mercoledì 5 maggio 2010

Nessuno crede più alla Grecia


di Superbonus

È durata 24 ore la tregua concessa dai mercati al debito pubblico dei Paesi europei, il tempo di capire che nessuno avrebbe stretto la cinghia e che i soldi per la Grecia arrivano da un artifizio contabile. E sui mercati tutti si sono precipitati a vendere. La Grecia in primis che ha visto i suoi titoli svalutarsi ai livelli di giovedì scorso seguita dal Portogallo, dalla Spagna e dall’Italia che tornano tutti sui livelli antecedenti all’accordo di Bruxelles. Il tracollo è generale. La Borsa di Atene perde il 6,6 per cento, Milano il 4,70, male anche la Germania che dovrebbe guidare il piano di aiuti, -2,52. Crolla anche la Borsa di Madrid, - 5,41 per cento, con la Spagna sempre più a rischio, tanto che il Fondo monetario internazionale ha dovuto smentire un imminente piano di soccorso. La bocciatura dei mercati è un bel pasticcio per governi e banchieri centrali che avevano creduto di fermare l’ondata di vendite con un piano di salvataggio a costo zero (oltre 100 miliardi promessi, zero stanziati) oggi il conto è più salato di ieri e domani lo sarà ancora di più. La perdita di credibilità nell’affrontare situazioni spinose non si recupera con generiche dichiarazioni di principio e buoni propositi. I vertici finanziari e politici europei delle ultime settimane hanno tentato di dare in pegno al mercato molte chiacchiere e qualche subprime di Stato, con i debiti contabilizzati come crediti. Ma gli investitori chiedevano fatti – e soldi – concreti. Gli Stati sono troppo indebitati per continuare a giocare con debito e deficit, le linee di credito che gli investitori sono disposti a concedere ai Paesi più deboli dell’area euro sono sempre minori e la capacità di risanare concretamente i conti pubblici senza promesse future viene pesata dal mercato in termini di punti percentuali di rendimento delle emissioni. Il richiamo del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi a un maggiore rigore nei bilanci pubblici (“Ci sono altri Paesi che, senza misure di aggiustamento, sono esposti a un rischio simile” a quello greco) sembrava una previsione di quanto sarebbe successo il giorno seguente sul mercato. Sono ormai rimasti in pochi a credere che lo stesso establishment che negli ultimi dieci anni ha creato la bolla, con i tassi di interesse bassi e la crescita fondata sull’aumento dei prezzi degli immobili, sia ora capace di tirare fuori dai guai Grecia, Portogallo e Spagna.
Tutti tentano di rinviare il più possibile manovre economiche dolorose ma necessarie, interventi sulla spesa pubblica non più procrastinabili e una più seria lotta all’evasione fiscale. Anche perché basta osservare la Grecia per capire quali possono essere le conseguenze di un drastico risanamento: continuano gli scioperi e cresce la tensione sociale dopo l’annuncio di tagli a stipendi e benefit dei dipendenti pubblici. Ma i tempi della politica non sono i tempi della finanza, il denaro fugge rapido (dai titoli di Stato, dalle azioni delle banche) verso i lidi più sicuri. Il rendimento dei titoli di Stato greci è tornato ai livelli di prima della promessa di intervento europeo, a dimostrare che la promessa di oltre 100 miliardi non è bastata, e l'euro continua a indebolirsi nei confronti del dollaro.

il Fatto Quotidiano

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