giovedì 27 maggio 2010

"E' lui il signor Franco" lo 007 delle bombe

di Attilio Bolzioni e Francesco Viviano

L'UOMO dei grandi misteri siciliani ha un volto. L'agente dei servizi che per 30 anni è stato l'ufficiale di collegamento fra la mafia e pezzi dello Stato è stato identificato. Chi investiga sulle stragi, finalmente ha scoperto chi è il fantomatico "signor Franco" di cui tanto ha parlato il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Il suo nome, secondo indiscrezioni, è finito nel registro degli indagati fra la procura di Caltanissetta e - notizia dell'ultima ora - quella di Firenze che ha le inchieste sulle bombe in continente del 1993. Riconosciuto in una fotografia, il "signor Franco", che Massimo Ciancimino qualche volta ha sentito chiamare da suo padre anche "Carlo", è entrato in tutte le indagini che partono da Capaci e finiscono ai morti dei Georgofili. È un agente di alto grado della nostra intelligence. Il "signor Franco" è ancora in servizio.

Tutto è avvenuto nelle ultime quarantotto ore. Con Massimo Ciancimino riascoltato d'urgenza dai procuratori di Caltanissetta e Firenze insieme, ieri l'altro, davanti a una foto. Un'immagine su una rivista ha incastrato lo 007 che gli investigatori braccavano da almeno due anni. La rivista è un numero di Parioli Pocket del 2006, magazine romano a distribuzione gratuita, che ha dedicato una pagina alla presentazione in Vaticano di una nuova automobile. Cerimonia di gala, tante autorità, qualche vip. Alle spalle di Gianni Letta e di Bruno Vespa (che naturalmente erano lì solo per l'evento e naturalmente nulla avevano a che fare con l'uomo ripreso sullo sfondo) c'era lui: il famigerato "signor Franco". Massimo Ciancimino l'ha riconosciuto. Ha detto che era proprio quello l'agente che fin, dai primi Anni Settanta, ha accompagnato don Vito nei tortuosi percorsi dove la mafia si incontra sempre con lo Stato. Guardie e ladri sono stati compari. L'ex sindaco mafioso di Palermo e il "signor Franco" hanno cospirato insieme praticamente dal primo delitto eccellente della Sicilia - maggio 1971, uccisione del procuratore capo della repubblica Pietro Scaglione - alle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
L'identificazione dello spione ha dato un'accelerazione alle indagini sulla trattativa, sul fallito attentato all'Addaura, sulle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una trama unica, dove certi personaggi si manifestano prima e dopo le stragi. In alcuni casi, testimoni riferiscono che quelle "presenze estranee" a Cosa Nostra erano anche sui luoghi dei massacri.

Il "signor Franco" è quello che ha avuto in mano il papello - le richieste di Totò Riina per fermare le stragi nel 1992 - diciassette anni prima dei magistrati. "Era il mese di giugno del 1992", ha dichiarato a verbale Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito era andato in una mattina di quell'inizio estate al bar Caflish di Mondello a ritirarlo, gliel'aveva consegnato Antonino Cinà, un boss vicinissimo a Totò Riina. Era dentro una busta che Massimo ha portato a suo padre. Un paio di giorni dopo ha rivisto il papello sulla scrivania del padre, a casa sua. E con don Vito c'era anche il "signor Franco", uno che si scambiava informazioni e favori con l'ex sindaco, uno che gli faceva avere passaporti falsi, uno che ha protetto gli affari di Cosa nostra in nome di un antico patto. Il "signor Franco" sapeva tutto dei Corleonesi che mettevano bombe e li aveva lì, sempre sotto osservazione.

È lo stesso agente che qualche giorno prima dell'arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto l'11 aprile del 2006, aveva spedito suoi emissari da Massimo Ciancimino (che poi l'ha raccontato ai procuratori di Palermo) per avvertirlo di "allontanarsi dalla Sicilia" perché con la cattura del boss di Corleone il figlio di don Vito non avrebbe più goduto di protezioni. È stato sempre il "signor Franco", qualche mese fa, a far visita a Massimo Ciancimino nella sua casa di Bologna per dirgli: "Chi te lo fa fare di parlare con i magistrati...". Era sempre il "signor Franco" a incontrare don Vito quando era agli arresti domiciliari nella sua abitazione romana dietro Piazza di Spagna, un mafioso mai controllato e un agente dei servizi con licenza di spadroneggiare fra Roma e la Sicilia.

L'uomo dei grandi misteri siciliani era circondato da luogotenenti e portaordini, tutti in contatto con don Vito e - attraverso don Vito - con l'"ingegnere Lo Verde", alias Bernardo Provenzano. Una banda. Con l'agente con la faccia da "mostro" che era sempre dove c'era una strage E con "il capitano", che con l'auto blu accompagnava sempre il "signor Franco" dappertutto. Anche dai figli di don Vito. Per rassicurarli, quando il padre era finito in carcere arrestato su mandato di cattura del giudice Falcone: "Dite a papà di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi". Il "signor Franco" aveva paura che don Vito potesse parlare. Così lo ha fatto incontrare in galera - quando era in isolamento totale - con altri personaggi. Il "signor Franco" poteva fare tutto. Dentro e fuori dalle mura dei penitenziari.

Nei prossimi giorni probabilmente i procuratori siciliani - e quelli di Firenze - ascolteranno l'agente e cominceranno a capire a quale struttura appartiene, per chi lavora o ha lavorato, quali sono stati i suoi contatti in Sicilia nel tempo, quali i suoi uomini di fiducia. Se le indagini riusciranno a scoprire tutti i legami dello 007, dentro e fuori Cosa nostra, forse sapremo qualcosa di più sulle stragi del 1992 in Sicilia e su quelle del 1993 in Italia. Forse sapremo qualcosa di più su chi voleva morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

repubblica.it

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