martedì 15 giugno 2010

Epifani: 'Si va verso il regime'


di Paolo Pilati

Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, si avvia alla fine del suo lungo mandato in uno dei momenti più turbolenti per il sindacato e dei più drammatici per il mondo del lavoro. Una manovra economica che il governo vuole durissima soprattutto per le spalle dei più deboli, cioè le fasce di reddito dei lavoratori dipendenti; una trattativa, quella tra Fiat e metalmeccanici sull'organizzazione della produzione a Pomigliano d'Arco, che lo schieramento degli imprenditori vive come la chiave di volta dei nuovi rapporti in fabbrica. In mezzo, le scelte di un sindacato non più unitario da tempo, la scommessa sul suo ruolo, la sfida sul suo futuro.

Epifani, perché Pomigliano è la madre di tutte le trattative?
«Perché la Fiat dice: o così o non facciamo l'investimento; oggi se vogliamo fare fabbrica dobbiamo essere più flessibili, ma bisogna tenere sempre conto che c'è un limite di flessibilità delle persone...».

Lei cosa pensa: l'accordo va fatto o no?
«L'opinione della Cgil è che l'accordo vada fatto. Ma non si possono mettere sul piatto richieste che mettono in discussione diritti costituzionali».

Ultimamente la Cgil è rimasta sola: a palazzo Chigi vanno gli altri sindacati e voi no. Vi sentite in castigo?
«Questa è l'unica democrazia al mondo dove accade che un governo non voglia discutere con un'organizzazione sindacale: capita solo nei regimi autoritari, altrove si parla con tutti, per poi dire nel merito se una posizione è giusta o sbagliata. Cosa fanno i sindacati in Europa? Ogni tanto protestano, tutti. Lo fanno in Francia, in Grecia, in Spagna. C'è una parte della rappresentanza sociale che a volte deve esprimere con delle iniziative il suo punto vista. E dire i sì e i no».

Non si è un po' radicalizzato il no?
«Non è vero: abbiamo firmato 45 contratti. Ma sull'arbitrato no, no, no: non è che la Cgil per caso ha ragione?».

La ragione si misura con il consenso. «Certo: infatti aumentiamo gli iscritti. E aspettiamo di votare, a dicembre, per le rappresentanze nei luoghi di lavoro. Vediamo che succede».

Nega di essere in difficoltà?
«Voglio essere chiaro. Il sindacato è in difficoltà in tutto il mondo. In una gloabalizzazione di questo tipo, con la velocità di spostamento dei capitali, il rischio crescente di una concorrenza senza regole, non ho più il potere negoziale che avevo un tempo. O faccio questo o l'imprenditore prende l'azienda e la sposta da un'altra parte. Sono cambiati i rapporti di forza, in quest'epoca di liberismo, come sono cambiate la culture legate al lavoro, perché l'idea che si potessero fare soldi solo con la finanza non è finita, e il rapporto con il lavoro si è allentato sia nella rappresentaione che ne dà l'informazione, sia la cultura corrente».

Qual è il punto irrinunciabile?
«Quello del sindacato confederale, che non protegge solo piccoli interessi ma prova a fare politiche che uniscano e pensino a tutti. Peccato che in questo momento non ci sia un interlocutore con un progetto vero di ammodernamento del paese».

Quanto influisce sul sindacato il fatto che a sinistra non ci sia più una forza politica trainante?
«La novità vera di questi miei otto anni sta nel fatto che il centrosinistra non è mai stato in difficoltà come oggi. Pesa il grande fallimento dei due anni del governo Prodi, dove le speranze sono naufragate tra divisioni, irresponsabilità, risse continue. Forse è stato Prodi stesso a dirmi: "Ci vorrà tantissimo per riprendere". Non abbiamo colto fino in fondo lo tzunami che quella esperienza ha provocato, anche nella coscienza degli elettori, travolgendo la fiducia che il centrosinistra potesse governare bene, dando risposte ai problemi».

Questo vi ha danneggiato come forza sindacale?
«Sì, soprattutto nelle battaglia parlamentari: avere un'opposizione più unita e più forte, non ci farebbe sentire soli, per esempio sulla storia dell'arbitrato».

Quali sono i nodi che vede all'orizzonte?
«Il sistema degli ammortizzatori sociali, su cui il governo offre una soluzione corporativa; il mondo della precarietà; le grandi sfide delle riforme nel settore pubblico. Poi abbiamo bisogno di un po' di politica industriale perché navighiamo a vista. Infine, c'è il mezzogiorno dove i problemi sono tutti aggravati».

Questa è un'agenda paese. E l'agenda del sindacato?
«Contrattare di più e non di meno. Per il futuro sono convinto che crescerà la contrattazione territoriale, e sociale, nei comuni grandi e piccoli e nelle provincie: è sempre più lì che i bisogni si esprimono, e la contrattazione è quasi sempre unitaria. Stiamo costruendo una grande rappresentaza sindacale nel territorio».

Non è più la fabbrica il luogo di elezione?
«La fabbrica resta il terreno per contrattare su condizioni di lavoro, retribuzioni, turni. Nel territorio su quello che riguarda la vita dei cittadini. Faccio esempio: durante la crisi abbiamo contrattato per chi perde il lavoro mense e trasporti gratis. È una forma di sostegno al reddito. La rappresentazione di questo tipo di domanda sociale sta crescendo, sta diventando forte».

Che voto dà alla sua segreteria?
«Nessuno».

Neanche un sette e mezzo?
«Me lo darei alto, ma non sarei credibile».

Cosa farà dopo?
«Andrò a fare il presidente dell'istituto Bruno Trentin».

Che cos'è?
«Un nuovo isituto di ricerca sociale ed economica che nascerà dalla fusione di Ires e centro di formazione».

Ha il sapore di una fondazione...
«Come ha detto Veltroni, ognuno ha sua sua fondazione...».

Pentimenti?
«L'unica cosa che non mi piaciuto fare è stato alzarmi dal tavolo in Confindustria ai tempi di Montezemolo. Lo so che di si solito non ci si alza, ma avevano fatto una scorrettezza: le cose che avevamo definito le avevano cambiate; dovevamo discutere di un tema, e me ne sono trovato un altro. A slealtà ho risposto in questo modo».

Oggi il profilo di un leader sindacale è più trattativista o più combattente?
«Per la Cgil, che attraverso il suo segretario ha bisogno di una identità visibile, precisa, in molti casi è il fare opposizione che prevale. Ma al fondo della Cgil resta la spinta a vedere i risultati. Lo dimostra il fatto che, pur non avendo sottoscritto il nuovo modello contrattuale, abbiamo giorno dopo giorno ricostruito 45 contratti di lavoro con la presenza determinante della Cgil. Il conflitto è un lievito della democrazia ma deve servire a raggiungere accordi. Questo è l'abc del sinbacato».

l'Espresso

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