martedì 22 giugno 2010

Operazione Pomigliano

di Diego Novelli

Non stiamo a menarcela tanto per il sottile: l'operazione Pomigliano, sin dall'inizio, aveva due obiettivi ben precisi. Mettere il grimaldello nella fessura dello stabilimento per scardinare tutta la normativa in vigore nel gruppo Fiat.
Il disegno, del signore che non usa la giacca, non è più un mistero. E non si tratta di una illazione. Il riscontro viene direttamente dalla cronaca sindacale de "La Stampa", la quale ha riferito di un'accesa assemblea svoltasi a Mirafiori "al Montaggio e alle Lastroferrature".
Gli operai hanno fiutato l'aria che tira e hanno affollato i due appuntamenti «in modo così numerosi come non si vedeva da tempo», scrive la cronista.
Il ricatto (o mangi questa minestra o salti dalla finestra) dell'omino in maglioncino scuro, messo in atto a Pomigliano era più che evidente. È la prima mossa di un progetto. Lo ha detto il giornale del padrone (si può ancora usare questa parola?): «Mentre i sindacati sono divisi incombe il rischio dei 18 turni, anche a Mirafiori». Vale a dire lavorare su tre turni di otto ore per sei giorni alla settimana, ritornando indietro nel tempo con il lavoro notturno, rinunciare alla mezza giornata di riposo al sabato, ridurre il tempo per la pausa pranzo, aumentare la velocità durante la produzione per meglio sfruttare gli impianti.
La chiamano flessibilità: sarebbe più onesto – come è stato detto in un'assemblea – definirla fessibilità per i lavoratori.
Ma tutto quanto detto dalla controparte è una conseguenza della globalizzazione, della mondializzazione, della concorrenza, della necessità di stare sul mercato.
L'uomo che dovrebbe essere posto al centro della ragion d'essere, cioè essere considerato dai signori della fabbrica il punto da cui partire per organizzare il lavoro e la produzione, diventa invece una piccola rotellina dell'ingranaggio che stritola tutti, che non conosce ragioni, poiché deve rispondere ai veri problemi: i bollettini della Borsa, della finanza, che ci ha trascinati nella «ristretta oligarchia finanziaria che impone – ha scritto Alfredo Reichlin su Il Fatto Quotidiano – la dittatura della spietatezza».
Un tempo che fu però il dirigenti del Pci (come lo è stato Reichlin) d'intesa con i sindacati non si limitavano a formulare suggestive analisi, ma sapevano indicare risposte, mobilitando non solo i diretti interessati che vivono ore di terrore difronte al diktat lanciato dal massimo dirigente Fiat, nei confronti del quale ancora poche settimane fa si genuflettevano sindacalisti, uomini politici e rappresentanti delle istituzioni.
Mi domando perché difronte ad una minaccia ricattatoria come quella di Pomigliano non è stato investito nel modo più forte il Parlamento, accontentandosi invece con la solita interrogazione "salva anima" del bravo Bocuzzi.
Perché difronte ai provvedimenti, che non riguardano solo i turni di lavoro, ma intaccano conquiste strappate dopo anni di lotte e di sacrifici, non si mobilita tutto il mondo del lavoro, tutte le altre categorie, poiché l'offensiva sferrata da Marchionne è destinata ad allargarsi con l'ausilio dei vari Brunetta e Sacconi.
Mettere in discussione i contratti nazionali significa avere mano libera in migliaia di piccole e medie fabbriche, abbandonando a se stessi quei lavoratori.
Solo un vecchio apostata come Bonanni, ora segretario generale della Csil, può sfrontatamente e con arroganza lanciarsi in una dura polemica con la Fiom che cerca con difficoltà di parlare alle coscienze e alle menti dei lavoratori consapevole però che esiste anche una pancia da riempire.
L'ex comunista Bonanni come tutti gli spretati ha sempre una parola di troppo, e troppo spesso ne dimentica qualcuna: lotta di classe.
Sì, signori miei, Pomigliano di tutte le implicazioni che comporta e che vanno ben aldilà del gruppo Fiat rappresenta il tipico scontro tra due classi: quella dei padroni e quella dei lavoratori.
Se nel finire dell'Ottocento, quando mia nonna a nove anni andava alla "filanda" per lavorare nove ore al giorno, fossero prevalsi i Bonanni dell'epoca saremmo ancora in quelle condizioni.
La gradualità, la mediazione, la moderazione sono strumenti utili, necessari: soltanto degli sprovveduti nel 1980, dopo i 35 giorni di sciopero e la marcia dei quaranta mila, gridavano "La lotta è dura e non ci fa paura".
Ed infine vogliamo ricordare che ci troviamo difronte ad una crisi mondiale che vede i padroni organizzarsi, traslocando le loro fabbriche dove il costo del lavoro è minore, le misure di sicurezza sono carenti, gli operai sono più deboli. Mi domando le ragioni della pressoché totale mancanza di iniziative sindacali a livello internazionale. Esistono ancora queste sezioni di lavoro nei sindacati?
A memoria incontri, manifestazioni di questa natura ne ricordo pochine, tanto che si possono contare sulle dita di una mano di un mutilato.
Il tutto accade mentre uno dopo l'altro i Paesi europei Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Ungheria, vedono crescere la forza dei partiti di destra, reazionari, xenofobi, razzisti, che indicano quale male da combattere i lavoratori stranieri.
Perché la classe degli sfruttati non si fa sentire?
Perché il sindacato non promuove una grande manifestazione internazionale contro quello che oggi sta succedendo?
Sveglia compagni: l'idea di un mondo migliore, se Dio vuole, non è caduta con il muro di Berlino, tanto meno sono scomparse le classi con gli sfruttati e gli sfruttatori.

nuovasocieta.it

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