martedì 18 maggio 2010

Il "sistema Anemone" costa al Paese 60 miliardi

In un momento in cui il governo chiede sacrifici ai soliti noti e si appresta a una manovra di 28 miliardi, si dimentica quanto sia alto il costo della corruzione: la stima è di 60 miliardi secondo la Corte dei Conti. 156 miliardi, invece, le tasse non pagate da aziende e lavoratori.

di Roberto Rossi


Quanto vale Diego Anemone? Non lui o le sue società, ma il sistema che ha messo in piedi, fatto di relazioni in alto loco, appartamenti, assegni, favori ai potenti e appalti? 25 milioni, sembra, euro più euro meno. Parte di quali, parrebbe, all’estero. Quanto valgono, invece, le dimenticanze di un ministro come Claudio Scajola, i suoi non ricordo, i suoi «forse», per 180 metri quadri con vista Colosseo? Il valore catastale è stato già ampiamente verificato e documentato, ma quello sociale? Quello sulle spalle della comunità in termini di evasione, tasse mancate, economia bloccata? Non sono domande fuori luogo o pretestuose. La cricca di Anemone, con il suo sistema diffuso e ramificato, e i non ricordo di Scajola un costo sociale ce l’hanno. Alto, altissimo. Specie in un momento di crisi come questo. In un momento, cioè, in cui lo Stato chiede «sacrifici», come li ha definiti, il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, a tutti. Cioè i soliti noti.

Che poi, spesso, sono anche la parte del Paese che arranca per arrivare a pagarsi il cibo. Costretta a rivedere anche i suoi consumi alimentari, quelli primari, peggiorandoli, per arrivare a fine mese. Una parte del Paese, sempre più vasta, che rassegnata contempla. E inerme guarda il governo muovere le leve per arginare la crisi, così dicono, e tagliare. Dimenticando quanto la cricca, le cricche d’Italia, costano. Quanto? La Corte dei Conti, nella sua ultima relazione, una stima ha provato a farla: 60 miliardi di euro. Due volte quello che Tremonti si appresta a chiedere agli italiani. 60 miliardi è il peso della corruzione per la comunità. È quello che costano i corrotti e i potenti che si fanno offrire soldi per il pagamento della casa. Ma non è il solo prezzo che gli onesti, che in Italia spesso sono identificati come fessi, pagano. Il nostro Paese è anche il regno dell’evasione fiscale. Uno sport nazionale, che non scuote le conoscenze dei più, anche perché praticato e tollerato da molti.

Quanto vale l’evasione in Italia? 120 miliardi dicono sindacati e forze dell’opposizione. Forse qualcosa di più. Secondo la KRLS Network of Business Ethics, che lo ha calcolato per conto della Contribuenti.it, «siamo nell’ordine dei 156 miliardi di euro l’anno». In crescita, tra l’altro: del 6,7 per cento nei primi quattro mesi dell’anno. Ma chi? Una larga fetta dell’evasione riguarda le società di capitali. Escluse le grandi imprese, è emerso che l’81% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi (53%) o meno di 10mila euro (28%). In pratica su 800mila società di capitali l’81% non versa le imposte. Una perdita per l’erario di 18 miliardi l’anno. Per le big company, invece, una su tre ha chiuso il bilancio in perdita e non pagando le tasse. In totale 31 miliardi in meno. 10 miliardi poi è quello che riguarda i lavoratori autonomi e le piccole imprese. Il resto è da ripartire tra economia criminale e lavoro sommerso. Il conto finale, come detto, è 160 miliardi. Ovvero 10 punti percentuali del prodotto interno lordo. Sei volte quanto la manovra di Tremonti. Sommati ai 60 della corruzione fanno 220 miliardi. Il valore dei furbi italiani. Incalcolabile.

l'Unità.it

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