oggi ci sono associazioni e movimenti che la combattono e che appoggiano chi la combatte riducendone il rischio.
E come la mafia fa il calcolo costi benefici così anche noi lo facciamo, tenendo conto che ogni lotta è costosa, per formarsi e per informarsi, per la logistica dei GAS, ... ma teniamo conto che i benefici della mafia sono i nostri costi, e finché lei sarà in attivo noi saremo in passivo. Nella lotta alle mafie è importante che le denunce siano fatte in gruppo, dividendosi le responsabilità. Denunce isolate, di persone sconosciute all’opinione pubblica sono facilmente attaccabili dai mafiosi. Il bilancio rischio/beneficio diventa invece più oneroso per il mafioso se deve attaccare gruppi, in particolare se ne fanno parte persone note. Operare in gruppo è perciò importante, non solo per l’incolumità del singolo, ma anche per dare più possibilità di successo alla denuncia.

Nando Dalla Chiesa

19luglio1992.com

Adottiamo i magistrati antimafia

I magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona sono dei bersagli viventi. Sono a rischio attentato. Il procuratore antimafia Nino De Matteo che sta indagando sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino è più fortunato, è solo sotto scorta da 16 anni, come molti suoi colleghi. In Francia o in Gran Bretagna sotto scorta, o fuggiti all'estero ci sarebbero i mafiosi, non i giudici. Nel Sud le procure della Repubblica sono avamposti, fortini circondati dall'Antistato. Cuffaro è stato condannato a 7 anni in appello anni, due anni in più per l'aggravante mafiosa. Dell'Utri è in attesa della sentenza di secondo grado dopo le elezioni, in primo grado è stato condannato a 9 anni. La cosa sensazionale è che si tratta di due senatori della Repubblica intervistati con reverenza in trasmissioni come "Porta a Porta" e nei servizi dei telegiornali da giornalisti al loro servizio, ma pagati da noi.
Molti pentiti, più di trenta, parlano delle relazioni tra mafia e Stato come atto fondativo della seconda Repubblica. I processi per le stragi di Capaci, via D'Amelio e in tutta Italia del biennio 92/93 si stanno riaprendo e coinvolgono i politici di allora in modo bipartisan. In carcere a scontare ergastoli su ergastoli ci sono solo mafiosi, dai Graviano a Riina a Provenzano, ma nessun politico. Chi li ha fregati? Chi non ha mantenuto le promesse?
Un nuovo ciclo si sta per aprire. Dopo 16 anni di stragi, alcune commissionate da mandanti del cosiddetto "continente", secondo i pentiti, e delle quali la mafia sarebbe stata solo il braccio armato, c'è stata la Pax mafiosa, durata anch'essa circa 16 anni. I prossimi processi potrebbero mandare in galera politici eccellenti, distruggere carriere costruite sul sangue. Quelli in corso in Sicilia sulle stragi non sono processi alla mafia, ma processi allo Stato. Per questo si potrebbe aprire un nuovo ciclo di omicidi. Passare dal processo breve al magistrato morto è un attimo. I partiti che hanno occupato lo Stato non si possono condannare. I democristiani non si volevano far processare nelle piazze.I politici attuali (Berlusconi è solo il loro rappresentante) neppure nei tribunali.
La Rete deve adottare i giudici Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Dar loro e alle loro inchieste la massima visibilità e sostegno. L'informazione è il loro giubbetto anti proiettile. Prima li diffamano (e lo stanno facendo da anni), poi li isolano (operazione in corso), poi li uccidono. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

beppegrillo.it

In bilico tra tasse e debito


di Superbonus

Ci siamo: i toni del presidente del Consiglio iniziano a cambiare, da: "Aboliremo l’Irap" e "abbasseremo le tasse, dobbiamo essere soddisfatti di essere riusciti a non mettere nuove tasse".
Lo ha detto Berlusconi in Toscana venerdì, e la frase campeggia a tutta pagina sul sito Internet del Pdl. La distanza fra le promesse funamboliche e la prossima finanziaria che dovrà trovare 30 miliardi di euro fra tagli alla spesa e nuove entrate doveva essere accorciata. Ed è stato fatto con cautela, introducendo gradualmente la pillola che dovremo ingoiare fra la seconda metà del 2010 e l’inizio del 2011.

