mercoledì 14 luglio 2010

Manovra: serviranno altri 25 miliardi. E il debito pubblico schizza a livelli record


di Superbonus

Il debito pubblico è cresciuto, al netto della cassa, di 13 miliardi fra aprile e maggio di quest’anno, raggiungendo la cifra record di 1.827 miliardi. Anche se il ministro dell’Economia Giulio Tremonti minimizza dicendo che il fatto ha “importanza relativa”, facendo le proiezioni vuol dire che, anche supponendo che la manovra appena varata sia pienamente efficace e che il Pil italiano cresca nei prossimi tre anni dell’1,3 per cento, per mantenere gli impegni presi in Europa serve un’altra manovra da 25 miliardi di cui 16 nel biennio 2011/2012.

Gli operatori finanziari hanno concesso una tregua ai nostri titoli di Stato, la rigidità mostrata da Tremonti nella difesa dei conti pubblici e una minima ripresa economica hanno contribuito a mantenere su livelli accettabili i tassi d’interesse che l’Italia paga per rifinanziare il proprio debito. Questa apertura di credito durerà solo fino alle prossime verifiche dei numeri di finanza pubblica e di andamento dell’economia.

Il downgrading del Portogallo di ieri è un promemoria per ricordare che i problemi sono tutti sul tappeto e possono deflagrare in una nuova crisi da un momento all’altro. La politica estera del “cucù”, ufficializzata due giorni fa da Silvio Berlusconi non ha infatti convinto la Germania a recedere dal proposito di comprimere i propri consumi attraverso una politica di bilancio restrittiva e puntare tutto sulle esportazioni. Una ricetta economica tagliata su misura per il tessuto industriale, economico e sociale tedesco ma che stringe in una morsa recessiva tutti gli altri partner europei.

Alla fine del primo trimestre 2011 saremo alla resa dei conti di una politica economica basata sugli slogan e su messaggi chiari di benevolenza agli evasori fiscali. L’Istat ci dice che siamo il Paese con la più alta percentuale di economia sommersa, ogni anno 255 miliardi di euro di ricchezza prodotta sfuggono a qualsiasi controllo e chiaramente a ogni tipo di imposta. La fortunata formula politica “meno tasse per tutti” si è tradotta in una divisione economica e sociale fra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. L’evasione non è un fenomeno isolato, concentrato in alcuni settori o gruppi, è consolidato e diffuso dall’idraulico all’avvocato, dal fruttivendolo al grande imprenditore, chi più chi meno arrotonda i propri introiti pagando meno imposte. In questo andazzo diffuso anche il lavoratore dipendente dove può risparmia, tutti sanno che esistono due prezzi differenti per ogni bene e ogni servizio che si acquista: il prezzo con fattura e il prezzo senza fattura.

Il governo si troverà presto di fronte al dilemma di operare altri 25 miliardi di tagli alla spesa o di perseguire in maniera efficace l’evasione fiscale magari reintroducendo la norma sulla tracciabilità del contante varata da Romano Prodi e solo parzialmente ripresa nell’ultima finanziaria. C’è il ragionevole dubbio che Berlusconi e la sua maggioranza non abbiano la forza di fare né l’una né l’altra cosa, troppo deboli e minati nella credibilità dagli scandali per imporre nuovi sacrifici, troppo sbilanciati con il loro elettorato per stringere sui controlli fiscali.

La dura reazione del presidente della Lombardia Roberto Formigoni alla Finanziaria ci dice che anche la strada di scaricare sugli enti locali il peso dei tagli è difficilmente percorribile nell’immediato futuro. Intanto protesta anche il Pd per un emendamento che toglie il tetto di 20 alunni per le classi con bimbi disabili. Negli ambienti economici finanziari italiani cresce la preoccupazione di un esecutivo paralizzato di fronte a nuove necessità di cassa e prende sempre più forza l’idea di una maggioranza più ampia dell’attuale, di larghe intese o meno ma che garantisca all’establishment del Paese una guida certa dei conti pubblici e dell’economia.

In questo quadro la presenza di Cesare Geronzi e Mario Draghi alla cena in casa Vespa con Berlusconi e Casini non sembra né casuale né improvvisata: gli interessi della finanza italiana coincidono con le preoccupazioni del cardinale Bertone (altro commensale) sulla tenuta sociale del Paese. Probabilmente a casa di Vespa è iniziato un ragionamento sul futuro dell’Italia che andrà al di là e oltre le portate servite al tavolo e che riemergerà con le scadenze di bilancio dei prossimi dodici mesi. Noi speriamo vivamente che sia così, anche per dare un senso alla presenza a quella cena del governatore di Bankitalia Mario Draghi che è anche presidente del Financial Stability Board. Se invece, come sostiene Vespa, alla cena non si è parlato di niente del genere saremmo veramente in pieno basso impero, epoca nella quale si può chiedere alla massima autorità monetaria del Paese di passarci il sale.

ilFattoQuotidiano.it

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