giovedì 27 maggio 2010

Caso Favata «Berlusconi ha ricevuto e ascoltato quell'audio»


di Claudia Fusani Giuseppe Vespo

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi «ha ascoltato e ricevuto» il contenuto di intercettazioni telefoniche inerenti alcune inchieste giudiziarie ancora coperte da segreto. E’ successo il 24 dicembre 2005 nel salone di Arcore sotto un albero di Natale. Suo fratello Paolo, l’imprenditore dalle incerte fortune Fabrizio Favata e Roberto Raffaelli, amministratore delegato di Rcs società incaricata dalla procura di Milano di eseguire le intercettazioni, sono andati a trovarlo alla vigilia di Natale e gli hanno fatto ascoltare e poi consegnato la pen drive contenente la registrazione del “famoso” colloquio tra Fassino e Consorte sui destini di Unipol. Un colloquio neppure trascritto dalla polizia giudiziaria, senza valore probatorio, e la cui divulgazione ha segnato la storia delle elezioni dell’aprile 2006.


È scritto nero su bianco nell’ordinanza di 75 pagine firmata dal gip di Milano Bruno Giordano che ha eseguito l’arresto di Fabrizio Favata con l’accusa di estorsione. Un documento complesso per una storia complessa che comincia nel 2005.
Conviene cominciare dal punto 10 del capitolo dedicato ai “Gravi indizi di colpevolezza”, pagina 3 dell’ordinanza. Scrive il giudice Bruno Giordano nell’ordinanza che martedì ha portato in carcere l’imprenditore Fabrizio Favata con l’accusa di estorsione.: «Raffaelli Roberto - allora amministratore della Rcs srl che gestiva la parte tecnico-esecutiva delle intercettazioni - si presenta ad Arcore la sera della vigilia di Natale del 2005 - quando già da diversi mesi avvengono i movimenti di danaro Rcs-Petessi-Favata - e insieme a Favata offrono una pen drive con alcune intercettazioni ancora secretate riguardanti personaggi politici tra cui Piero Fassino a colloquio con Giovanni Consorte, a Paolo e Silvio Berlusconi che ascoltano il contenuto e ricevono tale intercettazione».

Il gip quindi, tra i gravi indizi di colpevolezza di questa faccenda che vede indagate da dicembre scorso cinque persone per ricettazione, abuso, rivelazione di segreto istruttorio e ora anche estorsione, dà per assodato che il Presidente del consiglio in carica ascolta e poi riceve una pen drive, una memoria digitale, in cui sono state copiate brani di intercettazioni telefoniche coperte dal segreto istruttorio. Frasi che per l’appunto riguardano gli avversari politici del premier, in questo caso Piero Fassino all’epoca leader del maggior partito di opposizione. Frasi che, sempre per l’appunto, pochi giorni dopo la consegna natalizia finiscono sulla prima pagina de Il Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi, dando il via a una campagna stampa che ha pesato molto sull’esito del voto politico. Paolo Berlusconi è indagato anche per millantato credito. Silvio Berlusconi non risulta invece iscritto al registro degli indagati. E neppure è stato finora invitato dalla procura di Milano a riferire la sua verità dei fatti. Il pm Meroni, gli ufficiali di polizia giudiziaria della polizia di Stato e della Guardia di Finanza, hanno lavorato in questi mesi sentendo una dozzina di persone, acquisendo documentazione bancaria e sono comunque arrivati a ricostruire tutta la faccenda. Il Presidente del Consiglio è il convitato di pietra.

Il Watergate italiano

La sensazione è che la Procura si muova a piccoli passi senza tentare falcate troppo lunghe. In questa fase si concentra sul ricatto e sull’estorsione e «non è rilevante» accertare se sia vero o meno che il premier si è reso protagonista del Watergate italiano. Di un grave illecito penale come l’ascolto e la diffusione di materiale istruttorio coperto da segreto e posseduto tra l’altro in maniera illecita. «In questa sede - scrive il gip - basta evidenziare come la stessa appaia verosimile». Ulteriori ed eventuali sviluppi che possono coinvolgere direttamente il premier - il fratello Paolo è già indagato - sono solo rinviati. Si vedrà nei prossimi giorni.

I fatti si snodano a partire dai primi mesi del 2005 intorno a quattro personaggi chiave. C’è Fabrizio Favata, 60 anni, un paio di fallimenti alle spalle, uno di quegli imprenditori che tentano l’impossibile. C’è Roberto Raffaelli, l’uomo alla cui società (Rcs) le procure di mezza Italia affidano il delicatissimo ruolo di registrare e custodire - ma non ascoltare - le intercettazioni. Paolo Berlusconi è socio con Favata fino a tutto il 2005 in una società di telefonia, Ip Italia che fallisce poco dopo. Eugenio Petessi è amico di Raffaelli, conosce anche Favata e Paolo Berlusconi, ed è l’uomo che conosce tutti e si occupa di procurare i contatti giusti.

L’ordinanza mette in fila i fatti incrociando dichiarazioni e risultanze bancarie. Raffaelli è custode delle intercettazioni delle inchieste sulle scalate bancarie e i furbetti del quartierino. Favata e anche Petessi ascoltano alcuni di questi file. Glieli fa sentire Raffaelli, «tanto non sono importanti». A un certo punti gli interessi dei quattro personaggi convergono: Raffaelli vuole aprire una centrale di ascolto in Romania e ha bisogno della sponsorizzazione di palazzo Chigi; Favata e Paolo Berlusconi si offrono di fare da tramite perchè hanno da giocare una carta strepitosa: l’intercettazione del 17 maggio 2005 tra Fassino e Consorte in cui l’ex ad di Unipol in trattativa per la scalata a Unipol dice all’allora segretario Ds: «Abbiamno una banca».

Nasce così l’idea dei saluti di Natale ad Arcore, circostanza confermata anche nei dettagli da tutti. Raffaelli e Paolo Berlusconi negano però che in quell’occasione sia stata fatta ascoltare un’intercettazione. La procura e il gip non ci credono. Non solo perchè lo dice e lo ripete Favata. Ma perchè lo stesso Favata, fallita Ip Italia e finito in disgrazia, cerca dal 2008 in poi di monetizzare «l’eterna riconoscenza» promessa dai fratelli Berlusconi. Favata si presta anche a fare da postino delle tangenti - più rate da 40 mila per un totale di 560 mila euro- che Raffaelli versa a Paolo Berlusconi per la centrale in Romania. Favata ha quella che il gip definisce «arma di ricatto»: denunciare tutto a giornali e magistrati. L’unico che subisce il ricatto è Raffaelli che, scrive il gip, «tra aprile 2008 e agosto 2009 paga a Favata una somma vicina a 300 mila euro». Un giro di false fatture in cui è stato coinvolto anche Petessi e da lui stesso confermate.

Così la procura circoscrive l’estorsione, ipotesi di reato per cui Favata è in carcere da martedì. All’inchiesta manca ancora il passagio successivo: perchè Raffaelli paga così a caro prezzo il silenzio di Favata? Un vuoto “logico” denunciato soprattutto da Antonio Nebuloni, il legale dell’imprenditore, che ha già presentato richiesta di scarcerazione. «Il mio cliente - dice - collabora e non può certo reiterare il reato».

l'unità.it


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