Inizia a spaventare come i mercati finanziari stanno reagendo ai conti pubblici di Grecia, Spagna e Portogallo e soprattutto spaventa lo spread di 0,90 per cento in più rispetto alla Germania che l’Italia pagava ieri sul suo debito decennale.

Non c’è una buona aria sui mercati per chi promette troppo, parla troppo e spende troppo. Fino a ieri noi avevamo tutte e tre le caratteristiche. Berlusconi ha vissuto il periodo di Tangentopoli a Milano e sa bene che più che per le le ruberie, la gente era indignata dal fatto che quella classe politica aveva portato il paese sull’orlo del baratro finanziario.
Quindi il presidente del Consiglio si prepara a servire due piatti indigesti: il primo sarà un condono fiscale per le imprese, così generoso e di maglia larga da fare impallidire gli abitanti delle isole Cayman. Il secondo una manovra fiscale per racimolare i miliardi che ancora mancheranno all’appello.

Probabilmente si tratterà di nuovi tagli allo stato sociale, forse alla polizia, sicuramente alla giustizia. Negli anni in cui ha governato Berlusconi il debito pubblico è aumentato di 400 miliardi di euro e le tasse non sono scese di un centesimo. E l’impressione è che si navighi a vista per rimandare quanto più a lungo possibile il momento in cui i 1.800 miliardi di debito ci si ritorceranno contro. Il governo si comporta come un equilibrista che si ferma al centro della corda per riprendere il bilanciere, fare una piroetta e proseguire verso la fine della corda.

Cioè verso l’immunità dai processi, la blindatura dell’impero Mediaset e il benessere di pochi cortigiani. Dall’altra parte della corda si lascerà un paese con un peso troppo grande per poter attraversare il passaggio indenne. Ma i funamboli devono stare attenti al vento. I mercati finanziari oscillano pericolosamente e talvolta anticipano i tempi delle crisi, provocandole essi stessi. Il debito pubblico italiano è un sorvegliato speciale e se i collocamenti dei bond greci o portoghesi per un qualsiasi motivo dovessero arenarsi, dopo toccherebbe all’Italia pagare il prezzo del "terzo debito pubblico del mondo ma non della terza economia del mondo".

il FattoQuotidiano

Signorini il collezionista

Nei cassetti dell’uomo di fiducia di B. centinaia di foto pronte da esibire quando serve. Blindate quelle di Alfano


di Peter Gomez e Antonella Mascali

La frase chiave per capire il sistema Signorini, non l’ha pronunciata lui, ma l’uomo che il direttore di Chi, nelle sue interviste, chiama spesso “il Capo”: Silvio Berlusconi. Era il 25 giugno del 2009. Sui quotidiani teneva banco lo scandalo delle ragazze a pagamento e delle minorenni (Noemi Letizia) abituali frequentatrici di Palazzo Grazioli. Il Cavaliere cercava di ostentare sicurezza, mentre Il Giornale ancora diretto da Mario Giordano, lo difendeva all’insegna del così fan tutti.

Uno dopo l’altro venivano sparati titoli di prima pagina su una vecchia inchiesta su un giro di squillo in cui erano rimasti coinvolti, come “utilizzatori finali”, alcuni collaboratori di Massimo D’Alema. Era stato allora che Berlusconi, prendendo le distanze dal quotidiano di famiglia, aveva sentenziato: “È stata alimentata una spirale perversa. Io da editore ho stracciato molti servizi e molte fotografie”. Come dire: quello che è finito nel cestino si può sempre recuperare. Bene, Alfonso Signorini, di questa considerazione, sembra aver fatto un credo di vita. Anzi una linea editoriale.

Lo raccontano le ore e ore d’intercettazioni della nuova inchiesta milanese su scatti e ricatti, disposte dal pubblico ministero Frank Di Maio sui telefoni di alcuni paparazzi e agenzie fotografiche. E lo hanno detto a Il Fatto Quotidiano più fonti tutte concordi tra loro. Signorini, l’uomo scelto da Berlusconi come spin doctor e intervistatore di fiducia durante i mesi difficili del caso della escort barese Patrizia D’Addario, di fatto è un collezionista. Non di ossa ovviamente, ma di quella che in gergo nei giornali viene chiamata spazzatura: foto e filmati solitamente considerati impubblicabili, ma che, se gestiti con sapienza. si possono trasformare in una miniera d’oro.

