lunedì 12 luglio 2010

Vespa, il regista del nuovo potere

di Filippo Ceccarelli

Come al solito occorre rivolgere un supplemento d'attenzione ai segni, con la speranza che indichino un passaggio non solo d'epoca, ma anche di consegne pratiche e di simbolico testimone. Così accade che mentre ancora ci si esercita sugli effetti della gran cena di potere consumatasi l'altra sera sul preziosissimo terrazzo di Bruno Vespa, giovedì prossimo, da Christie's, vanno all'asta i quadri, i mobili e gli arredi che allietavano la nomenklatura nel celebre villino, anch'esso in vendita, di Maria Angiolillo a Trinità dei Monti, qualche metro più sotto.

La simultaneità dei due eventi si estende al fatto che la dimora di Vespa appartiene a Propaganda Fide e che la sede di quest'ultima, specie di agenzia Immobil-Dream per titolati frequentatori del privilegio, è anch'essa a un passo dall'ideale segmento che unisce il Villino "Giulia" dalla Tavola del conduttore di Porta a Porta. Ma per non farsi mancare alcun emblematico indizio va pure detto che il cinquantesimo del sacerdozio del cardinal Bertone, celebrato la scorsa settimana, a sua volta corrisponde con il cinquantesimo del Vespone nel giornalismo, ricorrenza degnamente commemorata nell'impegnativa cena con Berlusconi, Letta, Casini, il banchiere Geronzi, il Governatore Draghi e il Segretario di Stato vaticano, fra l'altro vero padrone della magnifica casa di Vespa.
Tutto ciò per dire, con legittimo azzardo interpretativo, che per molteplici vie la missione dell'Angiolillo ha rapidamente trovato in Vespa il suo erede. Parlare di semplice salotto pare in effetti riduttivo. E non perché Vespa possiede già un salotto televisivo dedito alla consacrazione del comando. E' che pure dal punto di vista logistico, lassù in cima alla Rampa Mignanelli si continuano dunque a porre in atto trame, ricami, orlature e mediazioni, compensazioni e combinazioni che ogni convivio o "attovagliamento", per dirla con Dagospia, inesorabilmente trasformano in un autentico e idolatrico santuario del Potere.

Lo scorso Natale, il primo senza Maria, gli abituali suoi ospiti vagheggiarono l'idea di una fondazione per tramandarne la memoria. Gianni Letta promise anche una giornata di studio, con tanto di borsa, alla Luiss; così come Carlo Rossella rivelò il sorgere di una specie di culto para-religioso "perché Maria era tanto buona e faceva del bene. Lo sapete che adesso a Roma - spiegava - c'è pure chi la invoca. Maria prega per me, dicono così. Perché pare che lei abbia già fatto del bene anche da morta: incontri fortunati, posti di lavoro...".
Vespa, che la ricordò in una puntata della sua trasmissione, raccoglie dunque un mandato piuttosto oneroso. Detto questo, fosse rimasta segreta, quella sua cena con ospiti così titolati avrebbe potuto a pieno titolo animare uno dei gialli tipo Il sigillo della porpora (Rusconi, 1988) che alla fine degli anni '80 scriveva con qualche successo di pubblico e di critica Luigi Bisignani, gran conoscitore della Roma dei poteri forti e di norma immutabili nella loro impassibilità.

Se invece si trattava di un pasto destinato alla divulgazione, in tal modo inevitabilmente risolvendosi in una trappola ai danni di presidenti del Consiglio in difficoltà, banchieri smaniosi, politici in deficit di protagonismo, cardinali un po' impiccioni e così via, beh, dispiace solo che all'ingresso e all'uscita stavolta siano mancati i flash di Umberto Pizzi, artista del "Cafonal".

Al rito dell'agguato fotografico l'Angiolillo, per sua natura donna discreta, ma generosa, aveva finito per adeguarsi. Ma quasi mai trapelava la sostanza delle interiori vicissitudini di quelle cene che un certo provincialismo designava molto più maestose di quanto fossero. Solo Vespa, nei suoi libri, era in qualche modo autorizzato a delinearne le premesse simboliche, non di rado dilungandosi golosamente su menù, libagioni, suppellettili, e "i profumi prorompenti del giardino", "le porcellane preziose", "i cristalli d'epoca", i camerieri in livrea descritti come "fantasmi operosi e silenti" mentre versavano "rispettosamente" nei calici l'annata del vino tal dei tali. Là dove il segreto di quelle occasioni "esclusive" (dal latino exclaudo, chiudo fuori, possibilmente a chiave) stava piuttosto nel senso della rivendicata separatezza, nella dimensione pregiudizialmente e orgogliosamente oligarchica di quei consessi gastro-politici che sembrano ripetersi senza posa in questa città che ne ha viste tante, e non delle più edificanti.

Una ventina d'anni prima degli esordi letterari vespiani, nell'incompiuto Petrolio, Pier Paolo Pasolini aveva così descritto un tipico pasto di potere: "La compagnia si sedette attorno alla bianca tovaglia posando i pesanti culi fasciati di stoffe scure sulle seggiole riservate ai grandi della terra, capaci tuttavia di modestissime cene terrene". Non s'intende qui, com'è ovvio, mettere a confronto due stili, quanto sottolineare l'evoluzione del genere conviviale, comunque destinato a perpetuarsi.

Tra l'Angiolillo e Vespa, pur nella continuità degli ospiti e delle dislocazioni nel fastoso scenario di Piazza di Spagna, sembra però di cogliere la distanza che intercorre dal culto delle buone maniere all'ineluttabile prepotenza della comunicazione; dal regno antiquato dell'estetica a quello multi-vision della tv; da un sogno di misura e di riservatezza perfino signorile allo sfolgorio e allo sfoggio del più scoperto protagonismo. E il giornalista diventa lui la storia. Il gioco delle alleanze, l'alchimia del prestigio e il primato delle poltrone restano quelli di sempre. Che poi tutti i convitati si divertano davvero, in queste cene segrete e meno segrete, è arduo a dirsi. Ma Vespa sicuramente sì.

repubblica.it

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