mercoledì 27 ottobre 2010

Rapporti con la mafia Ciancimino jr indagato



di Francesco La Licata

Massimo Ciancimino è indagato dalla Procura di Palermo. L’ipotesi di reato contenuta nell’avviso, notificatogli lunedi mattina, fa riferimento al concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il provvedimento dei magistrati palermitani, l’iscrizione nel registro degli indagati del figlio dell’ex sindaco democristiano scaturisce dalle sue stesse dichiarazioni, ma soprattutto dal “materiale probatorio” consegnato nel tempo ai magistrati. Dunque dai “pizzini”, dalla “corrispondenza” che il giovane rampollo di don Vito Ciancimino riceveva dagli uomini di Cosa nostra e dallo stesso Bernardo Provenzano per smistarla, poi, al padre anche quando questi era in carcere o al soggiorno obbligato.

Tra le numerose carte consegnate ai giudici, ovviamente, anche il famigerato “papello”, cioè la lista con le richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per ottenere benefici (legislativi e giudiziari) in cambio di uno stop alla strategia stragista dei corleonesi di Totò Riina. Sembra che l’avviso di garanzia a Massimo Ciancimino sia già abbastanza datato (il procedimento in questione risale al 2008, anno in cui è cominciata la sua collaborazione), ma sia stato notificato soltanto adesso, alla vigilia di importanti adempimenti che l’indagato si appresta a svolgere. Oggi Massimo Ciancimino sarà sentito dai magistrati di Caltanissetta, che indagano sulle stragi del ‘92 (Capaci, via D’Amelio e l’attentato a Falcone all’Addaura del 1989) e sul coinvolgimento, in quei torbidi avvenimenti, di pezzi delle Istituzioni e dei Servizi di sicurezza. E’ probabile che a Ciancimino venga chiesto di sottoporsi ad un confronto con il funzionario dell’ex Sisde, l’agente da lui indicato come uno dei tramiti fra gli apparati di sicurezza e il padre. Un altro confronto potrebbe rendersi necessario, domani a Palermo, con un altro agente (anche questi identificato in foto) descritto da Massimo Ciancimino come “il capitano”, l’uomo cioè che - con minacce - avrebbe in ogni modo cercato di disincentivare la sua collaborazione coi magistrati.

Il nuovo procedimento palermitano avrebbe già causato l’iscrizione di un certo numero di indagati, quindi non il solo Massimo Ciancimino. Ma su questo aspetto il muro di riservatezza della magistratura appare insuperabile.

Si intuisce che sulle dichiarazioni del figlio di don Vito sono stati svolti accurati accertamenti risultati utili al preseguimento dell’inchiesta. Si tratta di ricerche e ricostruzioni su tutto quanto dichiarato da Ciancimino in merito ai contatti del padre, sia con Provenzano e con gli uomini di Cosa nostra, sia con funzionari dello Stato infedeli. Ma sembrano essere gli “accertamenti tecnici”, la chiave della svolta. I “pizzini” tenuti da don Vito e oggi in possesso dei giudici, sembrano essere per nulla dei “falsi”. Certo, il “papello” non risulta essere stato scritto da nessuno dei 27 uomini di Cosa nostra sottoposti a perizia, nè dallo stesso Riina. Ma questo non toglie che sia stato offerto a Ciancimino come base di discussione per la trattativa con lo Stato.

Ecco: è proprio per questo tipo di attività di “postino” che oggi Massimo si trova indagato. Fu lui - per sua stessa ammissione - a prendere dalle mani del medico Antonino Cinà (mafioso e medico curante di Riina) la busta con “papello” e a portarla al padre. Fu lo studio medico di Cinà a funzionare da “centro raccolta” per la corrispondenza tra Riina e Vito Ciancimino. Ma non solo: tante altre lettere sono state recapitate a don Vito, anche mentre si trovava detenuto a Rebibbia. Una corrispondenza andata avanti nel tempo, pure dopo il fallimento dei contatti coi carabinieri del Ros. Era il tempo in cui don Vito chiedeva all’amico Bernardo Provenzano di interessarsi della sua “condizione” (di detenuto ndr) insopportabile. E il vecchio corleonese lo tranquillizzava, promettendo interventi politici. Promesse forse irrealizzabili ma che servivano a rabbonire l’ex sindaco e ad evitare che raccontasse i suoi misteri.

LaStampa.it


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