lunedì 13 settembre 2010

Il contratto “strappato”

di Pietro Orsatti

È da ieri che mi frullava per la testa il sospetto che la decisione di Federmeccanica di “stracciare” il contratto nazionale dei metalmeccanici in questo preciso momento storico del nostro Paese, fosse stato facilitato in qualche modo da un governo assolutamente incapace di gestire il conflitto in atto, distratto com’è da una crisi nella maggioranza senza precedenti, e “analfabeta” non solo sul piano “costituzionale” ma anche nella gestione delle politiche produttive. Non a caso 5 mesi di interim proprio alle attività produttive dimostrano la disattenzione ai problemi reali del Paese da parte di Berlusconi e dei suoi. Poco fa, però, un’agenzia stampa ha battuto alcune dichiarazioni di un parlamentare Pd (non un big, ma si vede uno di quelli che in silenzio continuano a ragionare e a fare il proprio lavoro) mi hanno rassicurato: ci sono altri che si stanno facendo le stesse domande e tirando le stesse conclusioni a cui sto arrivando io.

«Se per i metalmeccanici non cambia nulla perché mai si è deciso, nel silenzio totale del Governo, di stracciare in tutta fretta il contratto nazionale con un atto unilaterale e, per giunta, in un contesto politico di massima incertezza e di scontro istituzionale che non può certo garantire i lavoratori, ovvero la controparte più debole in questa fase?». Lo chiede il deputato e capogruppo del Pd in commissione Trasporti e Telecomunicazioni alla Camera, Michele Meta, commentando le parole del ministro Sacconi secondo il quale con la decisione assunta ieri da Federmeccanica «non cambia nulla per i lavoratori».

E poi, continua Meta, «siamo sicuri che ‘per tenere l’urto della competizione globale, come ribadito da Federmeccanica, sia necessaria come prima mossa la scelta unilaterale di rivedere le relazioni industriali alzando il livello di scontro con i lavoratori che saranno chiamati a “trattare” contestualmente con i datori di lavoro? Questi, sono alcuni interrogativi che il Governo farebbe bene a sciogliere se vuole evitare un conflitto sociale che inevitabilmente potrebbe prodursi a causa della messa all’indice del lavoro dipendente, anche in seguito alle misure anticrisi varate dall’esecutivo che colpiscono proprio quei lavoratori messi all’angolo con la decisione di Federmeccanica di ieri».

Che Sacconi sia un incompetente e anzi sia uso “sdraiarsi” sempre ed esclusivamente sulle posizioni della parte più reazionaria e conservativa di Confindustria e delle imprese italiane, è evidente proprio a partire dalla posizione demenziale che ha assunto in atto sulla vicenda Fiat di Termini Imerese prima e di Pomigliano poi e la chiusura ideologica che ha assunto nei confronti della Fiom.

A subire le conseguenze di questa parzialità ideologica del governo sono stati soprattutto i lavoratori e il sindacato, in particolare la Fiom. Che, nonostante l’accerchiamento e la ritirata del presunto arbitro (Sacconi e il governo), continua a chiedere il rispetto delle regole. Il segretario dell’organizzazione sindacale Landini, infatti, è tornato a rivolgersi anche oggi all’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne. «Invece di andare avanti con diktat, dovrebbe avere la pazienza di confrontarsi e contrattare. Ma questo è un atto di saggezza che in questo Paese manca». Sulla disdetta da parte di Federmeccanica del contratto nazionale dei metalmeccanici del 2008, il numero uno della Fiom ha ribadito che si tratta di «un atto grave e irresponsabile contro i lavoratori e contro le regole democratiche del Paese. È una pretesa assurda cancellare il contratto senza sentire il parere delle parti. E noi non abbiamo intenzione di accettare questa decisione. Tra l’altro decideremo tempi, forme e modalità per presentare la piattaforma per il suo rinnovo. Accettare il diktat della Fiat – ha ripetuto – e far diventare Pomigliano la regola, cancellando i diritti, è un errore grave. Lo logica autoritaria fa male al Paese. Senza il contratto si va verso una barbarie del sistema delle relazioni industriali».

