martedì 7 dicembre 2010

Giuseppe Ayala contro Salvatore Borsellino: Commiserazione, rabbia e sete di verita'



di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

Avevamo già scritto una lettera aperta a Giuseppe Ayala contestando le sue infelici dichiarazioni sulla revoca delle scorte ai magistrati impegnati in prima linea, a Palermo. Che lui riteneva opportuna mentre sottolineava con tono sprezzante che alcuni giudici l'avrebbero vissuta come “il venir meno di uno status symbol”.

All'ex senatore della Repubblica avevamo contestato anche le affermazioni sarcastiche nei confronti del dott. Antonino Di Matteo definito “giovane collega che rappresenta l'Associazione nazionale magistrati di Palermo” che “ha cominciato a muovere i primi passi da magistrato soltanto nel 1993”.
Oggi riteniamo che l'ex pm del Maxiprocesso abbia oltrepassato ogni limite della decenza e dell'impudenza. Definire il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, come “un signore che ha problemi di sanità mentale”, azzardando la comparazione tra i due con il paragone biblico di “Abele che aveva un fratello”, ci disgusta. Giuseppe Ayala non solo non risponde alle domande che definisce “farneticazioni” poste da Salvatore Borsellino nel suo sito www.19luglio1992.com ma si permette anche di offenderlo pavoneggiandosi come colui che per 10 anni della sua vita è stato “la voce del pool antimafia”. Ora, tralasciando la commiserazione nei confronti di chi ha bisogno di vivere di rendita strumentalizzando amicizie, esperienze e ricordi, resta il disgusto per l'attacco vile da parte di un uomo – e questo è un dato un fatto – che nella ricerca della verità sulla strage di via D'Amelio non ha fatto altro che confondere le carte in tavola. Le tracce delle sue diverse versioni sul ritrovamento della borsa di Paolo Borsellino sono agli atti di un procedimento penale che ha visto il carabiniere Giovanni Arcangioli iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Caltanissetta per furto aggravato.
E se Ayala si proclama “la voce del pool antimafia” perché non si domanda quanto le sue versioni discordanti hanno contribuito a non sciogliere minimamente uno dei misteri più impenetrabili della nostra storia contemporanea? Non è sufficiente l'alibi di una memoria a corrente alternata per giustificare le proprie dichiarazioni che hanno solamente portato confusione agli investigatori. Purtroppo la Cassazione ha impedito che attraverso un regolare processo in un'aula di giustizia si potesse ristabilire la verità sul ritrovamento della borsa di Paolo Borsellino. E quindi quelle che gli storici definiranno “singolari versioni delle dichiarazioni di un testimone” rimarranno come materia di studio per capire come spesso i misteri di Stato siano costellati dalle fugaci apparizioni di chi si atteggia a primo attore ma resta solo e sempre una “comparsa” che - solo per un periodo della propria vita - ha indubbiamente recitato un ruolo di primo piano.
Al di là di tutta la nostra totale e incondizionata solidarietà a Salvatore Borsellino verso il quale siamo debitori per la sua autentica ricerca della verità su quella che è stata una strage di Stato resta un'ultima considerazione da fare.
Tra le differenti esposizioni dei fatti di Giuseppe Ayala ce n'è una sulla quale vorremmo da lui una risposta precisa. In un'intervista del 23 luglio 2009 (ripresa nel nostro libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”) Ayala torna alla sua seconda versione affermando di avere prelevato personalmente la borsa di Paolo Borsellino, l'ex pubblico ministero al Maxiprocesso ribadisce di non averla aperta in quanto era già deputato e non aveva alcun titolo per farlo. L'ex senatore prosegue poi nel racconto specificando che una volta trovata la borsa l'ha consegnata ad un ufficiale dei carabinieri, per poi sottolineare che “è verosimile che l'agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire”. A questo punto dottor Ayala ci dica una volta per tutte: in base a quali sue conoscenze ritiene che l'agenda rossa sia stata fatta sparire? Da chi e per quali ragioni?
Lo dica per favore!

antimafiaduemila.com

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