mercoledì 30 giugno 2010

Negli inferi comunque insieme allo stalliere


di Saverio Lodato

Se sette anni vi sembran pochi. Se sette anni vi sembrano un soffio, un buffetto sulla guancia, un’amichevole pacca sulle spalle. Se sette anni di galera, per concorso in associazione mafiosa, per un senatore della Repubblica in servizio permanente effettivo, per l’uomo che insieme a Silvio Berlusconi diede vita a Forza Italia, per il pioniere Fininvest, per il politico palermitano che trasmise le stimmate di Cosa Nostra nella variopinta corte di Arcore, vi sembrano un nonnulla. Se sette anni, insomma, vi sembrano un tantino di meno rispetto ai nove che erano stati inflitti in primo grado dalla Seconda Sezione del Tribunale presieduta da Leonardo Guarnotta, allora vuol dire che non avete capito nulla di cosa significhi, in Italia, metter mano nel ginepraio dei rapporti secolari fra mafia, politica, economia istituzioni e servizi segreti; altro che «pezzi dei servizi», molto più spesso servizi «presi per intero». Ieri, 29 giugno 2010, nel giorno del martirio di Pietro e Paolo, la seconda corte d’appello di Palermo, presieduta da Claudio Dell’Acqua - giudici a latere, Salvatore Barresi e Sergio La Commare - dà finalmente ragione, a distanza di quindici anni, a quella tanto vituperata Procura di Gian Carlo Caselli che aveva osato portare alla sbarra un politico importante e pesante, potente e conosciuto, protetto e riverito, persino bibliofilo e bene accolto nel bel mondo. Ci sarà tempo per la Cassazione.

Però, come non vedere? Come non vedere che a una condanna a nove anni, ne fa seguito un’altra a sette? E sempre per il medesimo reato che - lo si ammetterà facilmente – infamante lo è, soprattutto per un esponente delle istituzioni. E come non vedere che il Tribunale non ha prescritto, non ha svuotato l’impianto accusatorio, sostenuto da un battagliero procuratore generale, Antonino Gatto, per il quale, come è ovvio, si sarebbe forse potuto adoperare una mano ancor più pesante nei confronti dell’imputato, ma lo ha esaminato da cima a fondo, regolandosi in base al suo libero convincimento? Non ci sembra una sentenza da buttar via, tutt’altro. La giustizia, bene che vada, non è perfetta. In questo caso, ha operato una distinzione cronologica fra il “prima” e il “dopo” 1992. La sentenza ci dice che Marcello Dell’Utri, sino a quella data, da un lato ispirò gli atteggiamenti estorsivi di Cosa Nostra, dall’ altro si presentò con spirito amicale a Silvio Berlusconi, invitandolo a trattare. Quante balle, alla luce di questo verdetto, ci ha raccontato in questi anni il senatore con innegabile bonomia. Che Vittorio Mangano, per lui, altro non era che una persona per bene, di fiducia, indefesso lavoratore nel mondo dei cavalli . Altro che lo stalliere trasferito da Palermo a Milano, su sua esplicita richiesta, per farlo assumere proprio come cinghia di trasmissione fra gli ambienti mafiosi e malavitosi, in cui era immerso lo stesso Dell’Utri, e Silvio Berlusconi e i suoi cortigiani.

Ma vogliamo capire, una volta per tutte, che quando il duo Berlusconi-Dell’ Utri beatificava al rango di «eroe» il Mangano non si comportava come un duo comico in un numero da varietà, ma faceva, proprio nella apparente paradossalità, una estrema scelta di autodifesa? Un duo tragico, allora, non un duo comico. Cade su Mangano Vittorio, mafioso ed eroe, il senatore della Repubblica Italiana, Marcello dell’Utri. Ma cade anche su altri cognomi, altrettanto pesanti, il senatore. Stefano Bontate non Blaise Pascal, spesso citato da Dell’ Utri fra una pausa e l’altra dei suoi processi. Mimmo Teresi, non Seneca, dalle cui pagine l’imputato attinse durante la maturità tante certezze sul dolore terreno. Francesco Di Carlo, non San Tommaso, ché, se avesse seguito San Tommaso alla lettera, ci avrebbe davvero messo il naso per scoprire che Mangano delinquente era, altro che eroe. Totò Riina, non Leonardo Sciascia. Jimmy Fauci, non Gesualdo Bufalino. E il tutto sin dal lontano 1974.

Ma dopo il 1992, per la corte d’appello, il fatto non sussiste. Non regge, al vaglio dibattimentale, l’ipotesi della «trattativa» su Stato e mafia; non regge cioè il coinvolgimento di Dell’Utri in quell’altalena di papelli redatti dai boss di Cosa Nostra, contenenti le loro richieste, e recapitati al nemico istituzionale che si intendeva mettere in ginocchio. È il tremendo periodo delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio e quello, immediatamente successivo, delle stragi di Roma, Firenze e Milano, a non essere messo a fuoco da questa sentenza. Era compito di questa sentenza far chiarezza anche su quelle pagine nere? Dipende dai punti di vista. Se ne discuterà all’infinito. Che la trattativa ci fu, che ci furono i mandanti esterni a Cosa Nostra per quella ininterrotta teoria di stragi, ormai fa parte del senso comune. Non sono pochi, d’altronde, i colleghi giornalisti che sull’ argomento stanno scrivendo libri assai documentati (da «La trattativa», di Maurizio Torrealta per la Bur, all’«Agenda Nera» di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Chiarelettere).

Ci sarà tempo, perché il senso comune, ormai inoppugnabile, faccia il suo corso processuale e si traduca in sentenza. Ma che Dell’ Utri, nell’ immediato, sia stato sgravato da quest’ennesimo fardello, è stata ben magra consolazione, ieri mattina, nell’aula bunker dei Pagliarelli. Erano infatti disorientati i legali. E a ragion veduta. A parte i sette anni di condanna per il loro assistito, mai facili da digerire, il fatto che la corte abbia espunto la cosiddetta «stagione politica», ha finito con il togliere carburante, più in generale, alla gigantesca «macchina da guerra» dei media, scagliata in questi anni a folle velocità proprio contro i cosiddetti «processi politici». E Marcello Dell’ Utri? Ieri non si è visto. Curiosamente assente, quasi gli fischiassero le orecchie, mentre per anni e anni si era distinto in presenza e puntualità. Da Como, in conferenza stampa, ha ribadito: «Mangano per me resta un eroe». Chapeau alla sua coerenza. Chapeau per il pensiero rivolto al vecchio sodale mafioso, ormai scomparso che, salvo capovolgimenti di Cassazione, se l’è tirato giù, nel gorgo giudiziario, con tutto il peso di una pietra al collo.

unita.it


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