mercoledì 30 giugno 2010

Dell'Utri, 25 anni di amicizia coi boss


di Attilio Bolzoni

Tutto quello che sapevamo è sentenza. Tutti i suoi legami con i capi di Cosa Nostra sono stati provati e anche confermati. Era l'ombra di Silvio Berlusconi e intanto si mescolava a loro, trafficava con loro. La complicità di Marcello Dell'Utri con i boss siciliani è stata molto lunga nel tempo: una mafiosità che è durata venticinque anni.
E' passata attraverso due generazioni di Padrini, attraverso una guerra che ha fatto più di mille morti, attraverso "eroi" come Vittorio Mangano che sono transitati da una famiglia all'altra dopo un tradimento per salvarsi la pelle. Ha resistito ai cambi di guardia del grande potere criminale di Palermo, di boss in boss, prima con i Bontate e con i Teresi e poi Totò Riina e i suoi Corleonesi.

E' rimasto sempre lì, il senatore Dell'Utri è rimasto sempre incollato ai suoi amici siciliani, tutti i sopravvissuti, tutti quelli che stagione dopo stagione comandavano e uccidevano. Dal giorno che lui è arrivato a Milano non ha mai interrotto i suoi rapporti con loro, mai rinnegato il patto che aveva sottoscritto prima di sbarcare alla corte di quello che sarebbe diventato il capo del governo italiano.

Nomi. Da Antonio Virgilio e Salvatore Enea detto "Robertino" a Jimmy Fauci e Francesco Paolo Alamia. Luoghi. Dal campetto della Bacigalupo nella borgata dell'Arenella alla principesca Villa Casati. Incarichi. Segretario particolare di Silvio prima, poi amministratore di Pubblitalia, poi ancora fondatore del partito che avrebbe cambiato i destini del Paese. Una scalata che non si è fermata mai. E dietro di lui, Marcello, c'erano sempre loro: il "clan dei siciliani".

Se è intorno alla metà degli Anni Sessanta che si rintracciano le sue prima relazioni con riciclatori di denaro sporco e trafficanti di stupefacenti, è nel 1974 che c'è certezza di un collegamento più forte e "strutturato" con i capi della criminalità palermitana. É l'arrivo di Vittorio Mangano (e non a caso il senatore non si è stancato mai di ripetere cosa ha rappresentato per lui lo "stalliere", l'ha fatto persino ieri subito dopo la condanna) a Milano che segna l'inizio di questa spericolata avventura dell'anonimo impiegato della Sicilcassa all'agenzia di Belmonte Mezzagno. É Vittorio Mangano uno delle "giunture" della storia di mafia e di investimenti che ha reso famoso e potente il futuro senatore, è l'uomo d'onore della famiglia di Porta Nuova che sbarca in Lombardia, "e dal 1974 fino all'ottobre del 1976 fissa la sua residenza in Arcore, via San Martino n.42, cioè la via confinante con la villa di Berlusconi, denominata appunto Villa San Martino...". Il Mangano che è il collegamento fra la Cupola che sta a Palermo e Dell'Utri che sta ormai a Milano, il Mangano che prima prende ordini dal capo Stefano Bontate e poi ordini dal capo Salvatore Riina.

C'è una "continuità" nel mondo di mafia e una "continuità" nelle complicità di mafia: Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri seguono lo stesso percorso, subiscono gli stessi contraccolpi per le instabilità di Cosa Nostra, approdano entrambi nelle mani dei nuovi padroni dopo avere servito quelli vecchi.
É fra il 1974 e il 1975 che tutto diventa più chiaro, se si può dire "ufficiale". I primi incontri di boss "là sopra", i rappresentanti della famiglia di Santa Maria del Gesù che salgono in massa in via Larga ("Alla riunione eravamo presenti io, Tanino Cinà, Stefano Bontate, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi", rivelerà il pentito Francesco Di Carlo), le cene, i latitanti nascosti. E Vittorio Mangano sempre lì a fare il guardiano a cavalli che secondo i poliziotti non erano cavalli, a badare stalle che non c'erano, ad aggirarsi fra Arcore e Milano in attesa delle disposizioni dei suoi capi di Palermo. C'è tutto questo - ci sono le prove adesso - nella sentenza contro il senatore che dopo le stragi siciliane s'inventò un partito che sarebbe diventato il primo partito in Italia.

Dalla metà degli Anni Settanta alla fine degli Anni Ottanta: antenne (gli interessi di Bontate e Teresi nel settore televisivo) e palazzi (il risanamento del centro storico di Palermo), i rapporti con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda e quelli con i soci di Vito Ciancimino, le telefonate al commercialista (Giuseppe Mandalari) di Totò Riina, gli intrecci con le cosche catanesi. Tutto è dentro il verdetto. Tutto l'impianto accusatorio - l'istruttoria è stata avviata 16 anni fa - è stato praticamente convalidato. E accertata la mafiosità di Marcello Dell'Utri.
Resta in sospeso il dopo, dal 1992 agli anni a seguire. Che cosa significa l'"assoluzione" dalla stagione delle stragi in poi - è nel 1994 che Berlusconi entra in politica, risale almeno all'anno prima la decisione di fondare il nuovo partito - ce lo spiegheranno le motivazioni della sentenza. I giudici non hanno creduto a Gaspare Spatuzza (le cui rivelazioni sono state riversate nel processo in extremis, nell'ottobre del 2009, e senza procedere a un solo riscontro), ma non hanno creduto neanche ad Antonino Giuffrè, a Salvatore Cucuzza, a Calogero Ganci e a un piccolo drappello di pentiti catanesi che avevano raccontato la "disponibilità" di Cosa Nostra a sostenere Forza Italia dopo la fine dei vecchi partiti.

E, dopo avere "concorso" per venticinque anni, il senatore Marcello Dell'Utri dal 1992 avrebbe reciso all'improvviso i suoi rapporti con gli uomini d'onore della Sicilia. Proprio in quel momento. É sufficiente per far crollare - come sostengono i suoi amici di schieramento e i suoi avvocati - l'ipotesi di un rapporto mafia-politica, quella contiguità fra il senatore e i boss anche dopo le stragi? Lo scenario è più complicato di come sembra e più vasto di come lo può presentare solo il processo a carico di Marcello Dell'utri. C'è il dibattimento appena concluso in Appello ma ci sono anche indagini a Caltanissetta (sulle uccisioni di Falcone e Borsellino), c'è un fascicolo aperto a Firenze (le bombe in Continente del 1993) e un'inchiesta a Palermo sulla trattativa fra Cosa Nostra e Stato. D'ora in poi tutto partirà dalla sentenza di ieri, partirà da un punto: per venticinque anni il miglior amico e socio di Silvio Berlusconi, è stato anche uno dei migliori amici dei mafiosi siciliani.

repubblica.it


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