Nella dichiarazione di Landini emergono due definizioni che, alla luce degli eventi, sembrano più che giustificate: “barbarie” e “mancanza di saggezza”. La posizione intransigente della Fiat di Marchionne, che ormai è sempre più evidente come sia una sorta di avanguardia delle tentazioni autoritarie del mondo industriale e finanziario italiano, rischia di scatenare l’autunno più caldo sul piano sociale dopo quello 1969. E i primi segnali già si cominciano ad intuire. Alcune fabbriche metalmeccaniche della zona ovest di Torino hanno scioperato oggi contro la decisione di Federmeccanica di dare la disdetta del contratto del 2009. Tra queste la Lear e l’Itca, dell’indotto Fiat, con rispettivamente 600 e 350 lavoratori. «Non ci aspettavamo – ha affermato il segretario generale della Fiom Piemonte, Giorgio Airaudo – questa protesta. Temo che Federmeccanica abbia fatto un pessimo servizio ai suoi associati e ai lavoratori. Questa è solo la prima risposta. Ci riprenderemo il contratto anche fabbrica per fabbrica se sarà necessario. Nessuno pensi di limitarsi a discutere solo nei tribunali o sui giornali».

E diventa sempre più incomprensibile, sul piano sindacale ma non su quello dell’interesse politico, la posizione assunta negli ultimi anni da Cisl e Uil. Che arriva a tifare per Federmeccanica e le posizioni più reazionarie della Confindustria della Marcegaglia. La decisione di Federmeccanica di recedere dal contratto dei metalmeccanici del 2008 «cambia in meglio le cose perchè esaurisce prima il vecchio contratto e applica prima il nuovo» ha dichiarato infatticoggi in un’intervista Bonanni, segretario della Cisl, sottolineando però che l’annuncio delle imprese metalmeccaniche è «la diretta conseguenza delle iniziative della Fiom per bloccare, in qualsiasi modo, accordi come quelli di Pomigliano, che servono a salvaguardare il lavoro». La Fiom, secondo il leader della Cisl, «protesta contro tutto e tutti», anche se «qui non si tratta di cancellare un contratto. Ce n’è uno nuovo che è meglio di quello vecchio: porta più soldi e un sistema normativo più garantista. E soprattutto è stato firmato dalle sigle che insieme fanno più iscritti». Poi Bonanni ci deve spiegare come si fa a “imporre” accordi e contratti “a riduzione” rappresentando (insieme alla Uil) meno di due terzi dei lavoratori. Subendo quali tensioni e quali livelli di conflitto sociale? Qual è il prezzo che si è disposti a pagare?

E torniamo al ragionamento da cui abbiamo iniziato. La politica, a partire dalla disastrosa vicenda Alitalia, ha gestito la questione crisi economica e rapporti con le imprese e il mondo sindacale in maniera del tutto errata. La maggioranza ha cercato in tutti i modi di dividere e smantellare, normalizzandolo, il mondo sindacale. Contemporaneamente ha elargito sostegni senza contraccambio (occupazione e stop alle esternalizzazioni) alle imprese svuotando poi il comparto della formazione e della ricerca penalizzando qualsivoglia ipotesi di innovazione nella produzione italiana. Poi, andando in crisi per implosione del patto che teneva insieme il Pdl, ha smesso del tutto di cercare di gestire le relazioni fra imprese e sindacato. Aprendo una voragine politica che Marchionne e Marcegaglia si sono affrettati a colmare per imporre un modello pre “statuto dei lavoratori”. Uno spazio politico che non lasceranno facilmente anche per la debolezza del centro sinistra nell’affrontare le contraddizioni emerse in questi ultimi dieci anni con la progressiva precarizzazione delle nuove generazioni e con l’abbattimento delle tutele e del potere di acquisto dei salari dei lavoratori italiani.

A questo punto una rapida crisi di governo e il ricorso immediato alle elezioni anticipate forse potrebbero tamponare i danni provacati in questi due anni di coda berlusconiana. Ridando spazio alla politica (intesa come servizio pubblico e non come privilegio e gestione di interessi personali) e a un’idea di Paese che si basi sull’equità delle relazioni e non solo sul profitto speculativo.

orsatti.info


Nessun commento: