mercoledì 19 maggio 2010

Ora Berlusconi teme l'attacco di otto Procure

Caso Scajola, equivoci finiti - L'ex ministro cena ad Arcore
di Ugo Magri

ROMA - Per giorni aveva sfogato il suo sdegno nei confronti di Scajola, la personale «delusione» del Cavaliere era stata raccolta sul Colle perfino dal Presidente Napolitano ma, praticamente, non c’era stato colloquio privato in cui Berlusconi avesse trattenuto l’irritazione verso l’ex ministro dello Sviluppo per il calo di popolarità che gli sta causando. Finché tra i due qualcosa di colpo è cambiato. E dev’essere un «qualcosa» parecchio sostanzioso, perché il capo del governo non solo ha cessato di lamentarsi con i vari interlocutori. Ha pure ripreso i contatti con il «reprobo» dimissionario, si sono sentiti più volte al telefono e addirittura l’altra sera hanno cenato insieme. Nel villone di Arcore, cioè a casa del premier. Fatto in sé significativo. Chi inviterebbe nel proprio salotto un personaggio del quale dubita sul piano morale? Vuol dire che questi dubbi, se mai erano esistiti, ora non sussistono più (tesi accreditata nel giro di Scajola).

La cena è proseguita in chiacchiere poiché l’ex ministro è arrivato verso le nove di sera e se n’è ripartito per la Liguria quando mezzanotte era già passata. A tavola c’era pure l’avvocato Ghedini che esercita a tempo pieno la difesa del premier, ma nei ritagli curerà quella di Scajola, essendone stato scelto quale legale. Si è parlato, com’è ovvio, dell’inchiesta. Del famoso appartamento con vista sul Colosseo. Degli 80 assegni circolari che sono serviti per saldare l’acquisto. I tre si sono interrogati su quanto può rivelare l’architetto Zampolini, a lungo in udienza dai pm di Perugia.

E prima o poi anche a Scajola toccherà fornire spiegazioni. I magistrati sono curiosi di accertare la vicenda (lui continua a protestarsi innocente, «risulterà chiaro che non ho fatto nulla di illecito»), vorrebbero capire meglio anche certi accenni sfuggiti alla moglie dell’ex-ministro, incappata in una intervista che ha fatto sobbalzare parecchi a Palazzo Chigi poiché, nel difendere il marito, lo mostrava preoccupato di proteggere altri molto più su di lui. Insomma, ce n’è abbastanza per animare una conversazione franca e sincera col premier. Scajola gli ha mostrato carte, documenti, con l’aiuto di Ghedini ha dipinto un quadro probatorio rassicurante. Che esclude contraccolpi ulteriori sul piano politico e di governo.

Poi il discorso è scivolato sulle inchieste. A Roma il tam-tam degli allarmi continua, chi transita per Montecitorio viene sopraffatto dalle chiacchiere spesso frutto di cortocircuiti tra politici e giornalisti. Al centro le solite paure del Cavaliere che, incontrando la scorsa settimana alcuni parlamentari della Campania, s’era lasciato andare sulle «otto procure» al lavoro per incastrarlo, una in più di quelle che vengono alla memoria (Perugia, Firenze, Roma, Cagliari, Napoli, Milano e Palermo).

Rifà capolino ad Arcore la tesi del complotto, che il premier aveva abbandonato salvo pentirsi, perché Berlusconi non si fida: vede troppe «manine» che seminano dossier, alcuni in forma anonima e altri spuntati dal nulla come la famosa lista dei clienti di Anemone, che la stessa Procura di Roma ribadisce, stizzita, di non aver mai ricevuto dagli apparati investigativi, salvo ritrovarsela sui giornali. «Chi è il regista?», si domanda il premier. In attesa del prossimo blitz.

LaStampa.it

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