lunedì 12 aprile 2010

Per candidarsi 200mila euro

Politiche 2008: il socio di Dell'Utri, Aldo Micciché, parla al telefono di richieste di soldi per diventare deputato. Uno dei suoi interlocutori: "In listà c'è chi è entrato grazie ai casalesi"


di Enrico Fierro

"In democrazia lo stronzo vale quanto un genio”. Così parlò Aldo Micciché, il faccendiere calabrese trapiantato in Venezuela. Alle ultime elezioni politiche si occupò con successo della raccolta di voti a favore del Pdl in Venezuela. Generoso, rifiutò addirittura una proposta di candidatura offertagli direttamente da un emissario di Forza Italia, Filippo Fani, braccio destro di Barbara Contini. Amico e socio di Marcello Dell'Utri e di uno dei suoi figli, settori petrolio e medicinali, è l'uomo che in una notte di tensione brucia le schede elettorali degli italiani residenti nel paese sudamericano. Di questo suo gesto informa anche Filippo Fani. Micciché, che fa da tramite tra Marcello Dell'Utri e alcuni emissari della cosca Piromalli, una delle più potenti della Piana di Gioia Tauro, è una “piovra”. “Micciché in Italia ha contatti con i capezzuni”. Gente che conta. Nomi altisonanti che colpiscono gli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria che intercettano le sue conversazioni. “Ciò che ha colpito questi investigatori – si legge nel fascicolo inviato dalla Procura antimafia reggina alla Procura generale di Palermo – è la quantità, ma soprattutto la qualità delle conoscenze che Micciché ha sia in Italia che all'estero”. Il faccendiere conosce tutti e parla con tutti. Dell'Utri, la sede di An, quella di Forza Italia, la segretaria di Mastella, Mastella stesso, l'onorevole Tassone, oggi vicepresidente dell'Antimafia, e poi esponenti della massoneria, uomini d'affari e servizi segreti venezuelani.

Ma a tempestarlo di telefonate alla vigilia delle elezioni è Filippo Dinacci, avvocato napoletano e cugino omonimo dell'avvocato romano legale di Previti, Berlusconi e Bertolaso. L'avvocato Dinacci in quel periodo è consulente della società che Micciché, Dell'Utri e Massimo De Caro hanno messo in piedi per il business del petrolio e del gas in Venezuela. Ma il pallino della politica non lo abbandona mai, ha fondato con Armando Pizza la nuova Dc, ha partecipato alla querelle sul simbolo. E ora, elezioni politiche del 2008, pretende un posto in Parlamento. “Mercoledì – dice Dinacci in una telefonata alle 3 del pomeriggio del 18 febbraio 2008 – vado a Roma per la candidatura in Forza Italia”. Micciché gli dice di stare tranquillo: “Per quanto riguarda Forza Italia se riusciamo a fare l'operazione del petrolio speriamo che vada, quindi non dico ricattare, ma insomma quasi”. Petrolio e politica, in ballo ci sono gli interessi di una grande società russa. “I rapporti con il russo – dice a Filippo Dinacci – sono di Marcello (Dell'Utri, ndr) perché Berlusconi ha dato a lui questo rapporto. Chiaro?”. Chiarissimo, ma l'avvocato napoletano vuole una candidatura, grazie alla mediazione di Micciché è riuscito ad avere un incontro con Dell'Utri.

Micciché: “Tu devi apprezzare la chiarezza con la quale ti ha parlato Marcello, poi ti spiegherò tutto e che tra l'altro praticamente da parte di chi eventualmente eccetera, si pensava che ti dava una candidatura e che dovevi pure pagare. Parliamoci chiaro”. “La verità – è la replica di Dinacci – è che ci sono candidature vergognose. E poi i soldi, ma è vero che volevano 200mila euro?”. “Forse c'è bisogno di una somma superiore”, risponde il faccendiere calabrese . Danaro per candidarsi nel partito di Berlusconi? I due ne parlano. Ma la candidatura di Dinacci non arriva, si perde tempo e l'avvocato napoletano perde la pazienza. Un giorno, il 18 marzo 2008, sbotta. “Ho detto a Dell'Utri tante cose riservate, Marcello è rimasto interdetto, perché gli ho parlato pure delle situazioni con dei flash di rapporti che il Cavaliere aveva e che tiene anche dall'altra parte del Continente”. Parla troppo, l'avvocato, e Micciché risponde a monosillabi. Ma Dinacci non si tiene: “Anch'io ho le mie carte che posso giocare, gli ho detto a Marcello che ho anche gli estremi da portare in Procura per quelle schifezze che hanno fatto per le candidature in lista, i signori Nicola Cosentino e Luigi Cesaro, gli ho detto pure questo, va bene?”.

Micciché non ne può più e invita Dinacci a calmarsi, cerca di interrompere la telefonata (il faccendiere è informato del fatto che il suo telefono è intercettato, è lo stesso Dinacci a chiedergli di verificare se i telefoni sono sotto controllo). L'avvocato Dinacci, però, non resiste: “Nelle liste elettorali sono entrate persone perché ci sono i casalesi. Ma che vuoi che ti dica? Che ci sono delle carte che stanno... ci stanno le carte in mano a certe persone che sono pronte ad andare in Procura... che cazzo vuoi che ti dica?”. Sono giorni durissimi, l'avvocato Dinacci è impegnato nella trattativa sul petrolio, con i russi che pongono difficoltà, e l'ansia per una candidatura che non arriva. Micciché tenta di convincerlo ad accettare un posto in lista a Genova, dove lui può manovrare un po' di voti dei portuali, ma l'avvocato vuole la Campania. Ipotesi che sfuma sempre più. E allora Dinacci ritelefona a Micciché, manca poco alle tre del pomeriggio del 6 aprile 2008, e gli prospetta una soluzione: “Ora devi essere tu a intercedere con lei (parlano di Barbara Contini, oggi deputata, ndr), io le ho prospettato anche la possibilità di inserirmi nell'impiantistica dei rifiuti perché dall'America hanno degli impianti altamente sicuri”. Poi i due passano a discutere di altro. L'avvocato chiede a Micciché: “Quello strumento è uno dei tanti perché sono a tagli da uno, oppure sono a più tagli? Comunque il totale complessivo riusciamo a coprirlo per quello che è l'esigenza, no?”. E Micciché: “Eh, almeno tre milioni, un casino quanto ne vuoi!” L'avvocato partenopeo: “Questo volevo sapere, va bene, perché verrebbero assegnati alla fondazione, giusto? Comunque io mi attivo subito, vediamo in pochi giorni di avere una risposta positiva”.

Il Fatto Quotidiano

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