L’ultimo e più clamoroso caso è quello di Lapo Elkann che, grazie alla mediazione di Signorini, ritira dal mercato per 300.000 euro un servizio in cui è ritratto con un trans. E che proprio questa settimana finisce sulla copertina di Chi abbracciato alla fidanzata. Cinque pagine di scatti che sembrano effettuati di nascosto, ma che in realtà sono concordati. Funziona così: ci sono in giro delle tue brutte foto. Io non le pubblico, ma tu mi comunichi il tuo calendario degli appuntamenti. Il paparazzo ti segue, ti fotografa e tu dai al pubblico l’immagine di te che preferisci. È un favore o un ricatto?

Questo è uno dei punti centrali dell’indagine di Di Maio, che però rischia di finire per doversi occupare di aspetti molto più “politici” della vicenda. Per esempio la questione Angelino Alfano. Signorini, oramai soprannominato in redazione e negli ambienti di governo “il ministro ombra”, acquista alcune immagini in cui il Guardasigilli è ritratto in pantaloncini e canottiera mentre si sta facendo fare la manicure. Non è niente di sconveniente. Ma le foto non sono bellissime. Alfano sembra una specie di padrino. Così il direttore di Chi compra e mette tutto in un cassetto. Non c’è niente di male, anche se i parlamentari della minoranza non hanno a disposizione un giornale che gli faccia sistematicamente un lavoro del genere.

Una delle poche eccezioni che si ricordi è quella che riguarda Silvio Sircana, l’ex portavoce di Romano Prodi, immortalato nel 2007, mentre parlava pure lui con un transessuale. Chi ritira tutto per 100.000 euro, senza pubblicare, è un settimanale Rizzoli. Ma poi la cosa salta fuori durante la prima inchiesta di Potenza su Vallettopoli. Il collezionista Signorini, che aveva avuto in visione il servizio (rifiutato) e ne aveva fatto delle fotocopie a colori, in redazione appare al settimo cielo. Poco dopo la foto di Sircana col trans compare in prima pagina de Il Giornale.

Chi l’ha data al quotidiano di via Negi ? L’allora direttore Maurizio Belpietro assicura di averla trovata nei fascicoli processuali. Sarà. Anche se appare certo che Berlusconi dell’esistenza di quel’immagine politicamente imbarazzante sia subito stato informato. Lo dimostra ciò che è accaduto lo scorso ottobre quando sulla scrivania del collezionista arriva l’ormai celebre video di Piero Marrazzo con tanto di viados e cocaina. Signorini, lo racconta lui stesso, avverte immediatamente Marina Berlusconi e poi, dopo averlo rifiutato, ma trattenuto in visione, si preoccupa di proporre il filmato a Libero.

Intanto le immagini arrivano pure a Palazzo Grazioli dove il premier le guarda, prima di avvertire l’ex presidente della regione Lazio della possibilità di ritirarle contattando l’agenzia Photomasi. E il capitolo delle agenzie fotografiche, è proprio quello che appare ora, uno dei più spinosi dell’inchiesta. I soldi in ballo sono tanti. Molte voci e qualche testimonianza parlano di giri di denaro tra le agenzie e i giornalisti che scelgono di acquistare da loro le foto.

A “Chi” la scorsa estate è stata licenziata la celebre photoeditor Paola Bergna che aveva avuto da ridire su una serie di fatture per servizi da lei considerati troppo costosi. È un fatto poi che, negli ultimi mesi, col settimanale stia lavorando a pieno ritmo Spyone, un’agenzia formata da ex di Fabrizio Corona e amministrata da Alan Fioredelmondo, ex maestro di tennis e ottimo amico di Signorini. Uno dei fotografi di Spyone, così come Max Scarfone – autore delle foto di Sircana, di Alfano e mediatore del filmato di Marrazzo – è oggi indagato per estorsione.

E anche se l’agenzia smentisce , fortissimi appaiono pure i legami con Gabriele Parpiglia, il più roccioso tra tutti i cronisti di Signorini, protagonista di alcune operazioni speciali. È stato per esempio Parpiglia, ex ufficio stampa di Corona, a farsi fotografare mentre dava del denaro a un ex fidanzato di Noemi Letizia (era un modo per dimostrare che tutte le rivelazioni del ragazzo sull’inizio del rapporto tra la minorenne e il premier non valevano niente).

