martedì 3 agosto 2010

Continua la caccia ai mandanti

Prorogata l’indagine su «autore 1 e 2». La Procura smentisce ma sono state ritenute attendibili le rivelazioni di Spatuzza sul patto mafia-Stato


di Antonella Mollica

La Procura di Firenze continuerà ad indagare sulle stragi di mafia. Il procuratore capo Giuseppe Quattrocchi ha chiesto e ottenuto nei giorni scorsi l’autorizzazione per mandare avanti le indagini sui mandanti di quella stagione che nel ’93-’94 seminò morte e terrore a Firenze, Roma e Milano. Per altri sei mesi gli inquirenti potranno portare avanti l’inchiesta. Sul registro degli indagati della Procura ci sono due nomi criptici, «Autore uno» e «Autore due». Con quei nomi, nell’inchiesta fiorentina archiviata nel ’98 dopo due anni di indagini, erano indicati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

«Non ci sono procedimenti su cui chiedere la proroga», taglia corto Quattrocchi. Una smentita obbligata, la sua. Il codice di procedura penale impone la segretezza delle indagini nel caso di reati di mafia. È il pentito Gaspare Spatuzza a chiamare in causa ancora una volta Berlusconi e Dell’Utri: l’ex fedelissimo di Leoluca Bagarella, uno degli esecutori delle stragi del ’93, venne arrestato nel ’97 a Palermo e condannato all’ergastolo per l’omicidio di don Pino Puglisi. Dall’estate 2008 riempie verbali su verbali raccontando della trattativa tra mafia e Stato andata avanti, dice lui, fino al 2003. È stato Spatuzza a descrivere ai magistrati fiorentini il boss Giuseppe Graviano, raggiante, in un incontro a Roma, al caffè Doney in via Veneto, nel 1994, perché — avrebbe detto — «ci siamo messi il Paese nelle mani». I referenti di Cosa Nostra, racconta Spatuzza, erano Berlusconi e Dell’Utri. Dopo la strage di Firenze i due boss si incontrarono per programmare l’attentato a Roma all’Olimpico — attentato fallito in cui dovevano morire cento carabinieri — e di fronte alle perplessità per tutti quei morti, Graviano avrebbe risposto che presto sarebbero arrivati i benefici, soprattutto per i carcerati. «Graviano era molto contento — racconta Spatuzza — disse che grazie alla serietà di queste persone avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro "crasti" dei socialisti».

I magistrati di Firenze che indagano sulle stragi — il Procuratore Quattrocchi insieme ai sostituti Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi — aspettano ora le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Palermo che ha condannato il senatore Marcello Dell’Utri a sette anni. Ma l’interesse degli inquirenti è puntato soprattutto sulla figura di Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio. Mentre il fratello Filippo in aula lo scorso dicembre ha smentito di conoscere Dell’Utri, Giuseppe non ha voluto deporre in aula spiegando che il suo stato di salute gli impedisce di farlo. «Quando potrò — ha scritto nella lettere inviata quel giorno ai giudici — sarà mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste». In quella frase — che fa parte di una lettera lunga in cui si lamenta del carcere duro e del fatto che non può scambiare una carezza al figlio di 12 anni — sembra esserci una piccola apertura. La stessa dimostrata nei confronti dei magistrati di Firenze che lo interrogavano sulle stragi: «Sono disposto a parlare... a fare confronti.... Se dobbiamo scoprire la verità posso dare una mano d’aiuto. Trovate i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, grigi...e sono sempre innocenti questi...ve la faccio dire io da chi sa la verità». I nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri per due anni sono stati iscritti sul registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Il procuratore aggiunto Giuseppe Soresina, nel novembre 1998, nella sua richiesta di archiviazione aveva spiegato che «l’ipotesi di indagine aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità» ma che «durante questi anni di lavoro non è stata trovata conferma alle dichiarazioni di due pentiti».

Tutti gli indizi raccolti, aveva spiegato, non bastavano a sostenere l’accusa in giudizio. Nella richiesta di archiviazione firmata dai magistrati Gabriele Chelazzi, Giuseppe Nicolosi, Alessandro Crini, Francesco Fleury e Piero Grasso, oggi procuratore nazionale antimafia, venne utilizzato il verbo «congelare». Indagine congelata in attesa di altri riscontri. «Potremo riaprire le indagini solo se qualcuno parla», avevano detto i magistrati. Nell’estate 2008 sono arrivate le dichiarazioni di Spatuzza. La Procura prima dell’estate 2009 aveva chiesto di riaprire le indagini. E adesso, dopo Spatuzza, si spera che un nuovo pentito possano seguire la stessa strada.

corrierefiorentino

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