Ed è sempre stato lui a mettersi in Calabria sulle tracce del giudice Raimondo Mesiano, dopo che il magistrato aveva condannato la Fininvest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 750 milioni di euro. Operazioni speciali, appunto. Perché quelle normali, Parpiglia le racconta persino dagli schermi di Domenica 5. L’ultimo caso è in ottobre. Prima Chi pubblica le foto dell’attore Alessandro Preziosi, compagno di Vittoria Puccini, sorpreso con la giovane aspirante attrice Giorgia Pagliacci. Poi, incredibilmente, riesce persino ad ottenere da Preziosi un’intervista. Guardando Parpiglia in tv è facile capire il segreto dello scoop.

Il giornalista racconta che della coppia Preziosi-Pagliacci esistono immagini, mai messe in pagina, molto più esplicite. Perché, come dimostra il caso Signorini, con una foto si possono fare tante cose. Pubblicare, non pubblicare, non comprare, ma farne delle copie, comprare e pubblicare solo in parte, comprare e tenere nei cassetti. E soprattutto si può fare carriera. Nei giornali, come in Parlamento.

il FattoQuotidiano

venerdì 22 gennaio 2010

Sulle tracce di "faccia da mostro"

di Fabrizio Colarieti

Dopo Matteo Messina Denaro, è lui il ricercato numero uno in Italia. Così lo chiamano giù in Sicilia, così lo ha chiamato anche Ciancimino Jr.

Un’ombra. Di lui si dice che potrebbe essere ancora in servizio, ma anche che sarebbe morto di tumore. Aveva, o forse ha ancora, il viso deforme: un volto sfigurato, orrendo, paragonabile solo a quello di un mostro. “Faccia da mostro”, così lo chiamano giù in Sicilia, e così lo ha chiamato recentemente anche Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo, don Vito, quello del “papello” e della trattativa tra Stato e mafia su cui si indaga ancora. Dopo il super latitante Matteo Messina Denaro, “faccia da mostro”, oggi è il ricercato numero uno.

L’innominabile. Era un agente del Sisde, il servizio segreto civile (oggi Aisi, ndr). Era a Palermo. Nelle storie di mafia, “faccia da mostro”, c’è dentro fino al collo e a quanto pare gli inquirenti, che da anni lo cercano, non lo hanno ancora identificato. Forse a quel volto, di cui esisterebbe solo un confuso identikit, non si potrà mai dare un nome, perché quando qualcuno tenterà di svelarlo, come accade spesso, il segreto coprirà per sempre la sua identità. Il suo nome, anzi il suo soprannome, - legato a quelle inconfondibili caratteristiche del volto dovute, almeno così pare, a un tumore e ad una lunga serie di interventi chirurgici – salta fuori la prima volta nell’89. Nessuno lo nomina, la sua identità non è mai stata svelata sulla stampa, ma tutti parlano di quell’uomo misterioso che, come un’ombra, entra ed esce dalle oscure vicende siciliane.

L’Addaura. La prima a parlare di lui è una donna che poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti, dentro un auto, insieme a un altro individuo. La donna se lo ricorda proprio perché il suo volto era inguardabile. Era il 21 giugno 1989, Falcone aveva affittato per il periodo estivo quella villa sulla costa palermitana. Intorno alle 7.30 tre agenti della scorta trovano sugli scogli, a pochi metri dall’abitazione, una muta subacquea, un paio di pinne, una maschera ed una borsa sportiva blu contenente una cassetta metallica. Dentro c’è un congegno a elevata potenzialità distruttiva composto da 58 candelotti di esplosivo. Qualche ora dopo, in quella villa, Falcone doveva incontrare due colleghi svizzeri: il pm Carla del Ponte ed il giudice istruttore Carlo Lehmann, in Sicilia per le indagini sul riciclaggio di denaro. La bomba era per loro. “Faccia da mostro”, dice la testimone, quella mattina era lì.

Il confidente. Ne parla anche la “gola profonda” Luigi Ilardo, il mafioso, cugino e braccio destro del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ’95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri, ma un anno dopo gli tapparono per sempre la bocca. Ilardo confidò al colonnello Michele Riccio del Ros che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, uno chiacchierato. Il confidente, parlando dello strano agente segreto, disse agli inquirenti: “Di certo questo agente girava imperterrito per Palermo. Stava in posti strani e faceva cose strane”.

Le morti sospette. “Faccia da mostro” è legato anche a una lunga scia di sangue e di strane morti, come l’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini. Agostino dava la caccia ai latitanti, pare anche per conto del Sisde, e sembra avesse informazioni sul fallito attentato all’Addaura. Le indagini non hanno mai chiarito, fino in fondo, come sono andate le cose però sembra che l’agente, poco prima di morire, avesse ricevuto in casa sua una strana visita, quella di un collega con la faccia deforme. A dirlo è suo padre, Vincenzo, che riferì agli inquirenti che un giorno notò “faccia da mostro” vicino all’abitazione del figlio. Vuole giustizia e cerca la verità da anni, Vincenzo Agostino, non si taglia la barba dal giorno in cui gli hanno ucciso il figlio e la nuora, che era incinta di cinque mesi. Per lui, quell’uomo, era inguardabile: “Quell’uomo è venuto a casa mia, voleva mio figlio. Quel tizio non è soltanto implicato nei fatti di Capaci e via D’Amelio, ha fatto la strage in casa mia, quella in cui sono morti – disse ai magistrati il padre di Agostino – mio figlio Nino, mia nuora e mia nipote. Due persone vennero a cercare mio figlio al villino. Accanto al cancello, su una moto, c’era un uomo biondo con la faccia butterata. Per me era faccia di mostro”. Un altro pesante sospetto lega “faccia da mostro” a un altro delitto, quello dell’ex agente di polizia Emanuele Piazza. Il suo nome in codice era “topo”, collaborava con il Sisde, era amico di Nino Agostino, ma non era ancora un effettivo. Figlio di un noto avvocato palermitano, era un infiltrato e dava la caccia ai latitanti quando, il 15 marzo 1990, scompare nel nulla. Molti anni dopo si saprà che fu “prelevato” con un tranello dalla sua abitazione da un ex pugile, vecchio compagno di palestra, portato in uno scantinato di Capaci, ucciso e sciolto nell’acido. Cercava la verità sulla morte del suo amico Antonino Agostino, forse l’aveva anche trovata, e anche lui sapeva qualcosa sull’Addaura.

La trattativa. Poi, più recentemente, è Massimo Ciancimino, a parlare dell’agente segreto inguardabile ed innominabile. Ciancimino jr, però, è in grado di fornire ai magistrati di Caltanissetta e Palermo – quelli che indagano tuttora sugli attentati del ’92 e sulla trattativa tra Stato e mafia – anche nomi e numeri di cellulare di agenti in contatto con il padre. Quei riferimenti li tira fuori dalle agende del padre, ricche di numeri che contano. Parla di un certo “Franco” e di “Carlo”, ma forse erano i nomi di copertura di un solo 007. Ma Massimo Ciancimino conferma anche ai magistrati che l’uomo con la faccia da mostro era in contatto con suo padre da anni, ma non ne conosce l’identità. Conferma pure che i contati con gli spioni sono proseguiti anche dopo la morte del padre e, più di recente, quando decise di consegnare ai magistrati il famoso “papello” con le richieste di Cosa Nostra.

L’agenda rossa. Ancora ombre, il 19 luglio 1992, pochi minuti dopo l’esplosione dell’autobomba che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi angeli custodi. Le istantanee sono diverse e ritraggono numerosi agenti in borghese che si muovono in quella terribile scena. Uno di loro – uno dei pochi identificati analizzando quei fotogrammi – era il tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli, accusato (e poi prosciolto) di aver sottratto l’agenda rossa, quella dove il giudice annotava ogni cosa e che teneva sempre con sé. Quell’agenda è scomparsa, l’ufficiale non l’ha rubata, pur essendo stato fotografato con in mano la borsa del giudice. Dentro quella borsa, di fatto, l’agenda non c’era e molti di quei volti fotografati in via D’Amelio non hanno ancora un nome, compreso quello di un altrettanto misterioso personaggio che sembra allontanarsi da quell’inferno tenendo qualcosa sotto la giacca.

Le indagini. “Faccia da mostro”, in Sicilia, dopo Matteo Messina Denaro, oggi è il ricercato numero uno. Lo cercano i magistrati di Palermo e Caltanissetta, che il 18 novembre scorso hanno chiesto ai vertici del Dis la documentazione sugli eccidi di Capaci e via D’Amelio e informazioni su alcuni agenti sotto copertura che potrebbero aver avuto un ruolo nel fallito attentato all’Addaura e sugli omicidi di Emanuele Piazza e Nino Agostino.

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